Part 16
Poco dipoi, re Francesco rinnovò le ostilità contro il ducato; e al primo ridergli della fortuna, i Grigioni, rotta la fede, ripresero l'armi contro il Milanese, e con larghe promesse e colla fiducia ne' soccorsi e nel denaro di Francia, procurarono di trarne dalla loro il Medeghino. Questi però era stato preoccupato dal duca, che, posponendo l'odio al vantaggio, gli assegnò buono stipendio e il perpetuo governo di Musso, del lago, della Valsassina e anche di Chiavenna, se riuscisse ad impadronirsene.
Fu aggiungere sproni a buon corsiere: ma arduo quanto importante era l'occupare il castello di Chiavenna, il quale, dominando le vie che apronsi verso i varchi della Spluga e della Pregalia, sta antemurale contro i Grigioni. Vogliono far rimontare sino ai Galli l'erezione di quel castello, una parte del quale siede al piano, quasi guardia del borgo; l'altra detta il Paradiso, sovra il ciglione di un'erta rupe, cinta da doppio muro e dalla Mera, e non accessibile che per uno stretto viottolo, approfondito a punta di picconi e di scalpello nella pietra ollare, indi per una lunga scaliera, anch'essa ricavata nel vivo nel sasso, ed agevole a guardarsi a mano di pochi. Torlo a forza era dunque impossibile: onde il Medeghino ebbe ricorso all'astuzia, e ne affidò l'impresa a Mattiolo Riccio da Dongo, detto il Pelliccione, uno de' suoi più arrisicati.
Questi ed una mano di prodi di sperimentata fede si posero occultissimamente entro il primo vallo che cingeva la pensile via, dove per ventura il fiume aveva aperto una breccia; ed ivi stettero attendendo, nello stridore d'una notte invernale, guazzosi e presso a intirizzirsi, se non che li ravvivava il coraggio. Era gran pezzo di notte quando Silvestro Wolf, castellano grigione, tornò d'aver goduto un banchetto a Chiavenna. Al quale tosto sono addosso i cagnotti, imponendogli, coi coltelli alla gola, di dar il solito segno, perchè s'abbassasse il ponte levatojo. Resisteva l'uomo, preferendo la morte al tradire i suoi: ma un figlioletto che seco menava, spaurato dalle minaccie e dall'armi, cominciò a gridare e chiamar la mamma, che fattasi ad uno spaldo, e inteso il pericolo di que' suoi cari, fece senz'altro levare le saracinesche e calare il ponte. Così penetrati, stettero senza rumore. La mattina seguìta, essendo giorno festivo, i principali del paese montarono, come solevano, a salutare il castellano, ed uno e due e tre fin a venti entrarono senza che uom ne uscisse. Taluno alfine ebbe scorto in sugli spaldi gente d'armi diversa dalle consuete, e non sapendo che volessero importare, entrò sospetto, e si diede nelle campane e all'armi. I Medicei resistettero da par loro, fin tanto che il Medeghino istesso sopraggiunto, valendosi di quegli imprigionati come di ostaggi, ebbe in potere anche Chiavenna, e corse la Pregalia, concedendo la preda ai soldati, nuovo infervoramento alla guerra. La presa di quel borgo costò al Medeghino una fucilata, che gli tolse il potere più divenir padre.
Era stato in quest'impresa soccorso da Gherardo conte d'Arco governatore di Como, col quale concertò di conquistare la Valtellina. E senza por tempo in mezzo v'entra, occupa Delebio e Morbegno. Ma non appena si fu egli ritirato, Giovanni Travers engaddino, governatore della valle, colle cerne paesane diede addosso al conte d'Arco, lo ruppe, e costrinse ad abbandonar le conquiste. D'altra parte i Grigioni, dato alla presa di Chiavenna la spiegazione più plateale, cioè il tradimento, decapitarono il castellano Wolf, e toccate le campane a stormo, benchè nel rigore del gennajo movevano a ricuperar quel borgo. Conoscendo però non potere levarsi quello stecco dagli occhi senza truppe regolari, mandarono ordini ai loro che militavano al soldo dei Francesi in Lombardia perchè ritornassero, stimando prima vittoria il conservare l'acquistato. Fu questo il massimo servigio che il Medeghino potesse prestare allo Sforza: poichè la partenza di que' lancieri, in cui stava allora il nerbo delle battaglie, tanto peggiorò le cose di re Francesco che nella famosa giornata di Pavia fu sconfitto e preso egli stesso, _perdendo tutto fuorchè l'onore_. Poco dovette dunque rincrescere se la vittoria sorrise ai Grigioni sì in Valtellina, donde snidarono affatto i ducali, e sì a Chiavenna, che ricuperarono. Anche quel castello, stato assai alla dura, si rese a buoni patti d'armi appunto la vigilia della battaglia di Pavia, e tosto i Grigioni fecero strascinare nella Pregalia i cannoni, e dai terrieri smantellare la rôcca, come pure ogni bicocca e terra murata di Valtellina (1526). Restarono però le Tre Pievi al Medeghino, che tratti a sè nuovi satelliti col largheggiare, si diede al corsaro, predando le navi, imprigionando persone per vantaggiare sul riscatto; e inteso a stendere il proprio dominio, ebbe a sè Porlezza e la Valsassina.
