Racconti storici e morali

Part 10

Chapter 103,365 wordsPublic domain

Il povero letterato, venuto in campo con ottimo fondo e col cuore aperto alla benevolenza, nei petti che vorrebbe abbracciare non iscontrando altro che le punte repellenti della denigrazione e dell'ironia, è costretto a ritirar la mano stesa all'amplesso, isolarsi, bestemmiare, odiare, struggersi nella fame d'affetti e d'intelligenza.

La legge stessa che ad ogni cittadino garantisce, non solo sicurezza della vita, ma riguardi all'onore, tace pel povero letterato, che può vedersi bersaglio del primo cane che voglia addentargli le gambe, o della prima scimmia che tolga a contraffarlo; nè tampoco il galateo avrà voce, e le villanie che, dette ad un altro galantuomo, stomacherebbero la moltitudine, avventate a un letterato piacciono, garbeggiano; v'è chi non cerca altro se non la colonna del giornale ove ci abbia ingiurie; v'è chi si dà premura che di quest'ortiche non si patisca mai penuria; e siccome i fanciulli in piazza vanno in sollucchero al veder Pulcinella bastonare i fantocci di legno, così il colto pubblico di sè stesso s'esalta quando Bavio o Mevio, idrofobo o buffone, menano da ciechi sopra questo giocattolo del pubblico, che chiamasi il letterato.

Ma il letterato non ha la testa di legno; è uomo della specie più sensitiva; ha un onore, ha affetti, ha speranze; e l'assassino scurrile o rabbioso gli guasta tutto. Vedetelo! Persuaso d'aver fatto un poco di bene alla società, anche indipendentemente dalla lode sperata, ne gode tranquillo con alcun amico, colla donna una cui stretta di mano gli val meglio d'un premio; e con essi entra ad un crocchio dove ricrearsi quella sera dalle fatiche del giorno. Ed ecco cadergli sotto gli occhi un foglio, ove il suo lavoro è messo alla gogna. Oh! certo egli ha filosofia quanta basti per non curarlo: la venale malignità e l'ignoranza superba, che trapelano da tutti i pori dell'articolo, il fanno sentirsi immensamente superiore all'attacco: ha in pronto una ragione trionfante contro ognuno degli appunti; prova compiacenza del trovarsi scopo ad ira così abjetta, la cui coscienza sta nel comando o nella seduzione di chi s'adombra d'ogni lampo di generosità. Ma intanto ciascuno gli parla di quella censura o per sincero compatimento, o pel gusto di esacerbargli la ferita; se non altro, per dirgli che non vi badi. Domani, andando a far colazione alla bottega, quel caffè gli si inacidirà nel veder il noto foglio in mano d'un terzo, che ride del buffone e del beffato, e che vilipende questo coll'associargli il bassissimo nome di quello. Salendo alla cattedra, pensa che i suoi scolari han letto, hanno udito: ciò che più gli pesa, qualche galantuomo, di quelli che non sanno immaginare che uno ingiurii altri a quel modo senza provocazione, andrà fin a supporre che esso abbia in verun modo offeso o stimulato il petulante ringhioso, verso del quale pure non ebbe altro torto, che quello d'un innocente viandante, contro di cui s'avventi un mastino per mera febbre di far male, o un molosso aizzato dal proprio padrone.

Che fare? mettersi a declamar per le botteghe e per le piazze le sue difese?

Ma io parlo d'un letterato, non d'un cerretano.

Scriverle?

Ma ciò prolungherebbe l'inquietudine sua; poi il colto pubblico non legge le difese; e se anche giungano, è tardi, e non fanno che inciprignire le piaghe. Egli intanto erasi lusingato di aver dal librajo la commissione di tradur dal francese un'opera tedesca, per dieci lire al foglio; di ottener l'onore d'insegnare la grammatica in quella casa, in quel collegio; di diventare copialettere in quel banco, o correttore delle bozze in quella tipografia; avea sperato di vendere il suo libro, e col ricavo far una buona azione; di trovar chi facciasi editore ad un'opera a cui da tanto tempo lavora; di procurarsi i mezzi di comprare que' libri, di fare quel viaggio, necessario per compire quello studio. — Grazioso buffone! idrofobo gentile! state allegri: ci siete riusciti. Tu avevi detto, — Io voglio attraversargli quell'onore»; tu avevi promesso, — Farò tanto che lo balzeranno da quell'impiego»; tu eri stato pagato per disingannar l'Italia (credente ne' tuoi oracoli) sul merito di quel libro, non perchè lo disistimasse, ma perchè non lo comprasse: buffone grazioso, idrofobo gentile, si può senza coltello assaltare alla strada, e senza neppure il coraggio di Battista Scorlino o di Maino Spinetta. Rallegratevi con voi stessi, e con chi v'aizza o vi paga! Il pubblico fu divertito; non s'è fatto che straziare, spogliare, uccidere un letterato.

