Racconti politici

Part 7

Chapter 73,783 wordsPublic domain

Un altro, che pareva più estenuato, senza muoversi dalla sua posizione, fece questa domanda: è dei nostri il ferito?

— No! gli è un capitano tedesco!...

— Un tedesco! — esclamò il ferito — badate che l'oste non sappia nulla... Avete capito? — fate attenzione a Gregorio!...

E la voce si tacque.

Il cappellano e la Guida, intenti a fasciare le ferite del capitano, non compresero quelle parole.

IV.

— Convien scendere a Storo in cerca di un chirurgo, disse il giovine sergente delle Guide. Sarà bene che vada io stesso... Il ferito è in buone mani... è inutile che io vi raccomandi di trattarlo come fosse uno dei nostri.

— Tutti gli uomini sono fratelli — rispose il prete — e non potè astenersi dal soggiungere: per scannarsi l'un l'altro, salvo poi a prestarsi vicendevole aiuto quando si sono scannati!

Il sergente delle Guide uscì dalla stanza.

Il tedesco pareva assopito. — Don Remondo era rimasto a piedi del letto e recitava, da buon cristiano, le sue preci della sera, colla testa curvata dal sonno. L'infermiere, dietro ordine del cappellano, era uscito anch'egli per andar in cerca di ghiaccio.

Un grido lamentevole, partito dalla stanza superiore, scosse il cappellano dalla sua ascetica sonnolenza. — In quella stanza del secondo piano c'erano altri due letti; altri due garibaldini feriti...

Don Remondo non poteva esitare. — Tolse da terra la lucerna, e battendo sulla spalla di un vecchio che se ne stava rattrappito ed immobile presso il letticciuolo vicino: Gregorio! gli disse con voce amorevole: che serve ora mai?... riprendi i tuoi uffizi di carità... gli è il miglior modo di rendersi accetti a Dio, e di far del bene ai poveri morti! Io sono chiamato là sopra!... Quì non resta più alcuno... fa attenzione se questo povero diavolo che ha poche ore da vivere... reclama qualche servizio... Mi hai capito, Gregorio?...

E il cappellano, vedendo che il vecchio aveva rialzata la testa e lo aveva ascoltato con faccia compunta, salì frettoloso la scaletta per accorrere alla voce che non cessava di chiedere ajuto.

Il vecchio volse una occhiata al letticciuolo che il prete gli aveva indicato.

Poi crollò la testa, e ripiegandosi tosto sul guanciale che gli era più prossimo, si diede a singhiozzare e a parlare seco stesso.

Su quel guanciale spiccavano i contorni di una testa coperta da un sottile fazzoletto di tela bianca. Il vecchio sollevò un lembo di quel fazzoletto, e accarezzò con uno sguardo pieno di amore e di angoscia le pure sembianze di un fanciullo irrigidito dalla morte. — Un volto che pareva quello di una vergine, — un morto che sorrideva come l'angelo che dorme.

— «Morto!... proprio morto!... Ma dov'è la giustizia di Dio? Anch'essa ha dovuto morire... la povera Martina! E sua madre quasi impazzita...! I preti dicono dal pulpito che i prepotenti, o presto o tardi, la scontano!

«Io l'ho ancora presente... quel mostro...

«Sì... l'ho presente... poichè nelle fattezze di questo povero ragazzo che era un angelo, c'è pure qualche cosa di quel demonio! Forse ho fatto male a condurre un ragazzo in mezzo a questi orrori. Ho voluto vendicarmi da me.... e il Signore ha detto: vediamo un poco cosa sai fare?... Ci hanno cacciati fra queste montagne dove si combatte senza vederci in faccia... Ho avuto un bel cercarlo io... Quel mostro era forse là... dietro un macigno... a tirare i suoi colpi al sicuro... e me l'ha ucciso...! Cosa dirò a Veronica tornando al paese?... Oh! ma io non tornerò!... Te lo prometto, Ernani... Io mi arrampicherò su questi massi... come da ragazzo quando andavo alla domenica a snidare i falchetti... Andrò bene a trovarli io, quei brutti ceffi che non si fanno vedere... E quando ne avrò trovato uno...

In quel punto dal letto vicino si partì una voce lamentosa.

— Datemi un sorso d'acqua!... per pietà, un sorso d'acqua... che io mi sento morire...!

