Racconti storici e morali

Part 11

Chapter 113,760 wordsPublic domain

«Lavorare, poi lavorare, sempre lavorare; ecco il compendio della vita dell'operajo. S'alza dalle cinque alle sei per recarsi al telonio; notate per parentesi che egli abita d'ordinario all'estremità della città e la sua officina è all'estremità opposta; e al suono della campana entra nel lavorerio, e vestitosi, si pone all'opera. Il vestito di lavoro consiste nel levarsi la sopraveste, rimboccar le maniche della camicia, affibbiar un grembiule al corpo con una coreggia di cuojo. Dalle sette alle nove i martelli e gli strumenti lavorano a forza di braccia; alle nove la campana dà il segno della colazione. Allora le trattorie vicine, da due a tre soldi il piatto, aprono la loro affumicata caverna ai molti abituati; l'operajo può mangiare a suo bell'agio, ha tutto il tempo d'essere gastronomo, avendo per sè un'ora onde assaporare e digerire: alle dieci la campana rintocca, e l'operajo s'affretta al suo posto, e fin alle due lavora, raddoppiando d'ardore e d'attività: e il lavoro gli par più leggero e agevole. Alle due, ecco di nuovo la campana pel pranzo, che tosto incomincia. La trattoria è puntuale; e non finirono ancora di scoccar le due all'orologio bisunto che orna la sala dell'ostessa, che i piatti sono a loro luogo sulla tavola, impregnando l'aria del loro equivoco profumo. — A tavola! a tavola! Appena dopo la prima sciaquata, i bicchieri si toccano, e l'operajo slancia la propria opinione con una sicurezza che non rispetta nulla. Egli ha la sua politica particolare, e fa ogni giorno de' bei sogni, e sù questi bei sogni si fabbrica un avvenire di gloria e di prosperità, finchè, un soffio di vento non venga a rovesciare il castello di carta ch'egli con tanta cura e compiacenza s'era edificato. La campana manda ancora il suo avviso, e al nome del lavoro le chimere sono sparite. L'operajo ripiglia la fatica, ma lo strumento non è più maneggiato così destramente come prima; lavora però con coraggio, e il direttore non ha nulla a ridire. Fra qualche ora il giorno sarà finito, e gli lascerà un momento d'intera libertà, e allora potrà ronzare giù giù per le vie della città a lento passo. Questo pensiero gli fa dimenticare per un momento che lo strumento gli sta ozioso nelle mani, ed allora incominciano fra i vicini mille ciarle a bassa voce, che si perdono in un mormorio confuso. L'uno narra una piacevole avventura di cui fu testimonio il mattino venendo all'officina; l'altro fa a modo suo l'analisi del nuovo melodramma; questi, padre di famiglia, parla del bimbo che ha a balia; quegli deplora lo scarso salario... Ma zitto! La fedele campana alza la voce: l'ora beata dell'uscire è scoccata, e questa volta la campana risonò più chiara e viva, quasi avesse serbato per quest'ora il tintinno più lieto. Allora colle braccia fra le braccia, colla fisonomia aperta, il portamento leggero, i figliuoli dell'officina se ne vanno, ricambiandosi ad alta voce quelle grosse facezie, così spiritose ed ingenue.

[Illustrazione: Appena dopo la prima sciaquata, i bicchieri si toccano, e l'operaio slancia la propria opinione con una sicurezza che non rispetta nulla. (_Pag. 171_).]

«Nulla v'ha di sì grave come l'interno d'un'officina: tutti questi uomini attenti al lavoro, ch'adoperano lo strumento con un ingegno così preciso, che non s'interrompono mai senza un perchè, col corpo chino sul banco, nudi le braccia e il petto, il volto pensieroso, la bocca serrata, e continuano per ore intiere, quanto è ammirabile! Nell'operajo l'emulazione opera per tutti i versi. Scegliete un terreno vergine, seminatevi del buon grano, e vedrete tosto le spighe rigogliose ondeggiar il capo dorato ai raggi del sole; ma se, invece del buon grano, la vostra mano inesperta vi getta del loglio, anche la pianta parassita s'alzerà vigorosa. L'operajo è terreno vergine, giacchè, uscito dalla turba popolare, educato fra le privazioni e i travagli di una vita, spesso afflitta dalla miseria, il suo cuore, non corrotto dai diletti del lusso, si abbandona a tutte le impressioni, presta fede al bene, e capisce a stento il male.

