Part 18
Il fabbricatore di ceralacca e il domestico precipitarono insieme nel gabinetto, dove, con infinita meraviglia di ambedue, non trovarono che una donna, Clementina, la quale, senza dar segno di commozione, coll'aria più ingenua del mondo chiese al marito:
— Che vuol dire tutto questo fracasso?
— Vuol dire... Ma tu?... Ma il signore? Sia l'articolo di fondo?...
Il Bartolami guardava la moglie e il servitore, come un uomo cascato dalla luna.
— Che novità son queste? — riprese la imperterrita donna — mi avete tutti e due un certo fare da imbecilli!... Ho voluto un po' vedere come si tenevano lo carte di uffizio... Tu sei troppo di buona fede, Onofrio, e ti lasci condurre alla cieca da questo signor Rodolfo, che in fin dei conti potrebb'essere un briccone, un mangiapane come tanti altri... Avevo detto a Silvestro di non lasciar entrare nessuno.... Ed egli, questa bestia....
— Sicuro! — prosegue il Bartolami — questa bestia non ha capito che si trattava di lui, del signor Rodolfo, e per poco voleva impedirmi...
— Vero scimunito!
— Asino, dico io... Figurati! Mi contava che il signor Rodolfo era entrato qui dentro per scrivere l'articolo di fondo, mentre invece....
— Mentre invece, prosegue Silvestro, il signor Rodolfo giunge in questo momento all'uffizio, ed ha l'onore di inchinarsi ai miei padroni riveritissimi.
Il Barcheggia si presentò diffatti alla porta del gabinetto, e col suo fare più disinvolto salutò il Bartolami e sua moglie, come se nulla fosse accaduto.
Silvestro che era a parte della tresca, già indovinava il cammino pel quale il giovine era riuscito ad evadersi dal gabinetto; ma il Bartolami avrebbe ignorato eternamente le sue sventure domestiche, se un accidentalità singolare non gli avesse fornito dei gravissimi indizii.
Rodolfo Barcheggia, per sottrarre sè medesimo e la moglie del Bartolami ad una posizione che minacciava di farsi gravissima per entrambi, era sparito pel vano di una finestra che metteva in un angolo buio, dove ordinariamente era esposta la ceralacca a rassodarsi. Piombando in quelle tenebre, il nostro giornalista aveva immerse le estremità posteriori del suo _paletot_ in una caldaja ricolma appunto del rosso bitume, riportando, senza avvedersene, un timbro grandioso e molto appariscente verso i confini più estremi della schiena... Pressato di rientrare nell'uffizio di redazione per dissipare colla sua presenza ogni ombra di sospetto, dopo aver scambiati col Bartolami i più cordiali saluti, Rodolfo commise la fatale imprudenza di volgergli le Spalle per sedersi allo scrittoio...
— Oh vista! Oh stupore! Oh tremenda rivelazione!... Chi vorrà negare la tua provvidenza, o gran Dio dei mariti?... Il Bartolami, appena ebbe scorta quella immensa frittata di ceralacca aderente alle appendici più ignobili del giornalista, per un moto subitaneo di istinto conjugale, alzò gli occhi al finestrino... Fu un lampo di ispirazione, ma un lampo tremendo, fatale. Il volto del Bartolami divenne rosso come il _paletot_ del letterato traditore!
E qui porremo fine alla nostra istoria, perchè non amiamo far piangere i nostri lettori, e d'altra parte riteniamo imprudenza far ridere il pubblico alle spalle di un marito burlato.
L'_Unione patriottica_ sospese immediatamente le sue pubblicazioni. Un breve avviso esposto sulle cantonate delle città invitava i _numerosi abbonati_ a recarsi all'uffizio di Redazione per ritirare il denaro da essi anticipato. Dei _numerosi abbonati_, che in tutti erano sette, uno soltanto aveva sborsato il prezzo dell'associazione — e questi era un dabben uomo del Borgo degli Ortolani, il quale avendo veduto un numero dell'_Unione_ che serviva di involto ad un salame, se n'era invaghito pei suoi grossi caratteri.
— Mi spiace che il giornale sia morto, diceva il dabben uomo al Bartolami, mentre questi gli rendeva il prezzo dell'abbonamento. — Era il miglior giornale che si stampasse a Milano — il solo giornale che si potesse leggere senza occhiali!
IX.
Così nascono, così vivono, così muoiono tutti gli anni una dozzina di giornali.