Gregorio abbassò il pannolino sul viso del morto, e si volse dall'altro lato con sembianze mutate. In quella voce di moribondo gli era parso di udire un suono conosciuto.

Si levò in piedi — corse alla brocca per attingere acqua, e tornando al letto del ferito, gli accostò al labbro il bicchiere guardandolo fissamente.

— Ma voi... non siete dei nostri? — domandò il vecchio con terribile voce, dopo avere colla intensa avidità dello sguardo ricostruite quelle sembianze oramai scomposte dalla agonia.

Il morente non poteva indovinare il terribile segreto di quella domanda, non poteva sospettare che quelle ultime goccie d'acqua stillanti sull'arsura delle sue labbra, gli erano versate da un uomo che, riconoscendolo, lo avrebbe avvelenato collo sguardo.

— Fratello italiano: — prese a dire il tedesco con voce interrotta dai singulti — vi rendo grazie delle vostre cure... Non c'è tempo da perdere... io vi prego... chiunque voi siate... di inviare alla mia famiglia che vive a Pesth... la carta rinchiusa nel mio portafoglio... Fate sapere ai miei figli che ho combattuto fino all'ultimo... per la patria e per l'imperatore...

— Ma il tuo nome! il tuo nome, o dannato d'un tedesco! — urlò Gregorio come una iena...

L'altro si scosse... I suoi occhi nuotanti nella morte si spalancarono per terrore...

— Buono italiano! in guerra bisogna che tutti facciano il proprio dovere... io sono il capitano Francesco Neïper!... e non ho fatto male a nessuno...

— Non hai fatto male a nessuno?... Ma guarda un poco se hai fatto male a nessuno! gridò il vecchio strappando il pannolino dalla testa del giovine morto. — Io sono Gregorio... l'oste di Val d'Intelvi... il padre della poveretta che è morta di vergogna... di crepacuore... e questo che tu vedi... è il figliolo che tu hai abbandonato... e che i tuoi hanno ucciso!

Gregorio si avventò sul capitano con un gesto orribile, ma uno dei feriti garibaldini, riscosso alle grida del vecchio, era balzato dal letto per impedire una scena atroce.

In quel punto, il cappellano accorrendo dalle stanze superiori, si precipitava fra il vecchio ed il moribondo, mentre il sergente delle Guide entrava dalla porta di strada in compagnia di un chirurgo.

Per un istante un silenzio lugubre regnò nella stanza.

Don Remondo colla sua mano nerboruta serrava i polsi del vecchio — il sergente delle Guide sosteneva nelle sue braccia il garibaldino per ricondurlo al suo letto — il chirurgo, prostrato al giaciglio del capitano tedesco, ne esaminava le ferite, lavandole con una spugna.

— Che volevi fare... che hai tu fatto... o mio vecchio Gregorio! — esclamò il prete con voce sommessa. — Hai tu perduto la ragione? Vergogna!... Infierire contro un uomo vicino a morire!...

— Era lui!... proprio lui! — rispose il vecchio con voce strozzata — quegli che mi aveva fatto tanto male... Che il Signore mi perdoni... ma... poco fa... nel sentire la sua voce... nel riconoscerlo... mi ha preso un tal impeto... Ho creduto che il giusto Dio me lo avesse fatto trovare in questo luogo... presso al cadavere del mio povero Ernani... per darmi la consolazione... di finirlo colle mie mani!

— Non c'era bisogno — disse il chirurgo, levandosi in piedi e allontanandosi dal giaciglio coll'aria indifferente dello scienziato. Penetrando fra la clavicola e la costa superiore, la palla si è sprofondata nel polmone sinistro e la morte divenne inevitabile.

— Hai sentito? — disse il cappellano a Gregorio, poichè il dottore e la Guida si furono alquanto allontanati per visitare gli altri feriti. — Ora, se tu sei un bravo cristiano, inginocchiati e prega anche per lui, pensa che il povero Ernani gli ha già perdonato in paradiso — e che ora, padre e figlio ci guardano di lassù abbracciati.

Ciò detto, don Remondo si levò dalla testa il suo ampio cappello, e mentre Gregorio cadeva in ginocchio a mani giunte, si fece a recitare una semplice preghiera che diceva:

«Anche oggi la morte ha mietuto sui due campi centinaia di vittime umane. Perdonate, o Signore, ai fratelli che uccidono i fratelli, e inviate le vostre consolazioni alle madri che aspettano invano.»

V.

