Racconti storici e morali

Part 15

Chapter 153,699 wordsPublic domain

Corradino e Federico tenne prigionieri a Palestrina; poi, disperso che ebbe i residui del vinto esercito, li menò in insultante trionfo attraverso alle città della Campagna e della Terra di Lavoro fino a Napoli: lieto quanto il giorno che aveva ucciso Manfredi a Benevento. A Tagliacozzo Carlo fece erigere la chiesa della Vittoria dal miglior architetto d'allora, Nicolò da Pisa, e dotolla di laute possessioni. Il traditore Frangipani ebbe in premio la signoria della Pilosa fra Napoli e Benevento, la nobiltà e l'infamia.

Processo e morte.

Narrano che il papa, interrogato dal re che cosa dovesse far del prigioniero, rispondesse: _La vita di Corradino è morte di Carlo_; _la vita di Carlo è morte di Corradino_. Questo brutale consiglio è una delle mille ciancie, inventate da un tempo e da un partito che, venerabondi ai re, voleano scolpare questi col denigrare i sacerdoti e i papi: e se il Giannone, nella sua servilità a coloro che poi doveano ripagarlo a quel modo, bevette intrepidamente quell'aneddoto, lo trovò improbabile perfino il Sismondi, così corrivo a tutto ciò che denigri i pontefici. La storia insegna a valutare i fatti secondo le idee dell'età; le quali, se non giustificano mai il misfatto, ne danno la spiegazione.

Corradino era scomunicato; e come tale non poteva essere giudicato che dalla Chiesa; laonde Clemente IX il domandò[23]. Questo pontefice avea già preso malavoglia dell'ambizione e della violenza di re Carlo; e l'aver in mano quel giovine sarebbegli stato un pegno e uno spauracchio prezioso. Per ciò stesso dovea Carlo rifuggirne; e probabilmente trovò modo di sgomentare Corradino sul trattamento che gli destinerebbero questi preti, inesorabili nemici della casa sua; e di persuaderlo ad affidarsi piuttosto alla sua regia clemenza. Di fatto il giovinetto confessò di avere peccato contro la santa madre Chiesa. Frate Ambrogio Sansedoni, predicatore rinomato di Siena, andò al pontefice e aveva preparato un eloquente discorso da recitargli a favore di Corradino, quando, accortosi dell'efficacia della semplicità, non fece altro che prostrarsi a' piedi del papa, ricordargli la parabola del figliuol prodigo, poi: _Santità, Corradino manda a dirvi: Padre, ho peccato avanti ai cieli e te, e chiede umilmente la remissione del suo peccato per la misericordia che è in voi._

Il pontefice, tocco nel cuore non dall'eloquenza del frate ma dall'alito di Dio, rispose subito; _Ambrogio, io ti dico in verità, la misericordia vogl'io non il sacrifizio_ e rivoltosi agli astanti: _Non è lui che parlò, ma lo spirito di Dio onnipotente_. L'agiografo che racconta quest'aneddoto[24] soggiunge che il pontefice e tutti gli astanti rimasero stupefatti della dolcezza che Dio aveva fatto passare dalla bocca del beato Ambrogio nei loro cuori; e così Corradino fu assolto da ogni censura e dallo sdegno del pontefice.

La Chiesa assolveva; il re esultava di vedersi assicurata la sua preda;[25] e non interponendosi più conflitto di giurisdizione, potè disporre il processo in quel modo che giovasse al suo intento. Convocò a Napoli due sindaci di ciascuna delle città del Principato e della Terra di Lavoro, a lui devote e davanti a loro e a magistrati tutti francesi, propose l'atto d'accusa di Corradino. Eppure i più dichiaravano non fosse reo di morte un re vinto che tenta recuperare il toltogli dominio; e che, dovea considerarsi come prigione di guerra; e perchè Carlo, quasi a rendere il Cielo complice del suo misfatto insisteva sull'esser quello colpevole di sacrilegio per aver arso dei monasteri. Guido di Suzara valente giurista gli rammentò come un capo non possa star responsale de' trascorsi de' suoi seguaci; e come l'esercito stesso di Carlo se ne fosse contaminato nella prima conquista. Mandato ai voti, tutti furono per l'assoluzione, eccetto Roberto di Bari, provenzale, protonotaro del regno, che opinò per la morte; e bastò quell'unica voce perchè Carlo la decretasse. Così faceansi allora a Napoli i processi, pubblici e discussi.

