Part 25
Uomini che pensassero all'Italia, che fremessero del servaggio straniero, che davvero abborrissero l'Austria, erano in numero assai scarso. I più ignoravano che un'Italia esistesse. Eppure, qualcheduno agiva in secreto, qualcheduno scriveva, qualcheduno si assumeva l'incarico pericoloso di propagare i fogli di Mazzini. Allora c'erano rischi tremendi a parlare di politica, foss'anche col più intimo degli amici. Taluni che troppo osavano, cadevano in sospetto di spie. Le _Prigioni_ di Silvio Pellico, erano ritenute un libro ultrarivoluzionario. Qualcheduno, tremando, osava declamare le liriche concitate del Berchet, in circolo ristretto di conoscenti. Tali ardimenti cominciavano verso l'anno 1842.
Si impiegavano sei ore per trasferirsi in vettura da Milano a Pavia; non era permesso di varcare senza passaporto i confini della Venezia.
Le maschere carnevalesche erano insulse e indecenti. Ai veglioni della Scala non era permesso lo accedere senza l'abito nero e un piccolo _domino_ alla spagnuola, che ordinariamente si prendeva a nolo per dieci o venti lire. La guerra dei coriandoli, al giovedì e al sabbato grasso assumeva proporzioni intollerabili. — Recandosi in autunno alle ville, le famiglie patrizie trasportavano enormi bagagli. — Gli stradali da Milano a Varese, e quelli della provincia di Lodi e Cremona erano infestati di ladri. Il brigantaggio scomparve lentamente, coll'estendersi delle comunicazioni e colla coltivazione dei terreni boschivi. — La Valtellina, la Brianza, i colli del Varesotto producevano dei vinetti esilaranti. Il _Monterobbio_ e l'_Inferno_ rivaleggiavano coi più famosi vini dell'estero. Ogni anno, gli eleganti di Milano facevano regolarmente la loro comparsa alla sagra di Imbevera ed ai mercati autunnali di Lecco. I signori, boriosi e stolidissimi, dopo aver vissuto famigliarmente in campagna con persone del ceto medio, negavano a queste il saluto, scontrandole pochi dì dopo sul lastrico di Milano. — I Bergamaschi alloggiavano all'_Agnello_, i Lecchesi alla _Corona_, i Pavesi a _Sant'Ambrogio alla Palla_ ed al _Pozzo_, i Lodigiani al _Cappello_ ed al _Falcone_. Fra quei di Bergamo e quei di Milano duravano livori e rappresaglie. — La Pasta e la Taglioni comperavano ville sul lago di Como. Il poeta Ottavio Tasca sposava la Taccani cantante. Il poeta avvocato Bazzoni si annegava nelle acque del Lario; tutti gli anni qualche povero innamorato si gettava dal Duomo.
Alla morte dell'arcivescovo Gaisruck, e poco dopo, alla entrata trionfale del suo successore Romilli, si manifestavano nelle vie i primi segnali della insurrezione latente. In piazza Fontana, in una serata di luminaria fatta ad onore del nuovo arcivescovo, eccheggiarono le prime grida di Viva Pio IX! I dragoni, prorompendo a cavallo nel mezzo della folla, misero in fuga i dimostranti, e un povero fabbricatore di mobili, certo Ezechiele Abate, rimase morto sul terreno...
