Part 13
Or tutto questo che serviva alla sua missione? Che serviva? Non v'ha egli detto che vuolsi apparenza e ancora apparenza? Il buon Luigi XVI non sapea che farne di questo re repubblicano, e dicono adoperasse il ritratto di lui ad un uso ingiurioso: ma dovette sorbirselo. La stessa figlia di Maria Teresa e sorella di Giuseppe II dovette chinar la fronte all'opinione così universale; e si trattò con Franklin come scienziato e come uomo, prima di riconoscerlo ambasciatore. Fu ben il miracolo della rupe di Mosè il vederlo, colle sole qualità personali, cavar alla Francia oberata tre milioni in prestito nel 1779, altrettanti nel 81, quattro nel seguente anno, oltre a sei di puro regalo datigli dal re.
Così la Francia favoriva l'americana libertà coll'entusiasmo con cui, poc'anni prima, correva a comprar azioni alla banca di Law, e pochi anni dopo a vedere tagliar teste; e la Corte, trascinata da illusioni generose, o spinta dall'opinione, intraprendeva una guerra, contraria non solo ai suoi sentimenti, ma a' suoi proprj interessi; scassinava l'autorità monarchica; preparava il fallimento nazionale. Ma intanto la causa della patria e della libertà trionfa; gli Stati Uniti d'America offrono un modello nuovo alla posterità; e quando Franklin torna di Francia (1785), chi potrà dire le feste con cui fu trionfalmente ricevuto in quella città, ove sessant'anni prima era entrato con una pagnotta per braccio ed una al dente?
Ivi egli continua al ben del paese. Propostasi la costituzione, dice: — Io l'adotto con tutti i suoi difetti, perchè credo ci bisogni un governo generale, e che non v'ha forma alcuna di governo che non possa essere un bene, se saviamente amministrata»; si applica a correggerla ed assodarla, secondo i consigli del tempo e dell'esperienza; e se questa gli mostra che errava nel pretendere l'unità del corpo legislativo, ei si ritratta, come già erasi ricreduto a proposito dell'elettricità vitrea e resinosa: quando parla ne' consigli, non disserta, ma ragiona: fonda una società, per migliorare la sorte dei carcerati, una per abolire la tratta degli schiavi; e per combattere le ragioni con cui altri la sostengono, egli manda fuori l'elogio del governo algerino e della pirateria: nuovo saggio di quell'arguta ironia alla socratica che spira in tutti i suoi scritti, e che non è intesa se non dove colti gli ingegni, fino il sentimento, esercitata la regione.
O Catoni suicidi; o Attici spiranti di volontaria fame, o Vespasiani volenti morir in piedi, traete ad osservare la morte dell'eroe moderno. Il 17 aprile 1790 vede, senza terrore e senza ostentazione, avvicinarsi il fine de' suoi ottantaquattr'anni, esclama, — Rifatemi il letto, ch'io muoja comodamente»; e spira.
Nel suo testamento lasciava capitali che, col tempo accumulandosi, servissero poi a grandi opere pubbliche; altre piccole somme da prestare, per ajutar i faticosi passi di chi comincia la carriera o vuol effettuare qualche nobile disegno; al generale Washington legava il suo bastone di pomo selvatico, migliore di uno scettro.
Addio dunque, eroi magnanimi e temuti; eroi della spada e della fierezza! Oggi sottentrano le classi laboriose, gli eroi mercadanti e calcolatori, e la sostanza e il positivo; e nuova età vi annunzia questa limpidissima intelligenza senza poesia, questa onestà senza elevatezza. Sceverati da tutte le illusioni il mondo e i mondani, le azioni e le credenze, Franklin volle di là dalla tomba prolungare l'attico sorriso, e al sepolcro suo destinò quest'epitafio da libraio:
IL CORPO DI BENIAMINO FRANKLIN STAMPATORE COME LA COPERTA DI UN LIBRO VECCHIO DA CUI SIENO STRAPPATI I FOGLI E CANCELLATO TITOLO E DORATURE QUI GIACE PREDA ALLE TIGNUOLE. NÈ PERÒ L'OPERA ANDRÀ PERDUTA MA RICOMPARIRÀ SECONDO CREDEVA IN UNA NUOVA EDIZIONE RIVEDUTA E MIGLIORATA DALL'AUTORE.