Tra ciò Francesco Sforza era caduto in grave malattia: sicchè temendone la morte, erasi fatto trama, massime per opera del Morone, di trasferire il dominio in suo fratello Massimiliano, affinchè non ricadesse il ducato in Carlo V, esoso ai principi pel crescente potere, ai popoli per la sfrenata soldatesca. Ma venutone sentore al falso cuore del marchese di Pescara, occupò Milano a nome dell'Imperatore: ed anche a Como, per invito de' terrazzani, pose un presidio spagnuolo, capitanato da Pietro Arias. Così lo Sforza perdette lo Stato, e la Lombardia l'indipendenza.
Giangiacomo Medici non s'era piegato agli Spagnuoli; anzi opere di leone e di volpe usò contro di loro, e non era impresa che non gli venisse ben fatta. Si finse una volta partito ad un lungo viaggio, e mandò uno scaltrito che offerse agli Spagnuoli di metterli in potere della rôcca di Musso. Essi, avendo creduto, inviarono alcuni: e il castellano li prese ed appiccò, col danno e colle beffe. Allora, buttata giù la buffa, si pose a sfavorire apertamente la Lega Santa, che erasi ordita per ultima ruina alla lombarda indipendenza: e sfogossi contro Como, amica, o dirò più giusto, serva de' Cesarei.
Debolissimi erano i provvedimenti contro di lui, sicchè su navi sottili correndo con rapine, prigionie ed arsioni il lago tutto, e facendo sua roba della roba di chicchefosse, si affacciò sino al borgo Vico di Como. Da terra poi acquistato il castello di Monguzzo, presso al Pian d'Erba, vi pose a guardia suo fratello Battista, come a Civello uno sbandito di Como, Luigi Borserio, che facevano star la campagna così che non poteva star peggio. Egli poi, a capo di quattromila, cerniti i più da Lugano, Bellinzona e Chiavenna, prese il borgo di Cantù, occupò i luoghi principali della Brianza, tutta sparsa di castellotti dominati da feudatarj, e corse sino ai forti di Brivio e di Trezzo sull'Adda, presidiati a diligenza dagli Spagnuoli. E sebbene, mentre si avviava a soccorrere Milano, toccasse dagli Spagnuoli una piena rotta a Carate presso il Lambro, nondimeno conservò tutte le conquiste.
Nè meno de' nemici nocevano al Comasco i difensori, lupi custodi del gregge, che succhiavano e cittadini e campagnuoli con gravose tolte; ed oltre gli alimenti, in cui spendeva il Comune cento scudi d'oro quotidiani, rubavano grano, liquori, panni; se qualche cosa avanzava, se la portavano i comandanti, esattori violenti delle pubbliche imposte; per insatollare le ladre brame degli Spagnuoli, si dovettero vendere alla tromba, non che i beni degli assenti, quelli ancora di presenti; e molti, fin donne, per impotenza a pagar le tasse, furono cacciati in prigione. Dava ombra al debole governo la forza della città di Como che s'era nelle passate guerre mostrata poco o tanto capace di resistere: sicchè, col pretesto che potessero venire occupate dal Medeghino, si diroccarono molte fortificazioni; perfino il castel Baradello, ove tenevasi scorta e munizione di cibi e d'armi, fu per ordine del Leyva smantellato, mandando con somma fatica in ruina le parate, i ridotti, le stanze, la cappella di San Nicolò, lasciando appena la torre, che fra quei ruderi rammenta tuttavia in quali tempi quell'edifizio venne ristaurato, in quali distrutto. Impedito poi ogni commercio col lago, chiuso fin il porto per assicurarsi dell'armata medicea guidata da Francesco del Matto, di giorno in giorno si facea più viva la penuria, cresceano i languenti, chi non piangea aveva il singhiozzo, e per tutto un contar guai, un cercar pane, una continuità di miseria e di morte. Un cronista scriveva nel suo zibaldone: «La terra da soldati et di fame è rovinata, et io ne ho visto che, volendo extirpare herba per mangiare, caschare indreto, et così di penuria atenuati morire: sì che pregate il maximo et optimo Dio che ne difenda da tal condizione et dalle mani degli stranieri.»