E qui, lettori miei, pongo fine al mio riassunto, giacchè mi pare d'aver già adunata materia sufficiente per riempire i due volumi commessimi dall'editore. Certo è che, descrivendo gli avvenimenti in ordine di date, e riproducendo le circostanze di luogo e di persone con tratti più larghi, ben altro mi sovverrà alla mente, che qui venne omesso per oblio. Ma questo breve ed informe sommario non potrà a meno di suggerire dei confronti e di provocare vivaci discussioni fra gli insanabili adoratori del passato e i fanatici dell'era presente. In poche parole esprimerò l'avviso mio. All'epoca testè descritta, la città di Milano contava i milionarii in maggior numero, ma l'agiatezza era minore assai nelle classi borghesi e nelle masse che vivono d'arte o d'industria. Il patriziato e l'alto commercio sfoggiavano un lusso abbagliante, ma il cilindro obbligatorio del calzolaio, del salumiere, del pittore, del letterato e dell'impiegato, brillava di un luccicore miserevole che ricordava allo sguardo le traccie bavose della lumaca. Il vestito di seta non era sceso alla donna del popolo; e la sartorella sollevando la gonna per trapassare i frequenti rigagnoli, metteva in mostra delle calze e delle sottane più atte a deprimere che a suscitare i salaci istinti di un ammiratore. In letteratura, emergevano delle individualità più distinte, ma la massa del popolo era quattro volte più idiota. C'erano persone serie, che si occupavano di seri studi, che pubblicavano seriissimi lavori, ma le crasse maggioranze nè pensavano, nè studiavano, nè leggevano. La musica era in fiore, ma assai meno compresa che oggigiorno: si applaudivano con fanatismo degli insigni capolavori, ma altresì venivano festeggiati degli aborti oggidì intollerabili. Il ceto lavorante spendeva meno per vivere, ma era meno retribuito. Notevolissima, in ogni modo, esemplarissima e degna della massima ammirazione, era a quei tempi la rassegnazione a pagare il testatico, a sopportare i balzelli, a subire i prestiti forzosi, ad accettare le leggi quali si fossero, a sopportare i rabuffi e le frustate dogli imperiali regi commissarii di polizia, ed anche la bastonatura dei sergenti croati. In ciò, confessiamolo a grande vergogna nostra, i nostri predecessori, furono sublimi di longanimità e di tolleranza. Gente di buona fede, che odiava la discussione e la polemica irritante. Uomini di sano criterio, uomini positivi e logici in sommo grado, i quali dovevano riconoscere e confessare a sè medesimi che l'Austria era moderatissima, dacchè, potendo, quando buono le paresse, spogliarli di tutto, si teneva paga di prendersi la metà soltanto del loro avere. Come i popoli appariscono ragionevoli e, diremo anche, felici, quando agli occhi della loro intelligenza insiste, lontana o vicina, la prospettiva della.... forca!
FINE.
_Due Preti._
I.
Nell'anno 1839 io compieva, per volere dei parenti, il mio corso di _umanità_ nel Seminario della Diocesi Ambrosiana.
Una sera, nell'ultima ora destinata alla ricreazione, io passeggiava sotto i portici in compagnia di un amico dilettissimo.
Sì all'uno che all'altro la disciplina di san Carlo era grave. Ci legava simpatia di carattere e comunanza di dolori. Perseguitati dai superiori, reietti dai colleghi, l'amicizia era per noi una necessità, più che un bisogno del cuore.
I nostri colloqui, mestissimi sempre, di giorno in giorno erano divenuti più famigliari ed espansivi; in breve, l'uno per l'altro non avemmo più segreti. Le angoscie del presente e le aspirazioni dell'avvenire si traducevano negli intimi sfoghi delle anime, con quel linguaggio che negli anni della prima giovinezza dà all'amicizia i caratteri dell'amore.
Quella sera entrambi eravamo più mesti che mai.
Due volte compimmo il giro de' portici senza dir motto; poi l'amico aprì la conversazione con parole che mi trafissero l'anima.
— Oh! io sono stanco della vita.
— Stanco della vita? — risposi tosto, guardando in viso il collega, nella cui voce era l'accento della disperazione. — A quindici anni stanco della vita! Tu vuoi parlare senza dubbio della vita seminaristica; ma fuori di queste mura avvi un mondo per noi sconosciuto, avvi una esistenza piena di seduzioni, feconda di affetti; noi incomincieremo a vivere davvero, appena Iddio ci avrà concesso di uscire da questa tomba.
— Te fortunato! — riprese l'amico; e la sua voce divenne più fioca; — te fortunato che puoi dire con certezza: io gusterò un giorno quest'altra vita di libertà e di piaceri! io, al contrario, non ho neppure la speranza....!