1836.
INDIGNARSI E SOCCOMBERE
PERSEVERARE E RIUSCIRE
E' fu già tempo... come direbbe un novelliere; oppure — C'era una volta... come cominciava nostra nonna le panzane, ci fu un giovane inglese, di nome Tommaso Chatterton, miracolo di precoce talento, che a 16 anni faceva versi come i migliori poeti. Vedendo che l'oscurità del suo nome mal serviva al bisogno ch'egli aveva di denaro o di gloria, finse avere scoperto poesie di antichi, e il mondo festeggiò quelle pubblicazioni come un tesoro trovato. Sì; ma intanto egli non guadagnava tampoco di che vivere; i libraj non volevano dargli commissioni, perchè non poteano annunziarle accompagnate da titoli O da un nome famigerato; qualche signore lo faceva scrivere, ma lo retribuiva così a miseria da non bastargli a mangiare; il ministero, povero lui se dovesse assistere tutti quelli che si credono genj! E l'età passava; e la gloria non veniva; e la donna ch'egli amava non poteva sperare di possederla. Nel dispetto del successo fallito, nella mortificazione della gloria mancatagli, perdè la speranza e si uccise.
Allora il mondo a compiangerlo, a raccorne ogni frammento, a deplorare un genio perduto; e Chatterton fu ricantato per tutto il mondo come un esempio de' patimenti del genio incompreso.
Di que' suoi compianti noi abbiamo in casa il riscontro nei desolati versi di Giacomo Leopardi e nei dispettosi di Ugo Foscolo; n'abbiamo la scimmieria in quegli autori d'articoli e d'opuscoli, davanti ai quali l'uomo studioso incrocia le braccia al petto e abbassa la testa esclamando: — Oh s'io sapessi la centesima parte di quel che costui crede sapere!» È ben ragione dunque che piangano i tristi compensi che dà il mondo alla tanto loro dottrina e trovino indegno che non si pensi a collocarli nel Pritaneo; e nutrirli alla greppia del pubblico bilancio, affinchè scrivano opuscoli e articoli di giornali.
Glorie d'Italia e dell'umanità, noi v'inchiniamo le ginocchia della mente: ma collochiamo fra le piaghe, piuttosto fra le cachessie del secolo, quel credersi gran cosa, quel lamentarsi sempre della società e imputarla di tutti i nostri mali: quel trovare da per tutto ingiusti ed egoisti; quella nessuna fermezza nel volere riparare ai proprii danni, quel vagolare in un amor febbrile che viene da eccitamento de' sensi e passa col soddisfarli; quella dissipazione negli studi; quelle precoci disillusioni; quella scarsa fede in Dio, nel prossimo, nella propria perseveranza.
Nè pensiamo adempia il dover suo la letteratura che mette l'uomo in faccia alle miserie sociali, e al proprio nulla; snervandolo coll'intenerirlo; sviluppandogli una falsa sensività; e fra questo incessante declamare che rivela la debolezza; fra tante ostentazioni di coraggio che attestano la paura, pensiamo ci bisogni qualcosa di tonico, e di mostrar l'uomo che lotta coi mali, che persevera, che riesce.
Nel paese stesso del povero Chatterton era nato Giorgio Crabbe, da un uomo da nulla, il quale in prima era vissuto coll'insegnare l'abbicì, poi ottenne una dispensa di sale, e al tenuissimo guadagno suppliva col pescare; ebbe sei altri figliuoli dopo Giorgio, il quale per tanto crebbe in mezzo alle privazioni e agli stenti fra pescatori e contrabbandieri e grascini, e gente abbandonata a istinti brutali.
Suo padre lo menava alla pesca? non poteva addestrarlo nè a tendere le nasse, nè a raccorle, nè a remare, onde s'indispettiva e gli diceva: — Bestione non sarai buono a nulla.» Ma quando la sera egli si raccoglieva attorno i sette figliuoli e tirando a mano alcuni de' libri di quand'era maestro, leggeva qualche storiella, delle poesiette religiose, un racconto biblico, Giorgio non batteva palpebra, non perdeva una parola, capiva tutto, e il ruminava nella notte, e non davasi pace finchè non sapesse ripetere quella storia, e recitare a memoria quei versi.
