Racconti politici

Part 20

Chapter 203,599 wordsPublic domain

— In primo luogo suggellate di nuovo questa lettera; e tu, Checchina, portala al signor Frigerio. Se egli rimane a Menaggio, oggi procederemo immediatamente al di lui arresto; se invece egli acconsente a seguire il compagno, allora, io, tu, Gallina, voi altri tutti, seguiti da un picchetto di Guardia Nazionale, ed anche, per miglior guarentigia, da quattro carabinieri, li andremo ad aspettare a Tartavalle, e così sorprenderemo ad un tempo i due complici infami. — Non vi par egli che questo sia il partito più salutare alla patria?

Il sartore, il maniscalco e il sergente della Guardia Nazionale di Menaggio, sebbene in paese rappresentino il partito dell'opposizione, non hanno però completamente rinunziato al senso comune. La proposta del sindaco viene approvata senza discussione... Stabilito il piano strategico, distribuite le parti, calcolate tutte le eventualità — spetta ora alla Checchina di muovere il primo passo.

Oserà ella presentarsi al signor Frigerio? sfidare i rimbrotti di un inquilino, che ha passata una notte tanto disastrosa? Di qual modo potrà ella scusarsi? Come spiegare e giustificare l'intervento dei gamberi e dei ranocchi? Come dissipare i sospetti ed ammansare i furori di una spia?...

Difficile impresa, dopo quanto è avvenuto il giorno precedente.

Ma che non può amor di patria nel petto... di una serva?... Checchina si fa rendere dal sindaco il portafoglio e le carte del perfido inquilino — Checchina risuggella la lettera con un pezzo di pane biasciato — Checchina si liscia i capelli, si compone le vesti sul petto in guisa da porre in evidenza le naturali dovizie — Checchina vola a compire l'ardito disegno...

Dopo pochi minuti, la scaltra fattora, uscendo dalla camera del signor Frigerio, annunziò ufficialmente al sindaco che il gesuita travestito, l'infame spione dell'Austria, sarebbe partito quel giorno istesso per Bellano, onde recarsi il dì seguente a Tartavalle in compagnia del signor Zannadio.

— Se sapeste a quali sacrifizii ho dovuto sottomettermi, aggiunse la Checchina gravemente, per ispirare un po' di fiducia in quel galeotto e carpirgli il segreto...!

— Sappiamo di che sei capace, rispose il sindaco — la patria terrà conto del tuo eroismo.

CAPITOLO VI.

Tartavalle.

Tartavalle è un paesetto, o per meglio dire un gruppo di case, situato in una valle, che può sembrare amena e pittoresca a coloro i quali vanno colà a tentare la cura delle acque per guarire il mal d'occhi.

Nella prima quindicina di agosto lo stabilimento è abbastanza popolato di forestieri, per la più parte infermicci, o sedicenti infermi, fra cui parecchie mogli infelici, parecchie fanciulle avide di marito, parecchi celibatarii nemicissimi del matrimonio, ma altrettanto ghiotti di galanti avventure. Quest'anno si aggiungono parecchi giovani _lions_, cui la vergogna di non aver partecipato ai disagi ed ai pericoli della guerra di Sicilia, spinse a cercare un rifugio presso lo fonti termali col salvacondotto di un certificato medico.

È giorno di domenica.

Verso lo spuntare del giorno, sulla stradicciuola che dal paesello di Taceno conduce alla fonte, è un andare e venire di gente, un parlare, un chiedersi novelle con con insolita loquacità. Il caffè si apre più presto dell'usato, ed oltre agli avventori ordinari vi si notano figure nuove, figure dal volto rubicondo, dal portamento marziale, giovanotti sul fiore dell'età, che non mostrerebbero tanta predilezione al _punch_ ed al _cognac_ se fossero venuti ad intraprendere la cura delle acque ferruginose. Fra questi è il Gallina, sartore di Menaggio, il quale siede ad un tavolino in compagnia del maniscalco e del sindaco, alternando esclamazioni patriotiche alle frequenti libazioni.

