Racconti politici

Part 21

Chapter 213,570 wordsPublic domain

— Figliuolo mio, diceva il giovine medico all'ingenuo patriota di Menaggio — il mondo molto spesso si inganna ne' suoi giudizii. — Un uomo un po' eccentrico, un po' bizzarro nel vestito — un uomo timido, circospetto, che poco parli, nulla si interessi de' fatti altrui, facilmente vien preso in uggia e guardato di mal occhio. Credilo, Gallina; i veri furfanti non sono coloro che più lo sembrano... Le vere spie, i veri nemici d'Italia difficilmente si danno a conoscere.... Tu li vedrai manierosi, vivaci, brillanti... Li udrai declamare ne' circoli... gridare a voce alta: viva la patria! Viva l'Italia! viva il Re! — Io ho già imparato a diffidare di codesti ciarloni arroganti, impudenti, sfrontati... che la cieca moltitudine adora!... L'esempio degli Albizzotti ti serva di norma per l'avvenire... E se mai ti nasce sospetto che qualche sconosciuto possa essere una spia, guardati dal mettere in allarme le masse, come hai fatto sta volta... Pensa che se io non avessi prevenuti i decreti dell'assemblea, il popolo sovrano avrebbe lapidati a morte due luminari della scienza, due modelli di virtù.

Così parlava con amorevolezza il Franchetti, conducendo il sartore di Menaggio verso l'albergo.

Entrato nella sala, ove i due professori stavano pranzando, il Gallina si presentò per fare le sue scuse. Ma prima ch'egli avesse il tempo di proferire parola, la signora Menafuoco, seguita dalle due figliuole Rosalba e Cornelia, si fece innanzi, e fatto un inchino a destra, un altro a sinistra, parlò in tal guisa ai due scienziati:

«_Francamente_ ci siamo ingannate! noi ritrattiamo _esplicitamente_ quanto abbiamo potuto pensare o dire sul conto di due uomini _onesti_ quali voi siete. Accettate colle mie anche le rettifiche di Rosalba e di Cornelia. Voi siete _onesto_; le nostre figlie sono _oneste_..... Noi siamo contente di voi. — La nazione vi offre un banchetto in segno di stima e di riconoscenza. — Noi lo approviamo! — Voi non rifiutate l'offerta della nazione — sta bene! — Signori e signore: proseguite pure nelle libere esercitazioni dei vostri diritti popolari — mangiate di buon appetito — noi lo permettiamo. — Anzi per riparare ad una involontaria omissione di questo onorevole comitato, noi ci assidiamo con voi al liberale banchetto. Lo abbiamo detto, lo diciamo, e non cesseremo di ripeterlo: In occasioni tanto solenni, noi saremo sempre colla nazione!»

FINE.

_Un Apostolo in missione._

I.

Sulla ferrovia.

— ..... Abbiamo avuto torto di trascurare la campagna — dicea Teobaldo all'amico — I campagnuoli hanno mente svegliata e istinti liberali; sono facili alle impressioni, pronti ad agire — energici, robusti. Oh! abbiamo avuto un gran torto, te lo ripeto! Volgemmo le spalle al buon terreno, per gettare le sementi alle ghiaje infeconde — però non abbiamo raccolto che triboli e spine.

— Dunque hai proprio risoluto?

— Si — ho deciso di andar in volta pei contadi a fare un po' di propaganda a viva voce. La parola è più efficace degli scritti. Oltrechè i buoni giornali (e quali sono i buoni giornali?) non vanno per le mani del popolo, questo non sempre è in grado di leggerli e di comprenderli... Bisogna dunque parlare, perorare, esercitare il santo apostolato della parola! — Ormai sono fisso in questa idea che, se non riusciamo a conquistare le masse dei campagnuoli, la nostra causa è perduta...!

— Io ti auguro buona fortuna. Ma bada che di questi giorni le campagne sono infestate di _malva_....

— Eh, pur troppo!.... I reazionarii, e i moderati, più vili, più schifosi dei reazionarii, avranno guasto il terreno.