Per qualche minuto rimanemmo silenziosi; poi con voce sommessa e ad arte interrotta, l'amico mi parlò di tal guisa: — Mia madre è povera assai... Io fui posto in seminario a spese d'uno zio sacerdote, che mi ama di cuore, ma non crede vi sia altro mezzo per assicurare il mio benessere in questo mondo e nell'altro, fuor di quello di farmi percorrere la carriera ecclesiastica. Privo di padre e di fratelli, io non ho sulla terra chi pensi a me, tranne una madre, ingenua e pia donna, e il vecchio zio che dalle tenui rendite della parrocchia sottrae ogni anno la pensione per mantenermi in seminario. Io non ignoro quanto sia grave al buon parente un tal sacrifizio; sento quali obblighi di riconoscenza mi stringano a lui, e il beneficio m'ha imposto una catena ch'io non potrei infrangere senza spezzare al tempo stesso il cuore del benefattore, senza portare un terribile colpo all'anima della mia povera madre. Ogni qual volta, all'epoca delle vacanze, io torno nel grembo della piccola famiglia, il buon prete e mia madre mi parlano del mio avvenire con tanta fiducia, ch'io crederei delitto il turbare del menomo dubbio le loro felici illusioni. «Fra sei anni celebrerai la prima messa — mi ripete sovente l'ottimo zio. — Oh! se Iddio mi concede di vivere fino a quel giorno, voglio la sia una solennità non mai veduta! E mia madre, in udirlo, piange di tenerezza e mi bacia, implorando sul mio capo la benedizione di Dio. Fino a quando potei dividere quegli ingenui trasporti, fino a quando i miei desideri e i miei voti non ebbero altra meta che il sacerdozio e l'altare, io vissi felice; le parole dell'ottimo zio, le carezze di mia madre erano il conforto, il balsamo della mia giovinezza. Lo scorso anno...
Qui l'amico interruppe il racconto, e fu d'uopo ch'io lo esortassi ripetutamente a proseguire.
— L'anno scorso, uno strano cangiamento si operò di improvviso nel mio spirito; il santo edificio che i miei parenti con tanta sollecitudine avevano costruito, fu distrutto da un soffio, da uno sguardo, da una parola... La chiesa, l'altare, il paradiso che mia madre mi additava, che io vagheggiava fino dall'infanzia, perdettero ogni attrattiva per me. Poichè tutto vuoi sapere, ti dirò tutto; e giudicherai se la mia posizione non sia terribilmente dolorosa, se io non m'abbia ragione d'essere stanco della vita!
Io non dirò di qual lunga circonlocuzione si giovasse l'amico onde rivelarmi il penoso segreto, e come le parole gli uscissero tronche dal labbro, e quale il rossore delle guance e il tremito convulso della persona. Egli di poco oltrepassava i quindici anni; pallido nel volto, gracile delle membra, ma pieno di vitalità e di fuoco, il giovinetto aveva sortito dalla natura quel temperamento misto di bilioso e di sanguigno che suol essere il più irritabile, il più appassionato: con tali disposizioni era più facile far di lui un eccellente poeta, anzichè un buono e modesto sacerdote....
.... Una ragazza!... esclamai con vivacità, appena fra il buio delle frasi sconnesse potei distinguere il vero. La iniqua parola mi uscì dal labbro, e subito volsi d'intorno lo sguardo, come se in quel punto avessi consumato un delitto.
— Dunque hai esperimentato che cosa sia questo amore di cui cantano i poeti con tanta dolcezza...! Oh narrami... spiegami le nuove sensazioni che tu hai provate!
Ed io insisteva nelle inchieste, coll'avidità di chi anela la prima volta al frutto proibito.
— Ignoro se ciò che ho provato e provo tuttavia possa davvero chiamarsi amore.... ma è bensì certo che le parole di una fanciulla hanno prodotto nel mio cuore una rivoluzione, hanno alterato il corso tranquillo dei miei pensieri, confuso nella mia fantasia il bene ed il male, la virtù e la colpa.