Poco discosti, seduti ad un altro tavolino, due signori di età avanzata, vestiti con somma proprietà, accompagnano di uno sguardo carezzevole tutte le persone che passano dinanzi al caffè, e sorridono in segno di adesione ogni qualvolta il sartore di Menaggio manda un viva all'Italia. I due fratelli Federico e Gian Carlo Albizzotti godono in Tartavalle di molta popolarità. Intervengono in ogni crocchio, sono a parte di cento piccoli segreti di famiglia. Ad essi le mammine confidano il braccio delle figliuole nelle difficili passeggiate notturne; ad essi l'incarico verecondo di ricomporre le gonnelle delle signore quando montano sugli asini. Mezzani e consiglieri d'amore nelle gioconde brigate dei giovanotti scapoli; faceti e discoli talvolta, più spesso gravi e severi, amabili con tutti e prodighi di cortesie, i due fratelli passano per due tipi di onestà e di saggezza. Se gli Albizzotti partissero oggi da Tartavalle, domani lo stabilimento delle acque si chiuderebbe per mancanza di concorrenti.

Presso i due fratelli, seduto ad un altro tavolino, sta un giovanotto di circa venticinque anni, malato degli occhi, che ad ogni tratto batte il pugno sul tavolo in atto di impazienza. È questi il signor Edmondo Franchetti, da poco laureato in medicina, amato e stimato da quanti lo conoscono per la sua onestà e i suoi sentimenti liberali. La grave malattia, che quasi gli tolse l'uso della vista, doppiamente lo addolora come quella che gli impedisce di seguire Garibaldi nella spedizione di Sicilia. Le gesta gloriose dei suoi antichi commilitoni di Varese e di S. Fermo lo tengono in continua esaltazione. Dover reprimere gl'istinti bellicosi, gl'impetuosi aneliti della propria natura è per lui il maggiore de' tormenti. Uno studente di circa sedici anni, che fu anch'egli fra i combattenti di Varese, ed ora in causa di grave malattia intestinale è condannato all'inazione, sta sempre a lato del giovane medico, servendogli di guida e da moderatore.

Dallo stradale di Bellano scende una processione di gente. Si direbbe che tutti gli abitatori delle borgate e dei villaggi circonvicini si sien dato appuntamento a Tartavalle.

— Oh! la festa sarà completa! grida il Gallina levando il bicchierino. — Quei due signori galeotti faranno la figura che si meritano!

— Oh certo! risponde uno degli Albizzotti sorridendo; questa sarà per essi la valle di Giosafatte...

— Ed io mi incarico della parte di Satanasso! soggiunge il Gallina.

— A che ora credete voi debban giungere quei signori...? domanda uno degli Albizzotti coll'usata morbidezza.

— A mezzogiorno saranno alla cima del pendio... Oh! ma ecco... le signore Menafuoco di Bellano! Esse ci porteranno delle novelle.

Tutti gli occhi si dirigono verso la sommità del promontorio — ed ecco infatti le signore Menafuoco a cavalcioni di tre ciuchi... discendere solennemente nella valle. Cornelia e Rosalba portano ambedue un gran cappello alla calabrese sormontato da grandi pennacchi tricolori, sul petto a guisa di corazza una coccarda a rabeschi col ritratto di Garibaldi nel mezzo; e per giunta una ciarpa parimenti tricolore cucita alla sommità dell'ombrello. Mamma Caterina, dall'alto della sua cavalcatura, saluta i circostanti agitando il _Pungolo_ a guisa di ventaglio.

Sebbene la signora Caterina Menafuoco conduca ogni anno a Tartavalle le sue figliuole nella speranza di poterle maritare a qualcheduno ch'abbia le cateratte, cionnullameno la singolare acconciatura delle tre donne produce la più viva sensazione. I fratelli Albizzotti, dopo essersi ricambiato uno sguardo di maligna ironia, si levano per compiere il loro cerimoniale consueto. Appena le cavalcature si fermano dinanzi al caffè, i due fratelli offrono il braccio alle zitellone per aiutarle a scendere dal ciuco, mentre la Menafuoco madre, rifiutando ogni soccorso, scivola dalla sella gridando: Lasciate pure! — per me non c'è bisogno...! alla mia età non si dà scandalo a nessuno!

Non appena le Menafuoco han posto piede a terra, le persone che dapprima passeggiavano nei viali od erano sparse pei pratelli circostanti, convennero tutte sulla piazzetta del caffè. Le milizie eran pronte — il momento della battaglia già prossimo — non mancava che di scegliere i capitani e distribuire le schiere.