— Non importa. Io non dispero di riuscire nel mio intento. Fors'anche mi sarà concesso di aggiustare un po' il cervello a qualcuno di codesti signorotti, che a Milano non vogliono intender ragione. In campagna la tolleranza è di _buon genere_, e molti de' nostri _codinoni_, che in città si rendono inaccessibili, fuori delle mura diventano più umani, più trattabili, più arrendevoli... Basta! Fa quello che devi, avvenga che può — dice il proverbio — io non lascierò intentato alcun mezzo... Mi introdurrò nelle case del ricco e del povero, per parlare a tutti il linguaggio della verità... Oh! la verità ha un fascino irresistibile! Tutto sta che alcuno abbia il coraggio di predicarla, ed altri la pazienza di udirla!... Ma... non vorrei perdere il convoglio... Sono le quattro e venti... non ho che pochi minuti per prendere il biglietto... Addio, mio buon amico! Presto ti darò mie notizie... Frattanto, voi altri di Milano persistete a combattere... Adunatevi di frequente... e mandatemi il sunto delle vostre discussioni. Badate ch'io debbo essere informato di tutto ciò che si passa nel regno della democrazia. — Al primo fermento, alla prima agitazione di popolo, io sarò tra voi colle nuove reclute... Voi dentro! io fuori!... Pinf! panf! punf!... abbasso i cilindri! fuoco alle malve! e viva!... Viva chi?...

— Viva la repubblica rossa, umanitaria, sociale!

— Viva chi?

— Viva Mazzini!

— Viva Teobaldo Brentoni, presidente della _Società della morte_!

— Viva il popolo! grido io — viva il popolo tradito, oppresso, conculcato, straziato! e morte!... Morte a chi?

— Morte ai codini! — ai moderati — ai tiranni!....

— Morte infine.... a quanti non la pensano come noi!

I due amici si abbracciano — L'uno sale in _omnibus_ per rientrare in città, l'altro in quattro salti si slancia sotto il porticato della stazione.

— Presto! i signori che partono per Monza! grida una voce... Le inferriate si chiudono...

Teobaldo, che fortunatamente giunge in tempo per entrare, si appressa al finestrino onde provvedersi del biglietto...

— Primi o secondi? chiede il dispensatore mettendo il naso al finestrino.

— Che primi! che secondi! grida Teobaldo — Col popolo!... io vado col popolo!... sempre col popolo!... Ai terzi! ai quarti... se ce ne sono...!

— I terzi posti sono là abbasso... all'altro finestrino....

— Là abbasso! Ah! comprendo! Là abbasso!... E sempre basso, sempre umiliato, sempre avvilito lo si vuol tenere questo povero popolo!... Categorie! sempre categorie!... Oh sorgi, una volta! — rompi i ceppi! — ripiglia il tuo vigore, leone prostrato — infrangi le inique barriere!..... Ehi, di là! Un biglietto dei terzi per Monza!

E in proferire queste parole, Teobaldo ingrossa la voce e fa spiccare le sillabe, perchè i circostanti abbiano a notare ch'egli si è _degnato_ di prendere un biglietto di terza classe....

— Ecco un signore, che incomincia di buon'ora ad economizzare il denaro, dice un padre di famiglia a due suoi figliuoletti. Io però non approvo tali economie... Ciascuno nel mondo deve tenere il proprio rango.

— Sarà qualche spiantato, cui mancano dicianove soldi a fare una lira, dice un _lion_, che ha preso un biglietto di prima classe...

— Veh! quell'imbecille di Brentoni, che va ai terzi posti per darsi l'aria di democratico!... E dire che l'altra sera agli _Angioli_ ha lanciato una bottiglia contro il _piccolo_, perchè tardò tre minuti a portargli un sigaro!

Ma il nostro demagogo non si accorge de' poco benevoli commenti che i circostanti fanno sul di lui conto. Tutto radiante nel viso, egli attraversa il porticato per entrare nella sala d'aspetto...

— Dall'altra parte, signore!... Laggiù! più abbasso! dice l'uffiziale che sta alla porta... — Qui non entrano che i primi ed i secondi.

— Al diavolo i secondi ed i primi! Al diavolo tutte queste distinzioni, avanzo di feudalismo!... Privilegi! sempre privilegi! E che sono essi più di noi, questi signori, che si riservano il diritto di entrare per questa porta?... Non sono forse uomini come noi, figli del popolo? Non mangiano anch'essi? non dormono? non vanno soggetti alle malattie... ai bisogni più immondi?..... Quali sono i loro meriti speciali.....? vorrei un po' saperlo!!...