Corradino, quando ricevette l'annunzio della sua condanna, giocava agli scacchi col cugino Federico d'Austria; e lasceremo ai romanzatori il raccontare, e agli uomini di cuore il pensare qual impressione dovessero riceverne i due giovinetti, nati al regno e or destinati al patibolo. Chiesero di far testamento, e la mattina del 29 ottobre lo dettarono, presenti Giovanni Bricaudi, sire di Nangey, e quell'Alardo di Valéry che aveva a Carlo dato il suggerimento per cui vinse la battaglia di Tagliacozzo. Nell'archivio di Stoccarda esiste il testamento di Corradino, o piuttosto un codicillo di testamento anteriore non pervenutoci, ove provvede al pagamento d'alcuni debiti; fa molti legati a monasteri germanici; ai duchi di Baviera suoi zii lascia «tutti i beni patrimoniali e feudali con tutte le persone d'ambo i sessi a lui appartenenti ne' paesi germanici o nei latini.» e raccomanda loro Corrado e Federico d'Antiochia suoi cugini. Della madre non fa cenno, non della fidanzata, che si suppone fosse Brigida dei marchesi di Misnia: che non parlasse d'un erede a suoi diritti sul trono di Sicilia è facile comprenderlo, dettando egli sotto gli occhi di amici del suo nemico.

[Illustrazione: Corradino, quando ricevette l'annunzio della sua condanna, giuocava agli scacchi col cugino.... (_Pag. 238_).]

Dal castello di San Salvadore, Corradino con Federico d'Austria e dieci compagni furono condotti alla piazza del Mercato, ove, nella cappella di sant'Angelo, servita da Carmelitani, ascoltarono una messa da morto, detta per l'anima di loro ancor vivi; e si confessarono. Quella piazza non era allora chiusa verso il mare dagli edifizj; un rivo gettavasi in mare, e di là da quello stava il cimitero degli Ebrei. Fra questo e la predetta cappella fu eretto un patibolo, alla vista di quel cielo incantato, di quel mare, di quel lido, che la vulgare locuzione qualifica un pezzo di paradiso caduto in terra.

Re Carlo volle darsi il barbaro piacere di veder dal castello lo spettacolo, e un popolo infinito v'accorse colla solita brutalità. Roberto di Bari, il protonotaro che aveva votato per la morte di Corradino, ne lesse la sentenza; e Corradino uditola, levossi il mantello, si pose ginocchioni, ed esclamò: _O madre, madre mia, qual notizia avete a sentire!_ e posata la testa sul ceppo, e giunte le mani verso il cielo, aspettò quella che si chiama giustizia. Tale rassegnazione inferocì il cugino Federico, che urlando, bestemmiò imprecando, senza chieder perdono a Dio lasciossi strappar la vita.... Gli altri lo seguirono.

E il popolo guardava, stupidamente, e stupidamente piangeva, e alcuni Francesi, tardi indignati d'essere stromenti alle vendette d'un regnante, esalavano la collera con quei paroloni generosi di cui è scialaquatrice quella nazione dopo fatti turpi. La morte di giovani principi era un bel soggetto per canti, e in tedesco e in provenzale se ne fecero; Saba Malaspina diede loro l'omaggio che uno storico può, la patetica narrazione della loro fine, e un compianto su quel cadavere che «giaceva come un fior purpureo da improvvida falce reciso.»

I Senesi, dopo la rotta di Tagliacozzo, aveano raccolto le reliquie dell'esercito: e affidatele al gran cittadino Provenzan Silvani, ruppero guerra ai Fiorentini: ma sopra Colle in val d'Elsa furono battuti dal vicario di Carlo (11 giugno 1269). Il beato Ambrogio Sansedoni impetrò ai Senesi l'assoluzione e dal 1273 in poi ogni anno facevasi a Siena una rappresentazione con macchine, versi e canti, per ricordare quegli eventi. Il vulgo narrò che un'aquila scese dall'alto delle nubi, intrise l'ala destra in quel regio sangue, e tosto risalì al cielo. Era sangue di re, che un re aveva fatto scorrere, giustificato dal diritto della vittoria, e dimenticando che la vittoria non è sempre pei forti.