— «Signori e signore! prese a parlare il Gallina dall'alto d'un tavolino — è inutile che io vi rammenti a quale scopo noi ci siamo oggi radunati in questa valle. Trattasi di sorprendere e di punire due iniqui emissarii dell'Austria, due spie patentate, che con audacia incredibile osano aggirarsi fra queste montagne per studiarne gli sbocchi e le vie di più facile accesso, onde ricondurre in Italia l'abborrito straniero!

— Morte alle spie!

— «I due scellerati, con una impudenza..... degna di miglior causa.... abusando della buona fede e della tolleranza del partito moderato, si introdussero nelle due illustri e patriottiche borgate di Bellano e di Menaggio, sperando stabilire colà due centri di reazione. Ma essi trovarono pane pei loro denti... Le trame furono scoverte, sventati gli iniqui disegni. Il sindaco dell'uno e dell'altro comune, la Guardia Nazionale, la nominata Checchina Bernadotti, il furiere e il maniscalco di Menaggio, fecero in tale occasione il loro dovere.... Io dichiaro che i sovrannominati cittadini si resero tutti benemeriti dell'Italia.

— Approvato!

— «Sgomentati dal minaccioso atteggiamento delle nostre popolazioni, i due nemici di Italia, in luogo di rinunziare ai loro perversi propositi, credettero sottrarsi alla vostra vigilanza mutando paese, e stabilirono recarsi a Tartavalle, luogo oltremodo propizio alle loro obbrobriose macchinazioni.... Oggi.... fra quattro ore... gli scellerati... giungeranno fra noi, per la via di Bellano...!»

— Riceverli a sassate!

— Fucilarli senza misericordia!!!

— Gettarli nella Pioverna!!!

— Arrostirli! squartarli! impiccarli!

— Tale sarebbe il mio parere! grida il Gallina — un esempio di giustizia popolare è più che mai necessario! Morte alle spie!

Un uragano di acclamazioni e di invettive proruppe dalla folla agitata come oceano in tempesta.

In pochi minuti il furore delle masse è infrenabile. Tutti i tavolini del caffè son convertiti in tribune — dieci, dodici oratori parlano ad una volta. — L'uno predica moderazione, un altro inasprisce le ire — questi grida contro i Borboni — quell'altro se la prende col papa e col cardinale Antonelli — chi inveisce contro Lamoricière e i soldati Irlandesi — chi vuol morti gli Svizzeri. Le sorelle Menafuoco, salgono anch'esse sovra una tavola, e improvvisano una allocuzione sullo stile del _Pungolo_, nella quale, dopo aver enumerati i vari titoli che esse hanno alla benemerenza dell'Italia, si lagnano di non trovare marito.

Fra tanta discordanza di opinioni e di voci, fra tanto strepito di applausi e di fischiate, come si fa ad accontentare le masse? — I momenti sono preziosi. — Le campane di Taceno suonano il mezzogiorno — giusta i calcoli preventivi, le due spie debbon esser discoste da Tartavalle mezz'ora di cammino.

Il sindaco di Menaggio, che appartiene al partito della moderazione, trova finalmente la maniera di stabilire l'accordo. La proposta di eleggere una commissione la quale si incarichi di dirigere il movimento popolare, viene accolta per acclamazione.

Io non oserei guarentire che le elezioni procedessero in tale circostanza cogli scrupoli della legalità. Abbiam veduto parecchi idioti aprirsi le porte del Parlamento a forza di sfacciataggine e di soperchierie — qual meraviglia se i deputati di Tartavalle riescono a farsi eleggere cogli spintoni e gli scappellotti? — Beati i primi che seppero farsi innanzi! Quando la sala dell'Assemblea fu colma, le porte si chiusero, e il popolo sovrano rimase fuori colla piena convinzione di aver eletto i suoi rappresentanti.

La quistione è urgente... I nemici alle porte... Il popolo stipato sotto le finestre attende con impazienza i decreti dell'Assemblea... Nella sala dei deputati, quaranta si sono già iscritti per parlare sulla grande quistione...