— Essi han pagato il biglietto qualche soldo di più, risponde l'uffiziale con ironia — Se il signorino avesse desiderato...

— Eh! ch'io non desidero nulla, io! Sono figlio del popolo, io! — sono cresciuto col popolo — ho diviso col popolo le più sante aspirazioni, i più sublimi dolori... Io voglio stare... e starò sempre col popolo.

— Dunque, la prenda quell'altra porta, e liberi il passaggio; che io non ho tempo di ascoltare delle prediche in questo momento! dice bruscamente il guardiano.

— Oh! vedi un po' che baldanza vanno prendendo questi impiegati regi! esclama Teobaldo.

Ma il campanello ha dato l'ultimo segnale..... Non v'è più tempo da perdere...

Teobaldo, dopo aver fulminato con una terribile occhiata l'ispettore dei biglietti... si precipita nell'andito destinato ai passeggieri di terza classe, lo attraversa rapidamente, e corre verso il convoglio... Sventuratamente un villano di Seregno gli attraversa il cammino..... Il villano ha due immensi panieri sotto braccio.... Teobaldo, nella foga del correre, ha urtato un paniere... Il villano perde l'equilibrio.... inciampa in una rotaia, e viene a cadere a poca distanza dai vagoni...

— Soccorrete quel figlio del popolo! grida Teobaldo dall'alto del vagone...

Due inservienti della ferrovia accorrono per sollevare il caduto.

— Presto, buon uomo!.... Il convoglio parte.... A quanto pare non ti sei fatto male — la testa non è rotta — per questa volta non sei morto!

— Credo di no, signor generale, risponde il villano inchinandosi ad uno degli inservienti — ma temo che qualche cosa di rotto vi sia nel canestro... Se mi concedessero qualche minuto..

— In vagone! in vagone! gridano ad una voce i i due uffiziali.

Essi aiutano il villano a salire, — gli chiudono gli sportelli dietro le spalle, — e il convoglio parte, mentre il villano, perduto l'equilibrio, va barcollando nell'interiore della carrozza e gridando a tutta voce:

— Adagio! Un momento! fermate i cavalli.... assassini!...

Gli altri viaggiatori, per la maggior parte contadini, si divertono a rimbalzare il mal capitato collega.

Questi lo tira per la coda del soprabito — un altro lo spinge — un terzo mena colpi sul paniere — tutti a ridere, a schernire, a battere le mani.

Teobaldo, adagiato in un angolo della carrozza, è scandolezzato di quella scena. Egli aggrotta le ciglia — si dimena — si contorce.

Questo è dunque il popolo dai nobili istinti, dalle aspirazioni generose! Questa è la carità, l'umanità tanto vantata delle classi povere? Oh scandalo!.... oh vergogna!

— Ma il povero popolo non ne ha colpa — pensa Teobaldo. — Corrotto da lunghi anni di schiavitù, conculcato dai tiranni, abbrutito nell'idiotismo, esso ha perduto la coscienza della propria dignità... Il terso cristallo fu appannato dall'alito impuro del dispotismo — la limpid'acqua fu avvelenata alla sorgente... Povero popolo! Educhiamolo colla parola e coll'esempio!...

— Buon popolano — dice Teobaldo, volgendosi al contadino, che non è ancora riuscito a mettersi in equilibrio — date a me quel canestro — appoggiatevi pure alle mie ginocchia — poi vedremo di serrarci un poco l'un presso l'altro in modo di farvi un posto da sedere... Ci hanno stipati qua dentro come bestie da macello!... Oh! ma verrà il tempo della giustizia.... assassini del popolo!... E questo tempo non è lontano!

Teobaldo prende il canestro del villano, e se lo mette sulle ginocchia. Frattanto i viaggiatori si stringono a malincuore l'un presso l'altro, tanto che si scopre una lacuna, ove finalmente il villano di Seregno può introdurre le appendici della schiena.

— Si viaggia pur male nelle strade ferrate! brontola il villano.... In vettura si andava più adagio, ma non v'era tanta confusione, tanto disordine!... Ma dove è andato il mio canestro?... Ah!.... quel signore là in fondo si è degnato!... Illustrissimo... tante grazie! troppa degnazione! troppa bontà!