Sì, uccidere; uccidere a colpi di spillo o col fare il solletico; perchè io conosco giovani che andarono consunti sotto il peso d'un di questi legali assassinj; altri ne conosco che, non avendo quanta forza bastava per rimbalzare contro il colpo immeritato, s'abbandonarono fiaccamente, e nessuna cura ebbero maggiore che di sfruttare il proprio intelletto, e gettarsi a quell'inerzia che fa i cittadini tristi alle famiglie, inutili alla patria, ma che li pone sotto alla protezione della polizia e del galateo; protezione negata al letterato.

Questi sono dolori fraterni, domestici, nella tempestosa repubblica del sapere. Se poi il letterato entri nel mondo, già v'è la persuasione ch'e' sia un bizzarro, qualche cosa di mostruoso: non potrà lanciarsi a cordiali abbandoni: aspetteranno oracoli ad ogni parola, appunteranno ogni frase, vorranno ch'e' sia libero, ma alla misura loro; ch'e' sia spregiudicato, ma immerso a gola in tutte le loro superstizioni: un difettuccio suo lo predicheranno dai tetti; le sue virtù saranno o ignorate o taciute, bastando per ogni encomio e per un vitupero il dire: — Gli è un letterato».

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Questi puntolini, chi volesse sapere che cosa significano, sono un'altra delle disgrazie del letterato onesto, in questo ameno stivale, costretto a dire più d'una volta, _Insipiens factus sum, vos me coegistis_; dirlo cioè tra sè medesimo, e mandar giù stranguglioni quando glielo rinfacciano quelli che cianciano a baldanza, perchè sanno che la ragione vera e trionfale egli non può dirla; perchè sanno che gli fanno colpa di aver dovuto fermarsi davanti a quel precipizio, ov'essi medesimi gli avevano preparato il trabocchetto.

Ora quali ristori a tante miserie? Nessuno ch'io conosca.

— Devono essere alleggerite assai dall'abitudine», dicono. Benissimo; e in fatti io non parlai che de' principianti, a cui la ciurma può consolarsi d'essere ancora in tempo a cagionare non soltanto dispiaceri, ma vero danno. Però in cortesia ditemi, e gli adulti non hanno più sentimento? e portate meno compassione ad uno perchè son dieci anni e un mese che spasima di micrania? Jer da sera io dipingeva a una damina i patimenti d'una poverissima famiglia; fame, freddo, non pentola, non letto, non tetto; ed ella mi rispose: — Ci sono assuefatti».

Oh sì, il letterato adulto va più superiore, più sicuro di sè; ma conosce che il suo provocatore non imbocca la tromba della fama soltanto; e che, come criticargli il verso e il periodo, così può fargli ipotecare le opinioni e la persona. Sa, è vero, che la sua nazione e forse altre l'hanno conosciuto e lodato; ma s'avvera il caso di quegli illustri Pagani defunti, dei quali diceva sant'Agostino: — Ove non si trovano, son encomiati; ove si trovano, son bruciati». Ha tutti per partigiani, ma neppur uno per avvocato: onde, dopo che le passioni contemporanee gli bandirono guerra, e un vulgo patrizio e letterato, dall'abjettezza dell'anima propria argomentò quella di lui, le cui intenzioni non è capace d'elevarsi a comprendere nè ad indovinare il pensiero; il povero letterato dee ravvilupparsi in sè, come la biscia, intirizzito dal gelo dell'egoismo che trova d'intorno, e quivi, mettendo a schermo la testa se può, aspettare che all'ingiustizia presente succeda l'obblio avvenire.

1836.

GLI ARTIGIANI

S'aggrappino a due mani al passato quei meschini, per cui la letteratura è tuttavia nulla meglio che un nobile trastullo, l'occupazione degli ozj, occupata ella stessa in nulla meglio che vanità e frivolezze. Chi mira all'avvenire, volge al popolo la parola e il pensiero; e de' bisogni suoi, delle credenze, delle idee sue s'informa.

Quanti libri non ha già prodotto l'età nostra in Francia, in Inghilterra, in Germania per educazione, conforto, sollievo del popolo!.... — L'Italia è ben lontana da tale fecondità; e pur troppo non si conservò immune da quelle bevande arsenicali, che certi autori satiriaci stillano con infame abilità per solleticare le passioni del popolo, invelenirne i rancori, adularne i brutali istinti. Gli effetti ne apparvero, e il più sciagurato di tutti, l'offrire, se non ragione, almeno pretesto alle riazioni, il render sospetta la libertà, e diminuirne il legittimo uso per tema degli scellerati abusi.