— Sapete che abbiamo a fare? dice il signor Franchetti a tre o quattro amici che gli stanno d'intorno. — Mentre quei signori deliberano, io sarei di parere che noi cominciassimo ad agire. Poichè questo sciagurato mal d'occhi mi ha impedito di andare in Sicilia a tirare quattro fucilate contro i Borbonici, voglio almeno prendermi il gusto di menar le unghie sul grugno di una spia...! Partiamo adunque! Meglio essere i primi che gli ultimi! Quando avremo rotto il naso a que' due furfanti... penserà l'Assemblea a decretare i cerotti...

E senz'altro parole, il signor Franchetti, in compagnia di pochi amici, prese la via di Bellano.

CAPITOLO VII.

L'imboscata.

Come l'uomo cammina fidente e sereno, quando abbia l'anima illibata e la coscienza tranquilla! I signori Frigerio e Zannadio han già dimenticate le occorse disavventure. Senz'odio e senza sospetto, essi lasciano i paesi inospitali, dove rischiarono soccombere ad una persecuzione inesplicabile. L'amore della scienza li guida pel nuovo cammino. Essi procedono a passo lento, cogli occhi fissi a terra — l'uno si inchina a raccogliere arbusti, l'altro si riempie le tasche di ciottoli — quando si arrestano, gli è per considerare i vegetali o i minerali raccolti, e ricambiarsi qualche utile osservazione.

— Oh! vedete quel giallume! esclamò lo Zannadio, additando al compagno un pratello al di là della siepe... Io scommetto che que' fiori sono gli ellebori gialli che voi andate cercando!...

Il Frigerio spicca salti dalla contentezza... Il pratello non è molto discosto...

I due scienziati si adoperano colle mani e co' piedi per aprire una breccia fra gli arbusti e le spine della siepe. — Dalli! abbatti! taglia! rimuovi! alla fine ogni ostacolo è distrutto... I dotti occipiti sono già sprofondati tra le foglie — le spalle si spingono innanzi — le trippe contendono felicemente coi rami... quando — oh! sorpresa! — una mano prepotente afferra per la coda i due professori, e li trae dalla tana come due sorci sorpresi.

— Cane maledetto! tu non mi sfuggirai, grida il medico Franchetti, tenendo saldo lo Zannadio per le falde del vestito e rotando nell'altra mano un nodoso bastone.

— E tu pure... o birbone! grida il giovane studente, investendo la schiena del dotto naturalista.

I due professori, col capo intricato fra i rami, si contorcono, si dimenano, si difendono alla meglio colle pedate, urlando: al ladro! all'assassino! e invocando soccorso in tutti i toni della paura.

— Volgiti costà, e mostrami il tuo grugno da patibolo! grida il Franchetti allo Zannadio, facendolo girare come un paleo.

Il povero geologo cade a terra ginocchioni, leva le mani in atto di preghiera, poi, riversando le saccoccie del soprabito da cui si rovesciano parecchie dozzine di ciottoli: Signor ladro! dice piangendo; pigliatevi pure tutta quanta la roba... ma lasciatemi la vita... per l'amor di Dio!

Perchè mai il Franchetti si arresta immobile, pietrificato dallo stupore?

Perchè mai il giovanetto, che poco dianzi investiva il signor Frigerio con tanta violenza, non appena questi gli ha rivolta la faccia, dà indietro due passi, e si tira il cappello sugli occhi per la vergogna?

I tre studenti, che furono della partita, abbassano le armi, si levano il cappello, e rimangono nella attitudine di colpevoli colti in fallo.

— Oh perdono! mille volte perdono! prorompe il Franchetti, deponendo il randello, e stendendo la mano al geologo, che giace tuttavia inginocchiato sull'erba... Voi; voi!... mio professore!... Voi... l'amico degli studenti! l'onore dell'Università!... Voi, che io venero e stimo fra tutti gli scienziati d'Italia!... Oh! lo imbecille! lo sciagurato ch'io fui!... Sorgete, non temete di nulla!... A me... a me si aspetta piegare il ginocchio dinanzi a voi... e implorare una parola di indulgenza!...

Lo Zannadio ed il Frigerio si levano in piedi e si guardano l'un l'altro come smemorati, mentre i circostanti colle più entusiastiche dimostrazioni di riverenza e di affetto cercano rassicurarli...

— Ma dunque, perchè ci avete aggredito con tanta furia? perchè quei randelli levati sulle nostre spalle? domanda l'ingenuo Zannadio.