Trascorse alcune ore, gli ospiti del piccolo albergo parevano assopiti. Il vecchio Gregorio, rattrappito fra due letti, colla testa ricurva, avea cessato di pregare e di piangere. Nessuna espressione di dolore per parte dei feriti. Il tormento e l'angoscia reprimevano il singulto, nulla turbava i silenzi della notte misteriosi e profondi.

Nella stanza terrena, seduto presso una vecchia tavola, il sergente delle Guide scriveva. La sua penna scorreva rapidamente sul foglio, agitata da un leggiero tremolio; avresti detto che quel giovine fosse intento a commettere un delitto; che rivelando ad una persona amica i segreti del proprio cuore, temesse di dire cose riprovevoli e codarde. Sul campo di battaglia, dopo le innebrianti e spietate emozioni, il sentimento dell'amore quasi apparisce puerile e ridicolo. L'eroe del mattino aspetta le tenebre e la solitudine per scrivere alla sua donna. Se i suoi compagni lo sorprendessero, il rossore gli monterebbe alle guancie. — Vedete se la guerra non inverte gli istinti del cuore umano! — i più puri, i più nobili affetti dell'uomo somigliano ad una debolezza e quasi diventano obbrobriosi, laddove non si vive che per uccidere o per essere uccisi.

Il sergente delle Guide non è pei nostri lettori un personaggio sconosciuto. Basti dire che egli si chiama Edoardo De Mauro, il figlio del ricco industriale di Milano, il fidanzato di Enrichetta Cantareno. — È forse mestieri di aggiungere che la lettera è diretta a lei, alla fiera e orgogliosa fanciulla, nel cui amore Edoardo aveva attinta la forza per compiere, a malgrado della resistenza paterna, i doveri di cittadino italiano?

Ed ora che abbiamo riconosciuto il nostro giovane eroe, poniamoci dietro le sue spalle, e coll'occhio seguiamo lo scritto che il di lui cuore va dettando:

«Mia Enrichetta!

«Io ti scrivo da una povera stanzuccia piena di tenebre e di dolore. Poco fa ho dovuto assistere ad una orribile scena che ha portato al colmo la mia tristezza. Non ho cuore di descrivertela; e d'altronde il tuo animo gentile di donna non reggerebbe al racconto. Debbo ora dirti che questa fu una giornata di gloria per l'esercito garibaldino. Ci siamo impadroniti del forte di Ampola; ma ciò ha costato gravi perdite. Quando si pensa che soli duecento uomini difendevano quella fortezza, e ch'essi potevano fulminarci senza pericolo...! Ma a che servono i tristi commenti? Ampola ha dovuto arrendersi; qualche centinaio di prigionieri sono in nostro potere, e la bandiera austriaca che sventolava sul forte è caduta in nostra mano. — Contuttociò il mio animo non è punto rassicurato, ed io domando invano a me stesso il mio entusiasmo e la mia fede.

«Vi è qualche cosa di inesplicabile, di fatale in questa guerra — tanto ciò è vero che anche le vittorie ci prostrano come sconfitte. Io non mi pento di essere venuto a combattere — ho obbedito alla voce del dovere — se non lo avessi fatto ne avrei eterna vergogna. Ma ben altro era lo spettacolo, altre le emozioni che io mi riprometteva dalla battaglia — io posso dire di aver perduta una illusione ad ogni tappa.

«Vuoi che io ti parli sincero? Io desidero che la guerra abbia fine, io sospiro il momento di svestire questa uniforme per quanto gloriosa ella sia, e tornare semplice cittadino. Se io dovessi riassumere il mio giudizio su questo esercito in camicia rossa, al quale mi sono aggregato, non potrei farlo che con queste parole: «eravamo troppi o troppo pochi.» Non chiedermi in proposito altre spiegazioni.

«E frattanto, i migliori patiscono, combattono e muoiono! — In questa cameruccia, dove io sto scrivendo, c'è un poeta, un giovine poeta ferito, certo Eugenio Lanfranchi. Egli era venuto coll'entusiasmo della sua anima esuberante, egli era dappertutto ove tuonavano i cannoni e le carabine. — In quell'angolo c'è un morto, un fanciullo di tredici anni, che era venuto da Val d'Intelvi per vendicare sua madre... Il povero ragazzo ha fatto prodigi di valore... e nessuno saprà di lui... Quanti vennero per odio all'Austria, o per un elevato sentimento di dovere, o per entusiasmo di gloria... tutti meriterebbero una fronda di alloro... od un monumento... Ma queste anime candide e generose compiono i loro prodigi nel silenzio e nelle abnegazioni — gregarii degli infimi ranghi soffrono senza alzare un lamento, muoiono senza lasciare un ricordo. Pure io credo che anche in queste anime elette, l'entusiasmo e la fede a quest'ora sieno molto sbolliti.