E ben è a deplorare che oggi si corra volentieri a que' sozzi beveraggi, sgorganti dalle cloache parigine; e v'abbia editori e traduttori che li rimpastino per uso nostrale. La pubblica morale dovrebbe indignarsene, se ne' tempi di sovversione non fosse ancor più difficile conoscere il proprio dovere che l'adempirlo. Noi intanto, desiderosi di star piuttosto coi buoni e dir bene, accenneremo un libro, capitatoci appena testè alle mani, quantunque stampato prima che il titolo potesse parere d'occasione o di stimolo: _Gli artigiani illustri_[12]. Potrebbe pedantescamente chiamarsi il _Plutarco degli artigiani_, e l'accompagna quella nitidezza di stampa, quella vivacità di disegni che, se fu adoperata a stampe deletriche, ben è che venga adattata anche alle buone. Ma da noi... Via via; non istuzzichiamo un patriottismo così meschino, che si offende della verità, e stiamo all'opera in discorso.

Poichè non ci furono conservati i nomi di coloro che inventarono e migliorarono l'arte in quei secoli di tanta vita che l'ignoranza trascura e il pregiudizio vilipende, vo' dire il medioevo, dovette l'autore cominciar le sue storie del Rinascimento, e farne la prima parte; l'altra va dalla rivoluzione in poi.

Vien egli narrando succinto e con calore la storia degl'inventori o raffinatori di qualche arte; nel che, insieme col fabbro e col carpentiere appajono anche insigni nomi di scienziati che a tal servizio volsero l'ingegno, come Davy, Lavoisier, Réaumur, Papin, Franklin, anzi fino dei re, come Luigi XVI, che per passatempo faceva serrature e meridiane; Francesco I d'Austria che dipingeva stoviglie; Pietro il Grande che adoprò di buona lena la pialla e la scure.

Basta un'occhiata a questo lavoro per accertare che anche la bottega ha i suoi eroi: e noi, dalla bottega usciti, ci compiaciamo in quelli, quanto la nobile gente nelle prepotenze degli avi. Seguiamo dunque la storia di alcuno di questi, e prima discorriamo d'un'arte che, non è guari, fu ridestata fra noi.

— Un bel mattino di maggio del 1539 gli abitanti di Saintes restarono attoniti e indignati di vedere una nuova famiglia accasarsi fra loro; ma al sentimento inospitale, provato alla vista degli stranieri, succedette in breve l'ammirazione, udendo che Bernardo Palissy, capo della nuova famiglia, era celebre dipintore su vetro. Da quel momento agli stranieri vennero profuse cortesie ed atti di stima, e le mille piccole soperchierie ond'erano stati bersaglio nei primi giorni, sparirono per sempre.

Faceano circa due anni che Bernardo Palissy era stabilito a Saintes, quando, veduta una coppa di terra tornita e smaltata di somma bellezza, si accese d'ardentissimo desiderio di formar un vaso simile. Dominato da tal pensiero, abbandona la condizione che assicurava il vitto suo e de' suoi, e logora tutto il suo tempo a rimpastar terra, e coprirla d'una composizione diligentemente preparata. Pieno d'ansietà assiste alla cottura de' suoi smalti: ma i primi tentativi riescono indarno, e la miseria penetra nella sua casa. Non importa, egli combatte sempre; e giunge a recar qualche miglioramento alle sue preparazioni... Oggi soffre; la sua famiglia langue nell'inedia; domani la sua cassa non sarà forse tant'ampia da contenere tutto l'oro che la sua scoperta deve procurargli. Ma il domani giunge, e Bernardo Palissy non coglie alcun frutto migliore. Ogni giorno la sua abitazione risonava dei lamenti della sua donna, e spesso fino i suoi figliuoli s'univano alla madre per pregarlo in lagrime e a mani giunte a ripigliar il primo mestiere di pittore sul vetro, che gli porgerà il mezzo di viver tranquillo. Palissy ai rimproveri della moglie, alle preghiere de' figliuoli opponeva una volontà irremovibile e la coscienza dell'opera sua. Trascorrono vent'anni in questa condizione dolorosa, e Palissy persevera nel suo proposito. Beffatto, avuto per pazzo, sospetto di sortilegio e di falsa moneta, il suo corraggio non vacilla. Finalmente con una nuova combinazione crede esser riuscito, quando un vasajo ch'egli aveva preso con sè, l'abbandona all'improvviso, chiedendo il suo salario. Palissy, privo di credito, spogliato di tutto, è obbligato dargli in pagamento parte del proprj abiti. Abbandonato a sè, si rivolge al suo forno, che avea fabbricato nella cantina della casa ma ohimè! gli manca la legna. Che farci?.... Eppure nella cottura di questo nuovo saggio riposa l'ultima sua speranza. Corre dunque al giardino, strappa le pergole, brucia i pali, e tosto il forno è acceso.