— Per chi mi avevate preso? chiede il Frigerio alla sua volta.

— Signor professore!...

— Signor maestro!...

— Signor ripetitore!...

— Ebbene?... parlate dunque!... A voi, dottor Franchetti... Pronunziatela alfine questa parola, che dev'essere per noi la soluzione dell'enigma!... Noi comprendiamo che qui avvenne un equivoco...

— Oh! sì! un equivoco fatale! risponde il Franchetti. Ed ora che bene ci rifletto, ringrazio la provvidenza di avermi fatta nascere l'ispirazione di venirvi incontro con questi miei colleghi. Se per caso foste caduti nelle mani del popolo... a quest'ora non rimarrebbe di voi neppure una scheggia d'osso... Quei sciagurati vi avrebbero fatti in brani. Volete ch'io ve la dica tonda e schietta, l'orribile parola?... Mentre noi stiamo qui ragionando, laggiù a Tartavalle havvi un'assemblea, un tribunale popolare, che sta deliberando qual genere di martirio vi si debba applicare. Nell'opinione di quei popolani voi siete _due spie dell'Austria_.

I due professori spalancarono la bocca come due pesci cani feriti.

CAPITOLO VIII.

Le vere spie non sono quelle che ne hanno le apparenze.

Battono le tre pomeridiane — e gli onorevoli membri della Commissione popolare, che devono decidere le sorti dei due emissarii dell'Austria, stanno ancora deliberando nel caffè di Tartavalle. Le discussioni delle Assemblee e dei Parlamenti sono in generale molto utili e benefiche, quando vi sia tempo da perdere. Se nelle questioni di urgenza gli oratori riflettessero che i fatti valgon meglio delle ciance, darebbero prova di grande eloquenza tacendo. Io conosco degli oratori, che se mai per avventura il fuoco si apprendesse alla Camera, volontieri morrebbero arrostiti in compagnia degli onorevoli colleghi, piuttostochè sacrificare un periodo.

Ma gli onorevoli di Tartavalle si mostrarono più discreti. Alle tre e mezzo pomeridiane, cioè tre ore dopo l'ingresso dei signori Frigerio e Zannadio, il Gallina aperse le invetriate, e presentossi al balcone per annunziare al popolo le deliberazioni del consiglio.

Ma dove è andato il popolo sovrano? dove sono i militi della Guardia Nazionale? chi ha dispersi gli uomini d'azione, il cui concorso è tanto necessario all'impresa?

Tutti i consiglieri si accavalcano sul balcone, e girano intorno lo sguardo, meravigliati di tanta solitudine.

Quand'ecco, lontano, sulla via di Taceno spunta una processione di popolo preceduta da un drappello di Guardia Nazionale col vessillo spiegato.

Il corteggio discende — la gran cassa della banda musicale desta gli echi delle montagne — voci alte e liete si mescono al suono delle trombe; gli uomini agitano i cappelli, le donne i fazzoletti...

— Che vuol dire tal novità? domanda il Gallina. — Fosse questo un tentativo dei reazionarii...

Ma la folla si appressa... I militi si schierano sotto il balcone; l'esercito si dispone in ordine di battaglia e presenta le armi...

A chi?

— Obbrobrio della nazione! grida il Gallina stendendo i pugni dal parapetto...

I signori Frigerio e Zannadio a cavallo attraversano la piazzetta, e rispondono con inchini ai viva entusiastici della moltitudine...

Un tale avvenimento, che riempie di meraviglia il Gallina e gli altri onorevoli membri della Commissione popolare, non parrà strano ai nostri lettori. Il medico Franchetti e i di lui colleghi, mentre l'assemblea stava deliberando, hanno spiegato al popolo l'equivoco delle spie; e il popolo, persuaso dalla autorevole testimonianza di parecchi milanesi i quali assai bene conoscono il signor Frigerio e il signor Zannadio, si affretta con una dimostrazione di simpatia e di rispetto a compensare i due professori del danno patito.

— In nome della patria, in nome del pubblico decoro, in nome di tutti i miei compaesani di Menaggio, io protesto contro l'illegale manifestazione di una plebe sedotta, fors'anche comprata dall'oro austriaco! grida il Gallina, volgendosi ai membri dell'assemblea.