Pertanto suo padre lo pose a scuola, e n'avea stupende informazioni; ma la spesa era forte; e prima de' 14 anni dovette ritirarselo in casa. Se Giorgio ne fu scontento vel lascio pensare; non però cadde nello scoraggiamento che svoglia dall'azione; anzi ajutava suo padre nell'umile impieghetto, e il tempo che anche troppo gli avanzava occupava a legger quanti libri potesse trovare nel villaggio, a vagare lungo la spiaggia, e da marinaj, da pescatori, da naufraghi farsi raccontare storielle, costumi avventure, e formarsene tesoro nella mente.
Vedendolo letterato, suo padre lo destinò alla professione più letterata d'un villaggio, quella di speziale, unita, come suole in campagna, a un po' di chirurgo. Crabbe v'aveva tutt'altro che inclinazione, ma vi si rassegnò, e ne' cinque anni di pratica cercò svago in uno studio, consono eppure più omogeneo quello della botanica.
Non dee mancar mai un amore nella storia d'un giovane; e Crabbe s'invaghì di Sara Elmy, orfana povera raccolta, da un ricco zio; e da lei furono inspirati i primi suoi carmi. Coi quali fattosi qualche nome nel contorno, non però fortuna, a 21 anno passò a Londra onde impratichirsi negli spedali; ma ben presto gli venne meno il danaro, e dovè tornare al natio villaggio. Là aveva un nidio di parenti, tutti poveri; e correano a lui a cercargli un consulto, una medicina, un'operazione: ma il pagamento era un grazie, come si suole tra parenti; gli altri compaesani che il vedeano erborizzare, volevate che gli pagassero i succhi che estraeva da erbe comuni? Restava adunque sempre in lotta colla miseria; e quel ch'è peggio in lotta colla propria coscienza, ben egli conoscendo di non avere nè sufficienti studj, nè pratica, nè franchezza quanta voleasi per operare sui proprj simili, e salvar le vite. D'altra parte Sara ricambiava l'amor di lui; ma ragionevolmente pensando ch'è follia e quasi colpa il matrimonio senza i mezzi necessari, protestava non lo sposerebbe finchè non avesse uno stato; ed egli nei cassetti non vedea crescersi se non i componimenti in versi, dettatigli dal cuore e dalla ammirazione de' classici; e li credea belli, e belli erano, ma nessuno li conosceva, nessuno li pagava.
Diveniva dunque un valoroso poeta, un esperto botanico; ma di speziale e di chirurgo andava sempre alla peggio; nè vedeva avvicinarsi quell'indipendenza, che è prima necessità del genio. E coi tormenti del genio si struggeva; s'ammalava come Chatterton; ma lo sosteneva la fede in sè e in Dio. E l'ultimo giorno del 1779 scriveva sul suo giornale:
— Quest'anno di afflizioni, di pene, di povertà, di svilimento, di disinganno, di disgrazie, finisce, e va a raggiungere l'eternità. Signore, ten prego, ricorda i miei patimenti e le preghiere mie; dimentica i falli e le follie. Tu, sorgente di felicità, dammi maggior sommessione al tuo volere, maggior docilità a reprimere le vanitose mie speranze, maggior coraggio a sopportare la mia oppressione. L'anno che cadde non sia per me un tormento; quel che nasce non gli rassomigli: però la tua volontà si faccia e non la mia».
[Illustrazione: E l'ultimo giorno del 1779 scriveva sul suo giornale: ... (_Pag. 209_).]
E risolse di tornare a Londra a cercarvi il pane inacetito di letterato. Trovò (e questa fu una prima e grande fortuna) trovò a prestito 3000 lire, con metà delle quali, spense i piccoli suoi debiti, e s'imbarcò per Londra coll'astuccio dei ferri chirurgici, un fascio di manoscritti, un valigiotto e 1500 lire, avventurandosi in una città immensa, senza un amico, ma colla gioventù e la speranza, e colla consolazione che non correva più rischio di storpiare qualche malato.
