Racconti storici e morali

Part 14

Chapter 143,672 wordsPublic domain

Affeddiddio, le compiacenze letterarie son troppo scarso compenso per gli affanni domestici; e se repudiamo la grossolanità di Voltaire, che diceva darebbe tutta la gloria per una buona digestione, siamo certi che i più vantati scrittori cederebbero ogni loro vanto, e i titoli, e fin le laudi dei giornalisti per una buona moglie, un buon figliuolo, un amico provato: dirò di più, per un poco di pace. Crabbe ne' tardi anni provò ancora i dolori, e quali! Di sette figliuoli, cinque perdè; e Sara, men rassegnata e più appassionata di lui, n'ebbe diroccata la salute, onde tra affezioni nervose trascinò misera vita sino al 1813. Crabbe fu per morirle dietro, poi si rassegnò alla vita e alla panacea del tempo: e cercato a gara dopo che fu celebre nelle case aristocratiche che l'aveano respinto quand'era bisognoso, invecchiò tranquillo tra i figli de' figli, tra le lodi di lord Grey, di Canning, di Moore, di Walter Scott, di Jeffrey, di Gifford, di altri critici sottili, e morì nel 1832 a 78 anni. E se gli encomj all'illustre poeta si ripeterono per un mese sui giornali e le riviste, rimarrà perenne la lode che lo presenta come specchio del letterato dabbene.

E qui non so resistere alla tentazione di esibir un altro esempio inglese di quella perseveranza che riesce. Fu famoso ai dì nostri Guglielmo Cobbet per potenza politica, e molti avranno letto i suoi _Avvisi ai giovani_. Or egli racconta di sè: — Ero un povero soldato che guadagnava 12 soldi il giorno, quando da solo imparai a leggere e scrivere bene la mia lingua. Chi voglia imparare non ha bisogno nè di scuola, nè di camera, nè di spese; il mio lettuccio mi serviva di sedia, il saccone da leggio, un'assa da tavolino. Per comprare candele ed olio non avevo denari; ma l'inverno studiavo accanto al fuoco, e al lume di questo; e sì che non potevo accostarmivi che alla mia volta. Se un giovane senza parenti, nè amici, nè fortuna, nè educazione, ha potuto in capo a un anno, e pur facendo il tristo mestiere di soldato, venir a capo d'altrettanto, quale scusa avrà chi in qualsiasi circostanza, sotto qualsivoglia giogo, rimarrà ignorante e povero?

«Per comprare una penna o un foglio di carta ero costretto privarmi di parte del nutrimento, per quanto avessi fame. Non un momento avevo tutto a me; bisognava leggere e scrivere in mezzo ai soldati, che ridevano, canticchiavano, zuffolavano, e che nelle ore di ricreazione sono tutt'altro che decenti e quieti. Non beffate il quattrino che davo per comprar la penna o la carta e l'inchiostro, per me era una somma, una somma grossa. Ero gagliardo, pien di salute; facevo grand'esercizio; pagato il rancio, mi restavano appena quattro soldi la settimana. Mi ricorderò sempre che un giorno, dopo tutte le spese occorrenti, mi avanzò un soldo, il venerdì sera, e lo destinavo a comprar un'aringa per la modesta mia colazione del domani; il resto se l'erano divorato penna, carta e inchiostro. Mi svesto: Oh Dio! nel mettermi a letto, affamato a segno che avevo bisogno di tutto il mio coraggio per impor silenzio all'appetito, scopro di aver perduto il mio soldo, il mio tesoro. Nascosi la testa sotto il miserabile coltrone, e piansi come un ragazzo. Lo ripeto: se fra tali strettezze io giunsi a qualche cosa, qual v'ha giovane che, leggendo ciò, non avrebbe vergogna di pretendere che le circostanze abbiano contrariato la sua educazione, e siagli mancato il tempo d'imparare?»

