Part 14
— E tu credi, o imbecille, che un uomo il quale giunge dalla Russia, incaricato di una segreta missione, possa aspettare i comodi altrui? Questa sera istessa io debbo spedire un dispaccio telegrafico al signor Gorciacoff primo ministro, il quale, mentre io sto qui parlandoti, passeggia forse nel suo gabinetto, attendendo la risposta del signor Lanfranconi. E questa risposta dev'essere comunicata prima di mezzanotte all'imperatore; e prima che l'alba sorga, il mio dispaccio avrà fatto il giro dei principali gabinetti d'Europa!... Imbecille! —
Il servo si inchina profondamente e si affretta a portare l'ambasciata. Pochi minuti dopo, il signor Lanfranconi entra nella sala borbottando: «Qui certo v'è un malinteso. Che diavolo mi parli tu, imbecille, di Russia e di gabinetti?»
— Signor presidente della società democratica-italo-latina, — dico io con aria di mistero, — vorrei parlarvi da solo a solo. Favorite di licenziare il vostro domestico. —
A un cenno del signor Lanfranconi, il servo si ritira.
— Perdonate, o signore, se il desiderio vivissimo di conoscere davvicino un uomo pel quale nutro la più grande ammirazione, mi fece ricorrere ad uno stratagemma forse un po' bizzarro. Io non sono venuto per recarvi i dispacci del gabinetto russo, come poco dianzi ho annunziato al vostro domestico; sibbene per stringervi la mano e per manifestarvi quei sentimenti di stima...
— Che?... Voi dunque assumeste un carattere diplomatico al solo scopo di entrare nella mia casa e di....
— E di ossequiare il grande politico, da cui dipendono i destini dell'Italia tutta, fors'anco i destini d'Europa. —
La fisonomia del signor Lanfranconi comincia a rasserenarsi. Egli era entrato nella sala con un cipiglio da dannato; ma le nubi della sua fronte si diradano, il suo labbro si atteggia ad un gentile sorriso.
— A dir vero... io non meritava tanto onore.,.. Se in cosa veruna ho contribuito al bene del paese, ciò deve ascriversi piuttosto alla mia posizione che mi dà i mezzi... di fare qualche sacrificio, anzichè...
— Signore: vi hanno persone che potrebbero fare assai più di voi quanto ai mezzi di fortuna, eppure non fanno. Voi avete istituita una società democratica-italo-latina, a cui un giorno tutta l'Italia andrà debitrice della sua redenzione. Non aveva torto il signor Gorciacoff, allorchè parlandomi di voi a Pietroburgo...,
— Che? voi parlaste col signor Gorciacoff?... Voi davvero venite da Pietroburgo? favorite di sedere...
— No... no... signor presidente; per voi i minuti sono preziosi; io non voglio intrattenervi più a lungo... Ringrazio la sorte d'avermi accordato il favore della vostra vista. Ora, se mai tornerò a Pietroburgo, potrò dire al signor Gorciacoff e a quanti già fecero le meraviglie perchè io non conoscessi il più dotto politico d'Italia, che non solo ho veduto, ma ho udito parlare il signor Lanfranconi, sono entrato nella sua casa, e ho stretta la mano, che potrebbe con un tratto di penna mutare le sorti dell'Europa.
Ciò detto, io m'inchino profondamente e muovo per andarmene; ma il signor Lanfranconi mi afferra per un braccio e mi obbliga a rimanere.
— Signore... io non permetto che voi partiate in tal guisa... Un bicchiere di vino... una tazza di caffè... un _punch_! Vi prego di sedere un momento....
— Poichè voi... desiderate...
— Non solo desidero, ma pretendo.... Dalla mia casa non è mai uscito verun galantuomo senza prima aver gustato il mio barbéra...
— Signore! qual degnazione da parte vostra!... Ma non è a far le maraviglie... Il conte Valeschi a Parigi nelle sale della marchesa Orleanoff ha detto che l'Italia non possiede che un solo vero democratico... e quello siete voi. —
Il signor Lanfranconi ha gli occhi scintillanti. Mentre io stempero la mia eloquenza in complimenti di tal genere, il servo reca due bottiglie, e subito si allontana per cenno del padrone.