«S'ammoglia per tempo, poichè, abbandonato a sè, ha bisogno d'affetti che addolciscano la vita; affetti, di cui solo la donna possiede il secreto. Non conosce e non frequenta che la figliuola dell'operajo, ed i suoi voti non vanno più in su. La figliuola dell'operajo è pudica, è gentile, ama il lavoro, e vale insieme un patrimonio e una felicità. — Che cosa dunque chieder di più? Le parla, e qualche mese dopo ottiene la licenza di farsi fare l'abito nero di cerimonia, e d'ordinare il pranzo da nozze.

«Dal giorno in cui l'operajo andò in abito nero a dire il _sì_, la sua indole muta improvvisamente, e perde l'amabile spensieratezza; conserva sempre la forma primitiva, ma con alquanto minor naturalezza e bonarietà. Jeri non aveva da pensar che a sè; oggi ha eseguito l'atto più grave di sua vita; atto che gl'impone quindi innanzi d'essere non solo onesto, ma regolato ed assiduo lavoratore. Non più ore di riposo, rubate talvolta al tempo del lavoro, e trascorse a fantasticare un avvenire felice. Non più quelle belle e buone infingardaggini soddisfatte, col capo al sole e la pippa in bocca. La giovane moglie minaccia d'essere feconda, e i mesi di balia non son che di trenta giorni, e non fanno credenza. Fa egli allora di molte sottrazioni al suo preventivo, perchè, senza di ciò la masserizia soffrirebbe un vuoto ben difficile a riempirsi da operaj che non hanno che una mercede fissa, senza eventualità. Prima del matrimonio, l'operajo andava a teatro tutti i lunedì: ora ragion vuole ch'egli goda questo spasso sol una volta il mese. Gli abiti d'un giovane non devono più esser quelli d'un ammogliato. Questi non è più padrone di sè, come l'altro, e dalla sua condotta dipende il bene della moglie e de' figliuoli. Egli cura adunque di porsi in istato di soddisfare alle spese imprevviste, che non sono sempre le più lievi d'una casa.

«La domenica, riposo e festa. Sei giorni d'un lavoro faticoso sono un nulla quando la domenica promette di far bello, e la paga del sabato è abbastanza rotonda. Quel giorno l'operajo si alza più tardi, computa con compiacenza i piaceri che la domenica promette; s'adorna degli abiti più belli; e della più bella cera, vestito di panno, col cappello sulle ventitrè, si rivolge verso le alture dei sobborghi: colla sua donna al braccio, e con orgoglio seguìto da due o tre bimbi, che vanno dritto dritto per la loro strada, senza mai guardarsi indietro.

«Le passeggiate della domenica o del lunedì non impediscono all'onesto artigiano di pensare al suo avvenire ed a quello della famigliuola. Ogni mese va a deporre religiosamente alla Cassa di Risparmio la modica somma, che potè economizzare sul salario del lavoro, o limitando i suoi piaceri, o riducendo i bisogni alla stretta necessità. Fra quindici anni comincerà a raccogliere i frutti della sua buona condotta; mariterà decentemente le sue figliuole con una piccola dote; allogherà forse i suoi figliuoli, dei quali avrà fatto dei buoni operaj come lui; e quando le forze verranno a mancargli cogli anni, avendo avuto il senno di riporsi un tozzo pel tempo delle infermità, avrà il conforto di vedersi allo schermo della necessità, e di finir i suoi giorni onorati sotto al modesto suo tetto, invece d'esser costretto a bussare alla porta d'un ospizio, e chiedervi per Dio un asilo alla sua debole decrepitezza.»

