Part 15
— Voi dovete sapere, in primo luogo, che io sono un gran imbecille... cioè... un uomo... che fuori della politica... mi trovo propriamente... come si suol dire... un pesce fuori dell'acqua. Io accolsi in mia casa questi due bravi signori, sapendoli due caldi patrioti, due uomini di polso... che potevano, non dirò consigliarmi... ma aiutarmi ne' miei studi politici, economici e democratici... Ma siccome, quando si tratta dei miei interessi particolari, io sono... o fingo d'essere un imbecille, così, senza riflettere alle difficoltà che potevano insorgere, ho promesso a tutti e due la mano di mia figlia. Ora: come si scioglie questa faccenda? Il progresso della democrazia non giunse finora a tanto da permettere alle fanciulle la comunione dei mariti... Io vorrei favorire sì l'uno che l'altro... perocchè nell'avvocato Nebbia, collaboratore del giornale il _Chiaro-oscuro_, ammiro la profonda dottrina; nel dottor Trigambi rispetto le impronte venerande del martirio e la devozione illimitata al bene del paese... L'uno non vuol cedere all'altro... i suoi diritti. Io non ho ragioni per dar la preferenza a questo piuttosto che a quello. Come sì fa? Sfido lo stesso Palmerston a trovare in tal caso una transazione soddisfacente.
— Mio caro signor Lanfranconi, — rispondo io, volgendo uno sguardo alla povera Ifigenia, che non osa levar gli occhi per eccesso di timidezza, — l'espediente è presto trovato. Si consulti il voto di Ifigenia. Scelga essa fra i due pretendenti..... ed ecco troncata ogni lite.
Il Lanfranconi aggrotta le sopracciglia, poi dice a bassa voce: — essa ha scelto... la cattivella...
— Ebbene?
— Essa pretenderebbe rifiutare sì l'uno che l'altro dei suoi due pretendenti. Ifigenia è giovane troppo per comprendere il bene ed il male: io, uomo di esperienza, debbo imporle la mia volontà. Un giorno ella si chiamerà contenta di avermi obbedito. —
Ifigenia, in udire tali parole, non può trattenere le lacrime, e si allontana. Dopo breve silenzio io prendo di bel nuovo la parola:
— Lanfranconi! mi accorgo che la questione è assai più difficile a sbrogliarsi di quanto in sulle prime mi appariva. Nondimeno, se mi concedete pochi minuti per parlarvi da solo a solo, spero venire a capo d'uno scioglimento felice. In presenza di questi signori non oserei esporvi apertamente il mio pensiero. —
Il Nebbia ed il Trigambi si ritirano, e nell'uscire dalla sala sospingono la porta con un urto sì violento da far crollare le muraglie. Io piglio pel braccio il mio ospite, e scendo con lui nel giardino.
Il giardino del signor Lanfranconi, veduto alla luce del giorno, presenta allo sguardo un quadro di devastazione. Si direbbe che un violento uragano abbia abbattuto gli alberi, sfrondate le siepi, scomposte le zolle. Io non posso a meno di esprimere la mia meraviglia all'ospite che mi dà di braccio: ma questi non curandosi tampoco di volgere intorno una occhiata, mi risponde asciutto: — chi può occuparsi di giardino e di fiori, mentre le questioni politiche assorbono tutta la nostra attenzione? I miei servitori da mane a sera hanno i giornali nelle mani. Ciò reca qualche inciampo al disimpegno de' loro affari: l'ordine della casa non cammina colla usata regolarità; ma io preferisco aspettare alla mattina il mio caffè e panna e mettermi a tavola una o due ore più tardi, anzichè porre ostacolo alla educazione politica del popolo. —
Così parlando, noi ci inoltriamo in un viale. Volgendo gli occhi per caso verso la serra dei limoni, mi vien veduto lo zuavo della sera precedente, il quale con energica famigliarità abbraccia la sorella del mio rispettabile amico.
— Allontaniamoci, — mi dice il Lanfranconi all'orecchio....
— Come? voi permettete che in vostra casa....?
— Bazzecole, mio buon amico. Le razze latine si fondono...
— Il nostro nobile collega signor John Russel è d'avviso che assai meglio ci troveremmo se incominciassimo a fonderci un po' meglio fra noi della razza italiana.