E subito si dà alla poesia, sua vocazione prepotente; a forbire i versi precedenti per la stampa, a farne dì nuovi, persuaso che valessero tesori, come tutti crediamo delle nostre produzioni. Ma de' librai, uno gli dice: «Siete troppo giovane, maturate un pochino;» e l'altro a «Eh, il pubblico non sa che farne di versi;» un terzo: «Che? i tempi tirano ad altro che a libri.» Crabbe non si dispera; non si svelenisce contro i tempi, la società, la fortuna, e persuadendosi che ne vada la colpa alla poca perfezione de' suoi componimenti, si ostina a migliorarli, ma ahimè! per subire nuovi rifiuti. Finalmente un libraio stampa un suo poemetto anonimo, e due tre giornali, ne parlano con lode; ma che? il libraio fallisce prima d'avergli pagato pur un soldo.
E Sara? — Nel partire gli aveva detto come tutte: — Scrivimi spesso», ma poi pensando alla posta che allora costava carissima, si fece promettere solo qualche lettera di tanto in tanto, ma che notasse nel suo giornale le impressioni di ciascun giorno. E quel giornale ci restò, cara rivelazione di un'anima non vulgare, in conflitto colle difficoltà esterno, senza fiaccarsi, e appoggiandosi all'amore e alla fede. La sua miseria cresceva ogni dì; ogni dì le sue apprensioni; eppure egli ha il coraggio di celiare or sull'abito suo unico per la festa e pei giorni di lavoro; or sui bottoni che v'attacca, o sui pottinicci che vi fa nel rammendarlo. Gli editori non vogliono stampargli? i ricchi non riscontrano alle sue lettere? il posto ch'e' sollecita è già occupato? Egli se ne consola, che sarà per lo meglio; che Dio vuol provarlo, e intanto migliorerà i suoi versi, e l'amica sarà più contenta di lui.
— Quale giornata di timore e d'aspettanza sarà domani! Sara, le speranze dileguano, e non vedo che il lato nero. Due volte, anzi tre in un mese ho fatto un buco nell'acqua. Se avessi un'altra lira, mangerei volentieri qualcosa stassera per cacciare i pensieri sinistri, ma son costretto economizzare quest'unica che ho, per la speranza d'avere domani a pagare una lettera. Come sarò ricevuto? Il peggio ch'io possa aspettarmi è di vedermi restituito il mio libro dal servidore senz'altro: il men peggio è di udire un rifiuto polito. Ipotesi dolorose tutt'e due!»
Chi conosce l'alternar delle fidanze e degli sconforti in chi è alle prese colle difficoltà, non può non affezionarsi a questo nobile soffrente. E a volte a volte espone le sue angustie all'amica, come Foscolo alla Donna Gentile; ma con ben altra nobiltà e colla sola superbia della rassegnazione. Colla quale, sempre senza appoggi, cervava consolazione nel legger Tibullo, Orazio, Dryden, e far qualche passeggiata lungo il Tamigi, per quanto le mal nutrite forze gli permetteano. Perocchè, nella gran città di Londra molti sono che muojono a' pie' dei palazzi, ove un lord muore di replesione, o s'attedia per non saper come spendere dieci milioni d'entrata annua; o davanti ai magazzini dove si fanno affari per dugento milioni l'anno. E Crabbe la soffriva come Chatterton; ma si rassegnava con Dio, col pensiero di Sara, co' suoi libri.
Oh! sicuramente l'età nostra, tutta positività e numeri, è poco fatta per compassionare un poeta, il quale sente in sè la favilla del genio; e come il baco venuto a maturanza, dee metter fuori il nobile filo che vestirà il re, e gli altari; perchè non si mette a lavori che acquistino pane, che importerebbe se Paganini si fosse fatto calzolajo, o Duprè muratore, o Manzoni impiegato al lotto?
Eppure anche al material vedere d'oggidì si cerca tanto il piacere, e nella fisiologia di questo avran sempre parte primaria gli intellettuali. Una grande nazione poi non vive di solo pane, e la Germania e la Spagna e l'Italia si ringrandiscono dei nomi di Göthe, di Calderon, di Dante, quanto di qualsiasi altra gloria o potenza. Da ciò il dovere dei governanti di favorire i buoni ingegni, non dico gli intriganti e i sollecitatori di impieghi e di pensioni, cui unico titolo è l'alta opinione che hanno di sè stessi.