Non in terra sacra, ma nel sabbione del luogo stesso del supplizio furono sepolti i cadaveri sotto un cumulo di pietre; poi si narrò che i frati disseppellirono le ossa di Corradino, e le inviarono alla madre. Al posto poi della cappella fu elevata la chiesa di Santa Maria del Carmine; ma la lapide che or rammenta quella catastrofe fu posta solo nel secolo passato per cura di Michele Vecchione; ed è tradizione destituita di fondamento che Elisabetta dalla Baviera venisse in persona, sopra una galea tutta nera, a raccoglier il corpo del figliuolo, per farlo seppellire in una chiesa da lei fondata; e che in memoria di ciò, quei frati ponessero una statua colla borsa in mano: statua che or mutila è abbandonata in un magazzino del Museo degli Studj.

Regnando Giovanna I, un cuojajo napoletano, di nome Domenico di Persio, si ricordò di quell'infelice che i parenti principeschi aveano dimentico, e dalla regina si fe' cedere il terreno dov'era stato ucciso, e vi fece erigere una cappella, con una colonna sormontata da una croce colla Madonna e la Maddalena e il simbolo affettuoso del pellicano. La confraternita dei cuojaj la prese in cura, e vi facea celebrare nella solennità, finchè la cappella non bruciò nel 1785. Ora la colonna vedesi ancora al vestibolo della sagristia nella moderna chiesa delle anime del purgatorio, e la croce staccatane è nella sacristia stessa sopra un altare.

Ricordano Malaspini, e dietro lui il Villani e gli altri annalisti, narrano che al supplizio assisteva Roberto conte di Fiandra, genero di Carlo, e che, udita la sentenza, si avventò al protonotaro esclamando: _Malnato! tocca a te condannar un signore sì nobile e gentile?_ e lo trafisse. Il colpo sa talmente del francese, che romanzieri e tragici l'han ripetuto, e la storia docilmente l'adottò. Per disgrazia degli amatori del dramma in un _memoriale dei podestà di Reggio_, inserito nel tom. VIII dei _Rerum italicarum scriptores_, si trova che il 18 ottobre Margherita di Borgogna, nuova sposa di Carlo D'Angiò, arrivava a Reggio, e vi si fermò, ed ivi giunse a incontrarla Roberto, alla fin del mese, quando appunto accadeva il supplizio di Corradino. Poi nel lib. III pag. 215 del Summonte, _Historia di Napoli_, è riferito un diploma reale del 15 dicembre seguente, dato per mano di maestro Goffredo di Belmonte, e _Roberto di Bari_ protonotaro del regno.

Ogni scolaretto ha inteso raccontare che Corradino dal palco gettò un guanto, come segno che invitava alla vendetta il suo erede, che era Pietro d'Aragona, al quale fu portato da Enrico di Waldburg; e qui appiccicano la storia di Giovanni da Procida e del vespro siciliano; storia divulgata in modo così differente dal vero. Di questa non dobbiamo ora parlare; il fatto del guanto non leggesi in veruno storico napoletano avanti del Collenuccio; però già prima n'avea parlato Giovanni abate di Victring in Carintia, che fece una cronaca nel 1344: autorità lontana di tempo e di luogo.

Del resto come c'entrava Pietro d'Aragona? Costui aveva sposato Costanza, figliuola di Manfredi, figlio naturale di Federico II e usurpatore del trono a danno di Corradino; sicchè questi, nel manifesto che indicammo, lo designava per usurpatore e spergiuro. Possibile che ora volesse indicarlo come erede? Da Federico II era nata leggittimamente Margherita di Svevia, maritata in Alberto langravio di Turingia, alla quale avria potuto competere l'eredità degli Hohenstaufen, se altrimenti non n'avesse già disposto la spada; e lei infatti aveva il re Corrado designata erede, qualora si estinguesse la linea mascolina. E quando Pietro d'Aragona, per giustificare l'assalto della Sicilia, cercò altri titoli che la chiamata del popolo, non allegò questo guanto, nè la successione a Corradino, ma bensì quella a Manfredi. Federico di Turingia (noto nella storia col nome di Federico il Morsicato per un morso datogli alla faccia dalla madre quando fuggiva da suo padre Alberto il Depravato) non dimenticò i suoi diritti al regno di Sicilia e ne prese il titolo; sotto il quale diede concessioni e ricevette ambasciate dalle città lombarde e dalle sicule; ma ben tosto i vespri siciliani vennero ad avvertire che vi ha qualche altro diritto superiore alle regie convenzioni.