Volevasi altro che i deboli sforzi de' Cesarei a reprimere il terribile Giangiacomo. Il quale campeggiò Lecco (1528), e sebbene ne fosse snidato dai sovraggiunti soccorsi, pure quei della Santa Lega, conoscendone per prova il valore, mossero ogni pietra per tirarlo dalla loro. E vi riuscirono: onde, mutate le croci bianche in rosse, disertò dal duca all'imperatore, dalla causa nazionale alla straniera, e ne fu ripagato coll'investitura del castel di Musso, da cui prese il titolo di marchese, aggiunto il dominio del lago da Nesso in su, e Lecco, di cui si proclamò conte. Per esercitare interi i diritti della sovranità, fece anche battere moneta nel suo staterello; in questo nulla più riprovevole dei re e delle repubbliche d'allora, tutti legali falsarj del denaro[30]. E siccome il Leyva, sempre mal agiato di moneta, ne chiedeva al Medeghino, questi prometteva gran somme, purchè gli desse Como in pegno; e a poco più l'otteneva.
Per consolidare il suo dominio nelle Tre Pievi rinforzò la torre d'Olonio, posta allo sbocco della Valtellina, e singolarmente la sua di Musso; poi si diede in corso pel lago, mentre il Borserio guastava la terra ferma. La flotta di lui era numerosa di sette navi grosse, da tre vele e quarantotto remi, e munite di bombarde che scagliavano palle da quaranta libbre, oltre un'infinità di legni spediti. Per sè teneva riservato un brigantino di gran capacità, coi migliori remiganti; tramezzati da fucilieri, e con questo dominava il lago, anche quando era maggior travaglio di venti. Là sciorinava lo stendardo dalle palle d'oro in campo rosso, e quel brigantino stesso col motto _Salve, Domine, vigilantes_, era stato da lui tolto per divisa.
E poichè la virtù spesso è ridotta a prostrarsi a piè del delitto ed invocare la permissione d'essergli sostegno, fortunato reputavasi chi acquistasse l'amistà del Medeghino, e guai a chi ne provocasse gli sdegni! Ben se lo seppe Polidoro Boldoni di Bellano, che richiesto delle nozze d'una sua sorella, osò rispondere non voler legare parentela con ribelli e ladroni, e ne seguì l'eccidio di quasi intera la famiglia[31].
Ai padroni del mondo parlò una volta in cuore alcuna pietà della Lombardia, senza vantaggio sterminata; sicchè finalmente conchiusero la pace (1529), per la quale Carlo V si obbligava a restituire il ducato a Francesco Sforza verso il pagamento di novecentomila ducati d'oro: per sicurtà di essi l'imperatore occuperebbe Como e il castello di Milano.
Il Medeghino, sdegnando obbedire al duca, e possente d'oro, d'uomini e di delitti, più sempre estendeva gli ambiziosi disegni. Il cognato conte di Altemps gli assolderebbe truppe in Germania; col Borromeo avea pratica per ottenere Arona, e così porre piede nel Lago Maggiore: già teneva una rôcca in Valsoda, barche sul lago di Lugano, intelligenze a Bellinzona, gli occhi sulla val Leventina; stringerebbe lega difensiva cogli Svizzeri; e poichè si faceva delle cose umane a chi più tirava, chi sa che, nella discordia dei voleri e nel conflitto delle ambizioni, non riuscisse a ciuffarsi il ducato di Milano?