Così Cobbet; e noi vorremmo che coloro i quali superarono penosamente i primi passi, od ebbero più ispidi sterpi a sbroncare, più scoscesi burroni a superare, lasciando molti brani del pelo e della pelle a quei sassi, a quei vepri, raccontassero le vinte scabrezze ai giovani, e colle severe prospettive delle difficoltà gli animassero a lottare, a non credere che per agevole pendio fiorito, e tra le carezze d'una madre, le lusinghe d'un'amante, le connivenze de' giornalisti condiscepoli, si giunga alla vicina meta, al meritato riposo; e mostrando que' tanti che soccombono sulla via, e che al principio di essa o si prostrano scoraggiati, o siedono svigoriti, o sviano distratti, ripetessero a tutt'uomo che bisogna perseverare, e non isgomentandosi degli inciampi e neppure delle cadute, ripigliar lena, e marciar più risolutamente appoggiandosi alla propria costanza, chiudendo le orecchie ai canti lusinghieri come ai fischi villani; non accasciandosi nel dubbio, non indispettendosi alla minutezza delle particolarità, non irritandosi contro i colpi di spillo che ci danno gli amici, più penosi che i colpi di coltello dati dai nemici, non offuscando l'occhio colle lagrime, ma tenendolo fisso a una meta sempre più elevata.

L'ULTIMO DEGLI HOHENSTAUFEN

Milleducento cinquantotto appunto S'incarteggiava allor che Corradino Tradito fu, e per Carlo defunto.

_Dittamondo._

La melanconia che s'attacca sempre al ricordo delle dinastie perite, massime se raccomandate dal coraggio e dalla sventura, spinse un'infinità di giovani letterati a cavare una tragedia od un romanzo dalla morte di Corradino, ultimo degli Hohenstaufen. E un romanzo veramente è il racconto che sogliono farne gli storici usuali, che, contraddetti invano dal buon senso vecchio e dai documenti nuovi, si ostinano a narrare il passato per via di luoghi comuni e di aneddoti convenzionali. Tentiamo di restituire quel fatto, all'appoggio di testimonianze o nuove o non comuni.

Precedenti.

La casa di Hohenstaufen, primeggiante fra quelle di Svevia, competè all'impero romano germanico coi duchi di Franconia e di Sassonia, e lo ottenne nella persona di Federico Barbarossa, uno degli eroi più insigni del medioevo, ancora vivo nelle tradizioni tedesche con quanto v'ha di prode e di generoso; e che, dopo rimesso l'ordine fra i contrastanti baroni dell'impero, andò a morire crociato in Palestina. Il suo nome ha suono ben diverso fra noi italiani, che ricordiamo come volle qui comprimere il movimento municipale, che avviavasi a repubblica; quel movimento che rinnovò la civiltà del nostro paese, e ne diede l'esempio agli altri. Federico si propose di rimettere al freno le nostre città, di piantarvi come diritto l'assoluta volontà del capo, ed ebbe il torto di adoprare mezzi feroci e di non riuscire; laonde l'odio nazionale lo marchiò fra coloro che soffocano un germe quando n'è inevitabile lo sviluppo; respingono verso il passato, invece di avviare all'avvenire.

I Lombardi principalmente serbano abbominio alla memoria di lui, mentre insuperbiscono della Lega Lombarda che avevano formata per resistergli. E sebbene, nella pace di Costanza, lo vedessero scendere con loro ad un accordo, che ne riconosceva l'indipendenza nazionale, stettero sempre in gelosia de' successori di essi, e s'attennero alla parte Guelfa. Questa parte (denominata dai signori Guelfi di Baviera, avversi agli Hohenstaufen e ai fautori di questi ch'erano chiamati Ghibellini dal costoro castello di Weiblingen) rappresentava l'anelito dell'indipendenza, sotto la supremazia papale, mentre i Ghibellini avrebbero amato un governo forte e uno, e perciò la sovranità imperiale. Le due fazioni si spiegarono maggiormente alla morte del Barbarossa; e alla Guelfa acquistò fautori l'indegnità del figlio di lui, l'imperatore Enrico VI. Questi s'appoggiava tutto sulle sue armi, ultima ragione di chi non n'ha alcuna buona; e menò guerre incessanti contro questa povera Italia, per mozzarne la libertà, che da suo padre s'erano fatta garentire. Ma alla prevalenza imperiale avevano fatto sempre contrasto le repubbliche lombarde, i pontefici e i Normanni. Le repubbliche avevano provato la nobile compiacenza del governare i proprj interessi; e venute con ciò ad uno sviluppo stupendo d'intelligenza e di ricchezza, non erano disposte a tornare a un giogo avvilente. I papi sentivano che all'indipendenza del loro potere era necessaria l'indipendenza anche delle Due Sicilie, e perciò mal soffrivano che alcun straniero vi piantasse un dominio, il quale eccedesse que' limiti della supremazia tra sacra e guerresca, quell'accordo tra Chiesa e Stato, ch'erasi combinato dalla creazione del Sacro Romano Impero. Nell'Italia meridionale poi si erano stabiliti i Normanni, e occupate le Due Sicilie, ne formarono un regno, che controbilanciava qualunque potenza avesse voluto prevalere nella settentrionale; ligi ai papi senza pregiudizio della propria autonomia, e disposti a sostenerli qualunque volta venivano a cozzo coll'imperatore e coi Ghibellini.