1856.

GIANGIACOMO MEDICI

Giangiacomo, detto il Medeghino, era nato in Milano il 1498 da Bernardo Medici, e da Cecilia Serbelloni. Suo padre, più ricco di prole che di denaro, adornò coll'umane lettere l'animo del figliuolo, il quale, in leggendo le lodi profuse agli assassini classici, chiamati eroi, s'invaghì d'imitarli; — non prima, non ultima colpa di quelli che encomiano i distruttori degli uomini. Entrò Giangiacomo nel mondo in un'età quando, siccome avviene dopo le rivoluzioni, «ognuno (traduco le parole di Enrico Dupuys) si facea legge il proprio talento: la gioventù, lieta dell'agitato imperio, operosa di brighe e scapigliata, insolentiva, tumultuava, facea violenze: i magistrati, postergato l'amor della patria e della virtù, solo i proprj interessi prendevano a cuore, soprusavano nella giustizia, agevoli ai ribaldi, molesti agl'incolpevoli: tutto per chi avesse denaro: la virtù e l'ingegno erano tolti a ludibrio, i buoni in odio, una signoria crudele, empia, intollerabile: ambizione, avarizia, libidine in luogo di legge: in ischerno il diritto: matrone e vergini chieste pubblicamente ad osceno mercato: se ricusassero, la forza»[26].

Aggiungiamo che i nomi di Guelfi e Ghibellini, i quali una volta aveano indicato i fautori o dell'indipendenza d'Italia anche a scapito della libertà, o della libertà anche a diminuzione dell'indipendenza, allora esprimevano fazioni, mutanti colore dalla state al verno, e dedite a bassi interessi e a straniere ambizioni. La nostra indipendenza minacciata, o dirò meglio, già perduta da che se la disputavano Francesi, Tedeschi, Spagnuoli, con armi disuguali, ma tutte infestissime, toglieva agl'Italiani l'occasione di utili combattimenti per la patria, ed al valore uno sfogo nobile e generoso. Il Medeghino pertanto, veduto andare il mondo diviso fra oppressori ed oppressi, scelse d'esser fra i primi; e di soli sedici anni _con virile vendetta_[27] trucidò un nemico: tristo preludio a carriera di sangue e di corrucci. Cercato al castigo, rifuggì nel mestiero delle armi: e non frenato mai dalle difficoltà nè dalla coscienza, in un tempo che sonava tutt'uno audace e buono, acquistò la rinomanza che il mondo è così facile a concedere ai capobanda.

Gli stabiliti confini e l'imminente servitù, portata dal prevalere degli Spagnuoli ai Francesi, non aveano ricondotto la pace in Lombardia, e meno nelle terre comasche. Antonio, detto il Matto da Brinzio, terra del lago di Como, ribaldo d'agreste schiatta e di man pronto, mantellandosi da eroe sotto il nome d'un partito, come si fa qualvolta i partiti caldeggiano, perseguitava con uno stormo di bravi i fautori di Francia, catturava, furfantava, rapiva figliuoli per ostaggi, e per trarne gravi riscatti, oppure gli uccideva, raffinando l'ingegno ne' supplizj. Quelli del suo colore lo inneggiavano capitano, eroe, liberatore; gli altri l'abborrivano come brigante, masnadiero. Molti laghisti, specialmente di Torno e Menaggio, armatisi a quella vendetta che la legge non facea, stimolati sotto mano anche dal maresciallo Trivulzio, che pretendeva al suo castello di Musso il dominio delle Tre Pievi (così chiamano le estreme terre del lago), colsero il Matto e l'amazzarono; e sei giorni dopo, l'altro capo di masnade, Pelosino da Sala. Ma Giovanni, figlio del Matto, scellerato di professione, che come gregario, aveva militato sotto ai Veneziani, raunata la banda del padre, col nome di vendicarlo predò per oltre due anni il lago, rinnovando tutti gli eccessi del Matto. Ajutato dalle Leghe Grigioni, si rideva della forza e dell'astuzia usata per pigliarlo; e la cosa andò di male in peggio, finchè, dopo molto tempo, si riuscì a sterminare que' masnadieri senza però poterne avere il capo. Il quale, sendogli stati banditi sulla testa quattrocento scudi, per non pagar le sue ribalderie il caro che gli sarebbero costate, andossene a portare sue ruberie sul Trevisano. Anche un Gisbelo di Val Porlezza, capobanda che per quindici anni la aveva messa a soqquadro, fu da' Menaggini sorpreso nell'afforzata sua casa ed appiccato. Così perduto ogni spirito pubblico, ogni generosa virtù, sono costretti gli storici a riempiere le pagine loro colle miserie nostre, con futili pompe, coi fiacchi delitti, solo retaggio a noi lasciato dai tristi governi stranieri. Ed è questo il tempo che alcuni intitolano secol d'oro!

