Part 3
— Povera Anna! Dopo tante belle speranze! Dopo tante promesse!
— Ti ripeto che la l’ha capita da sè.
— E per l’appunto la pigionale!
— Lo vedi tu? Per conoscere un uomo bisogna provarlo nel cimento.
— Gli è che mi dispiace anche per la Maria! Dunque sarà ingannata anche lei! È egli possibile che l’abbia ad avere tanto poco giudizio?
— S’e’ ci si potesse rimediare!
— Proprio ingannata! Perchè i’ la conosco! So io! Gran disgrazia d’avere per madre...! Basta! s’e’ s’ha a lasciar correre, lasciamo correre; ma fate conto ch’i’ durerò una gran fatica a mandarla giù. Sì davvero!
— Michele — e lo guardava con attenzione — i’ t’ho per un figliuolo prudente. S’e’ si può impedire il male di quella ragazza, facciamolo. Ma la faccenda è delicata; e questo tuo calore.... Sbaglierò.... Ma bada!...
— Dio voglia che se Cintio è un cattivo soggetto non la faccia capitar male. Non dirò altro. E maledetto il primo giorno ch’i’ gli parlai.
— No, figliuol mio, il maledire sta sempre male. Ritorna in te. Prudenza, e pensiamo all’Anna. Intanto dammi retta. Doman l’altro la riporta la tela al mercante.... S’e’ non ci sarà nulla di nuovo.... Mi dispiace che per l’appunto ora i’ non posso lasciar la fabbrica! Basta, tu piglierai un calesse e l’accompagnerai lassù a Malmantile a casa della mia cognata. E’ s’era detto di farlo anche dopo la disgrazia della mamma; e per cagione di colui ne levammo il pensiero. Quella buona creatura v’aspetta a braccia aperte. Che cosa ne dici tu?
— La mi par pensata bene.
— O andiamo di là; ad ogni modo il tempo darà consiglio. —
Le donne, in molte cose, e massime se si discorre d’affetti, sogliono avere penetrazione più squisita degli uomini; ed i giovani, sempre più fervidi degli uomini fatti, non sanno contenere quanto bisogna gl’interni moti dell’animo. È meglio questo che una studiata posatezza, la quale nell’uomo onesto può essere prudenza opportuna, ma nel giovine può facilmente diventare simulazione. Perciò l’Anna capì subito il motivo dell’insolito colloquio tenuto in camera tra il padre e il fratello; e questi, suo malgrado, le diede a conoscere che la non s’era ingannata. Anzi, ella fece presto un’altra scoperta; e le bastò di non trovare secondo il solito la Maria al telajo quando scendeva le scale per andar fuori, e di non si veder salutata lietamente a viso aperto come prima dalla Lisabetta. Ebbe poi piena conferma delle sue congetture, se non fosse bastata l’assenza di Cintio, nell’andare col fratello a Malmantile.
Il cavallo, povera bestia, giacchè da un pezzo aveva perso il brio e il vigore della gioventù, non s’era trovato mai a camminare così a bell’agio come in quel giorno. Appena furono fuor di porta, le guide sempre ferme, e la frusta sempre zitta.
— Tu hai un bel dire, quel che è stato è stato, — cominciò allora Michele — ma i’ ho paura che tu te ne voglia ricordare per un pezzo.
— Sì, come quello che s’è visto cascar la saetta accanto senza rimanere incenerito.
— Dio faccia che la tua salute non ne risenta. Tu t’affatichi a fare l’indifferente....
— Che ti pensi tu? l’ho pianto sai? Dell’ore da piangere ce ne sono state, e dimolte!
— Ed io avrò sempre il rimorso....
— Di che? se mai, i’ mi ricordo che tu non eri po’ poi tanto contento. Ma che cosa occorre tornar sul passato? Se tu ti affliggi di questo, per carità, non lo fare. Gli è che.... Michele, nessuno ci sente. I’ non vorrei che questa disgrazia ne tirasse dietro un’altra. Ma che cosa dico disgrazia! Per me la sarà stata una fortuna. Ma se colui si mettesse dintorno.... Dimmi, ti se’ tu avvisto di nulla?
— I’ stavo zitto io, perchè.... Ma tanto, prima o poi, tu l’avresti a sapere anche tu.
— Dunque non ho sbagliato.
— I’ stavo zitto per via di te.
— Per via di me? Figúrati! I’ penso a quella povera disgraziata io! Se la non arriva a conoscerlo in tempo! S’e’ sa fingere con lei come gli ha fatto con me!