Quasi tutti derivano dalla medesima origine, come tendono al medesimo scopo:
Un Bartolami, l'idiota ambizioso che fornisce il denaro.
Un Barcheggia, il semiletterato in bolletta, il politicante venale, che solletica l'amor proprio di un ricco imbecille per mungergli i quattrini; e qualche volta una Clementina più o meno avvenente, che si prefigge di dimostrare al marito i vantaggi di una buona ed operosa collaborazione.
FINE.
_Due Spie._
CAPITOLO I.
In qual modo un uomo dotto e brutto può essere scambiato per una spia.
In sul finire del luglio 1860, pranzavano tranquillamente all'albergo del _Leon d'Oro_ in Lecco il signor Domenico Zannadio geologo e il naturalista professor di botanica signor Candido Frigerio.
— Io parto quest'oggi per Bellano, diceva il primo.
— Benone! rispondeva l'altro. Viaggeremo in compagnia fino a Varenna, dove io scenderò dall'_omnibus_ per tragittare a Menaggio. Intendo percorrere la valle di Porlezza e i gioghi che la fiancheggiano. La natura di quel suolo mi sembra propizia alle mie ricerche. Voi sapete ch'io vado in traccia dell'_Elleboro giallo macolato_, per provare al chiarissimo professore signor Gian Giacomo Mazzoldi da Imola, che quell'arbusto cresce appunto nei paesi montuosi della Lombardia, ciò che l'onorevole scienziato pretenderebbe contestare coll'ultima sua dissertazione: _De Helleboro et aliis vegetalibus veneficis provinciæ Comensis_.
Queste parole furono pronunziate a voce bassa, ma il nome del Mazzoldi[1] ferì l'orecchio d'un individuo che pranzava tutto solo a poca distanza dai due professori. Lo sconosciuto levò il muso dal piatto, e girando uno sguardo sospettoso sui due che parlavano: — che razza di animali esotici sono codesti? brontolò fra denti; mi hanno l'aria di preti travestiti...
Il signor Domenico Zannadio e il signor Frigerio hanno infatti un esteriore poco simpatico. Il primo è un uomo alla antica; capelli corti, barba rasa, soprabito nero e lungo, cravatta bianca e scomposta. L'altro, più giovane di età, più elegante nel vestito, sortì dalla natura certi occhi grossi, sporgenti, injettati di sangue, che mettono ribrezzo a vederli. Le accurate indagini scientifiche, la faticosa esplorazione dei petali e dei pistilli, obbligano il signor Frigerio a portar gli occhiali, due grandi occhialoni inforcati sul naso, che danno alla fisonomia dello scienziato una espressione feroce.
— Godo che vi tratteniate sulle rive del lago, riprende lo Zannadio; così qualche volta potremo trovarci assieme a ragionare di scienza.... Anch'io sono venuto su questi monti per ragioni scientifiche.... per iscoprire nuovi dati a conferma delle mie teorie sulla formazione del globo. Avete letta l'ultima mia _Memoria_ sugli _Strati antidiluviani_?
— L'ho letta ed ammirata...
— Se le ricerche ch'io sto per fare mi riescono a bene, fra pochi anni il sistema di Humboldt verrà riputato un delirio di una grande intelligenza.
A questo punto della conversazione, l'individuo che siede a poca distanza dai due scienziati, esce dal cortile, e poco dopo ricomparisce dietro la finestra che domina la tavola in compagnia d'un nuovo personaggio.
— Humboldt era mio amico strettissimo, ripiglia il signor Zannadio; ho intrapreso espressamente il viaggio di Praga per andarlo a visitare or son dieci anni... E in quella occasione ebbi l'onore di stringere amicizia coi signori Elitpazter, Zambadenzer e Cropztastroffer di Vienna ed altri colleghi tedeschi coi quali sono tuttavia in carteggio.
— I tedeschi la sanno più lunga di noi in fatto di scienze naturali...
— Più logici e più profondi... Essi finiranno per abbattere i vecchi sistemi, a dispetto dei nostri dottrinarii, che si ostinano nelle loro pazze teorie...
— Convengo pienamente con voi... Anch'io nutro una vera adorazione pei tedeschi e pel loro genio profondo...