Giangiacomo fu amico e vindice del Matto. Carissimo a quel Girolamo Morone che e senno ed astuzia e perfidie mise in opera per salvare l'indipendenza della Lombardia, coi Ghibellini fervorosamente adoperò in rimettere nel ducato Francesco Maria Sforza, e, appostato un corriere francese, lo assassinò, e dalle lettere di esso ricavò notizie opportune. Coi primi soldati di Carlo V entrò in Milano, ove agitò aspre vendette del sofferto esiglio; poi combattendo sulle sponde del Lario, più volte aveva abbattuto i Francesi, ed erasi fatti amici e nemici assai.

Avendo quivi battagliato intorno al castello di Musso, anzi per suo principal merito essendo questo tolto di mano ai nemici, parendogli tutto al suo talento, avea fatto disegno d'acquistarne il dominio. Dilettatosi di questa speranza, si condusse a Milano a chiederlo, in considerazione dei molti servigi renduti. Ma veniva mandato d'oggi in domani, finchè il duca, che, non differente dagli altri signorotti di quell'ora, non si faceva coscienza degli utili tradimenti, gli lasciò intendere che era al tutto in lui l'acquistarsi quella rôcca, sol veramente che togliesse dai vivi Astore Visconti, che chiamavano il Monsignorino, cavaliere milanese di gran nome, la cui parentela, la popolarità ed il turgido ingegno lasciavano a temere non mescesse novità per rimettere nella prisca grandezza la propria famiglia. Giangiacomo fece come il duca accennò; ma questi, o piuttosto il Morone, che allora aggirava ogni cosa, vedendosi in grand'odio perchè lasciasse impunito l'assassino di Astore, stabilì disfarsene. Inviò dunque Giangiacomo a Giambattista Visconti castellano di Musso, con ordine manifesto di cedergli il castello, ma con segreto di ucciderlo. Chi è in difetto è in sospetto, e il Medeghino, che conosceva troppo bene i tempi, il Morone e sè stesso, violò la lettera, e v'ebbe letto il pericolo. Nè per questo atterrito, e consigliatosi col fratello, che fu poi papa, contraffece un ordine del Morone al castellano, che senza indugio andasse a Milano, cedendo in man d'esso Medici la rôcca[28]. Sortitogli a desiderio l'inganno, ne venne al possesso; non si diede per inteso delle sinistre intenzioni del duca, il quale del pari trovò del suo conto chiudere un occhio. Tanta era in quei giorni la lealtà dei principi e dei privati! Il Macchiavello avea troppi modelli a quel suo ritratto, esecrabile quand'anche se ne guardi l'elevato fine.

Sul ciglio d'uno scosceso promontorio alla destra del lago di Como ove in maggior ampiezza si dilata, a sopraccapo della borgata di Musso innalzasi quel castello, che dicono di Sant'Eufemia, e che ha per naturale riparo da tre bande inaccessibili balze in precipizio, a spalle una alpestre scogliera. La torre di mezzo sta da tempi anteriori alla tradizione, e forse è delle antichissime difese de' Galli, o almeno de' Longobardi. Tra quella torre e il lago, i Visconti murarono una rôcca quadrata, per difesa e soggezione dei paesi finitimi. Quando l'ebbe il maresciallo Trivulzio, avendo le artiglierie mutato il modo di guerreggiare, pose presso il lago, al cominciare dell'erta, un baluardo, ove collocare le bombarde, e attorniò d'un muro le due rôcche. Trovò Giangiacomo questi lavori imperfetti: li compì; dirupò ove fosse alcun poco d'agevole; scarpellò verso il monte un fossato, il cui fondo seminò di triboli, di lamine e d'aguzzi stecconi, che tristo a chi vi desse dei piedi: dispose merli, vedette, feritoje con tale opportunità e saldezza di lavoro da fare che quel luogo, per natura forte, divenisse inespugnabile, tuttavolta che bastassero l'acqua ed il vitto. Nelle quali opere fin le donne s'affaticavano di forza, animate dall'esempio di Clarina e di Margherita, sorelle del Medici; la prima delle quali sposò poi Wolfango Teodorico Sittich signore di Altemps, l'altra il conte Giberto Borromeo, e divenne madre di san Carlo.