— Finiscila con queste frasi servili ed abbiette! esclama Teobaldo con accento dispettoso. Tutti siamo eguali dinanzi a Dio e dinanzi al diritto... Riprenditi il tuo canestro... e grida con me: viva l'uguaglianza!

Mentre Teobaldo si leva in piedi per trasmettere il canestro al contadino: — Madonna! Madonna! esclamano parecchie voci. — La si guardi i calzoni! Oh! veda un poco, signorino! veda un poco l'orribile macchia!...

Tutti gli occhi si volgono a Teobaldo... I calzoni e il _gilet_ dell'apostolo sono ingialliti di una vernice di nuovo genere — un misto d'olio e di rosso d'uova, la cui vista fa ricorrere istintivamente la mano alle nari...

— To! to! dice una balia, dove si è buscato il signorino tutta quella abbondanza? Anche a noi... maneggiando bambini... accadono spesso tali inconvenienti... Finora Nandino ha avuto giudizio... ma il viaggio è lungo... e mi aspetto la mia frittata...

— Che il Signor Gesù Cristo benedetto e la Madonna santissima mi abbiano in grazia, grida il villano giungendo le mani — Oh! lo so ben io donde è venuta fuori tutta quella broda!... che san Sebastiano e sant'Antonio del fuoco, e tutti i poveri morti mi perdonino!... La frittata l'ho fatta io... Cioè... io... ci ho messo l'olio e le uova... ch'erano qui dentro... pel vicecurato di Seregno.... Il fiasco e le uova sono andati in pezzi in conseguenza della mia caduta...!

Mentre il villano, invocando tutti i santi del paradiso, implora perdono da Teobaldo — questi contempla i propri calzoni come istupidito. — Il fiero repubblicano, che nulla teme al mondo quanto il ridicolo, perde d'un tratto il coraggio; l'apostolo smarrisce la favella; l'ispirato dall'_idea_ si trasmuta in un fantoccio, e cade sulle panchette della carrozza facendo delle mani conserte una visiera alla pancia inverniciata...

Povero Teobaldo! E questo popolo, al quale tu hai giurato consacrare la vita; questo popolo, che tu, nuovo Mosè, vuoi redimere, rigenerare, sollevare al livello di Dio... questo popolo gode di vederti avvilito... si burla di te... Oh! ma non fu irriso anche Cristo dagli Scribi e dai Farisei?

— Perchè son venuto ai terzi posti? mormora Teobaldo rannicchiandosi nell'angolo della carrozza... A dir vero... il popolo è meglio vederlo da lontano che da vicino... Ma i contadini non sono popolo — essi appartengono alla specie dei bruti — Oh! il popolo! il vero popolo non è questo! Ma dove è dunque il vero popolo?... In città non abbiamo che volgo... In campagna non trovo che bestie... Via! un po' di pazienza! un po' di perseveranza!... Il viaggio dev'essere lungo! Non bisogna disperare sì presto!!

II.

Augusto Regola, regio impiegato, padre di numerosa famiglia.

Lasciamo che il nostro Teobaldo prosegua il viaggio e digerisca il malumore cagionatogli da una sciagura che compromette in lui la dignità dell'apostolo, senza concigliargli la simpatia del martire.

Precediamolo di poche ore all'albergo di Canonica, ov'egli deve recarsi. — Stringiamo conoscenza coi nuovi personaggi, che la provvidenza ha posti sul di lui cammino perchè ricevano il seme dell'_idea_.

Sono le otto della sera.

Dinanzi all'antico albergo di Canonica si arresta una vettura sopraccarica di persone d'ambo i sessi...

— Ma di grazia! direte voi, dove si trova questo albergo di Canonica?

— Lo ignorate? Canonica è un paesello, un gruppo di quindici o venti case, che sorge in riva del Lambro, sullo stradale che da Monza conduce a Besana..

Fra queste case domina il palazzo dei conti Taverna, e l'_Antico albergo_, ove la sera del 28 settembre 1861 venne a fermarsi, come abbiam detto, una vettura carica di persone d'ambo i sessi.

Al rumore della carrozza l'oste, seguito dalla moglie e dalle figlie, accorre in sulla porta...

— Oh! ecco la nostra amabile ostessa! — grida una voce dall'interno della carrozza. Sempre bella! sempre fresca!

— Misericordia! il signor Augusto Regola! mormora l'ostessa forzandosi di sorridere.

— Forestieri fini! brontola l'oste rientrando nella cucina.