— Che vuo’ tu ch’i’ ti dica? Suo danno!
— E ora, anche tu mi vien fuori con l’indifferenza. Come s’i’ non mi fossi accorta d’ogni cosa!
— Ma insegnami il rimedio, se ti riesce! E poi, oramai, no! Ora è finita! Anco se la l’avesse guardato in viso una volta sola!...
— Michele! questo è troppo! La non sapeva nulla: pensaci bene! La non ha esperienza. I’ non dirò che tu facessi male ad aspettare, per conoscerla meglio; questo sì; ma ora la va compatita.
— Gli è inutile!
— No, Michele! tu mi daresti davvero un gran dolore. Guarda, ora i’ ci vo a mal’in gambe in campagna. Se potessi, tornerei addietro. Ma tu, oh! tu m’hai a promettere....
— Io? i’ non ci penso più, te lo giuro.
— E per l’appunto perchè tu lo giuri, i’ non te lo credo. Se c’è verso, te lo chiedo in carità, fa’ di tutto. No’ siamo ancora in tempo. Se non per te, almeno per lei. Ricordati che l’è mia amica.
— Ancora? Dopo quello che la t’ha fatto?
— E vorresti tu darne tutta la colpa a lei? I’ non credevo che tu fossi ingiusto come tanti altri. E’ ce li fanno far loro gli spropositi, e poi non ce li vogliono perdonare.
— Dunque se la Maria si ripentisse?
— Dio lo volesse! Centomila perdoni. E poi ho già perdonato, mentre considero che la sia stata messa in mezzo.
— E lui?
— Di lui non ne parlo.
— Dunque compatisci anche me.
— Oh! ma la cosa è troppo diversa. E’ mi discorreva da un pezzo; e lei, poveretta, la non si sarà neanche arrischiata a figurarsi che un giorno o l’altro tu avessi potuto.... I’ la conosco: con la sua allegria la par franca; ma non è vero; e tu le davi soggezione!
— Ma levare il damo a un’amica! Senza franchezza non si fa davvero! anzi, ci vuole sfacciataggine.
— No’ siamo al solito. O tu non mi capisci, o tu fa’ le viste!
— Non t’inquietare: i’ vedrò meglio come sta la faccenda; e poi, giacchè tu me lo consigli....
— I’ te lo consiglio, e mi raccomando.
— Farò una prova; ma ci spero poco. —
E le medesime cose, con altre parole, ridissero più d’una volta, venendo sempre alla medesima conclusione, finchè non furono arrivati alla Lastra a Signa, dove il marito della zia, era giorno di mercato, gli aspettava, perchè maestro Cecco gli aveva già mandato scritto ogni cosa.
Sandro, con la sincera cordialità d’un onesto campagnuolo, fece ai nipoti un visibilio di feste, montò sul suo cavallo, e presero insieme la strada di Malmantile, discorrendo lietamente del più e del meno. Arrivati presto alla salita, anche l’Anna volle scendere di calesse; e allora i modi gioviali di Sandro e la vaghezza del luogo la distrassero alquanto da’ suoi dolorosi pensieri.
La strada, serpeggiando lungo un torrente, saliva su ripida ripida, framezzo ad amene collinette, in parte coltivate a vigneti, in parte rimaste selvatiche. Dopo un bel tratto di verdeggiante e popolata pianura, quel luogo svariato, un po’ solitario ed alpestre, diveniva anche più gradevole; e il cielo sereno, l’aria purissima, la fragranza delle piante aromatiche, le ginestre e le scope fiorite accrescevano la bellezza della campagna e il diletto di passeggiarvi.
Dopo aver salito alquanto, ecco l’orizzonte a poco per volta farsi più largo; e a destra, sull’opposta riva dell’Arno, sorgere in lontananza le pittoresche cime d’Artimino, di Pietramarina e di Montalbano; a sinistra i gioghi della Romola, e di faccia di quando in quando il castello di Capraja, o la veduta dell’Arno, o una porzione della pianura Empolese. Dove la campagna montuosa apparisce meno fertile e meno coltivata, in quella vece fanno più spicco le collinette scoscese, e le fettuccine di terreno verdeggiante messe a frutto più qua e più là dall’industria; e l’occhio è ricreato grandiosamente dalle vedute di molte miglia di paese lontano, dallo spettacolo delle boscaglie di pini che incoronano i monti slanciando le folte chiome nell’azzurro del cielo, e dai gioghi maestosi dell’Appennino che in maggior lontananza incorniciano il quadro.