«Erano gli ultimi di ottobre, le vacanze prossime a finire.... Venne a R... e prese alloggio nella casa di mio zio un nostro parente di Milano, ed una figliuola di quattordici anni in circa... un ideale di cherubino. Non saprei ridirti la commozione che io provai nel vederla, e che ora mi assale nuovamente al sovvenirmi di lei. Chinai gli occhi arrossendo, sentii mancarmi la voce.... Per due giorni non osai guardarla in volto nè dirigerle parole, sebbene alla mensa ella sempre mi sedesse rimpetto, e ad ogni tratto la incontrassi nel giardino e in sulle scale e in ogni angolo della casa. Pareva ch'ella mi perseguitasse come l'angelo tentatore... Mio zio e mia madre attribuivano la mia riserbatezza ad eccesso di timidità, a scrupolo religioso. Nulladimeno di tratto in tratto mi ammonivano: «non istà bene essere così selvatico! i preti devono pur vivere in mezzo alla società! via! non è peccato scambiar qualche parola con parenti di altro sesso!» E ciò dicevano in presenza di lei... Io tentava balbettare qualche frase... ma sempre invano. Convien credere che le ragazze sieno per natura più audaci di noi... Fatto è che in pochi giorni la cugina seppe di tal guisa assediarmi colle sue apparizioni inaspettate, co' suoi sorrisi, col suo franco e cordiale linguaggio, che a poco a poco io mi abituai a fissarle gli occhi in volto e ad intrattenermi con lei in famigliari colloqui. Mio zio e mia madre, vedendomi folleggiare nel giardino in compagnia della vivace fanciulla, non si avvedevano del pericolo. Noi coglievamo dei fiori, noi intrecciavamo delle corone per ornarne l'altare della Madonna... E mio zio ingenuamente esclamava: «quel dabben figliuolo, col suo esempio, ha già temperata la vivacità della Emilia... e l'ha indotta al bene... Eccoli là... sempre in giardino ad intrecciar corone per far omaggio a Maria! E parleranno senza dubbio di religione.... e di pratiche di pietà... Mio nipote non saprebbe parlar d'altro.» Infatti, i miei colloqui colla fanciulla erano innocentissimi; ella mi narrava del suo collegio, delle sue maestre, dei suoi studi, dei suoi ricami; io le parlavo del seminario e delle nostre discipline.... Mi pareva che d'altro non si potesse ragionare fra noi... sebbene di tratto in tratto in quegli ingenui colloqui io sentissi una vampa di fuoco salirmi al volto... Io non mi accorsi della strana rivoluzione che già si era operata in me stesso, se non quando fui costretto a rientrare nel seminario. Ricevetti da mia madre la benedizione di congedo, e mi volsi per dire addio alla fanciulla... Le sue guance vermiglie e scintillanti di perenne sorriso erano coperte di un leggiero pallore... Ella mi accompagnò fino all'estremità del villaggio, e cogliendo il punto in cui mia madre e mio zio s'erano alquanto discostati da noi «Chi sa se ci rivedremo più mai! — disse amaramente; — gli è proprio un peccato che voi dobbiate andar prete!» Io non seppi rispondere; salii in carrozza con mio zio, indi mi volsi per salutare le due donne... ma questa volta gli sguardi più affettuosi non furono per mia madre...
La campanella che ci invitava allo studio pose fine quella sera al colloquio. Ma il giovine amico mi riparlò più volte della fanciulla, spiegandomi i dolorosi segreti della sua anima ardente e chiedendomi consiglio.
— Tu non puoi, tu non devi proseguire nella carriera ecclesiastica — io gli diceva. — Ed egli, con accento disperato: — E mio zio! e mia madre! essi moriranno di dolore... Posso io farmi carnefice di chi tanto mi ha amato e beneficato?... Oh! credilo, amico, io desidero morire!
II.
Un altro, e amico non era, ma compagno talvolta al passeggio de' portici, non eletto ma subìto, dicevasi chiamato al sacerdozio, e mi provava la propria vocazione con una logica che in altri men ingenuo di lui avrei riputata satanica.
— Per me, volontieri mi faccio prete, diceva il buon gaglioffo; nè credo vi abbia al mondo mestiere più agiato di questo. Noi abbiamo un _benefizio_ di famiglia, e grosso benefizio, con obbligo di messa quotidiana, e libera di poi l'intera giornata. Io amo la vita campestre, amo la caccia, amo le allegre brigate; se riesco a compiere il corso degli studi, dopo, come dice mio padre, comincierà la cuccagna. Tutto sta a passare gli esami: ho ancora sette anni da combattere, ancora sette anni da sgobbare sui libri; poi addio latino! addio greco! addio arte oratoria e prosodia! per dir la messa non c'è bisogno di tanta scienza... basta saper leggere il _messale_. Io non so perchè questi nostri professori pretendano infonderci tanta dottrina!