La figlia, il guattero ed altri, che sono accorsi in sulla porta dell'albergo, si fanno dei cenni cogli occhi e coi gomiti in segno di scherno e di impazienza.

Mentre il vetturale aiuta a discendere dalla serpa una mezza dozzina di ragazze, dall'interno della carrozza sbuca fuori un personaggio di circa sessant'anni, con immenso cilindro sulla testa e un soprabito lungo color verdone, abbottonato dalla gola all'ombelico.

Augusto Regola, ora impiegato regio, altre volte imperiale regio, da oltre venti anni, al tempo delle vacanze suol fare un giro nella Brianza col numeroso seguito di tutta la sua famiglia.

Questo giro, che ordinariamente si compie in meno d'una settimana, costa al signor Augusto Regola la somma prefissa di franchi venti, sebbene gli avvenga talvolta di esportare a Milano qualche residuo della somma, in grazia di avvenimenti impreveduti, ovvero di stratagemmi economici improvvisati e compiuti con rara abilità.

In tutti i paeselli della Brianza il signor Augusto Regola ha scoperto e _coltivato_ degli amici e dei parenti, i quali gli servono di _punto di appoggio_ nelle sue escursioni autunnali.

Ciascun amico, ciascun parente, ha obblighi speciali verso la famiglia Regola.

Questi deve fornir _gratis_ l'alloggio — quest'altro deve imbandire ogni anno una refezione di salati e formaggi — ad un terzo è imposta una contribuzione di latte e di panetti gialli — tuttociò a beneplacito del signor Augusto e del suo terribile squadrone.

La famiglia Regola, in tali ricorrenze annue, somiglia ad un drappello di soldati, cui il generale abbia tolto il freno d'ogni disciplina.

La parola d'ordine è: _divorate!_

Inutile aggiungere che i figli del regio impiegato, interpretando quest'ordine nel senso più lato, divorano colle mascelle, e più ancora colle saccoccie, e perfino colle borse da viaggio.

Oltre ai parenti ed agli amici comuni a tutta la famiglia, ciascun figlio del signor Augusto ha in Brianza una balia od un _baliotto_ da aggredire...

Nel saccheggiare la cascina ed il granaio di un _baliotto_, i Regola diventano feroci...

Quegli sciagurati ragazzi divorano ciò che veggono... Il loro appetito somiglia all'esplosione di un bisogno a lungo condensato, di una fame economizzata lentamente nei dodici mesi dell'anno, una fame che vuol disfogarsi in una settimana, colmare in un minuto il vacuo di eterni digiuni!

Il signor Augusto Regola attribuisce l'indomabile appetito dei suoi figliuoli all'influenza dell'aria campestre e delle insolite passeggiate...

Ma queste spiegazioni fisico-igieniche, che il regio impiegato ripete ogni anno ai suoi ospiti, non scemano in essi la meraviglia del fatto.

Il passaggio della famiglia Regola per molti pacifici abitatori della Brianza è considerato quale una calamità periodica. — I più l'attendono rassegnati — taluni, men generosi, o già troppo infastiditi dalle precedenti esperienze, si sottraggono al pericolo esigliandosi per breve tempo dalle proprie abitazioni...

Gli osti di Canonica, sebbene non facciano le più festose accoglienze al signor Regola, che ad ogni costo vuol chiamarsi loro cugino, non hanno mai negato di dare alloggio gratuitamente a lui ed alla sua numerosa famiglia. Quanto alla cena, da oltre venti anni, sembra tacitamente convenuto che il signor Regola debba pagarla, salvo il diritto ai ragazzi di andar in volta per l'osteria a spigolare su tutte le mense qualche frutto, ciambella, o crosta di formaggio, risparmiati dall'altrui appetito.

Il signor Augusto Regola è sceso dalla carrozza come uomo sicuro del fatto suo... Egli abbraccia l'ostessa, saluta con molto bel garbo i circostanti, sorride a tutti, esclamando a voce alta:

— Eccoci qui anche quest'anno, mia buona cugina... Noi siamo fedeli ed esatti... noi. L'anno scorso siamo arrivati il ventisette settembre alle ore cinque e quattordici minuti, più qualche secondo... Quest'anno abbiamo posticipato di venticinque ore circa... Il mio _infallibile_ segna le otto e dodici minuti... Ho detto _circa_ per la differenza dei secondi... Ebbene! abbiamo noi un paio di camere per questa notte?...