— Beato voi, — esclamava Michele verso lo zio — beato voi che vi godete quest’ameno soggiorno lavorando la vostra terra! Noi altri sempre laggiù in quel catino, imprigionati fra le case, spesso affogati nella nebbia, e poi e poi.... non vo’ dir altro! No’ siamo proprio disgraziati!
— Eh giovanotto mio, — rispose il contadino con un sorriso — tu’ di’ bene, ma questa bell’aria costa dimolti sudori per chi deve campare della propria fatica.
— L’è la vostra salute.
— I’ vorrei che tu fossi quassù a’ solleoni per le faccende, o agli stridori del verno, o quando tira la tramontana, che ci rammonta la neve sull’uscio e ci leva di peso dal focolare.
— Vo’ ci siete avvezzi; e se vo’ aveste a lavorare la terra di un padrone, forse direi!... ma per il vostro poderetto dove nissun altro comanda, tutte le intemperie si possono tollerare più volentieri.
— O rimediala quando l’annata va a traverso! E che dopo esserci sbonzolati,[46] bestie e cristiani, su per que’ greppi, un alidore brucia le grasce in erba, o, arrivati alla falce, un diluvio ce le atterra; quando una percossa di grandine ci sperpera l’uva, o quando un turbine di vento ci porta via l’ulive bell’e annerite! Avendo da rifarsi con altre terre, pazienza; ma chi ha solamente quattro zolle?...
— Niente paura! Dopo il cattivo ne viene il buono. Un’annata d’abbondanza vale per tre di penuria.
— Ma voialtri non avete questi timori: il lavoro a chi sa fare e a chi ha voglia non manca mai; ed ogni sabato vi viene snocciolato il vostro salario.
— S’i’ mi lamentassi per me, mi parrebbe di mormorare della Provvidenza; ma gli è anche vero che la legatura perpetua non conferisce, e dà più fastidio di tutte le stravaganze delle stagioni. Io, vedete, i’ starei a patto di non toccar mai la palla d’un quattrino,[47] purchè la zappa e la vanga mi dassero il campamento all’aria aperta.
— Vuo’ tu fare a baratto?...
— Insomma, — interruppe l’Anna ridendo — vo’ mi volete far credere anche voialtri che in questo mondo non ci sia bene per nessuno. Io poi, ve l’ho a dire? mi ricordo delle parole del babbo: Chi si contenta del proprio stato sta bene per tutto.
— E ha ragione! — risposero gli altri ad una voce.
Del resto, nessuno de’ due interlocutori era indiscreto, nè avrebbe osato rammaricarsi sul serio. Ma è troppo naturale al cittadino innamorarsi delle bellezze campestri, e al campagnuolo vagheggiare i comodi della città; perchè, lasciando stare tante altre ragioni, chi visita per poco o quella o questa, ne vede solamente il meglio. Nondimeno i’ mi sarei messo dalla parte di Michele a preferire la campagna e l’agricoltura. La semplicità del vivere che molto giova ai buoni costumi, per dirne una, vale assai più di tutte le agiatezze cittadinesche che sì facilmente li depravano.
Già erano pervenuti i nostri viaggiatori sotto la diroccata bicocca di Malmantile, resa tanto celebre da quel bizzarro ingegno del Lippi,[48] quando videro venirsi incontro tutte giulive la moglie di Sandro e le sue figliolette. Figuratevi le accoglienze amorose, gli amplessi ed i baci! Le donne non s’erano viste da molto tempo, e quello sfogo d’affetti veniva propriamente dal cuore. Attraversando alcuni campi, giunsero a casa dov’era già apparecchiata la mensa. Michele si trattenne quanto occorreva per rifocillarsi e per far riposare il cavallo, e poi gli convenne tornare sollecitamente a Firenze. Nè le istanze di tutti, perchè si trattenesse dell’altro, nè le seducenti bellezze della campagna, valsero a fargli scordare il proprio dovere.