I due esploratori che, dal vano della finestra, raccolgono le sparse sillabe dello strano colloquio, schizzano fuoco dagli occhi e versano bava dalla bocca come due cani idrofobi. In udir le parole proferite dal signor Frigerio: _i tedeschi valgon meglio di noi_, uno degli esploratori dà di piglio ad una marmitta per lanciarla nel mezzo della tavola..
— Prudenza! gli dice il compagno... Bisogna procedere con legalità... Cercare di coglierli sul fatto, poi farli imprigionare o meglio appiccare!
— Io ti dico che costoro debbono esser due gesuiti mandati dal Lamoricière[2] per arruolare volontari!...
— Li credo piuttosto due tedeschi venuti ad esplorare le montagne...
— L'un d'essi ha nominato il Mazzoldi... Scommetto che il più giovane, quel dagli occhiali, è il famigerato Perego, redattore del _Giornale di Verona_[3].
— Io direi che sarebbe bene avvertire le Autorità...
— Ovvero chiamare la Guardia Nazionale, e far circondare l'albergo.
— S'io non dovessi partire a momenti coll'_omnibus_ per recarmi a Menaggio, ti giuro ch'io li servirei daddovero, quei due capi da forca!...
Mentre dietro la finestra ha luogo il furioso dialogo, il conduttore dell'_omnibus_ si avvicina ai due scienziati per avvertirli che è tempo di partire... Il signor Zanadio e il signor Frigerio, saldato il conto coll'oste, si avviano conversando verso il secondo cortile per prender posto nella carrozza.
CAPITOLO II.
Nell'Omnibus.
I due interlocutori della finestra si stringono la mano e si separano. Quel d'essi che deve recarsi a Menaggio, tien dietro agli scienziati come un segugio che fiuti la preda, come un gatto che lasci liberi i topolini per ghermirli e straziarli. L'altro, prima che l'_omnibus_ sia partito, corre al caffè delle Colonne, e tutto affannato riporta a quanti lo vogliono ascoltare gli strani discorsi uditi all'albergo del _Leon d'Oro_. La istoria delle due spie in meno di due minuti si propaga nella borgata. Nel punto in cui l'_omnibus_ sta per partire, il cortile dell'albergo si riempie di curiosi.
Beati gli uomini di scienza! Distratti dalle meditazioni e dai calcoli, sedotti dalle ipotesi vaghe e indeterminate onde si edificano i loro sistemi, essi attraversano il mondo sulle ali della immaginazione, ignari dei pericoli che li circondano! I signori Zannadio e Frigerio montano sull'_omnibus_, si abbandonano beatamente colla persona sui cuscini elastici — l'uno meditando la ipotesi degli _strati antidiluviani_, l'altro fiutando ellebori colla fantasia, mentre una popolazione irata e fremente li fulmina di anatemi, e cento occhi da basilisco lanciano contro essi il veleno dell'odio e del disprezzo!
Guai se l'_omnibus_ tardasse d'un minuto a partire! Il fremito dell'ira popolare è giunto all'ultima crisi... Quattro popolani stanno per avventarsi agli sportelli e afferrar per la coda del soprabito il signor Zannadio... Presto, conduttore! Una sferzata ai cavalli! Salvate due luminari della scienza, la cui morte prematura cagionerebbe infiniti disastri! Guai per l'umanità, se l'elleboro giallo crescesse ignorato sulle montagne della Valtellina! Guai per le generazioni future, se il signor Zannadio non giungesse a scoprire da quanti secoli venne in capo a Domeneddio di formare questa immensa palla che si chiama l'universo!
La Provvidenza ispirò il postiglione; mentre i quattro energumeni stavano per compiere il sanguinario disegno, i cavalli presero la corsa, e l'_omnibus_ uscì rapidamente dal cortile.
I nostri lettori non ignorano come fra i viaggiatori partiti alla volta di Varenna si trovasse il giovanotto, che primo aveva posto orecchio al colloquio reazionario dei due scienziati. Era questi un tal Galliano Gallina, sartore di Menaggio, notissimo nel suo paese nativo pel suo entusiasmo patriotico. Ragazzo d'ottimo cuore, ma di ingegno cortissimo e di nessuna dottrina, non sognava che perfidie e macchinazioni infernali tramate dai nemici d'Italia a danno del proprio paese. Egli credeva in buona fede che all'Austria, più di ogni altra sciagura, dolesse la perdita di Menaggio; ch'ella avrebbe ceduta la Venezia a patto di riavere quell'angolo di paradiso. Il povero figliuolo, in tutti gli stranieri che recavansi a visitare le rive del Lario, non vedeva che tedeschi o spie dei tedeschi. Imaginate come gli bruciassero le costole sedendo nell'_omnibus_ in mezzo a due sconosciuti ch'egli avea in conto di gesuiti od emissarii dell'Austria.