— Il signor Russel... avrà forse ragione. Ma lasciamo pure che il progresso precipiti al suo ultimo scopo, e parliamo di ciò che per ora più davvicino ci interessa. Voi dicevate di avere un utile suggerimento a comunicarmi riguardo al matrimonio di mia figlia....
— Certamente; un ripiego basato sulla giustizia, o che voi senza dubbio approverete. Voi dite voler maritare vostra figliuola ad un uomo il quale abbia ben meritato della patria, ad un uomo, che per la sua devozione alla causa della libertà sia degno della pubblica stima. Un tale proposito assai vi onora, signor Lanfranconi, ed io non posso a meno di incoraggiarvi a persistere in esso. Il signor Nebbia ed il signor Trigambi, come voi dite, sono due martiri della patria. Ebbene facciano entrambi l'enumerazione dei loro meriti dinanzi ad un giudice imparziale, e quegli che avrà più titoli alla riconoscenza della patria, s'abbia in moglie la bella Ifigenia.
— Signore! la vostra idea mi va a sangue...! Accettereste voi il posto di giudice?
— Ove ciò vi aggradi... sono pronto a favorirvi.
— Ebbene... stassera, dopo il pranzo, metteremo sul tappeto la questione, udremo gli oratori, e voi proferirete la sentenza. —
Ciò convenuto, io trovo un pretesto per allontanarmi dal signor Lanfranconi, e corro in traccia d'Ifigenia per prevenirla di quanto sta per accadere. La buona figliuola promette assecondare i miei disegni, e attende con impazienza lo scioglimento della catastrofe.
L'ora del pranzo è suonata. Il signor Lanfranconi per dare maggior apparato alla conferenza, si è messo la toga di presidente e un enorme berretto da cui pendono due larghe stole a pelo di coniglio. Il Nebbia e il Trigambi non aprono labbro. Ifigenia non ha voglia di mangiare; io cerco intrattenere il Lanfranconi con una lunga sequela di aneddoti politici, fino all'ora del _dessert_.
La pendola della sala segna le sette ore. Il momento è solenne e decisivo. Il signor Lanfranconi, dietro mio cenno, espone al Nebbia ed al Trigambi il suo disegno.
I due colleghi sembrano esitare. Sì l'uno come l'altro mostrano poca fiducia nel giudice innanzi a cui debbono perorare la loro causa. Io mi faccio ad incoraggiarli con buone parole e con un sorriso misto di ingenuità e di cortesia. Alla fine l'avvocato Nebbia incoraggiato da una furtiva occhiata di Ifigenia, che si giova d'un tale artificio per accelerare la catastrofe, prende a parlare di tal guisa:
— Se all'onorevole signor Lanfranconi od alla amabile di lei figliuola spettasse il giudicarmi, crederei inutile e forse inopportuno io accennare quanto io m'abbia fatto a pro della patria comune, di questa carissima e santissima Italia, cui da più anni ho consacrate tutte le forze dello ingegno. Pure, trattandosi di dovermi subordinare al giudizio di chi non mi conosce, in vista del sommo guiderdone a cui aspiro, non per vanità o per boria, dirò brievemente la ragione mia. Mentre Italia gemeva sotto l'oppressione dei suoi tiranni, mentre il sospiro, la parola, perfino l'aspirazione segreta ad un miglior avvenire erano delitti, io dettai sul _Chiaro-oscuro_ venticinque articoli, cui senza dubbio l'Italia va debitrice dell'attuale suo risorgimento. Questo è il maggiore de' miei vanti, nè io lo rammenterei, se una tale contribuzione forzata alla mia naturale modestia non fosse imposta da un affetto gentile.
— Sta bene, — rispondo io. — E dopo avere scritti i venticinque articoli, al momento in cui l'Italia agitata dalla vostra efficace eloquenza si armava per combattere i duecentomila stranieri, che non eran fuggiti dinanzi alle vostre ciarle... come vi comportaste voi?
— Io spinsi tutti i miei conoscenti ed amici a prendere le armi.
— E voi li seguiste... senza dubbio sul campo di battaglia...
— Spingere gli altri al combattimento è molto più utile alla patria...
— Ed anche più comodo. Signor Trigambi: ora la parola è a voi.
— Sarò breve, sarò energico qual si conviene al figliuolo della rivoluzione. Io non scrissi articoli, non feci vana pompa di utopie, non imbrattai i giornali di ciancia e fanfalucche, ma corsi di terra in terra, di nazione in nazione, a risvegliare i popoli addormentati. Dal 1831 infino ad oggi, io cospirai contro i tiranni, ed ebbi l'onore d'essere per ben quattro volte appiccato in effigie!