_Così sia_, vorremmo dire: ma invece dobbiam dire, _Così fosse!_ Un tempo fu di moda ritrar la vita sotto colori ridenti; l'idillio è vecchio quanto la società. Poi venne il momento che si adulava _al popolo_ cioè _al vulgo_, perchè si aspettava che diventasse re: e nulla è più triviale che questo blandire ai futuri regnanti. Pur beato se con ciò s'intendeva offrir un modello di quel che dovrebbe essere, e di eccitarlo ad essere. Supponiamo quest'intenzione al nostro autore; ma la statistica, coi numeri inesorabili, già allora rivelava un aspetto ben differente. Bulwer, che pur dipinse la Francia con colori rosati, trova fra gli operaj di Parigi ubbriaconi i cappellaj, i pittori e arti analoghe, soprattutto i conciatori e gli operaj di porto; viziosi e malviventi i sartori; i filatori di cotone tanto miserabili, da esser fino incapaci di vizj; gli ebanisti, pazzi pel bere, ma tranquilli; gl'imbianchini beoni e infingardi, gli scarpellini beoni e sventati. A Lione, la gran città manifatturiera, 100,000 che lavorano alle sete sono all'infimo dell'istruzione, della pulitezza, della moralità, e si abbandonano per nulla a quel furore, con cui si rivela il mal contento degli esseri degradati. Carlo Dupin valuta che venti milioni di Francesi non prendono mai cibo animale, ma solo patate e grano turco; sette milioni e mezzo mangiano poco o nulla di pane; ma orzo, riso, polenta gialla, castagne, legumi, patate in acqua, e niun altro combustibile che stoppie e scopa. Lorain, nel _Prospetto dell'istruzione primaria in Francia_, asserisce esservi cantoni di quindici o venti Comuni, dove non si rinverrebbe una scuola; e fin nel dipartimento di Senna e Loira v'è un Comune dove il notajo conduce sempre seco i testimonj, perchè non troverebbe chi sapesse firmare; e in molti Comuni del dipartimento di Lot e Garonna e dell'Orne interi consigli municipali sono di inalfabeti. In ricambio (lo sappiamo) v'è la sapienza universale dei Parigini, e i tesori profusi nella Biblioteca, nell'Istituto, nelle altre fondazioni, destinate a concentrare anche l'istruzione, mentre l'importanza consisterebbe nel diffonderla. Ma il dio della Francia è la gloria; e questi fatti possono chiarire sì le subitanee rivoluzioni, sì il valor vero del suffragio universale.

Fortunatamente il nostro tema non ci conduce a snudare quella corruzione e quelle miserie, ad esagerare le quali si affinò l'ingegno di declamatori, che poi non avevano nè un suggerimento per alleviarle, nè un conforto per lenirle. Basta l'aver accennato questo tema a una democrazia non cianciera, non irritante, non rivoluzionaria: che confessa la schiavitù agli arbitrj non esser più avvilente della schiavitù all'ignoranza; che sa il miglior modo d'innalzare il popolo essere l'educarlo, e indurgli l'abitudine di una regolare applicazione e del contare sopra sè stesso fin dall'infanzia per combattere le difficoltà della vita; che infine non si propone di impedir le lagrime, inevitabile eredità originale; sibbene di farle meno acerbe, di non lasciar che tolgano il coraggio di convertirle in miglioramento od in espiazione.

1851.

FRANKLIN

Un giovinotto sui ventun anno s'avviava un giorno a Filadelfia, senz'altro in tasca che qualche spicciolo, con cui comprò tre pagnotte; e l'una si pose sotto un braccio, sotto l'altro l'altra, mentre sbocconcellava la terza. Veniva egli da trecento miglia lontano, per cercar fortuna; — cercar fortuna, senza amici, senza conoscienze, senza titoli, in popolosa città, dove ciascuno bada a sè e a spinger innanzi il proprio carro!

Ma che capitali reca egli in un mondo che calcola ed invidia, che considera scapito proprio l'altrui vantaggio? Reca industria, economia, applicazione, perseveranza, osservazione. E basteranno a fargli passo, ve lo assicuro; e quel garzonetto riuscirà un insigne fisico, un fondatore della libertà del suo paese, e sopratutto un grand'uomo.

Ma grand'uomo, intendiamoci, non come quelli dell'antichità e di Plutarco, che sterminano ventimila nemici in una giornata; che per zelo di libertà uccidono il proprio fratello, e assistono al supplizio del proprio figliuolo; che per magnanimo sprezzo del sentimento trafficano di schiavi e prestano le mogli; che per avidità di gloria sommovono, congiurano, conquistano, fanno stordire il mondo; insomma eroi, ma non uomini. Eh! ben altro è l'eroismo moderno, placido, paziente delle contraddizioni, aspetta la lenta ma sicura opera del tempo, calcola gli eventi, e sovratutto risparmia le lacrime e il sangue. Quelli erano fulmini che spaventano e colpiscono; questi sono fabbricatori di macchine a vapore, che con lunga opera le congegnano, finchè producano quegli effetti che s'ammirano e benedicono.