«Udremo più tardi, a guerra finita, le recriminazioni e le invettive. Tutte le accuse andranno a cadere sul governo... e fors'anche — ma io credo che non l'oseranno — sullo stesso Garibaldi. — Dei colpevoli ve ne sono molti, e in ogni parte, su tutta la linea; ma da questo intrigo inesplicabile di colpe, di errori e di fatalità, il nome di Garibaldi uscirà più puro e più glorioso che mai. Quell'uomo è il riassunto, la personificazione delle idee più elevate. Per farti comprendere questo carattere grandioso e solitario, ti dirò ch'egli è meno garibaldino e più italiano di noi tutti...

«Mi è forza interrompere la lettera... Sento le balde voci de' miei compagni che sposano al suono dei tamburi i loro inni di guerra... Oggi ci avanzeremo verso Lardaro... Addio Enrichetta; il cuore mi dice che presto ci rivedremo, e lo desidero. Le più elette intelligenze, i più nobili cuori si consumano in queste lotte — e la feccia sopravvive! È un orribile pensiero codesto! — Non ti sembra che l'Italia abbia invece bisogno di economizzare le sue forze intellettuali e morali già ridotte all'estremo? Oh! voi altre donne vi siete molto adoperate in questi anni per infiammare di eroici sentimenti la gioventù italiana! — Ma un'altra missione vi resta ora da compiere, e non meno patriotica — creare degli uomini sapienti e costumati.

«Io vorrei che nel paese nostro ci fosse meno entusiasmo e qualche maggior lume di onestà e di sapere.

«Ti abbraccio con tutto il mio cuore.

«Il tuo EDOARDO.»

VI.

Di là a qualche settimana, dal quartiere generale dell'armata si partiva un dispaccio diretto al generale Giuseppe Garibaldi, nel quale a nome del re gli si ingiungeva di abbandonare le posizioni già guadagnate nel Tirolo e di retrocedere co' suoi volontari fino oltre la linea del Mincio... Tale misura, diceva il dispaccio, era divenuta indispensabile in seguito ad una convenzione d'armistizio accettato e stabilito dalle due parti belligeranti.

Garibaldi, nel leggere il foglio, divenne pallido e tetro. Egli sentì in quel momento tutto il corruccio e l'indignazione dei suoi... nonchè il dolore e la vergogna d'Italia. — Ma il patriotismo fu più forte dell'orgoglio — l'eroe delle inverosimili battaglie superò sè medesimo nell'eroismo della sommissione.

Una parola eternamente memorabile uscì dalle labbra di quel patriota gigante — una parola, che sola basterebbe a rendere immortale la fama di lui.

— Obbedisco!

L'uomo del comando, l'uomo nato a dominare, a trascinare le masse — sotto la impressione di una calamità inesplicabile, che fu per l'Italia una grande umiliazione e un immenso pericolo — piega la fronte, come il più umile dei mortali, ed obbedisce.

Vi è qualche cosa di commovente in questa abdicazione di potere per parte di un uomo sì grande. Quale lezione per gli inetti e pei vanitosi, che hanno fatto e non cessano di fare sì deplorabile prova nella tenacità del comando!

FINE.

_Un capriccio della Rivoluzione._

CAPITOLO PRIMO

Teodoro Dolci e l'arcivescovo Romilli.

Correva l'autunno dell'anno 1847, e sulle provincie Lombardo-venete pesava più grave che mai il giogo della dominazione straniera.