Supremo intento di chi volesse togliere l'indipendenza all'Italia, doveva esser dunque l'acquisto delle Due Sicilie; quanto alla potenza papale, essa non fu mai considerata come un ostacolo serio dai conquistatori di quel paese.

Enrico VI aveva sposato Costanza, ultima erede dei re normanni, talchè si trovò re anche delle Due Sicilie; ma da tal fatto, che pareva consolidarla, venne la ruina della casa d'Hohenstaufen. Enrico tiranneggiò insanamente i Siciliani, calpestando i privilegi e le consuetudini, talchè non lasciò che odio in eredità al bambino suo, che fu Federico II. Quest'uomo, uno de' più illustri del medioevo, disgustò i Tedeschi perchè mostrava prediligere il suo regno in Italia; disgustò gli Italiani perchè cercò di mozzarne le libertà, sostenendo da per tutto i tiranni ghibellini; lottò tutta la vita coi papi, e mentre (come il cronista Salimbeni dice) sarebbe stato senza pari sulla terra se avesse amato l'anima sua, mori senza aver nulla consolidato.

Suo figlio Corrado IV, imperatore contrastato, venuto in Italia per farsi valere, vi trovò la morte, dissero accelerata dal fratel suo naturale Manfredi, il quale allora si fece re della Sicilia, a scapito di Corradino figliuolo dell'estinto. I pontefici, ch'erano riconosciuti signori supremi di quel regno, non potendo altrimenti reprimere la tirannide dell'usurpatore, ne trasferirono la corona in Carlo d'Angiò, il quale, sostenuti da essi papi, e dai Guelfi, venne, vinse in battaglia Manfredi, e occupò il regno. Ma (caso troppo consueto) ben tosto si mostrò per nulla migliore di coloro che aveva cacciati: sicchè quei troppi che si lasciano lusingare a promesse di liberatori, e che perciò si trovano spesso delusi, mutarono in compassione e ribrama l'esecrazione che pur dianzi avevano per la casa Sveva.

Il volgo Sempre il signor che più non ha vorria.

Corradino — Sue speranze.

Il 25 marzo 1252, da Corrado IV e da Elisabetta di Baviera era nato Corradino; bellissimo di sua persona (_pulcherrimus_), _letterato sicchè ben si esprimeva in latino_, mentre in tedesco componeva poesie, che otteneano lode fra quelle dei Minnesingeri. Suo padre morendo l'aveva affidato alla tutela, non dello zio Manfredi di cui sospettava, ma di Bertoldo di Hohenburg, signore bavarese, il quale però vedendo i Siciliani mal intalentati verso di lui straniero, rimise la reggenza a Manfredi, che, come dicemmo ne usurpò il dominio. Corradino era stato allevato presso il duca Lodovico di Baviera, sotto le sollecite cure d'una madre, che all'affetto univa pure le indomite speranze di chi, accostate le labbra al potere, non sa più cessarne la sete: e, come a tutte le grandezze scoronate, gli stava dintorno una turba di persone, che ne esageravano i diritti e ne esaltavano le speranze: e i fuorusciti, perpetui sommovitori dello stagno ove confidano il pescare, e i malcontenti de' paesi dominati da' suoi padri, lo circondavano di quella nebbia d'incensi, che toglie di veder la situazione e di calcolare al vero i mezzi e la probabilità.

Al giovinetto, allora appena di quindici anni e mezzo, entrò facilmente il concetto che l'Italia aspirasse solo all'occasione di liberarsi dai Guelfi, dai papi, dagli Angioini, e l'occasione aspettata fosse lo sventolare dello stendardo svevo: certo lo ajuterebbero i tanti beneficati dal padre e dall'avo suo, e che egli (giovane com'era) confidava fedeli alla sventura. D'altra parte i Tedeschi lo rimproveravano di neghittoso, e cantavano canzoni contro di lui[14] perchè si rassegnava alla perdita dei diritti paterni.