In quel luogo ameno e tranquillo, in compagnia di gente proba, lieta, operosa, l’Anna avrebbe potuto riaversi; e chi l’avesse vista corrispondere con serenità alle attenzioni degli zii e delle cugine, avrebbe creduto che il suo animo fosse privo d’afflizioni. Ma vo’ potete immaginarvi se v’era da starsene alle apparenze! Come dimenticare così subito un affetto nutrito per lungo tempo, sebbene la cagione di levarselo dal cuore così all’improvviso non fosse stata sua? E quante dolci speranze perdute a un tratto? E che rammarico doloroso d’un inganno durato tanto! Poi la passione de’ pericoli ai quali si trovava esposta la sconsigliata amica, e più che altro il considerare il dispiacere del fratello che vedeva andare in fumo una cara speranza. Che anzi le bellezze della campagna, la contentezza che traspariva dai volti de’ parenti affettuosi, e la grata vista d’una famiglia governata dall’amore, e nella quale la temperanza, la semplicità e la voglia di lavorare producevano beni molto preferibili alle ricchezze; tutto ciò produceva nell’Anna un doloroso contrasto col suo stato presente. Quante volte la s’era figurata anch’essa di dover godere della medesima pace, di vedersi crescere d’intorno una famigliuola sua propria, e d’accogliere in seno affetti nuovi e puri e soavi e costanti!
Ora non più! Tutto sparito come sogno. Sicchè dopo i lavori e le ricreazioni della giornata, quando la rimaneva sola nella sua cameretta, affacciandosi alla finestra per godere la vista del firmamento, le venivano giù in gran copia le lagrime, rattenute a forza per tante ore; ed il sonno non era più un dolce riposo per lei, ma il languido assopimento di chi è stanco di soffrire.
A Firenze v’è chi ride; ma quante volte il riso d’una persona è più lagrimevole del pianto d’un’altra! La Maria aveva dato facile ascolto a tutte le fandonie inventate da Cintio per dissipare i suoi scrupoli; ormai s’era abbandonata per l’affatto alle seduzioni della vanità e dell’amore capriccioso; non si saziava di giubbilarne; tutto le compariva color di rosa. Ma la mattina, appena albore, ed essendo sempre tra il sonno e la veglia, le s’affacciava un rimorso, come se l’Anna fosse apparita lì per rimproverarla d’un tradimento. Tutta rimescolata, — Io? — balbettava — non ci ho colpa, veh, io! Gli è stato il caso; e poi, tu non dovevi licenziarlo. Tu gli ha’ dato lo sfratto; ora tant’è che sia io od un’altra. Non mi guardare in quel modo; tu mi fa’ paura. — E riscossa e svegliata con la ricordanza confusa di quel breve farneticare, la si confortava, rammentandosi che la pigionale era fuori di casa, e dicendo con un sorriso: — Manco male, l’è andata via! —
Cintio poi trovava alla fine tutto il suo pascolo nell’aver per dama una fanciulla ghiribizzosa,[49] di bellezza appariscente, dedita a fare spocchia[50] di belle vesti, poco austera negli atti e nelle parole; e godeva più che altro di non ritrovarsi a quella suggezione d’un padre autorevole ed accorto e d’un fratello assennato. V’era la Lisabetta; ma come volete voi che la povera vecchia con tutte le sue sfuriate di chiacchiere non si lasciasse prendere il sopravvento da un appaltone[51] inforestierato? L’ebbe un bel dirgli e ripetergli: — Badiamo bene! prima di lasciarvi discorrere con la me’ figliuola i’ vo’ sapere che intenzioni siano le vostre! Che vo’ non vi crediate d’aver che fare con una milensa; qui vo’ non troverete il terreno morvido come su. I’ non son maestro Cecco io; quando nacque il suo diavolo, il mio andava a processione.[52] _In primis_[53] e’ s’ha a fissar bene; e’ voglian esser patti chiari; e promettere e mantenere. In casa mia s’usa così. Nissuno vi ci ha chiamato.... — e via discorrendo. Promettere? E che cosa costa far credere il panno largo, ed obbligarsi anche a faccia fresca per iscrittura a chi s’è fatto spergiuro con un’altra? a chi non si ricordava d’aver visto morir contenta una madre colla speranza che fosse assicurato il buono accasamento della figliuola? E dopo le promesse ed i giuramenti, la povera vecchia si diede maggiormente pace, vedendo che i pigionali stavano zitti, che l’Anna se l’era battuta, che Cintio non rifiniva a regali; inoltre ogni repugnanza svanì addirittura quand’ebbe scoperto in esso una segreta passione, che per lei era buon requisito, la passione vo’ dire del giuoco del lotto. Con una terzina battezzata per sicura, con una cabala da tirar fuori la vincita, Cintio poteva comandare a bacchetta.