Ma la fiamma langue e minaccia spegnersi, ed il calor del forno non è ancora intenso abbastanza. Allora Palissy, fuori di sè, vi butta dentro i mobili le porte, le finestre, perfino l'assito della sua camera; le lagrime, le suppliche della famiglia non possono arrestarlo; gli bisogna legna per alimentare il forno, e tutto quel che dà calore è irrevocabilmente sagrificato... Palissy è in ruina... Ma l'esito coronò i suoi sforzi! Un alto grido di gioja fa rintronar le vôlte della cantina, e rimbomba per tutta la casa; e quando la moglie di Palissy, scossa dallo strano grido, scende, trova il marito in piedi collo sguardo attonito fisso sopra un vaso di brillanti colori che tiene nelle mani.

Il genio dell'invenzione, per lungo tempo sordo alle ricerche di Palissy, aveva posto finalmente sul capo dell'artista la corona del premio; egli aveva in sè quella santa credenza che non s'inganna mai.

La fama della scoperta di Palissy non tardò a diffondersi, e la fortuna ritornò tra le sue pareti. Enrico III, lo chiamò a Parigi e gli diede abitazione nelle Tuillerie ed il brevetto _d'inventore delle rustiche figurine del re_.

Ma l'editto contro i Protestanti, pubblicato il 1559 da Enrico III, non risparmiò Palissy, che professando la religione riformata, fu trascinato alla Bastiglia, dove il 1589 terminò i suoi giorni. Enrico III andò a visitarlo nel carcere, dolendosi d'esser costretto a lasciarlo in mano a' suoi nemici.

— Voi mi diceste più volte, sire (rispose Palissy), di aver pietà di me. Ma io ho pietà di voi, che pronunciaste queste parole _son costretto_. Non è parlar da re. Io v'insegnerò il linguaggio di re. I carnefici, tutto il vostro popolo, voi stesso non potreste costringer me ad un atto di adorazione cui non credessi; nulla potreste sopra di me, giacchè io so morire.»

Palissy ergevasi allora due metri più alto di Enrico III; l'artigiano eclissava la maestà del re.

Non è un fatto nuovo, anzi ne ribocca la storia delle umane infelicità; il vedere il giusto in prigione o il genio trattato da pazzo, perchè fa torto alle sublimi mediocrità col volere aver ragione prima del tempo. Ma giovi qui ripeterne un esempio. È noto già; ma son noti anche Leonida e Regolo ed Epaminonda, che tutti i dì ci si ricantano all'orecchio. Riferiamolo dunque:

— Regnante Luigi XIII, un uomo aveva concepito il disegno di adoperar il vapore come forza attiva sopra scala molto estesa; ma quell'uomo, il cui nome si conservò coi più celebrati nella storia delle arti e dei mestieri, doveva incontrare la più malevola contraddizione. La famigerata Marion Delorme scriveva a Cinq-Mars, famoso per la congiura contro il ministro Richelieu, questa lettera di graziosa leggerezza, che mostra in qual poco conto si tenessero nel bel mondo le cose serie, e quanto valesse allora la politica della Francia. Quando bene questa lettera non avesse contenuto che una semplice narrazione, la inurbana gajezza con cui è dettata reca, nostro malgrado, un vivo stringimento di cuore: poichè niun disgusto può compararsi a quello che fa nascere in noi un annunzio di morte uscito da bocca sorridente.

3 febbraio 1641.

_Mio caro_,

Mentre voi mi dimenticate a Narbona, abbandonandovi alle voluttà della Corte ed al piacere di far opposizione al cardinale Richelieu, io, seguendo il desiderio che mi dimostraste, fo gli onori di Parigi al vostro lord inglese, il marchese di Worcester, e lo conduco, o per dir meglio, mi fo condurre di curiosità in curiosità, scegliendo sempre le più triste e le più serie, parlando poco, ascoltando con estrema attenzione, e ficcando addosso a coloro che interroga due occhioni azzurri, che pare vogliano penetrare nel fondo del pensiero. Del resto, egli non s'accontenta mai delle spiegazioni che gli vengono fatte, e non prende mai le cose dal lato da cui gli vengono mostrate. Lo prova la visita che andammo a fare insieme a Bicêtre (l'ospedale de' pazzi) dove pretende d'avere scoperto in un pazzo un uomo di genio. Se il pazzo non fosse stato furioso, credo in verità che il vostro marchese n'avrebbe implorata la liberazione per condurselo a Londra, ed ascoltare le sue pazzie dall'alba al tramonto. Quando attraversammo il cortile dei pazzi, e più morta che viva dalla paura, io mi stringeva al mio compagno, un brutto ceffo si mostra dietro una grossa inferriata, gridando con voce soffocata:

— Io non sono un pazzo, io: ho fatto una scoperta che deve arricchire il paese che vorrà porla in pratica.