Il molto reverendo don Dionigi Quaglia cappellano di Capizzone, una sera chiamò a sè il nipote Teodoro e, fiutata una enorme presa di tabacco, gli tenne il seguente discorso:

— Questa mattina per mezzo dell'imperiale regio commissario di Almenno ho ricevuto il dispaccio ufficiale che ti nomina a maestro elementare del paese. Prima di entrare in carica, sarà bene che tu dia l'ultima mano alla tua educazione morale e scientifica, onde corrispondere alle speranze che ho in te riposte ed alla fiducia che l'imperiale regio governo si è degnato accordarti. Da gran tempo io aveva stabilito di farti viaggiare; perocchè i viaggi sviluppano le facoltà mentali, e confermano le teorie col battesimo della pratica. Ora, la buona occasione è venuta. Domani entra in Milano monsignore Bartolomeo Romilli, il quale va a prender possesso in quella città della cattedra arcivescovile. Monsignor Romilli fu mio collega di seminario, una gemma d'uomo... un talento, un vero mostro di sapere...! Aggiungi ch'egli è anche bergamasco, quindi orgoglio e vanto della nostra nazione. Io desidero che tu assista alla solennità.... Se io non fossi tanto inoltrato negli anni, volontieri verrei ad accompagnarti.... Ma questi benedetti reumi nelle gambe non mi dànno più requie.... Basta! Sia fatta la volontà di Dio! Prendi questo taccuino, Teodoro. In esso noterai tutte le chiacchiere che udrai fare a Milano sul conto del nuovo arcivescovo; poi, tornando a Capizzone, mi descriverai punto per punto le cerimonie dell'ingresso. È inutile che io ti raccomandi di esser savio e prudente durante il viaggio; tu fosti sempre un buon figliuolo. Guardati dai pericoli; tira via per la tua dritta; cedi sempre il passo alle persone di riguardo; rispetta le autorità e i funzionari pubblici. Partirai colla vettura del Brunetto, il quale ti condurrà all'albergo dell'Agnello, e poi alla sera ti accompagnerà a vedere l'illuminazione. Il padrone dell'Agnello mi conosce. Annunziati nipote di don Dionigi Quaglia, e sarai accolto come un principe. Mercoledì il Brunetto verrà a riprenderti colla vettura, e tornerai nelle braccia di tuo zio. —

Alla fine della parlata, il dabben prete si levò di tasca un _marengo_ con poche monete spicciole, e lo porse a Teodoro. Questi baciò la mano allo zio, e andò tosto a coricarsi.

Caterina, la serva di don Dionigi, verso le quattro del mattino seguente entrò nella camera di Teodoro per isvegliarlo. Il giovinetto si pose indosso gli abiti di festa, e scese sulla piazza ove la vettura del Brunetto lo attendeva.

Nell'attraversare il sagrato, gli occhi di Teodoro levaronsi furtivamente verso una finestra. «Mi duole di partire senza vedere Dorotea,» pensò egli sospirando. Ma i cavalli scalpitavano, e la frusta del vetturino dava il segnale della partenza. Il giovane salì in _serpa_, fece tre volte il segno di croce, e la carrozza prese la via per Milano.

Prima di procedere nel racconto, schizziamo brevemente il ritratto del nostro eroe.

Teodoro Dolci da pochi giorni avea compiuti i vent'anni. Egli non era uscito mai da Capizzone, modesto paesello della provincia bergamasca. Orfano dalla infanzia, era stato allevato dallo zio materno, il molto reverendo cappellano don Dionigi Quaglia, uomo di ottimo cuore, che aveva trasfusa nel nipote tutta la sua scienza, insegnandogli a leggere, a scrivere di buona calligrafia, a servir messa, a far conti e a coniugare i verbi regolari.

Se Teodoro quanto a coltura dello spirito potea chiamarsi il più distinto giovine di Capizzone, don Dionigi nell'educarlo avea scordato ch'egli apparteneva al sesso mascolino. Il molto reverendo avea stillato nel cuore del nipote una morale debilitante, quella morale di sommissione e di abnegazione, che a questo mondo non giova gran fatto, ma nell'altro ci fa degni del paradiso.

All'età di quindici anni, Teodoro usciva di casa condotto a mano dallo zio o dalla vecchia servente, i quali ad ogni tratto lo ammonivano: Bada a quel sasso! — guardati da quel mulo! — non toccare quell'arbusto! — quelle bacche son velenose!

La timidità di Teodoro era divenuta proverbiale a Capizzone, e avea singolarmente reagito anche sulla di lui costituzione fisica. Il nipote di don Dionigi avea le guancie olivastre, l'occhio fisso e intorpidito, le labbra languide e semiaperte, la testa mollemente ricurva sul petto, le spalle rattratte, e due braccia interminabili che quasi toccavano il tallone.