— Senza dubbio nel 1848 voi prendeste parte ai combattimenti delle cinque giornate...
— Durante la rivoluzione io mi trovava a Parigi. Corsi a Milano, ma non ebbi la fortuna di giungere in tempo.
— Più tardi vi sarete arruolato nelle schiere di Garibaldi che movevano al campo...
— A quell'epoca io era già partito per sollevare la Toscana.
— Foste a Roma nel 1849... a difendere l'ultimo asilo della libertà italiana?
— Nel 1849 io mi recai a... Parigi... per soffocare i primi moti della reazione.
— E negli ultimi mesi decorsi... senza dubbio avrete preso parte alle battaglie di Magenta e di Solferino...
— Il mio posto non era a Solferino... ma sibbene a Londra, ove ho contribuito potentemente alla caduta del ministero Derby. Ma che razza di esame è codesto? Perchè tante domande suggestive ad un uomo che vi ha detto sul bel principio d'essere stato quattro volte appiccato in effigie?
— La vostra effigie deve aver molto sofferto a pro della patria... ed io deciderei la questione in favore di essa... Ma quanto a voi, signori...
— Quanto a me, — ripiglia il Nebbia, — oramai vedo d'aver compiuta la mia missione morale. Al primo grido d'allarmi, io correrò sotto il vessillo della patria, beato di morire per essa.
— E tale è anche il mio proposito, — soggiunge il Trigambi. — Al primo colpo di cannone io sarò tra le file dei combattenti...
— Io non desidero che la morte sul campo di battaglia, — prosegue il Nebbia, levandosi in piedi.
— Il mio petto anela ad una palla, come l'assetato alle fresche sorgenti.
— Morte ai tiranni!
— Morte ai nemici d'Italia! —
I due colleghi brandiscono le forchette, e paiono sul punto di scagliarsi contro le orde create dalla loro immaginazione. La pendola suona otto ore.... Io mi levo, fingendomi commosso di entusiasmo, vado a dischiudere le imposte del balcone, e immediatamente uno... due... tre... spari s'odono al piè della casa.
— Corpo di mille diavoli! — esclama il Lanfranconi — Questo è un combattimento a fuoco vivo...! —
Io mi ritraggo dal balcone. Il Nebbia ed il Trigambi han deposte le forchette... e sono ripiombati sulle loro scranne, col pallore nel volto.
— Presto! qualcuno scenda abbasso! — grida il Lanfranconi. — Che diavolo sarà accaduto...? —
Nessuno si muove.
Ifigenia finge cadere svenuta, il padre si affretta a soccorrerla, e intanto ripete con voce alterata:
— Signor Nebbia... signor Trigambi... a voi!... Correte là abbasso... Non vorrei che qualche male intenzionato... Ohimè! la mia povera Ifigenia si muore dalla paura! —
Io afferro per le falde dell'abito il domestico del Lanfranconi, il quale tenta invano di schermirsi, e lo obbligo ad accompagnarmi col lume in fondo alla scala. Il Nebbia ed il Trigambi sembrano impiombati sulla seggiola.
Il domestico, giunto a piè della scala, si arresta riparandosi dietro l'uscio; io corro fuori, scambio con Eugenio poche parole, indi torno con aria affannata presso il signor Lanfranconi.
— Ebbene? quali notizie? che c'è di nuovo laggiù?
— Presto! — rispondo io... — Avete degli schioppi?... Una banda di reazionari capitanati da un ex-poliziotto austriaco sono entrati in Gorgonzola, e minacciano di saccheggiare le case dei liberali.
— Misericordia! — grida il Lanfranconi. — Io non tengo che quattro fucili... Signor Nebbia... signor Trigambi... profittatene voi...! Oh! la mia povera Ifigenia! Su... dunque!... Che fate voi lì inchiodati sulla scranna...? I fucili sono nella stanza vicina. —
Io prendo un lume, e corro in cerca dell'armi. I due amici non che di muoversi han perduto la lena di parlare. Frattanto sotto le finestre tuonano i razzi... e cinque o sei contadini, adunati da Eugenio, gridano: All'armi!
— Signor Nebbia... signor Trigambi... eccovi il fucile — dico io rientrando nella sala. — Corriamo tosto... a disperdere quella ciurma di scellerati. —
Il Nebbia si leva in piedi, e stringe l'arma nella mano tremante.