Coll'ardore d'un giovane e la cecità d'un pretendente, mosse egli dunque verso l'Italia, per quanto sua madre lo dissuadesse; i duchi di Baviera suoi zii lo accompagnarono per Trento fin a Verona coi loro feudatarj, ma poichè a lui venne meno il denaro da pagare quei 10,000 uomini, essi tornarono indietro, eccetto 3000 ch'egli potè ritenere, impegnando il proprio patrimonio. Che importa? I Ghibellini di tutta Italia, i malcontenti del regno di Sicilia gli largheggiavano promesse, merce di poco costo; uomini e denari affluirebbero. I Lucchesi aveano mandato a sollecitare la madre di lui: i Fiorentini vi spedirono Bonaccorso Bellincioni degli Adimari e Simone Donati, cavalieri d'alto credito, i quali dall'andata loro riportarono larghe promesse e una mantellina foderata da vajo che usava portare Corradino, la quale i Lucchesi esposero in San Fridiano e «non altrimenti vi traevano le genti a vederla, che se qualche solenne e celebrata reliquia fosse stata.»[15] Il solo Manfredo Malatesta, signore napoletano, gli aveva assicurato 16,000 oncie d'oro e 1000 cavalieri stipendiati. È ben vero che nè uomini nè danaro comparivano;[16] ma intanto Corradino componeva manifesti, arma di chi è debole nelle altre, e lamentavasi di Roma «che lo odiava a segno di non volerlo pur vivo;» e vantava la magnifica sua stirpe, che sì lungamente imperò, e dalla quale egli non voleva esser degenere; e dicevasi eletto e creato alla sublimità dell'impero, al quale aspirava calcando le orme dei suoi progenitori.[17] Forse all'infelice giovinetto aveano lasciato supporre ch'egli avesse alcun diritto ereditario alla corona imperiale, mentre essa liberamente attribuivasi dagli elettori.

Con lui veniva un altro giovane spossessato, Federico di Baden, a cui il ducato d'Austria era stato tolto dal re di Boemia Ottocaro; sicchè, legato a Corradino da parentela e da conformità di sventure, veniva ajutarlo a recuperar il retaggio d'Italia, sinchè giungesse l'ora di racquistare egli pure il suo. Giovani infelici, entrambi non acquisterebbero che il patibolo.

Giunsero a Pavia, città fedele agl'imperiali per opposizione alla sempre guelfa Milano; ed evitando le altre città lombarde, avverse a quel partito, e secondati dai tirannetti che speravano rialzarsi, varcarono i gioghi liguri; e ad un piccolo porto presso Savona trovarono galee della Repubblica Pisana, che li trasportarono a Pisa, città commerciante, che, come la moderna Inghilterra, avea promesse o almeno ricovero per chiunque gliene pagasse: e che al pretendente allestì ventiquattro galee, colle quali, presso Melazzo, dissipò un'armata assai maggiore di Provenzali e Messinesi.

Sedeva pontefice Clemente IV, di nazione francese e perciò propenso a Carlo d'Angiò: oltrechè si era indignato alle pretensioni del giovinetto, che mostrava aspirare a congiunger l'impero colla corona di Sicilia; e poichè su questa era riconosciuta la supremazia della Santa Sede, nell'ottava di San Martino del 1247 dichiarò scomunicato Corradino[18]. Trista mescolanza delle armi spirituali cogl'interessi mondani, ma conforme alle idee del tempo. Chiamato poi in congresso Carlò d'Angiò, da Viterbo, ai 12 aprile dell'anno seguente, proferì proscritto Corradino co' suoi aderenti, e decaduto non solo da qualsifosse diritto sopra il regno di Sicilia, ma anche sopra il ducato di Svevia e sopra l'ideale reame di Gerusalemme, ignobilmente insultando a questo _reatino, uscito dalla razza velenosa del tortuoso serpente che, aspirando all'esterminio della romana madre Chiesa, col suo fiato appesta i paesi di Toscana, e manda traditori nelle diverse città dell'impero vacante e del nostro regno di Sicilia_[19].