— Cos'è questa scoperta?» diss'io fissando colui che ci mostrava la casa.

— Ah! egli rispose alzando le spalle: una cosa affatto semplice; e che voi non indovinereste mai: l'uso del vapore dell'acqua bollente.»

Mi posi a ridere.

— Quest'uomo (ripigliò il custode) chiamasi Salomone di Caus. Venne di Normandia or fa quattro anni per presentare al re una memoria intorno ai meravigliosi effetti che si potrebbero trarre dalla sua invenzione. A sentirlo col vapore si farebbero girar macchine, camminar vetture, che so io? Il cardinale cacciò questo pazzo senza ascoltarlo. Salomone di Caus, invece di scoraggiarsi, si pose a seguitar dappertutto il cardinale, che, stanco di trovarselo sempre fra i piedi, ordinò di chiuderlo a Bicêtre, dove si trova da tre anni e mezzo, e dove, come avete potuto udir da voi stessa, grida ad ogni forestiere, che non è pazzo, e che ha fatto una scoperta meravigliosa. Compose perfino un libro intorno a ciò, e lo tengo qui.»

Milord Worcester, tutto pensoso, chiese il libro, e lette alcune pagine, disse: — Costui non è un pazzo, no; e nella mia patria sarebbe stato colmato di ricchezze; conducetemi a lui voglio interrogarlo.»

Fu condotto, e ritornò tristo e meditabondo.

— Ora (disse) egli è pazzo; la sventura e la prigionia gli hanno fatto smarrir la ragione per sempre, ma siete voi altri che l'avete reso pazzo; e quando l'avete gettato in questa prigione, gettaste qui il più gran talento della nostra età.»

Quindi ce ne partimmo, e d'allora in poi egli non parla che di Salomone di Caus. Addio, mio caro e fido Enrico; ritornate al più presto; e non siate tanto felice, che non vi resti un po' d'amore per me.

Il libro rimesso dal custode al marchese di Worcester era certamente quello, che l'infelice Salomone di Caus aveva pubblicato nel 1613 col titolo: _Le ragioni delle forze motrici con diverse macchine tanto utili quanto dilettevoli._ Il pensiero di alzar l'acqua per mezzo della forza elastica del vapore appartiene dunque a lui. Quarantott'anni dopo, il marchese di Worcester credette poterselo appropriare, senza timore di udirsene tolta la gloria. Gli Inglesi, sommi applicatori d'idee nuove, mostrano spesso una ciarlataneria senza pari. L'amor nazionale non richiede che si facciano prede nel dominio intellettuale dei vicini, nè che il frutto della rapina e dell'audacia venga qualificato come prima proprietà.

Franklin, Parmentier, Montgolfier, Jaquard, Riquet, trovano naturalmente posto fra gli artigiani anteriori al 1789, quando l'elevazione dal terzo stato e il furore rivoluzionario e gli artefizj de' diplomatici e il fanatismo erudito e i tanti malanni furono guidati dalla Provvidenza ad effettuare la rigenerazione della povera plebe.

Or chi volesse intendere la vita dell'artigiano di Parigi, dico dell'artigiano galantuomo, eccone uno schizzo:

«L'operajo è senza forse una delle fisonomie più caratteristiche del nostro mondo sociale: occupa un luogo distinto, e per necessità del suo lavoro trovandosi spesso in contatto con tutte le classi della società, non ritrae nulla della fisionomia d'alcuna di esse. Prima di tutto, egli è _lui_. Di natura libero, tiene molto di quel lasciar correre, che non trovasi che nelle nature vergini, e non l'udreste mai proferir cattive parole e stizzose. Quando motteggia, il suo pensiero è fecondo di arguzie, di rado v'entra il sarcasmo: quando è in collera; il suo petto si dilata, i suoi occhi mandano lampi, la sua voce è tonante, e la parola divien secca e fiera; ma, siccome dopo la procella vien sereno, così la collera sua nasconde un cuore pieno di perdono.