Vôlto a dar corpo a queste ombre, e già inorgogliendo della speranza, cominciò dall'impresa della Valtellina, disponendo agli inganni il suo pensiero. Procurò metter vescovo di Coira Giovannangelo suo fratello, allora arciprete di Mazzo, poi divenuto papa Pio IV: ma avvedersi i Grigioni dell'intenzione e sventarla fu tutt'uno. Mandò allora un suo fidato, che, col sarocchino e il bordone e con devoti atti da pellegrino, si pose alla Ràsega, luogo oltre Tirano, ove acconciandosi pie parole in bocca, persuase i popoli alla devozione verso san Rocco come riparo ai fieri contagi d'allora, fe' gettare le fondamenta, diceva egli, d'una chiesa, che in fatto dovea riuscire una fortezza. Affascinati dalla superstizione, davano i Valtellinesi e oro e mani per elevar la rôcca: ma scoperto infine, e distrutte le opere sue, il bugiardo pellegrino n'ebbe assai a campar la testa.
Allora, ricorso alla forza aperta (1531), Giangiacomo assoldò Tedeschi e Spagnuoli, e condottieri lasciati senza stipendj dalla pace, tutti uomini avvezzi a disprezzar ogni legge per soddisfare ogni voglia; ed armate tante braccia e le sue, sbarca in Valtellina, dove sostenuto da amici, e massime dai frati, s'insignorisce di Morbegno, sparpaglia le truppe raunaticcie de' Grigioni, uccide Giovanni del Marmo governatore della valle ed i prodi Martino Travers e Dietegano Salis, ed a tutti i principi annunzia in voce di trionfo una vittoria sì segnalata. E poichè spargeva di far ciò tutto d'intesa col duca, i Grigioni mandarono a questo un ambasciatore a prender lingua del vero. Ma il Medeghino lo fece in un agguato ammazzare. Rimase pertanto ai Grigioni la convinzione che il marchese dicesse il vero, fin quando un legato dello Sforza, trapelato fra le insidie, narrò ai Reti come il fatto stesse, e che il duca, non che aver mano a quell'impresa, gl'invitava ad ajutarlo a liberarsi da quell'audace ribelle, promettendo loro trentamila zecchini se ricuperasse quanto possedeva avanti la guerra. Fece anche impedir gli ausiliarj che venivano al Medici, e richiamare gli Spagnuoli che stavano a suo servigio, i quali, vista mal parata la cosa, facilmente obbedirono. Ad essi il Medeghino sostituì dei prodi laghisti, e continuò pertinace, benchè fosse bandita una grossa taglia addosso a lui ed a' suoi fratelli.
Ma il cielo s'oscurava. Da una parte movevano diecimila Grigioni, dall'altra i ducali guidati per terra da G. B. Speziano e per acqua da Lodovico Vestarino: mentre Alessandro Gonzaga, duca di Mantova, marciava sopra Monguzzo e gli altri castelli mediterranei, che con brava battaglia sottomise. Il Medeghino, che non aveva mai creduto volessero i montanari condurre a proprie loro spese la guerra, non fece ancora come sbigottito; e respinto dalla Valtellina, raccozzò i suoi a Mandello, e nell'acque di Menaggio fe' giornata colla flotta ducale; ma benchè combattesse con un valore degno di miglior causa, ne andò colla peggio. Frattanto Grigioni e Svizzeri, superando col numero il valore de' Medicei, si avanzarono nelle Tre Pievi, e posero assedio al castello di Musso, trascinate con ineffabile fatica le artiglierie su gli inaccessi rocchi di quello scoglio. Ma vola al soccorso il Medeghino, cui la trista fortuna non iscoraggia, e con una presa di fortissimi, per vie note solo a lui ed alle capre, si aggrappa sopra la montagna, ruzzola nel lago le bombarde de' Grigioni, sbaraglia gli assedianti, nell'ardore della vittoria li rincaccia da Bellagio, da Varenna, da Bellano; ridottosi poi a Lecco, non solo manda a vuoto gli sforzi del Gonzaga, ma così bene coglie il suo tempo che, audacissimamente penetratogli di notte nel campo, fa prigioniero lui stesso, e a Malgrate riporta sui ducali un'insigne vittoria.