E Crabbe la pensava così, e diresse varie epistole a lord Nord e ad altri ministri, e massime a lord Turlow, ricordando come il proteggere le lettere fosse sempre stato uffizio del gran cancelliere d'Inghilterra; ma queste gli rispose: «Scusate, ma le occupazioni non mi lasciano tempo di legger versi.» E per verità poco glie ne lasciavano la guerra allor calda contro le colonie ribelli d'America, lo scontento della plebe di Londra, le finanze scarmigliate, gli attacchi rabbiosi dell'opposizione. In questa primeggiava il famoso Burke, e a lui mandò Crabbe una lettera chiedendo, come voleva il Parini
onorato e parco Con fronte liberal che l'alma pinga.
Come uscirà il nuovo tentativo? Sarà vano l'appello alla generosità anche di questo? Domani gli sarà reso il suo manoscritto da un servo col solito complimento che si fa al pitocco: — Andate in pace?» Quest'incertezza dovette agitare i sonni di Crabbe, metterlo in convulsione al domani mentre avviavasi al palazzo di quello; e traversando il Tamigi, guardò giù dal parapetto, ricordandosi di Chatterton, di cui allora appunto avea conosciuto la miserabile fine; e riflettendo che la vita sua dipendeva dal capriccio, da una buona notte, da una cattiva digestione d'uno sconosciuto. Oh, certo allora, pensando al suo villaggio,
Pianse i riposi di quell'umil vita E sospirò la sua perduta pace,
e disse, — Oh fossi rimasto colà chirurgo, soffocando questa
Qual sia favilla che mia mente alluma».
Pure la disperazione è il peggior oltraggio che l'uomo possa fare alla Divinità, che lo gettò fra i triboli dicendo, — Soffri e progredisci.» Ma Burke accolse il poeta: gli parlò con quella benevolenza che costa sì poco ai fortunati del secolo, e tanto giova agli sfortunati; e Crabbe gli aperse il cuore, gli narrò quell'infanzia sua deserta, quell'istruzione incompleta, quelle lotte contro una professione ingrata, quelle lusinghe d'un amore virtuoso: e in tutto ponea tanta sincerità, tanta onorata delicatezza, che Burke se ne sentì preso, e raccontandolo ad un amico dicevagli un poco aristocraticamente: — Questo garzone ha i sentimenti d'un gentiluomo.»
Quanto meglio avrebbe detto d'un galantuomo! ma invece di stiticarne la parola, lodiamolo dell'averselo preso in casa e a tavola, quasi un figliuolo; e benchè assorto nelle lotte parlamentari, trovò tempo di leggere i manoscritti di esso, farne una scelta rigorosa, poi presentarlo ad un librajo garantendo le spese di stampa. Il merito de' versi e, diciamola, l'appoggio dell'insegne oratore, procacciarono a Crabbe le lodi di qualche giornalista, di che egli non inorgoglì per addormentarsi nella mediocrità, ma s'affidò per far meglio. Insomma il primo passo era fatto; nè noi vogliam raccontare la vita di Crabbe. Tanto più ch'egli non risultò un Omero o uno Shakespeare; buon poeta, ma nemmeno pari ad altri del tempo, quali un Cooper, un Wordsworth.
Vanto e pretensione di lui era ritrar al vero — Vieni, bella Verità; mostrami i caratteri ch'io dipingo, chiaro come li vedi tu; rivelamene qualità e difetti, sicchè io possa dire, _Essere fragile, osserva qual tu sei_, e ch'io possa leggere a nudo sin in fondo al cuor umano.»
Avrebbe con ciò esclusa la facoltà che alcuno dice primaria della poesia, l'immaginazione, se non si sapesse quanta se ne richiede per vedere e conoscere la verità; e come l'invenzione stia nell'ingrandire ed abbellire il vero.
Il suo _Villaggio_ non è un idillio di Titiri e Mirtilli, ma la pittura della vita campestre qual è, coi suoi dolori e le sue traversìe, e col merito di superarli o sostenerli; ove il sole e il vento han tutt'altro che bellezza e frescura; ove la incessante fatica dei campi dà altra voglia che di pigliar l'opaca frescura sotto patuli faggi; nè i canti di coloro che dalla città o dalle corti celebrano tre e quattro volte beati i pastori, alleviano la scarsezza di pane, e il freddo e il fumo delle afose capanne. Crabbe ritrae la grossolanità e le miserie del contadino, l'abbandono del malato sul suo pagliariccio, l'indifferenza del suo funerale, dopo una vecchiaja che s'accorge d'essere tutta a carico della famiglia; e la fedeltà di quei quadri attinge alla poesia, perchè sempre ne traspira l'affetto.