Beniamino Franklin, il giovinetto che v'additai, era nato a Boston il 1706, tredicesimo d'una famiglia d'artigiani; e appena imparò a leggere e scrivere lo posero, di dieci anni, a far candele come suo padre. Il ragazzo vi s'applicava, ma ogni momento che potesse aver libero, correva al mare, e divenne spertissimo nuotatore e remigante; i pochi quattrini poi che sparagnava di bocca, li convertiva in libri di viaggi e di storia. Suo padre, crollando il capo sopra il _letterato di casa_, lo pose stampatore sotto un altro fratello, ove stette fin a ventun anno maneggiando caratteri e casse, regoli e torchi. E perchè vi lavorava di passione, tosto divenne abilissimo, e, che più gl'importava, potè dai fattori dei libraj con cui trattava, ottener libri, che leggeva a furia. Il _Saggio sui progetti_ di Foe, autore del _Robinson Crosuè_ e un volume scompagnato dallo _Spettatore_ di Addison, lo inclinano ad un'istruzione svariata ad una delicata morale, al veder in ogni cosa quali miglioramenti vi si può recare. E volle scrivere anche, e compose alcune canzoncine da cantare gli orbi per le strade, e gli furono lodate: ma fortuna sua, qualche amico sincero gliene disse la verità, e così lo salvò dal pericolo di restare un poeta cattivo, o, quel ch'è peggio, un poeta mediocre.

Dalle costoro censure comprese la necessità di limar lo stile, e non farne, all'usanza di troppi, un affare del caso e come vien viene; e ripetè intorno a' suoi periodi quelle pazienti prove che i savj conoscono e i presuntuosi deridono: oscure e diuturne prove, che di poi sono compensate dalla precisione e facilità con cui si compone e s'è intesi. A sedici anni legge Locke _Sull'intelletto_, la _Logica_ di Portoreale, i _Memorabili_ di Senofonte, e ne impara a rendersi conto delle proprie idee e chiarirle. Quest'analisi volgeva egli sulla propria vita. S'impose un regime stretto di dieta: il maggior risparmio nel cuocere le patate e il riso; lasciare il vino per fare il serbo di qualche soldo e di sanità e robustezza più che i beoni e pacchioni suoi compagni, e procacciarsi stima fra questi come avviene di chi non si lascia mai trovare sprovvisto nè di danaro nè di senno, due cose che, mancando, rendono tanto spregevole, da che Sparta fu distrutta.

Poi la virtù stessa analizzava, e la decomponeva ne' varj suoi elementi, come Neuton colla luce, Lavoisier coll'aria; e al fine della giornata, della quale con altrettanta esattezza avea distribuito i denari e le ore, esaminava sè stesso; quanti quattrini avesse speso fuor del necessario, di quale difetto si fosse corretto, a qual buona qualità avviato. E perchè la presunzione è uno dei più forti ostacoli al miglioramento, s'avvezzava a non dir mai — Ne son certo, Sta proprio così, Ci scommetterei;» ma — Parmi, Sarei d'avviso;» ad abolire sè medesimo per giungere al suo scopo; a lasciare altrui il fumo per ottenere il sodo; ad _abbassarsi a tempo_, come un vecchio gli aveva insegnato una volta che battè del capo in una trave; a confidarsi nella propria attività, sobrietà, e perseveranza.

Suo fratello, lo stampatore, si pose in mente di pubblicare una gazzetta, la seconda che in America fosse; e Franklin vi traforò qualche articolo suo proprio, ma in istretto incognito, onde non farsi burlare. E perchè se ne ignorava l'Autore, il lodavano, e piacque; e potè darsi a conoscere. Che spine incontri l'onest'uomo sui primi passi della letteratura e del giornalismo chiedetelo a chi ne sanguina ancora; e non vi farà meraviglia se presto Franklin fu in lizza col fratello, col governo, cogli emuli; onde indispettito, come molti fanno, coll'_ingrata patria_, se n'andò, nell'arnese che dicemmo, a Nuova-York e a Filadelfia. Quivi, a forza di lavorare, fece incontro, ma qualche progettista, di quelli che trovano strada troppo lunga del far fortuna il lavorare, l'aver pazienza, e lo spendere sempre un soldo meno del guadagno, il consigliò a viaggiare a Londra: Londra il paese dei tesori e degli impieghi.