Poco ci volle a Michele per accorgersi di questa conformità degli animi; e per quanto se ne addolorasse molto, e propendesse ad obbedire alle raccomandazioni della sorella ed ai suggerimenti del proprio cuore, nondimeno si trovò legate le braccia, e dovè concludere che il caso era proprio disperato.
Nel medesimo tempo la sorella, benchè sempre distratta dalle amorose attenzioni de’ buoni parenti, non poteva più sopportare di trovarsi lontana dalla casa paterna; ed il non saper nulla di quello che Michele avesse potuto risolvere le dava molto martòro. Dopo una ventina di giorni maestro Cecco era andato lassù coll’intenzione di farle solamente una visita e di lasciarvela stare dell’altro, se la zia, come poteva figurarselo, si fosse opposta alla sua partenza; ma e’ conobbe che non v’era da farlo, che non conveniva prevalersi d’un’obbedienza forzata, e che d’altronde la rassegnazione della fanciulla non era più da mettersi in dubbio.
Vi lasciò considerare se con tutto ciò l’Anna rimanesse intenerita dalla sincera afflizione che gli zii e le cugine mostrarono nel separarsi da lei! Per istrada non s’arrischiò ad interrogare il babbo su quello che le premeva tanto di sapere; e come a sfogo di gratitudine verso i parenti, non fece altro che raccontargli le loro affettuose garbatezze: ma appena rivisto il fratello, non indugiò a leggergli in volto lo scoraggiamento di chi non ha potuto superare gli ostacoli d’un’impresa troppo difficile.
— E proprio non c’è speranza? — gli disse quando furon soli.
— Tu lo vedrai anche da te. Perchè non se’ tu rimasta in campagna?
— In questo caso sarebbe meglio ch’i’ non ci fossi neanche andata, o che piuttosto tu vi potessi passar tu una ventina di giorni.
— Anch’io so rassegnarmi.
— Non mi pare; tu se’ andato a male, sai, in questo po’ di tempo!
— Eh giusto! sarà il dispetto; perchè.... perchè non si può veder di peggio. E non so chi mi tenga dal non rompergli il muso a quello sciagurato!
— Ho io ragione? Abbi pazienza, ma bisogna che tu mi dia più retta. I’ non vo’ più sentire questi discorsi. Una bella rassegnazione codesta!
— E s’i’ ti dicessi ch’e’ par giusto giusto che gli abbiano ragion loro! ch’e’ non si riguardano di farsi vedere, di salutarmi come s’e’ non fosse accaduto nulla, come se dopo un tradimento come questo s’avesse a essere più amici di prima!
— Compatiscili: e’ saranno più disgraziati che mai. Quand’uno ha perso la bussola, non sa più quel ch’e’ si faccia. E poi, non dubitare, se gli è uno sproposito, verrà anche il ravvedimento.
— Venga pure; ma per me l’ha indugiato troppo! —
Anche l’Anna potè convincersi poco dopo che Michele non aveva esagerato nel darle ragguaglio del loro contegno. L’accecamento durava sempre; e perchè l’amica tradita non ebbe cuore, al primo incontro casuale con la Maria, di farle il viso dell’arme, questa riprese animo; credette che la generosa compassione e la benignità della virtù soccorritrice fossero invece indizio di sommessione, e godè in cuor suo di poter liberamente vantare a’ suoi occhi un malaugurato trionfo.
Nel mentre che l’Anna ritornava premurosa al telaio per allestire il nuovo lavoro e ricattare il tempo perduto in campagna, la Maria e la Lisabetta inciambellate[54] da Cintio, andavano ogni sera a spasso, e qualche volta anco al teatro; e per questi svaghi fu necessario buttar via de’ quattrinelli in fronzoli e sciupar delle ore per metterseli dintorno. Quindi tra i molti divertimenti co’ quali il parrucchiere infatuato volle ganzare[55] la nuova dama, vi fu quello d’una merenda alle Cascine in comitiva d’alcuni servitori di forestieri. Anch’essi avrebbero condotto le loro donne; e volevano fare, per dirlo con parola barbara più imbarbarita che mai, un _picchinicche_[56] appunto come facevano i loro padroni con grande scialacquìo di vivande, con sfarzo di vestiario, e perfino colla scarrozzata, pigliando a nolo due o tre _fiaccherre_. Figuratevi se Cintio si sbracciò a far l’impossibile perchè la Maria e la Lisabetta fossero della brigata, e non scomparissero a petto alle altre! Ma ci voleva il vestito di seta, ci volevano le gioie, e tutto all’ultima moda, e tanto per la vecchia che per la giovane! La spesa era molta e gli assegnamenti mancavano. Per combinazione, una tra centomila, il giuoco del lotto venne improvvisamente a fargli crescere quella smania. Gnorsì, dacch’e’ faceva all’amore con la Maria s’era messo a giocare disperatamente da sè ed a mezzo con la Lisabetta, studiando la cabala degli _autori_[57] di grido, e dando retta alle più scempiate stregonerie, che l’ignoranza del gonzo tiene quali articoli di fede e che l’iniquità dell’impostura fomenta per assassinarlo. Pochi giorni innanzi a quello che era stato fissato per la merenda, eccoti la vincita, una gran vincita veh! quella d’un ambo. Avevano già speso più del doppio di quel ch’e’ riscossero; ma che cosa volete? l’immaginazione de’ giocatori di lotto, si sa, al primo barlume di fortuna, si riscalda, s’infiamma, come quella d’un cortigiano che precipitandosi in terra per baciar le impronte delle pedate del principe abbia potuto una volta metter le labbra anche sopra una cócca del manto reale.