— Chi combatterà meglio, — dice il Lanfranconi, — chi farà prove di maggior coraggio, avrà la mia figliuola per moglie! Animo dunque! Che più s'indugia?...
— Avete inteso? Ifigenia sarà del più prode... Andiamo. —
Il Nebbia muove alcuni passi, ma giunto presso la scala, depone l'arma, esclamando eroicamente: — no... no... io non posso risolvermi a combattere contro i miei concittadini... a lordarmi di sangue italiano! Io rifuggo dalla guerra civile!
— Ebbene... Ifigenia apparterrà al signor Trigambi, — grida il Lanfranconi. — Ma dov'è il signor Trigambi?
— Egli è sceso per di là... — dice il domestico, additando la scala che mette alla cantina. —
— Ah! scellerato! — grida il Lanfranconi levandosi in piedi. — Toccherà dunque a me, vecchio... malaticcio... impotente... a dare agli altri esempi di coraggio...?
— Arrestatevi, signor Lanfranconi; voi non dovete scostarvi da Ifigenia... che troppo ha bisogno de' vostri soccorsi. Gli schioppi destinati al signor Nebbia ed al signor Trigambi serviranno ad altre braccia. —
Ciò detto, m'affaccio al balcone, e indirizzo la parola ai congiurati.
— Figliuoli! il signor Lanfranconi può disporre di alcuni fucili. Chi di voi ha intenzione di combattere contro i nemici della patria, salga le scale e venga ad armarsi. —
Poco dopo s'ode uno strepito sulle scale. Il Lanfranconi muove incontro ai generosi che accorrono all'appello... e, nell'eccesso del suo entusiasmo, stringe fra le braccia Eugenio che primo si è precipitato nella sala.
Ifigenia si è riavuta dallo svenimento. La voce di un amante è il miglior farmaco per le fanciulle svenute. Eugenio si arresta.. trepidante... confuso. Egli si vergogna di dover rappresentare nella commedia un falso personaggio. Il generoso soldato di Montebello, di Palestro e di Solferino arrossisce di simulare coraggio in un pericolo immaginario.
Per togliere l'amico da una situazione imbarazzante, io dirigo al signor Lanfranconi le seguenti parole: — Voi l'avete abbracciato il bravo, il degno cittadino, il valoroso soldato che mai non mancò all'appello della patria. La reazione, la congiura dell'ex-poliziotto, gli spari che poco dianzi avete uditi, non furono che stratagemmi da me immaginati per riuscire ad un utile scopo. Dove sono in questo momento i Nebbia ed i Trigambi, cui volevate affidare la vostra unica figliuola? Lo sparo d'un girasole bastò a metterli in fuga. Eugenio e i giovani della sua tempra, ecco a cui dovete, o signore, e l'affetto e la stima. Ifigenia non avrà a temere di nulla, quand'ella sia la moglie d'un generoso, pronto a difenderla nell'ora del pericolo col sacrifizio della propria vita. Eugenio s'è battuto nel 48, Eugenio riprese le armi nel 59, Eugenio questa sera istessa, ove la vostra casa fosse davvero minacciata, affronterebbe nuovi pericoli. Ciò che poco dianzi prometteste al signor Nebbia ed al Trigambi in premio del loro coraggio, non lo merita forse l'eroe di Solferino, che può mostrarvi la cicatrice d'una ferita onorevole? —
Il signor Lanfranconi rimane alquanto perplesso. — Voi mi avete giocato un brutto tiro, — esclama egli, — pure non sono malcontento d'aver aperto gli occhi... su certe verità... Basta! scommetto che lord Palmerston e lord Russel... non sono del tutto estranei a questa vostra congiura...
— Lord Palmerston e lord Russel, Gorciacoff e Valeschi, attendono in questo momento un mio dispaccio che loro annunzii: «Il signor Lanfranconi si è liberato dai dottrinari e dagli esaltati, ed ha stretto alleanza coi veri patrioti.»
— Mandate tosto il dispaccio. E se mia figlia è tuttora disposta a sposare... l'eroe di Solferino...
— Ma non vedete che Ifigenia gli ha già stretta la mano, e mostra di intendersela con lui a meraviglia...?