V'andò: ma a Londra chi bada al forastiero che capita senza titoli e senza ghinee? Svaniti i castelli in aria, consumati i pochi avanzi, Franklin si trovò solo in quel caos immensurabile; solo, senza mezzi nè appoggi; e in amicizia e in amore e in protezioni provò quei disinganni che tanto costano, e che il debole avviliscono, al robusto finiscono a persuadere di non confidare che in sè. In fatto egli pose fiducia, non in poderosi amici e promettenti padroni, ma nelle proprie braccia, colle quali or tirava robustamente i torchi d'una tipografia, or i remi d'un navicello sul Tamigi, or insegnava a nuotare; e così guadagnava dì per dì il suo pane.

Tornato a Filadelfia, pensò da senno ad acquistar denaro e riputazione; e l'un e l'altra conseguì col lavorare dì e notte, e viver sobrio, e dare buon esempio, e rispondere coi fatti alle detrazioni dell'invidia. Così potè rizzare stamperia (1729), menò moglie, e cominciò a mandar fuori l'_Almanacco di Riccardo Buonomo_, raccolta di consigli e verità tutte pratiche, espresse proverbialmente, e che più non escono di memoria, e s'applicano cento volte ai casi propri ed agli altrui:

«La chiave che spesso si adopera conservasi lucida come un argento: non adoprata irruginisce. Così è del nostro spirito.

«L'assiduità fa le più grandi cose col minimo tempo. Uomo che si alza di buon mattino e si corica per tempo, si mantien savio e ricco.

«Chi sa lavorare, non muor di fame. La fame guarda alla porta dell'uomo laborioso, ma non ardisce bussare.

«Non ti mettere i guanti allorchè hai da maneggiare la tua pentola. Gatta colle scarpe non ghermisce sorci.

«L'imposta che ci mette addosso l'accidia è due volte quella del Governo; oltrechè la superbia la rende tripla e quadrupla la follia; e gli esattori non diffalcano manco un ette.

«Ti lamenti che la vita è breve: ma il tempo è il filo di cui si tesse la vita; perchè dunque lo getti?

«Volpe che dorme, non mangia galline.

«Chi vive di speranza muore di stento.

«Chi ha un mestiere, ha un campo: ha una carica chi ha una professione utile ed onorevole.

«Non ho mai veduto un albero spesso trapiantato far gran rami, nè arricchirsi una famiglia che spesso muta focolare. Tre San Martini equivalgono ad un incendio.

«Un vizio costa quanto due figliuoli.

«Cucina grassa, testamento magro. La gola porta via la camicia. I pazzi imbandiscono, e i savj godono.

«Chi domanda un prestito, domanda una mortificazione. La quaresima è assai breve per coloro che a Pasqua devono danaro. Meglio andar a letto senza cena, che alzarsi indebitato.

«L'ambizione che pranza colla vanità, a sera digiuna col disprezzo. L'orgoglio fa colazione coll'abbondanza, desina colla povertà, cena coll'infamia.

«L'esperienza tiene una scuola che costa assai; ma è la sola dove i pazzi possono imparare.

«La strada che mena alla fortuna, se volete saperlo, è piana, facile come quella che mena al mercato. Onde seguitarla due cose bisognano, assiduità e sobrietà; o in altri termini, non gittar mai il tempo nè il denaro, e dell'uno e dell'altro fare il miglior uso possibile.»

La filosofia di Franklin, come vedete, è il deismo di Locke. Shaftesbury e Collins l'avevano tratto nello scetticismo e nell'indifferenza di ciò che sta di sopra dei tetti; onde va senza dogmi, come senza passione; stretta probità, ma nessuno slancio, come quel vaso da lui inventato, ove la fiamma s'abbassa, invece d'ascendere. Eliminando dalla morale l'idea divina, tolse il tipo supremo del bello e del giusto, la chiave maestra di tutte le teoriche, e ne fece una dottrina buona per un uom pacifico, spassionato, cresciuto da genitori profondamente religiosi come lui, ma inetta contro l'urto delle passioni.