Dio sa quale orribile tragedia sarebbe avvenuta nell'interno della vettura, ove, a temprare la furia impaziente del Gallina, non fossero intervenute tre persone, che noi chiameremo del bel sesso, quantunque bruttissime.
Il lato posteriore dell'_omnibus_, per beneficio della provvidenza, era dunque occupato da tre donne, la signora Caterina Menafuoco di Bellano e le sue figliuole maggiorenni Rosalba e Cornelia. Mamma Caterina è una donna di sessant'anni, già grassa più del bisogno, la quale spera ingrassare del doppio quando avrà maritate le due lunghe zitellone, ch'ella conduce tutti i sabati al mercato di Lecco per solleticare la concupiscenza di qualche mercante di granaglie. Rosalba e Cornelia hanno ciascuna una dote di franchi trentamila; ma questo accessorio, che forse potrebbe eccitare la sensualità di qualche spiantato, non colma le tante lacune dei due lunghi carcami. Non è a dire con qual'arte, con quali strattagemmi ingegnosi mamma Caterina si adoperi a smerciare le sue creature; ugual destrezza per parte dei giovani scapoli a scansare il pericolo. La cacciata degli Austriaci, la liberazione d'Italia ha rianimate le speranze della signora Menafuoco. Rosalba e Cornelia acquistarono nuove attrattive da una immensa coccarda a fiorami bianchi, rossi e verdi, che portano sul petto e che dissimula in parte le naturali lacune. Rosalba e Cornelia hanno abbracciate in politica le opinioni dell'unico giornale che leggono. Mamma Caterina e le sue figliuole, si informano alla politica del _Pungolo_; perciò si svegliano ogni mattina con opinioni perfettamente opposte a quelle del giorno precedente.
Basti questo sbozzo di fisonomie e di caratteri — procediamo nel racconto.
Il cacciatore non vede che lepri e beccaccia, l'astronomo non vede che pianeti, il mineralogista non vede che sassi. — Mamma Caterina non vede che mariti per le sue figliuole.
Rosalba e Cornelia, appena entrate nella vettura, cominciarono a dardeggiare coll'occhio i due scienziati. — La signora Menafuoco, per trovare un pretesto di conversazione, si pose gli occhiali, e volgendosi a Rosalba: — Ebbene? incominciò: cosa dice il nostro _Pungolo_ quest'oggi? L'hai tu indosso il _Pungolo_?...
— Il _Pungolo_! risponde Rosalba portando una mano sul petto e torcendo le luci verso il signor Frigerio; il _Pungolo_... mi pare d'averlo... qui...
— Fuori dunque cotesto _Pungolo_! e leggimi qualche cosa... di nuovo...
— Lo sai... mamma, che io non amo di leggere a voce alta cose di argomento patrio... e sopra tutto quando si tratti delle nostre vittorie della Sicilia...
— Poverina! Sicuramente! la è proprio così! Queste mie ragazze sono tanto sensibili, che ogni qual volta prendono in mano quel benedetto _Pungolo_, perdono la testa, cadono in svenimento e non se ne fa più nulla! Sono ragazze! E il nome di Garibaldi ha per esse un un certo fascino!... Basta! Cornelia... mi saprà forse dare così in succinto le notizie della giornata... Rosalba... cedi il _Pungolo_ a tua sorella... e vediamo se anche lei cade in svenimento!
Cornelia stende la mano per prendere il _Pungolo_, e preme leggermente col braccio il ginocchio del signor Frigerio, il quale, tutto assorto nelle sue meditazioni sugli ellebori, non s'accorge della amorosa pressione. Frattanto il Gallina, facendo due occhi da ossesso, vorrebbe prevenire le donne del pericolo cui sono esposte parlando di politica in presenza di due emissarii dell'Austria[4].
— Noi abbiamo vinto, dice Cornelia dopo aver percorso rapidamente il giornale. — _Decisamente_ abbiamo vinto a Milazzo... Noi ci siamo battuti da leoni; il nemico, atterrito dal nostro impeto, si rintanò nella fortezza... Signor Gallina... la prego di stendere _francamente_ le sue gambe a sinistra.... Ella ci ha dato un calcio nel piede, che _schiettamente_ parlando, non ci ha recato il maggior piacere...