Però in battaglia avea perduto Francesco del Matto, avventato garzone; poi il Borserio, braccio suo principale, e quel che più al cuore gl'increbbe, il fratello Gabriele: onde disanimato da tante perdite, esausto di moneta, e stanco forse di tempestar fra le speranze e i timori d'una minacciata ambizione, pensò raccorre le vele.
Prima si proferse a Francesco re di Francia, significandogli esser ad ogni suo comandamento se mai volesse ritentare la calata in Italia. Ma quegli se ne rese malagevole, benchè molti l'esortassero ad afferrare il ciuffo alla fortuna. Giangiacomo fece dunque gettar parole a Carlo V e a Ferdinando d'Austria, chiedendo buone condizioni, i quali pressarono il duca sì, che stipulò con lui in questi termini. Il marchese restituirebbe le rôcche di Musso e Lecco, ricevendo in compenso trentacinquemila scudi d'oro ed una signoria pel valore di mille ducati l'anno: il duca trasporterebbe a proprie spese le artiglierie ed ogni arnese del Medeghino, e procurerebbe la vendita del grano e del sale di lui; ad esso Giangiacomo poi «ed a tutti li fratelli et tutti quelli che li hanno servito, concederà gratia ampla et generale de tutti li loro excessi et delicti commessi, etiam che fossero tali che recercassero speciale et individua mentione, come sarebbe crimen lesæ majestatis, di modo che non saranno vexati directe nè per indirecto, nè se li potrà procedere per alchuno indice, et saranno restituiti li loro beni a tutti.»[32]
Nel marzo 1532, quel famoso avventuriere, al cui orgoglio troppo era grave l'obbedire un solo istante là dove era uso governare ad una rivolta d'occhi, salpava dal suo Musso. Ma dato appena dei remi in acqua, volgendosi a guatare il suo ricovero di tanti anni, scorge i Grigioni, che impazienti si precipitano a demolirlo. Non sa frenarsi l'impetuoso, e risortagli in cuore l'antica baldanzosa volontà, fa porsi a terra, sbanda quella ciurma, e dispettoso e torvo impone rispettino il suo nido, fin almeno ch'egli non sia fuor di vista. In quanto appena il disse cessò il martellare, e solo dopo che la punta di Mandello ebbe tolto di veduta il partente suo brigantino, si demolì a picconi e a mine quella rôcca. Le ruine, vaste e solide quasi opera romana, rimasero lungo tempo spettacolo di terrore ai naviganti, che da lungi nominandole a dito, narravano i casi ond'erano state teatro. Oggi ancor sopravanzano, e nel mezzo intatta la chiesetta di Sant'Eufemia, che tra i disastri durò come l'anima del giusto fra le tempeste della vita.[33]
Quest'avventuriere, che, tra per forza d'armi e per arti d'inganno, non può essere domato dal duca di Milano, dai Grigioni, dal re di Francia, da Carlo V padrone di mezz'Europa e dell'America, rivela la debolezza dei reggimenti d'allora, e ci chiama alla mente Alì bascià di Giannina, che ai giorni nostri resistette invitto a tutta la potenza de' Turchi.
Fu questa l'ultima guerra nazionale che si combattesse in Lombardia. Giangiacomo, titolato marchese di Melegnano, ma ormai uomo d'altrui, prese soldo dal duca di Savoja, servendolo a nome di Spagna; ed elevossi fino a mastro di campo, pel favore di Anton di Leyva governatore del Milanese. Ma a questo succedette (1526) il marchese del Vasto, che avendo ruggine antica col Medici, colsegli addosso cagione di perfidia, e invitandolo a pranzo, dopo un allegro bere, il fece arrestare, e lo tenne prigione diciotto mesi. E principi e re scrissero in favore di lui, tanto che per ordine espresso di Carlo V fu liberato.
Passò allora in Ispagna, ove Carlo V con gran favora l'accolse, e l'inviò a reprimere i cittadini di Gand ribellati, come fece: si condusse poi in Ungheria a soccorso di re Ferdinando contro i Protestanti; all'assedio di Landrecy trovossi, come generale d'artiglieria a combattere, contro altri italiani fuorusciti, e sperdenti per altri stranieri il loro valore: in Germania osteggiò la lega protestante insieme con que' tant'altri prodi d'Italia, cui la pace e la servitù della patria toglievano occasioni nazionali di guereggiare: fu sino vicerè di Boemia; sempre insomma ministro a despoti. Fatto poi generale della lega de' Medici fiorentini, del papa, dell'imperatore contro la toscana libertà, moltiplicò gli orrori di quella guerra; ed è in parte sua colpa se oggi ancora il viaggiatore piange la vasta solitudine che sterilisce intorno alla florida Siena. Fu allora che s'inventarono genealogie per provarlo d'un ceppo coi duchi di Firenze: ma egli potea dire come Napoleone: — La mia nobiltà comincia con me».