«Si dovrebbe distinguere tra chierico e chierico: non tutti aspirano a diventare predicatori o teologi, od arcivescovi.
«La scienza, per noi che dobbiamo vivere in campagna, è un ornamento superfluo. L'anno scorso, quando il professore mi regalò una _seconda_ in _litteris_, mio padre gliela ha cantata chiara, e gli ha detto senza preamboli quel che gli andava detto: cioè, che per essere buon prete, non è mestieri saper distinguere gli esametri dai pentametri, le vocali lunghe delle brevi. Oh che? dovrà egli, mio figlio, scandere i versi ai paesani? o battezzare i bambini con degli endecasillabi? Non basta, per intendersela con Domeneddio, saper leggere il latino del _breviario_? Dai pulpiti si fanno dei commenti alla _Divina Commedia_, o non piuttosto si spiega ai fedeli il _Catechismo_? Il professore tentò resistere alla eloquenza di mio padre; ma il padre confessore si interpose, e disse che io m'era un bravo figliuolo, e che avendo ottenuto la _eminenza in moribus_, non era giusto ch'io fossi condannato a ripeter l'anno per qualche fallo di latino. Fatto è che, entrando quest'anno in seminario, fui avanzato alla classe di rettorica maggiore, e spero tirar via dritto anche in questi sette anni di purgatorio... e poi... poi il paradiso promesso da mio padre.»
— Vorrei un po' sapere di codesto paradiso, — gli chiesi una volta; io credeva che la vita del prete dovesse essere un continuo sacrifizio, una lotta terribile contro le tentazioni del mondo, del demonio e della carne.
— La lotta finisce quando tu sia riuscito a farti prete, — rispose l'ingenuo seminarista; — mio padre dal dì che mi condusse al seminario, non cessò mai dal ripetermi: «Procura di essere paziente in questi anni di prova; non lasciarti atterrire dagli ostacoli, fa di cavartela alla meglio co' tuoi superiori e co' tuoi colleghi: quando una volta tu sia riuscito a dir la messa, eccoti sicuro del fatto tuo! Con sei lire al giorno in campagna si vive comodamente; nei due mesi di settembre e ottobre, qualche volta anche nel maggio, i conti D... vengono fuori nel paesello, e allora pranzerai tutti i giorni alla lor tavola...» Ed anche adesso, al tempo delle vacanze, la bazza è incominciata, e ti so dire che in que' due mesi io pregusto tutte le delizie che mi attendono nell'avvenire. Mio padre mi ha presentato al conte ed alla contessa, i quali mi accolsero con molta affabilità... La contessa, appena io le comparvi dinanzi, mi squadrò dal capo ai piedi coll'occhialino, poi volgendosi a mio padre: «Il nostro giovanotto, — esclamò ridendo, — promette assai... — Ai servigi di vostra eccellenza! — soggiunse mio padre.»
— È ella giovane, la signora contessa? — domandai io senza malizia.
— Avrà trent'anni circa.
— E tu ti sei trattenuto più volte con lei nelle scorse vacanze?
— Dacchè mio padre me la fece conoscere, ho cercato di vederla ogni giorno.
— Scommetto che hai giuocato con lei a tarocco.
— A tarocco non mai, perchè il quartetto era sempre completo; ma un giorno che io mi trovava solo con lei, le prese il capriccio di insegnarmi il giuoco degli scacchi... Oh, quella sera poco mancò ch'io commettessi un grande sproposito e, come diceva mio padre, compromettessi il mio avvenire!.... Per giuocare agli scacchi, io e la signora contessa stavano seduti ad un tavolino magro, leggiero, che pareva lì lì per volarsene via. La contessa colle dita sullo scacchiere mi iniziava ai segreti del giuoco, mi apprendeva le teorie del combattimento. Ella fece avanzare un pedone... Io non so che diavolo di paura mi avessi addosso;... fatto è che io sudava per tutte le membra, e le mie mani erano divenute paralitiche. «A voi, bell'abatino, disse la contessa». Io, con moto convulso levai la mano, e nello spingere il cavallo ad un salto non permesso dalle regole, colle maniche del ruvido soprabito lanciai il tavolo e la scacchiera nel mezzo della sala. «Misericordia! — gridò la contessa — Io doveva prevederlo, che con quelle vostre manaccie mi avreste rovinato ogni cosa!... Tutti ad uno stampo questi preti!.... Vengono fuori dal seminario che paiono tanti bifolchi!....» Io mi sentii ferito nell'amor proprio; il sangue mi salì al cervello, fui sul punto di proferire un'insolenza; ma vedendo mio padre entrare nella sala, fuggii come un colpevole.