— C’è ella la Provvidenza? — esclamò la vecchia tutta ringalluzzata, appena vide Cintio dopo la famosa consolazione.
— O andate a dire ch’i’ non l’azzecco!
— Sempre voi! Come il cacio su’ maccheroni.
— Eh figliuolo! — e gli si accostava all’orecchio perchè neanche l’aria la sentisse — I’ non ci vo per nulla laggiù, voi mi capite! sulla piazza del Carmine![58]
— Un viaggio e due servizi — diceva allora tra sè il parrucchiere pensando alla Maria lasciata sola. — E questo gli è anche un buon augurio — soggiunse forte. — E’ si vede bene che la Maria era destinata per me.
— Sicuro! quando vo’ mi dite che alle mani di maestro Cecco non c’era verso di giocare? Vecchio trullo![59] Per onestà e’ sarà un uomo da mettergli il capo in grembo. Dio l’abbia in gloria! ma se gli ha a noia il lotto, e’ mi dà in ciampanelle,[60] e’ patisce nel comprendonio. Lo vedete voi? gli è inutile confondersi, nondimeno per la povera gente non c’è altro rinfranco!... Che pretende di saperne più lui di chi l’ha inventato? Basta darci dentro e saper capire l’_autore_! Oio![61] a quest’altra girata s’ha a raddoppiare la posta; e i numeri ci sono, da fare un bello sdrucio, di quelli di sott’il banco; e gli ho già messi in prova.[62] Eh! v’insegnerò io il segreto per tenere la strada aperta alla fortuna. Chi la dura la vince. —
Ma Cintio allora le dava poca retta, perchè l’essenziale consisteva nel preparare l’occorrente per la merenda.
Presto, con la sua tessitorina, dalla sarta e dalla crestaia; il lavoro è di furia; i denari lì, uno sopra l’altro; dunque da parte i vestiti delle signore; e poi chi direbbe di no all’accorto e piacevole parrucchiere che sa guadagnarsi la protezione delle sue ricorrenti, che può avere ordinazioni co’ fiocchi e ordinazioni per forestiere, sempre ricche sfondate?[63]
Poi andarono sul Ponte Vecchio, entrarono in una delle botteghe più in giorno con la moda, e l’orefice penò poco ad avvedersi che si trattava d’innamorati e di quattrini vinti al lotto. La vecchia che non aveva mai visto un gruzzoletto di plurimi[64] ballanti e sonanti, facilmente si diede a credere ch’e’ fosse la miniera del monte gaio, e che prima di vederne il fondo la potesse lasciar andare la briglia a que’ due capi sventati. E se v’è un giuocatore che dopo la più meschina vincita non si figuri d’aver acciuffato pe’ capelli la fortuna, e non si creda di poter subito rinnocare,[65] e non pigli la rincorsa verso il precipizio che l’aspetta, segnatelo col carbon bianco.
Finalmente arrivò la domenica del _picchinicche_;[66] il tempo era bellissimo: due _fiaccherre_ si fermarono dinanzi al marciapiede delle case-nuove. Colui che poco prima aveva paura che la sua bella dovesse far poco spicco, ebbe la soddisfazione di vederla superare in leggiadria e in lusso tutte le compagne.
Le finestre del vicinato messo a rumore erano affollate di gente per vederla salire in carrozza col suo milordino; e i cavalli a chiocchi di frusta condussero via gloriosa e trionfante la comitiva. E nella strada un bairamme:[67]