Nel _Registro parrocchiale_ scorre i libri di battesimo, di matrimonio e di morte del suo paterno paesello, a ogni nome che incontra racconta una storiella di villaggio, dipingendo un carattere, una vicenda: cornice elastica ove entrano episodj senza fine.
Altrettanto elastico è quello del _Borgo_, serie di lettere, ciascuna delle quali descrive uno degli elementi di cui si compone un borgo; la chiesa e i suoi addetti; le varie professioni; i convegni, le cause pie, le osterie, la scuola, la carcere, i mestieri.
Questa successione di quadri senza legame appare anche nelle altre composizioni di lui; quadri della vita domestica e reale, adatti a un tempo quando dalla vita aristocratica l'attenzione e l'importanza si ritorceano su quella delle classi medie.
Non sarà difficile indovinare che, pur cercando il vero, Crabbe vide gli uomini piuttosto in bruno, e nelle storie espose sempre qualche catastrofe. Il patetico lo governa il più delle volte, e alcuna sino a far sanguinare i cuori; e l'emozione che eccita il fece da molti collocar fra i primarj scrittori d'Inghilterra, benchè realmente sia più adatto a quei pochi che possono apprezzare le delicatezze dell'arte e la finitezza delle particolarità. Perciò, se non ottenne quel ch'è merito supremo, la popolarità, nessun altro autore moderno trovò tanto posto nelle antologie e nei pezzi scelti; talmente quei suoi brani sono finiti col fiato, e possono stare a sè come operette compiute.
Ma che vo io qui assumendo linguaggio di critico? I grand'uomini, gl'insigni scrittori non leggeranno questa pagina, non ha bisogno di tali esempj; forse l'avrà qualche animo giovane, che nel barcollamento de' primi passi tende la mano, e non trova che un'altra gliene stende.
Il gran cancelliere Thurlow, quando il vide famoso, invitò Crabbe, gli fece scuse d'averlo trascurato, e gli fece aggradire un viglietto di 2000 sterline. Il Crabbe ne distribuì gran parte a poveri studenti che aveva conosciuti ne' momenti peggiori; e anche più tardi non capitava mai a Londra senza informarsi se qualche giovane volenteroso si trovasse alle strette. Conscio di tali patimenti, voleva mitigarli, e sdebitarsi verso la provvidenza dei soccorsi ottenuti.
Non crediate ch'e' s'ostinasse solo a far versi. Entrò ecclesiastico; fu cappellano del duca di Rutland; delle mortificazioni che accompagnano l'uom di talento nella casa del ricco inghiottì la sua parte e la espresse nel sermone _Il protettore_. Cercò quindi modo a sottrarsene, e avuto un sufficiente benefizio, sposò la sua Sara, e non che mettere il mondo alla confidenza di tutti i versi che componeva, dai 30 ai 52 anni, dal 1785 al 1807, l'età migliore, non pubblicò nulla di letterario. Nè del letterato avea l'ambizione o la vanità; erasi coll'ingegno sottratto alla miseria; dopo 12 anni di prove avea sposato la donna del suo cuore; or badava alla sua parrocchia, senza dimenticare d'essere stato medico; allevava al bene i suoi figliuoli, il che aprivagli occasione d'educare sè stesso; dalla botanica cercava distrazione scientifica; nè però abbandonava la Musa, pago di farne giudicare i parti dalla moglie e da qualche amico. Più d'una volta fu sul punto di pubblicar qualche opera; ma ai riflessi dell'editore (notate bene che gli editori inglesi leggono o fan leggere le opere che s'accingono a pubblicare) ne ripigliò l'esame, e il risultato fu di buttarle al fuoco. Solo per istanza dell'illustre ministro Fox, e dopo che questo l'ebbe letto e corretto, pubblicò il _Registro parrocchiale_ che dicemmo, opera lodatissima, come poi il _Borgo_ uscito nel 1810.