Dall'Elba e dal Tibisco non dimenticò esso gli antichi suoi disegni; e dopo il 1547 scrisse per indurre Carlo V a conquistar la Valtellina, proponendo suoi avvedimenti guerreschi, ed offrendosi anticipare all'imperatore metà delle spese ed il dieci per cento dell'altra metà, purchè gli venisse in feudo quel territorio. Non gli diedero ascolto.
Sposossi in Milano a Maria Orsina, figlia del conte di Pitigliano, altro famoso capitano di ventura; e quando ivi morì agli 8 ottobre 1555, il senato vestì a lutto e fu con gran pompa deposto nella metropolitana, ove si ammira il mausoleo, eretto a lui ed a suo fratello Gabrio, per disegno di Michelangelo e lavoro di Leon Leoni aretino, e che costò settemila e ottocento scudi[34]. E chi lo guarda, tristamente medita in che miserabili imprese fossero costretti e sfogarsi l'attività e il valore italiano, e a quali uomini prodighi onori e monumenti l'Italia, che è spesso matrigna a chi più la onora e la giova.
BONA LOMBARDA
Era il conte Pietro Brunoro uno di quei tanti capitani che, nel secolo XV, vendevano il valore proprio e quello d'un branco di seguaci a chi li pagasse per combattere cause altrui, e nuocere agli amici ed ai nemici. Insieme col Piccinino, altro più famoso capitano di ventura, condusse egli l'esercito de' Visconti in Valtellina nel 1432, per combattervi i Guelfi che aveano sottratto quella valle alla dominazione viscontea.
Il Brunoro, mentre la presidiava coll'armi ducali, capitato a Sacco, villaggio d'industre agiatezza, ben piantato sul monte che fiancheggia Morbegno alla sinistra del Bitto, vide uno stuolo di fanciulle, in sottane di grossa lana che danno poc'oltre il ginocchio, con ben ricamati bustini, acconcie le treccie con un giro di spilloni d'ottone e con intrecciati nastri, come oggi ancora vi si costuma. Era giorno festivo, e guidava la danzante ilarità delle coetanee una donzella, brunetta anzi che no e di piccola statura, ma gagliarda bene e vivace, con una tale disprezzata leggiadria di adornarsi, un fare magnanimo troppo più che dal suo piccolo stato, che fermò gli occhi del capitano. Chiesto della condizione di lei, egli seppe come un Gabrio Lombardo di colà, militando sotto il duca di Sassonia, avea posto amore in Pellegrina, figliuola d'un mercante di Vestfalia, e di furto sposatala, ne avea avuto quella fanciulla, cui pose nome la Bona: e come questa ben presto orfana di parenti, rimase ad un zio, curato di Sacco, e tosto apparve, se povera di fortune, avventurata però di bei doni della natura. Ne crebbe curiosità e vachezza al Brunoro quando, accostatosele, la trovò, secondo sua pari, assai costumata e ben parlante, con umile franchezza ed accorta innocenza. La Bona, varcato il terzo lustro, era nel tempo che con maggior forza vengono le leggi della giovinezza: onde non è meraviglia se affissossi ella pure in lui volentieri, come sogliono le donne nei militari: e ben tosto mosse entrambi un vicendevole impulso d'amore. Venuto adunque il Brunoro a poco a poco domestico a lei, tolse un'abitazione là poco discosta; spesso la vedeva, la traeva a sè, e vestita da uomo l'addestrava alla caccia. Gli storici n'assicurano dell'illibatezza di lei. Stia a loro fede; noi sappiamo solo del brontolar che ne faceva lo zio pievano, il quale alla fine per iscampar vergogna alla nipote, indusse il Brunoro a sposarla, secretamente però che questi non ne patisse disdoro per la diversa condizione.