— Figliuoli, — dice con solennità il Lanfranconi, avvicinandosi ad Eugenio ed alla figliuola. — Cedendo alle istanze delle potenze straniere, e mosso altresì da gravi ragioni politiche note a me solamente, benedico al vostro imeneo.
— Eugenio! — esclama Ifigenia, — mio diletto Eugenio! io ti ho sempre amato... ma il giorno in cui ti seppi ferito per la difesa della patria, cominciai ad adorarti...
— Amici, io vi lascio all'ebrezza de' vostri piaceri. Signor Lanfranconi, corro a spedire il dispaccio... a lord Russel, che s'incaricherà di comunicarlo a tutte le corti d'Europa...
— E voi credete che le corti d'Europa ammireranno la mia condotta?
— Sì... purchè a quanto avete fatto stassera aggiungiate un ultimo sacrifizio...
— Dite.... parlate.... Io mi rimetto interamente al consiglio de' miei onorevoli colleghi...
— Ebbene. Quando avrete affidata la vostra Ifigenia alla tutela dell'ottimo Eugenio, ed ella avrà uno sposo pronto a difenderla in ogni cimento, voi provvedete a riordinare di bel nuovo la vostra cascina, ripigliate il commercio degli stracchini, che vi dà un prodotto di lire ventimila ogni anno. Ad Ifigenia ed all'amico Eugenio non nuocerà d'essere ricchi...
— Ma la patria... o signore...!
— La patria ha bisogno di soldati..... e di danari. Credetelo: anche il commercio degli stracchini le gioverà. Così imprendessero a fabbricare stracchini tanti politici ch'io conosco! —
FINE.
_Il Dottor Ceralacca._
I.
«L'epoca delle elezioni si approssima — diceva Clementina al marito — e sarebbe omai tempo di risolvere!... Vuoi, o non vuoi essere deputato?»
— Volere! è presto detto!... Sicuro... che... se la nazione... se la patria...
— La nazione, la patria non c'entrano per nulla in queste faccende. Bisogna fare da sè! Bisogna darsi d'attorno... preparare il terreno....
— Hai detto?...
— Preparare il terreno... agitarsi... parlare... scrivere... farsi conoscere....
— Farmi conoscere! Chi non conosce Onofrio Bartolami fabbricatore di ceralacca in Borgo Spesso, e proprietario di tre case in Milano?
— La ceralacca... le tre case.... Sappiamo!... lo sanno tutti!... Ma ora si tratta ben d'altro... Ora bisogna che tu ti dia a conoscere... per quello che non sei....
— Hai detto?...
— Sicuramente!... Come fanno tutti. Non c'è altro modo per ottenere dei voti, per farsi eleggere...
— Darmi a conoscere per quello che non sono?.... Ciò non mi sembra facile... Quando un uomo ha già acquistato tanto credito, tanta riputazione nel fabbricare la ceralacca...
— Nulla di più naturale che questo uomo possegga dei talenti... dei talenti di un ordine più elevato.. Vediamo un po'!... Tu sei uno dei primi negozianti...
— Il primo!
— Col tuo commercio ti sei considerevolmente arricchito!
— Fra mobili ed immobili, un capitale di ottocentomila franchi....
— Ci vuole della intelligenza, ci vogliono delle cognizioni per primeggiare in un ramo qualsiasi di industria. Gli sciocchi non sanno condurre gli affari; e quand'uno arricchisce nel commercio, vuol dire ch'egli possiede molto criterio amministrativo.
— Hai detto?...
— Ho detto una cosa, della quale non sono pienamente convinta. Ma ora non si tratta della mia opinione individuale; io ti giudico come dovranno giudicarti le persone che non ti conoscono, per esempio, i nostri elettori... Dunque... come ti dicevo, tu sei un industriale illuminato; tu possiedi in grado superlativo il talento dell'amministrazione. Non si domanda di meglio. Ho inteso dire che, alle nuove elezioni, si mandaranno al Parlamento degli uomini pratici, degli uomini di cifre. Di avvocati, di poeti, nessuno vuol più saperne...
— Clementina: che vuol dire?... Da qualche tempo tu parli toscano...
— Qualche frase... qualche parola... Come fare? Al negozio ne vengono di tutte le _nazioni_... e bisogna farsi intendere... D'altronde, se tu riesci ad essere deputato, noi dovremo traslocarci a Firenze....
— A Firenze!
— Questa idea, se non mi inganno, ti preocupa seriamente...
— Hai detto?...