— E noi tutti protestiamo! rispondono in coro i deputati.

— Siete voi disposti a morire? chiede con enfasi il Gallina agli onorevoli membri. — Siete voi disposti a morire per la salute della patria?...

Gli onorevoli esitano a rispondere. — La interpellanza è troppo compromettente...

— Signori! — io ve lo chiedo per la terza ed ultima volta: siete voi disposti a morire per la salute della patria?

— Io conosco troppo bene i miei doveri di deputato del popolo, risponde uno degli astanti. — Chi rappresenterebbe, chi illuminerebbe, chi governerebbe la nazione, se i deputati morissero?... Vivere è un diritto pel resto degli uomini — per un rappresentante del popolo è dovere!

— Bene! bravo! viva il maestro Gandolla di Bellano! — gridano gli altri deputati, che in questa ispirata risposta riconoscono la propria salvezza.

— E noi permetteremo, risponde il Gallina, che due spie, due emissarii dell'Austria sian portati in trionfo ed acclamati da questa plebaglia vigliacca che ci elesse all'onorevole incarico di rappresentarla?

— No! no! morte alle spie! morte alle spie! urlano in coro i deputati.

— Sì! morte alle spie! ripete il Franchetti precipitando nella sala in compagnia de' suoi colleghi di Università. — Morte alle vere spie, ai veri nemici d'Italia; morte ai don Basilii, che con maschera da liberale vanno pel mondo a far l'ufficio di Satana, a suscitare discordie e a seminare la gramigna nel buon grano. Oggi la provvidenza ci ha fatto discoprire due di cotesti scellerati... e ha posto in nostra mano tali documenti, ch'essi non potranno in verun modo schermirsi dai rigori della legge! — Signor sindaco di Taceno: io rimetto in vostra mano questi fogli, che gli illustri professori Frigerio e Zannadio hanno rinvenuti sulla via di Bellano, e che appartengono ai fratelli Albizzotti, sedicenti sensali di seta.

Così parlando, il Franchetti cavò di tasca un portafogli contenente parecchie carte, e ne fece pubblicamente consegna al sindaco della Comune.

— Come! i fratelli Albizzotti! — quei due signori che stamattina erano al caffè... e facevano tanti brindisi all'Italia... a Vittorio Emanuele... a Garibaldi!

— Erano due infami emissarii del partito austriaco — arruolavano volontarii per l'esercito del papa — raccoglievano denaro per la cassa di San Pietro — tenevano carteggio coi preti dell'_Armonia_ e della _Civiltà Cattolica_ — Infine, come potrete rilevare dalle note preziose che io vi ho presentate, erano venuti a Tartavalle per seminare la reazione...

— Ma gli altri due... que' birbaccioni, che poco dianzi abbiam veduto passare a cavallo fra i viva e le acclamazioni della moltitudine?...

— Sono due illustri Italiani, due professori di scienze naturali, uomini d'ingegno elevato, di nobilissimi sensi, che spesero la vita negli studi e nelle meditazioni — Essi venivano fra queste montagne per investigare i misteri della natura, per risolvere le astruse questioni della formazione del mondo... Ed è appunto di questi innocenti cultori delle scienze che Iddio si è servito per isventare le trame di due birbanti che certo non isfuggiranno al meritato castigo. I fratelli Albizzotti, temendo che i signori Frigerio e Zannadio fossero davvero emissari dell'Austria, e che il loro arresto potesse compromettere qualche segreto di bottega, se la svignarono da Tartavalle poco prima che vi arrivassero i due scienziati — e questi trovarono in sulla via il portafoglio ch'io ebbi l'onore di presentarvi.

Prima che gli onorevoli deputati potessero riaversi dalla sorpresa e convincersi dell'inganno, molto tempo ci volle. Le ciarle, le discussioni, i commenti durarono parecchie ore, con grande rammarico del Franchetti, cui premeva di prender parte al magnifico pranzo ordinato in onore dei due scienziati. Ultimo a persuadersi fu il Gallina; ma quando il dabben figliuolo ebbe esauriti tutti gli argomenti d'opposizione, e trovossi isolato o piuttosto soffocato dal voto concorde delle masse; il Franchetti lo prese per mano, e con dolce violenza lo trasse fuor della sala per condurlo a complimentare i due scienziati.