Ivi dunque il Medeghino acciarpò un popolo di truffatori e scampaforche, e quelli d'ogni sorta, paesani ed avveniticci, che tutte le rivoluzioni sogliono lasciar sulle strade, e che bramassero ricovero e soldo, pronti a far quello e peggio ch'egli volesse. Là entro tutto era vita di guerra. In ogni dove rumor d'armi, accordo di pifferi e tamburri: chi impara le mosse, chi fa cartucce, chi tondeggia palle, chi trae a mira ferma: e per insegnare a quella bordaglia l'arte difficile e sì necessaria in guerra dell'obbedire, Giangiacomo teneva un consiglio di togati, diretti dall'integerrimo messer Giannantonio da Nava, che alla spiccia rendessero diritto, mentre altri regolavano le finanze. Anche esperti capitani ed artieri avea seco, e mi basti nominare Agostino Ramelli da Pontetresa, macchinista di gran nome, che per alzar l'acqua, i ponti, i pesi, inventò molti ingegni, pregevoli assai, e più se fossero più semplici[29].

Ebbe il Medeghino mezzana statura, membra proporzionate, petto ampio, viso bianco ed ilare, guardatura dolce e penetrante, parlar facile e naturale, nel dialetto più basso del paese; vestiva poco meglio che soldatello, il che unito a quella sua maniera alla soldatesca, lo rendeva assai popolare. Pochissimo dormiva; i piaceri del senso non cercò, unico diletto suo dicendo il pensar alla guerra ed alla casa; negl'istanti di riposo raccoglievasi sotto una tenda, e seduto s'un forziere, rosicchiando le ugne meditava e risolveva. Adottato un partito, e più volentieri appigliandosi ai più arrisicati, gli effettuava con risolutezza. Affabile con tutti, ma severissimo, anzi spietato nel mantenere la disciplina; audace all'immaginare, pronto al compire le imprese: insofferente del riposo, fantaccino o capitano secondo occorreva, amato e venerato insieme da' suoi dipendenti; inflessibile lo provavano i nemici e i trasgressori de' cenni suoi: chi sel guadagnasse, ne traeva e denaro al bisogno e braccia per ottener la sicurezza propria o minacciare l'altrui. Menando a battaglia, non tenevasi in mezzo a' soldati, ma da banda ove potesse veder l'ordine e la mischia. Quanto le limitate fortune glielo permisero, usò splendidezza e generosità.

Quivi il Medeghino applicò l'animo a legarsi lo Sforza con qualche importante servigio; e tale fu l'essersi opposto ai Grigioni, che dall'asprezza del natio suolo s'affrettarono alla primavera del cielo italiano, dove gl'invitava re Francesco I di Francia a prodigare il loro sangue per una causa straniera. Il Medeghino affogò o trasse in sua forza tutte le navi, sicchè furono essi costretti per montane vie costeggiare il lago e venire nel Bergamasco, bezzicati senza tregua da quel capitano. Il quale poi, per costringerli a tornare indietro, assalì le Tre Pievi, dove tenea pratiche, e chiamatele alla desiderata libertà, corse per la valle di Chiavenna, portando ruina e strapazzo a quelle terre, dominate allora dai Grigioni. Al pericolo, il governo retico dovette richiamar i suoi guerrieri, capitanati da Dietegano Salis, i quali frenarono bensì le baldanzose correrie del Medeghino, ma non fu che gli potessero svellere di mano quanto avea già occupato. Si volsero dunque i Grigioni al duca, che, desiderando cessarne le nimicizie, confermò loro tutti quei possedimenti, restituì le barche tolte dal Medeghino, purchè dessero parola di più non osteggiar il Milanese. Il Medeghino, non curandosi più che tanto dell'accordo, si mantenne a viva forza in possesso delle Tre Pievi.