Queste parole già fanno intendere come fautori non mancassero al pretendente: chè mai non fu difficile, massime in regno nuovo, il trovare partigiani a chiunque sorga a sommuovere. I baroni, che in Lombardia e in Toscana tenevano i feudi dell'impero, e all'ombra di questo aveano esercitato la tirannia, bramavano veder un nuovo imperatore, e massime un imperatore giovane e fiacco, sotto il cui nome mantellassero le superbe lor voglie. I Ghibellini, depressi in ogni parte, rialzarono la testa. A Roma sovratutto, sempre riottosa al dominio papale, parteggiava apertamente pel giovinetto, ed Enrico di Castiglia, che n'era stato eletto poc'anzi senatore da Carlo, or, disgustato di questo, mandava a Corradino invitandolo a venire, proferendogli la propria spada e un corpo di combattenti.

Realtà e sconfitta.

Con sì fauste lusinghe Corradino mosse da Pisa; mal accolto dai Fiorentini, malgrado le promesse traversò Siena, città a lui devota, che gli diede centomila fiorini d'oro[20], e che, al primo successo ch'egli ottenne al Pontavalle nel Valdarno Superiore, menò tripudj vivissimi e distrusse case e torri di Guelfi e il palazzo de' Tolomei, levandone 13 colonne colle basi e i capitelli[21]. Corradino spiegò le sue bandiere sotto alle mura di Viterbo, nelle quali stava ricoverato il pontefice, profugo da Roma. Ancora una volta dunque il vessillo ghibellino sventolava minaccioso al capo della Chiesa; e i cardinali, gente d'altro che da eserciti, ne impallidivano; ma il papa disse loro: _non vi metta paura questo giovane, trascinato dai malvagi come una pecora al macello_, e non meno tranquillamente celebrò la solennità della Pentecoste.

I Romani festeggiarono Corradino col tripudio di un popolo che ha bisogno dello spettacolo, e coll'antica e nuova storditaggine di chi spera sempre la liberazione dallo straniero; il terreno coperto di abiti e di stoffe, le vie parate di ricchi tappeti, di pelliccie, di drappi di seta e d'oro, e tese di corde, alle quali ciascuno avea sospeso quel che di più vistoso avesse in fatto di vesti, di armi, di galanterie; e da per tutto suon di tamburi, di viole, di pifferi, e cori allegramente cantanti[22].

È sì facile anche ad uomini assodati da lunga esperienza il lasciarsi inebbriare da applausi che crede aver meritati o spera giustificare! Corradino, gridato liberator del popolo, spada d'Italia, e quegli altri titoli che d'età in età sono echeggiati dal vulgo di piazza e di gabinetto, salì al Campidoglio, e fece al popolo romano un discorso, ove il popolo romano avrà trovato tutte le bellezze di sentimento e di forma, perchè v'era adulato. Gridi, urla di gioja, strepitosi viva risposero, facendo risuonare i sette colli, e in poesia e in prosa si inneggiò al legittimo successore di tanti Cesari.

Di quante speranze non dovea colmarsi il giovane Svevo: con quanta dolcezza ripensar all'esultanza di sua madre e della sua fidanzata! non levavano esse ogni giorno le mani al cielo per la prosperità di lui? In ciò fidando, ai 18 agosto mosse per Tivoli e Vicovaro, onde penetrare negli Abruzzi, sia per evitare a' suoi Tedeschi l'arsura de' giorni canicolari, sia per avervi abbondanza di carne e d'acqua: oltrechè quei monti erano opportunissimi ad accamparvisi e vi verrebbero a raggiungerlo tutti i partigiani suoi del regno, e principalmente i Pagani di Lucera, come chiamavasi una colonia di Saracini, che Federico II avea piantata nel cuor del regno, esponendo ai Musulmani e la religione e l'indipendenza nazionale per aver sotto mano persone che non temessero le scomuniche, e che di fatto furono fedelissimi sostegni della casa Sveva.