— Mi sembra che l'idea di lasciare Milano e di trasferirti alla nuova capitale del regno, non ti sorrida gran fatto...
— A dirti il vero, Clementina, questa è l'unica causa delle mie inquietudini... Ah! se in Parlamento si potesse dirle giù alla buona, come si parla da noi, in meneghino, io ti giuro Clementina.... ti giuro.... Hanno avuto un gran torto di portare la capitale a Firenze.... Poichè ad ogni costo si voleva andar via da Torino, bisognava fare un gran colpo di Stato, e piantarsi a Milano per sempre.... come è desiderio di tutti!....
— Ma tu, anima mia, ti scaldi senza ragione.... A Milano, a Torino, dovechessia, un deputato del Parlamento deve necessariamente parlare l'italiano.
— Tò! io credeva che alla camera di Torino si parlasse piemontese!
— Via! parliamo sul serio, Onofrio! e sopratutto decidiamoci! Se vogliamo preparare il terreno, se vogliamo assicurarci l'elezione, non ci resta tempo da perdere.
— Sentiamo!
— Bisogna incominciare come tutti cominciano.... Collocarci in una posizione elevata, dove tutti ci veggano, ci riconoscano e possano giudicarci!
— Hai detto?...
— Cosa hanno fatto Venosta, Allievi, Tenca, Jacini, per diventare deputati o ministri? Hanno istituito un giornale. Un giornale è il veicolo più sicuro e più spedito per arrivare alla camera.
— Clementina: questa sera tu hai delle ispirazioni luminose!... Vuoi che io te lo dica? il pensiero di istituire un giornale mi è già passato per la testa più di una volta!... Solamente io non ho mai avuto il coraggio di comunicarlo ad alcuno, neanche a te, Clementinuccia!... Mi pareva... so io? che tu dovessi ridere. Eppure io sentiva in me qualche cosa, qualche cosa che mi diceva: animo, Bartolami! fa vedere ciò che sai fare! Ti giuro. Clementina, che se io sapessi scrivere tutto quello che penso... Ma questo è il punto difficile... Nel mio cervello c'è tanto materiale da empire otto _Perseveranze_ ogni mattina; ma poi, quando piglio la penna per mettere in carta le mie idee, allora, sia timor panico, sia il diavolo che mi porti, non sono capace di trovare la prima parola; e così, dopo molte ore di lambicco, quasi sempre finisco coll'addormentarmi!
— (Imbecille!)
— Hai detto?...
— Nulla!... Ma mi pare...
— Che cosa?
— Mi pare, amico mio, che per istituire un giornale non ci sia bisogno di saper scrivere... come tu dici... Tu possiedi un capitale di circa ottocento mila franchi — per un foglio quotidiano, sul fare del _Pungolo_, basterebbero ventimila lire! Quanto al resto, è questione di carta e di collaborazione.
— Tu sei molto istruita, Clementina! Vediamo un poco... Tu hai pronunziata una parola molto lunga, che io non credo di avere abbastanza capita... Che cosa si intende per collaborazione?
— Mi spiego in due parole. Collaborazione è un nome collettivo, nel quale si comprendono quei pochi o molti individui che suppliscono al proprietario od al direttore del giornale nelle funzioni che questi non vuole o non sa disimpegnare. Riportiamoci al caso nostro. Tu istituisci un giornale; apri un uffizio, paghi le spese e l'impianto, la carta, la stampa, che so io... Naturalmente, avendo fornito i capitali, tu diventi proprietario assoluto del foglio, direttore, redattore in capo, gerente responsabile, ciò che meglio ti piace. Non volendo, o non potendo occuparti dei piccoli dettagli, prendi al tuo stipendio uno o più collaboratori che sappiano scrivere...
— Sotto mia dettatura, ben inteso...
— O meglio, di loro talento...
— No! preferisco dettare... Te l'ho già detto, Clementina!... Ho in testa dei materiali! e credo che, dettando, mi sarà più facile di esprimere le mie idee...
— Una volta che tu sii proprietario e redattore in capo, potrai fare ciò che meglio ti accomoda. Senza dettare, c'è un altro modo anche più facile per riempire le colonne di un giornale — si scrive colla forbice.
— Hai detto?...
— Eh! non saresti il primo... Ve ne sono a centinaia dei giornalisti, che sentendo una decisa avversione alla penna, hanno adottato il sistema di scrivere colla forbice!