Chi non sente un tale difetto nella Scienza di _Ricardo Buonomo_? Egli stesso in più matura età se ne accorse: ma se all'analisi sua sfuggiva quest'idea così complessa e così semplice della divinità, non però si scostava mai dalla morale, arida qualche volta, ma sempre retta, amica dell'uomo, senza robusti sacrifizj; non atta a creare eroi, bastante a formare onest'uomini.

Poi sempre dritto sulla pratica applicazione, alletta la curiosità coi titoli medesimi delle opere sue, e colla brevità, giacchè gli scritti per esser utili conviene sieno brevi. E al modo d'un divino modello, piacesi delle parabole, forma tanto popolare. Or racconta di quand'egli era ragazzo, e che, avendogli i suoi per una festa empito il borsellino egli corse a vuotarlo nella compra d'uno zufolino Un bel balocco, ma tutti gli dicevano ch'e' l'aveva pagato troppo caro. Dopo d'allora, quando vedeva taluno spendere per farsi nominare, o sprecar la pace e la libertà per ottenere un grado, o rovinarsi per acquistar l'aura popolare, e sciupare ingegno e forze per correre dietro alla voluttà, gli dicea; — Lo zufolino costa troppo caro.»

Ora dà l'arte di fare sogni piacevoli, qual è l'andare a letto con una coscienza netta. Or dagli scacchi trae della bella e buona morale. Or racconta d'uno che avea una gamba ben focilata, e l'altra scarna e zoppa; e scontrandosi con alcuno o venendo in una conversazione, badava a chi ponesse mente alla migliore e chi il berteggiasse della gamba infelice, e questi ultimi schivava, peste della società. E poichè ciascuno abbiamo la nostra gamba bella e la deforme, sprezziamo quegli uggiosi maligni, che sempre dal nostro peggior lato ci ravvisano.

Egli medesimo talvolta insegna una lampada economica, ed è il mettersi a letto presto, e presto levarsi; talvolta il copia-lettere, che risparmia tempo e pericolo di fallare: ora con bicchieri combina un'armonica: ora insinua d'ingrassare col gesso il trifoglio, e perchè non gli danno retta, egli lo sparge in modo da scrivere _Questo trifoglio fu ingessato_, e le lettere anche un pezzo da poi si leggono, distinte dal maggior rigoglio dell'erba. Or inventa i caminetti che serbano il suo nome, per consumare poca legna e scaldarsi assai; e ricusa il privilegio d'inventore, dichiarando volere sopratutto il bene generale.

Qual cosa più insipida d'una tornata accademica? qual cosa più insulsa d'una conversazione? In quella si coglie noja fra gente raccoltasi onde far parata di retorica attorno a qualche cognizione e averne applauso prestabilito da un uditorio disattento mentre con risparmio di tempo e vantaggio della ragione si potrebbe ottenerne un giudizio posato col darla loro da leggere. Nella conversazione poi si sparpaglia l'ingegno e lo spirito in insulsi complimenti, in frivolo chiacchericcio, in illogiche maldicenze, in una politica senza fondamento, in una scienza assurda, nel palleggiarsi frizzi pungenti sotto l'aspetto di benevolenza, e scandagliare i fatti dell'amico sotto pretesto di mostrarne interesse.

Si dirà per questo che sia impossibile una tornata accademica ove la mente vantaggi, una conversazione dove il cuore non si pervertisca nell'abbassamento del carattere? Eppure è col contatto che la favilla si sviluppa, come nella pila elettrica, come nel battere del focile; e il ricambio di parole rischiara le idee, quand'anche non le accresce, obliga ad esser chiari, e lasciar via le affettazioni, le lungagne; a tollerar l'opposizione, ad acconciarsi in diversi punti d'aspetto.

Per quanto la solitaria meditazione sia necessaria al progresso del sapere, e questo non proceda se non per l'operosa concentrazione individuale, resta però sempre vero che l'ingegno si sviluppa meglio per la conversazione che per qualunque altro mezzo; ed anche quel che si impara, niuno lo sa davvero se non quando lo abbia detto.