All'età di vent'anni, Teodoro sembrava incapace di concepire un'idea, di fare un atto qualunque che non fosse dipendente dall'altrui volontà. Nondimeno l'educazione non può soffocare gli istinti, e il giovine montanaro da qualche tempo nutriva nell'anima un segreto, un tormento... una passione. Senza consultare lo zio, Teodoro avea osato amare una _persona di sesso diverso_, Dorotea Melazza, la figlia del sagrestano. Più volte i due amanti si erano incontrati la sera in sul sagrato all'ora dell'_Angelus_, per iscambiarsi un colpo di gomito. Quel gesto, più che ad una dichiarazione, equivaleva ad un contratto nuziale. La mattina in cui Teodoro dovette partire per Milano, soffrì uno spasimo al cuore, che gli fece comprendere per la prima volta tutta la forza e la misura dei prôpri sentimenti.

Dopo ciò, mettiamoci noi pure in cammino, e seguiamo il nostro eroe nel suo primo viaggio.

Il nipote di don Dionigi dondolava nel vano della _serpa_ senza dir motto.

«Quale strano capriccio è venuto in capo a mio zio! — pensava egli; — io stavo tanto bene a Capizzone! Davvero non so comprendere il matto gusto che provano taluni a viaggiare!... Oimè, le mie ossa!... Mi pare che la vettura penda a sinistra.... La cavalla grigia è mal ferma sulle gambe!... E dàlle con quella frusta! Il Brunetto vuol condurmi al precipizio!... Chiudiamo gli occhi... Povera Dorotea! Che dirà ella quando saprà ch'io sono partito? Non veggo l'ora di tornare a Capizzone!»

Il viaggio fu lungo e noioso. Verso le cinque pomeridiane, la vettura del Brunetto giunse alle porte di Milano, nell'ora appunto in cui il nuovo arcivescovo entrava trionfalmente pel corso Orientale.

— Misericordia! quante carrozze! che confusione! — esclamò Teodoro. — Per carità... Brunetto... torniamo indietro... od almeno restiamo qui, finchè non sia passata tutta quella gente! —

Il Brunetto per tutta risposta diede una frustata ai cavalli e penetrò nella fila delle carrozze, che facevano corteggio alla nuova Eminenza.

L'ingresso dell'arcivescovo Romilli in Milano dava il primo impulso alle dimostrazioni patriottiche di un popolo fremente che anelava alla indipendenza ed alla libertà. Le acclamazioni, i viva della moltitudine, anzichè al prelato bergamasco, eran volti a Pio IX, al pontefice iniziatore di civili riforme, a lui, che dal Vaticano avea benedetto il vessillo tricolore, e bandita la crociata contro i dominatori stranieri. Il nuovo arcivescovo, attraversando il corso di porta Orientale, si sforzava di sorridere alla folla plaudente: ma le grida, gli urli del popolo avean suono di minaccia, e il nome di Pio IX, troppo spesso ripetuto, feriva l'orecchio del timido prelato come tuono foriero di tempesta. Teodoro Dolci, l'ingenuo campagnuolo, era ben lungi dal comprendere lo scopo misterioso e solenne di quella festa, ignorava che quelle grida popolari erano il preludio di una rivoluzione. Egli si tolse il taccuino di tasca e vi segnò colla matita: _Entusiasmo di popolo; grida Viva Romilli! viva Pio IX! viva l'Italia!_ Il poveretto, compiacendo di tal guisa ai desiderii dello zio don Dionigi, non poteva prevedere quali funeste conseguenze erano per derivargli da quelle _riottose_ annotazioni.

La vettura del Brunetto impiegò due buone ore per condursi da porta Renza all'albergo dell'Agnello. Teodoro, stordito dal baccano e dall'insolito spettacolo della moltitudine, non udiva, non vedeva più nulla. Appena la vettura fermossi alla porta dell'albergo, il nipote di don Dionigi rotolò dalla _serpa_, e cascò sulla pancia dell'albergatore.

— Non ci sono più alloggi! — gridò l'oste incrollabile, — tutte le camere sono occupate da parecchi giorni.

Teodoro levossi il cappello e, ricordando i consigli dello zio, affrettossi a rispondere:

— Io sono il nipote del molto reverendo sacerdote don Dionigi Quaglia di Capizzone....

— O quaglia o pernice, qui non vi sono più camere da alloggiare forastieri, — replicò bruscamente l'albergatore. — I circostanti proruppero in una risata, e il povero campagnuolo si inchinò fino a terra.