Carlo d'Angiò, fratello di san Luigi di Francia, ma tanto astuto ed avido quanto pio e disinteressato era questo, aveva eccitato moltissimo scontento in quei regnicoli, che poc'anzi l'aveano accolto come salvatore, ma egli fidava sull'esercito suo di Provenzali e Francesi e baroni del regno. Non dormiva egli no: e ad Alba, donde si spiega il campo Pallentino, oppose all'invasore un buon nerbo di cavalieri francesi, toscani e regnicoli, guidati da Guglielmo Stendardo e Giovanni di Grati; poi a Tagliacozzo si fe' giornata (23 agosto). Alle armi del re benediva il legato pontificio, mentre imprecava a quelle di Corradino: ma questi con Federico menava buon numero di Tedeschi; di Italiani Galvano Lancia barone pugliese e Guido da Montefeltro; di Spagnuoli Enrico di Castiglia; e la superiorità dei Ghibellini pareva evidente, sicchè Carlo disperavasi nel veder i suoi dispersi e uccisi, e Corradino già esultava della vittoria, già pensava al gaudio di sua madre e della sua sposa; già credea sua quella superba Napoli, quell'impareggiabile Sicilia, che suo avo Federico diceva empiamente, se Dio l'avesse conosciuta, non avrebbe prediletto il regno di Palestina. Ma Alardo di Saint-Valery, vecchio cavaliere francese, reduce allora di Terrasanta, avea mostrato a Carlo l'importanza di tenere una riserva e avea serbato in disparte un corpo di truppe fresche, colle quali assalendo i Ghibellini, quando già si tenevano sicuri della vittoria, li sbaragliò interamente.

Corradino, strappatigli repente gli allori e i sogni, non ebbe scampo che col fuggire, e a fatica ricoverò sulle terre romane. A Roma i Ghibellini aveano anticipato la nuova del suo trionfo, e presane l'occasione sempre ambita di far izza al papa e menare nuove feste; ma la verità giunse ben tosto coi fuggiaschi, e che Enrico di Castiglia, senatore della città, era caduto prigioniero: poi le triste notizie s'affollano: che Carlo ai prigionieri romani fece troncare i piedi, acciocchè la loro vista più sgomentasse la città; ma vedendo il popolo inferocirsi anzichè sgomentarsi a quello spettacolo, gli aveva fatti chiuder in una casa e quivi bruciare; che Carlo stesso veniva su Roma. Di fatto i Guelfi, rialzato il capo, e vendicatisi dei Ghibellini, con nuove feste accolsero Carlo, che alla sua volta salì in Campidoglio fra apparati ed inni, e ripigliò la dignità di senatore, e sedette giudicando. Ma non perdette tempo ne' trionfi, e provvide a compiere la vittoria.

Corradino, così subitamente caduto dal vertice delle speranze nell'abisso della realtà, era corso a Roma, ma invece degli applausi di jeri trovò scherni e insidie, talchè vestito da villano fuggì, avendo seco l'indivisibile Federico d'Austria, Galvano Lancia, il costui figlio e poc'altri, fedeli alla sventura. Presero la via del mare, sperando trovar qualche legno, che li ritornasse a Pisa, o più volentieri all'isola di Sicilia, ove Corrado Capece suo vicario avea chiamati Saracini dall'Africa, e coll'armi straniere e musulmane teneva elevata la bandiera Ghibellina. Giunsero al fiumicello che la campagna di Roma separa dalle paludi Pontine presso al castello d'Astura. N'era castellano Giovan Frangipani romano, che, come gli altri baroni, aveva sposata la parte di Corradino; sposata, ma per vantaggio proprio, giacchè costui non avea di mira che il guadagno, e facendo guerra alle strade e al mar vicino, cercava d'ogni parte o prede o riscatti.

Avvisato che persone ignote erano giunte in paese, e che, per aver un legno offrivano un prezioso anello e promettevano ingente noleggio, lasciava che fosse lor data una nave, ma con cattivi rematori; intanto, prevalendo la cupidigia, si pose ad inseguirli, e raggiunti li condusse ad Astura, in tentenno se cavar oro dal salvarli o dal venderli.

Carlo non tardò ad averne contezza, e Roberto di Lavena, capitano delle sue galee, si presentò davanti Astura, domandando i rifuggiti, mentre per terra il cardinale Giordano di Terracina chiudeva ogni passo. Il Frangipani dunque consegnò gli infelici, e Carlo venne in persona a Genzano con un corpo di cavalleria per riceverli; e senz'altro fece decapitare Galvano Lancia, suo figlio ed altri signori di Puglia; erano sudditi ribelli; vassalli sleali; processo non occorreva.