— Oh! davvero l'ingiuria della signora contessa fu grave, e credo che da quel giorno non sarai più tornato da lei.
— Tale era appunto la mia risoluzione; ma mio padre mi fece persuaso ch'io era ben sciocco a prender sul serio le facezie di una signora. «I preti devono sempre andar d'accordo co' signori, e sopratutto colle signore, — mi ripeteva mio padre — e quando questi invitano a pranzo, bisogna lasciarli dire... non irritarli... far di tutto perchè la tua compagnia riesca loro gradita; e se qualche volta si compiacciono di ridere alle tue spalle, lasciarli ridere, e fingere di non vedere... di non udire... Di tal modo sarai sempre ben accetto dai ricchi, ed otterrai da loro tutto che desideri».
— E rientrasti in casa della contessa?
— Oh! sì... certo..! mio padre lo volle.
— E giuocasti ancora agli scacchi?
— Non più, perchè non mi avvenne mai di trovarmi da solo a sola colla contessa; ma quand'io mi recai da lei per la visita di congedo: «Signor cappellano in erba, — mi disse ridendo, — vi raccomandiamo di studiar bene il vostro _latinorum_; poi, se avremo buone informazioni sul vostro conto, se infine saremo contenti di voi, penseremo nelle prossime vacanze a compir la vostra educazione civile, come abbiam già fatto col vostro antecessore il fu D. Casimiro e con questi altri collaroni sudici che circondano tutti i lunedì e giovedì la nostra mensa».
La logica dell'egoismo paterno avea singolarmente viziato il carattere di quel mio collega di seminario. In sì giovane età egli toccava dappresso l'ateismo senza tampoco avvedersene. E perchè io lo vedeva zelantissimo nelle pratiche di pietà, protetto dal rettore, fedele ai sacramenti, un giorno lo richiesi se della sua _vocazione_ avesse parlato mai al confessore e chiestigli consigli.
Colla usata ingenuità mi rispose:
— Ti paion storie codeste da narrarsi al confessore? S'io non mi tenessi sicuro della vocazione, ti giuro che io non rimarrei nel seminario ad usurpare l'altrui posto.
Di tal guisa ragionava il buon figliuolo, e nella sua testa, grossa anzichè no ed altrettanto dura ed inaccessibile ad ogni scienza, tutti i voti del presente, tutte le aspirazioni dell'avvenire si riepilogavano nell'idea: bisogna cercar di _cavarsela_ alla meglio nel seminario, per _aver nelle mani_ un buon mestiere. Nella scuola egli sedeva costantemente all'ultimo posto, ma con rassegnazione dignitosa, la testa raccolta nelle mani e gli occhi fissi al libro, con quella tensione violenta che è propria dei grandi pensatori e dei grandi cretini. I maestri protestavano ogni anno non potersi nè doversi permettere a un tal gaglioffo di proseguire nella via ecclesiastica; ma il confessore a proteggerlo, il padre a perorare in favore delle sue viscere, il conte e la contessa a intercedere. E all'età di ventiquattro anni circa, dopo varie peripezie scientifiche, il levita accostossi all'altare, e provò a' suoi persecutori maestri, a' suoi condiscepoli derisori, non meno che ai benevoli suoi mecenati, saper egli cantare la messa ed intonar l'_alleluja_ al pari e forse meglio de' più sapienti teologi. La contessa, in vederlo funzionare la prima volta nell'oratorio, disse all'orecchio del marito: — ecco un cappellano che ci farà onore; io te l'ho sempre detto ch'egli aveva dell'ingegno, e che sarebbe riuscito come gli altri!...
III.