— Le chieggo perdono, signora Cornelia, risponde il sartore di Menaggio accennando colla coda dell'occhio ai due scienziati; ma prevedendo certe... eventualità... che potrebbero nascere, io credo bene... che... in questo momento... si debba parlar d'altro che di politica...
La signora Menafuoco, senza far caso dello strano avvertimento, ripiglia la conversazione:
— Io... per me poi... non sono tanto sensibile al _Pungolo_ come le mie figliuole!... Lo leggo, lo studio alla sera in letto... poi mi addormento... e buona notte! Ma esse... queste benedette creature... non la finiscono più... quando l'hanno in mano! Se Giulay potesse tornare in questi paesi, io credo che la nostra casa sarebbe la prima ad essere bruciata... tante ne hanno dette queste figliuole contro... Ahi! signor Gallina! Ma lei non vuol tenerle al fermo quelle sue gambe! Mi ha posto il calcagno sul dito mignolo... e le giuro che non mi ha fatto piacere.
Il Gallina straluna di nuovo gli occhi, ed accennando ai due scienziati che fino a quel punto non hanno aperto bocca, risponde alla signora Menafuoco: «Se bramate sapere di qual modo tratterebbe Giulay le vostre figliuole... qui vi hanno persone, che potrebbero.., forse...
Le occhiate, i calci, le allusioni del Gallina sono troppo significanti perchè le signore Menafuoco non si mettano in sospetto. Cornelia, che stava per tentare una seconda dimostrazione di simpatia sulle gambe del signor Frigerio, ritira prudentemente la punta dello stivaletto. Rosalba, torcendo gli occhi maligni verso l'altro scienziato, si fa ardita a dirigergli la parola per conoscere com'egli la pensi in fatto di politica:
— Se il signore brama leggere il _Pungolo_...
— Io? leggere il _Pungolo_!... risponde il geologo riscuotendosi dalle sue meditazioni... Le sono di cuore obbligato... Sventuratamente non ho mai potuto abituarmi a leggere in vettura... E poi... le confesso che la politica del _Pungolo_ non mi va troppo a sangue.
— Lo credo! mormora il Gallina.
— Forse ella preferirà i giornali dell'opposizione....
— Amo i giornali che ragionano, che seguono un principio determinato, che mirano ad uno scopo fisso...
— Come ad esempio l'_Armonia_, la _Sferza_, il _Campanile_, soggiunge il Gallina digrignando i denti...
— A quanto pare, prosegue la signora Menafuoco, ella non è troppo partigiano del Ministero... _Francamente_ parlando, ella non ha tutti i torti... Noi ammiriamo il conte Cavour, ma le nostre simpatie sono per Garibaldi. Ambedue sono _onesti_... come noi; ambedue vogliono l'Italia... come noi. Noi saremo con essi finchè essi sono colla nazione... e con noi... Finchè essi procederanno _francamente, lealmente, onestamente_, coll'Italia: noi _francamente, lealmente, onestamente_, procederemo con essi..... In caso diverso — lo diciamo _apertamente_ — noi _onestamente_ li combatteremo.
Per sottrarsi al tormento d'una politica troppa sonora, il signor Zannadio cava di tasca un portafogli e vi scrive alcune cifre. Mentre il Gallina, levando il capo sopra le spalle dello scienziato, sembra cogli occhi assorbire lo scritto, Cornelia crede bene di tentare un colloquio col signor Frigerio:
— È la prima volta che il signore si reca in questi paesi?
— Sì... signora.
— Va forse a Bellano?
— No... signora.
— A Chiavenna?
— No... signora.
— A Menaggio?
— Sì... sì, signora.
— Per villeggiare?
— No, signora.
— Cornelietta, interrompe la signora Menafuoco madre, appoggiando le mani sovra i ginocchi come una regina del teatro Fossati; io ti proibisco assolutamente di parlare con persone, le quali, oltre ad essere di sesso diverso, non sono da noi conosciute, e quindi possono avere in politica delle opinioni contrarie alle nostre.
— Io non credo... balbetta il geologo imbarazzato;... io non credo aver offeso questa signorina...