— Oh! vedremo di collocarla, signor commissario... Mi spiace che le camere dai letti doppii sieno già occupate... Non posso disporre per lei che di due gabinetti e due sofà...

— Due gabinetti sono anche di troppo per noi, mia ottima cugina. Uno pei maschi, l'altro per le femmine... La mia famiglia quest'anno si è diminuita... Ho perduto due figli, il Gaetanino e l'Albina..... Il primo è morto di una gastrica, l'altra di indigestione... Vediamo dunque quanti siamo... Uno.... due.... tre quattro..... cinque... Ma il conto è presto fatto... Dodici figli, io e mie moglie... somma totale: quattordici... Se siamo riusciti a collocarci tutti in quella vettura, troveremo il modo di accomodarci anche nei due sofà... Ebbene, figliuoli miei?.. siamo noi pronti?...

— Sì, papà!...

— Fianco destro! conversione a sinistra! entrate là dentro in compagnia della nostra buona cugina.... Io pago il vetturino, poi vengo a raggiungervi per ordinare la cena... Eh! la nostra brava cugina tiene sempre le casseruole ben fornite! Io sento già un odore di stufato, che risusciterebbe i morti!.... Da bravi, figliuoli!... Avanti... e con ordine.

La prole del signor Regola si precipita in massa nella cucina. I fanciulli si fermano dinanzi ad una tavola ove sta cenando un signore magro e brutto in compagnia d'un giovanetto più magro e più brutto di lui, ma vestito con somma eleganza.

Le due figlie più adulte del regio impiegato, quasi coetanee, l'una all'altra somigliantissime nelle fattezze del volto e nella struttura del corpo, perchè losche ambedue e rattratte in una spalla, coll'occhio destro cercano magnetizzare un signore che fuma presso il camino, col sinistro un cappone che fuma sul fornello.

Il signor Regola è riuscito a sbarazzarsi del vetturino, ma prima di metter piede nell'albergo, egli si consulta colla propria moglie sul genere della cena che quella sera vuol essere adottato.

Trattandosi di dover pagare, bisogna conciliare gli interessi dello stomaco cogli interessi della borsa — bisogna trovare un palliativo al tremendo appetito della vorace famiglia.

Dopo breve discussione, i due coniugi finiscono a mettersi d'accordo, decidendosi in favore del _torbolino_!

Fermi in questa risoluzione, essi entrano nella cucina, affrontando coraggiosamente i reclami dell'esercito affamato...

— Ebbene! dice il signor Regola all'ostessa — che c'è di buono in quelle casseruole? Abbiamo noi qualche cosa... qualche piatto casalingo... e sostanzioso...

— Abbiamo ciò ch'ella può desiderare, risponde l'ostessa — Vuole un buon pezzo di stufato... _numero uno_, prima cottura?

All'idea dello stufato tutti gli occhi della famiglia Regola, tutte le bocche si spalancano e si convergono nel volto di papà...

— Che ne dici, Teresa?... sentiamo il tue voto sullo stufato...

— Alla sera gli è un po' pesante tanto più che qui in campagna bisogna andar a letto di buon'ora....

— Ebbene! vediamo se vi è qualche cibo più leggiero.

— Avrei dei funghi cotti alla spazzacamina..... dice l'ostessa.

I fanciulli riaprono gli occhi e le bocche...

— Eh!... funghi... che ne dici, Teresa?... Eccellenti i funghi... alla spazzacamina! Peccato che due ore fa abbiamo mangiato del latte a Biassonno!

— Sicuramente! ripetè la moglie del regio impiegato — abbiamo bevuto del latte a Biassonno...

I figli del signor Regola cominciano ad impazientarsi... L'un d'essi ha la sfrontatezza di borbottare a voce abbastanza intelligibile: sono già sette ore che l'ho digerito io... il latte di Biassonno!... Oh! vedo... che si finirà coll'andare a letto senza cena!

L'ostessa, non meno impaziente, fa di mala voglia nuove proposte al signor Regola.

I pesci fritti vengono rifiutati in grazia delle scaglie.

Le uova perchè indigeste alla sera.

I formaggini di capra perchè troppo eccitanti.

L'insalata perchè troppo _deprimente_...