— Basta!... non facciamo polemiche... Noi non dubitiamo ch'ella appartenga come noi alla classe degli onesti... Tutti i partiti sono onesti, quando _onestamente, lealmente, francamente_ abbracciati... Vi hanno però circostanze, nelle quali da parte nostra sarebbe debolezza il transigere... _Francamente_ lo diciamo: noi rispettiamo la di lei onestà, ma saremo sempre colla nazione!
Il signor Frigerio, non comprendendo parola di questa eloquente conclusione, chinò il capo rassegnato, e riprese tranquillamente il corso delle sue meditazioni. La madre Menafuoco spiegò il _Pungolo_ capovolto e finse di leggere. Il Gallina si incaricò di ripetere mentalmente le parole latine scritte dallo Zannadio nel portafoglio, per farle tradurre a Menaggio da un antico professore di lingua tedesca. Le due sorelle _dignitosamente_ si tacquero.
A Varenna l'_omnibus_ fece sosta.... I due scienziati scesero dalla vettura, l'uno per tragittare a Menaggio, l'altro per proseguire a piedi la via fino a Bellano. Lì Gallina, prima di uscire dall'_omnibus_, ebbe colle signore Menafuoco un breve dialogo:
— Avete capito...?
— Eh! non siamo oche!
— Sapete cosa ha scritto nel portafogli quel gesuitone dalla cravatta bianca?...
— Ebbene...?
— Tre parole in tedesco... _Quousque tandem abutere!_... Io me lo farò tradurre a Menaggio...
— Avete visto come il più giovane divenne rosso quando si è parlato di Cavour!
— E l'altro... non ha tremato al solo nome di Garibaldi?
— E tutti e due non si sono guardati, quando io ho parlato delle transazioni?
— Basta! io vi prometto, o signorine, che a Menaggio l'uno sarà servito a dovere!
— Dell'altro, che viene a Bellano, ci incarichiamo noi!
— Bisogna farlo morire a fuoco lento!
— Contate sulla nostra lealtà, sulla nostra franchezza...
— Sono due tedeschi!
— Due gesuiti!
— Due esploratori!
— Due spie!!!
CAPITOLO III.
Una serva rivoluzionaria.
All'indomani, sullo spuntare del giorno, il Gallina col maniscalco ed il sergente furiere della Guardia Nazionale, uscirono da Menaggio per recarsi ad una casicciuola poco discosta dal paese, ove la sera precedente avea preso alloggio il professore di scienze naturali signor Candido Frigerio, il supposto emissario dell'Austria.
— Compagni! diceva il Gallina; qui bisogna dar prova di abilità politica — bisogna condurre la faccenda in tal guisa che dal male nasca il bene. Noi ci serviremo di questo istromento del dispotismo per giovare alla causa italiana, per rassicurare le sorti del nostro paese.
— Bravo! benone! ben parlato! soggiungeva il maniscalco. Colui è venuto per spiare ciò che si fa da noi a Menaggio — noi profitteremo di lui per sapere ciò che fanno a Vienna i nostri nemici. Che te ne pare, sergente?
— Per ora fate voi! Quando ci sia bisogno di metter sull'armi la Guardia Nazionale, non avrete che a parlare.
— Prima di tutto troviamo un pretesto per entrar nella casa...
— Io conosco la Checchina, la fattora... Una italianona! una liberalona, che nel quarantotto, quando i tedeschi sono tornati, ha mangiato il naso ad un caporale tirolese che voleva baciarla per forza...
— Credi tu che sia bene metterla al fatto:...?
— Forse sì, e forse no... Vedremo qual vento tiri.... Ma eccoci alla tana del lupo...
— La Checchina è sulla porta!...
— Prudenza e circospezione!
— Io direi che il Gallina si facesse avanti, e che noi rimanessimo a rispettosa distanza per non eccitare sospetti...
— No! è meglio procedere assieme, e prender l'aria di gente che va al passeggio.
— Buon giorno, Checchina! sì di buon'ora levata? Che si fa di bello?...
— La nostra Checcotta! sempre più bella! sempre più fresca!... Dacchè i tedeschi hanno sgombrato il paese, sei ringiovanita di dieci anni!
— Voi sapete bene quale amore io portassi ai tedeschi! risponde la buona donna tutta lieta de' complimenti ricevuti. Ho fatto anch'io la mia parte da buona italiana! Vi giuro che se mi capitasse ancora nelle unghie un di quei cani, io lo acconcerei per lo feste! Basta! ora non c'è più questo pericolo...
— Almeno.... così si crede...