— È strano che in Russia, in Inghilterra e in Francia sia noto il mio nome, — dice il dabben uomo riempiendomi il bicchiere. — Che ho fatto io per procacciarmi tanta fama? Non sono uscito mai da Gorgonzola... Le mie idee politiche sono subordinate alla volontà di pochi buoni amici che onorano la mia casa della loro presenza... Nel circolo da me istituito non parlai che due volte... e non credo aver proferite più di venti parole....
— Venti parole del signor Lanfranconi valgono assai più che non venti volumi di codesti politicanti accozzatori, gonfi di ciarle e vuoti di idee. Non v'ho forse udito poco fa predicare dal vostro balcone? Qual fuoco, quale eloquenza in sì breve arringa! Qual concisione e al tempo istesso quale esattezza nel dipingere lo condizioni presenti dell'Europa, le passioni politiche de' vari stati, le nuove idee dei popoli! Il signor Albacioff, parlando di voi al conte Adrianoff, uscì fuori con questa sentenza: «L'Italia possiede due geni politici, che nella presente situazione potrebbero condurla a buon fine: l'uno è il conte Cavour, il quale fatalmente si è ritirato dalla cosa pubblica; l'altro è il signor Lanfranconi presidente del circolo di Gorgonzola, troppo modesto o troppo altero per accettare la prima carica dello stato.»
— Oh sì! troppo altero! — grida il mio interlocutore dopo aver vuotato il bicchiere sino all'ultima stilla.... Ma se mai gli attuali ministri intendessero abusare più oltre del loro potere... uscirei forse del mio coviglio... e volerei a Torino... per salvare la patria!
Povero Lanfranconi! L'ingenuità delle sue parole mi commuove, mi intenerisce. Io comprendo fino a qual punto le adulazioni di due raggiratori gli hanno guasto il cervello.
— Voi dicevate, — prosegue egli coll'entusiasmo del credenzone, — voi dicevate che lord Russel, lord Gorciacoff e Valeschi si sono degnati di pronunziare il mio nome. Potreste ora dirmi in qual modo que' grandi diplomatici hanno potuto aver nuova de' fatti miei... e in quale occasione si compiacquero rammentarmi...?
— Signore: la sarebbe una istoria troppo lunga e, per dir vero, io sono aspettato da un mio compagno di viaggio all'albergo del _Sole_, nè posso per ora intrattenermi più a lungo.
Il signor Lanfranconi scuote il campanello per richiamare il domestico, il quale subitamente comparisce.
— Va all'albergo del Sole, e dì all'amico di questo signore... che noi lo attendiamo qui...
— No... no, — interrompo io. — Asdrubale non consentirebbe di metter piede in questa casa, mentre per certe ragioni politiche egli viaggia l'Italia nel più stretto incognito. —
Poi volgendomi al domestico: — poichè il signore desidera ch'io mi trattenga qualche tempo con lui, dirai alla padrona dell'albergo che in caso il mio amico rientrasse prima di me, vada pure a coricarsi, che io sto bene ove mi trovo...
— E aggiungi, — proseguì il signor Lanfranconi, — aggiungi che il signore passerà la notte in casa mia, perchè deve parlarmi di gravi affari di stato... Ah! ah! —
Il servo si inchina e parte. Il colpo è fatto... eccomi padrone della fortezza. A suo tempo aprirò la breccia per introdurre l'amico; gran scena di passione, gran quadro finale, e buona notte... Il signor Lanfranconi brucia d'impazienza: conviene alimentare la fiamma perchè non si spenga sul più bello.
— Io era a Pietroburgo due mesi sono e, come vi dissi, fui presentato in casa del signor Gorciacoff, il quale ebbe la cortesia d'introdurmi presso la marchesa Albanoff, amica del principe Adrianoff, il cui segretario, signor Anstracoff...
— Che bei nomi! che nomi diplomatici! È duopo confessarlo, noi in Italia di tali nomi non ne abbiamo...
— Il signor Gorciacoff, leggeva una sera il _Somarroff_, giornale russo. A un tratto egli sospende la lettura, e volgendosi a me con aria sorridente: «Di grazia, mi chiese, quanti anni credete voi possa avere il signor Egidio Lanfranconi?»
— Sessantaquattro anni, cinque mesi e sei giorni...
— Sventuratamente io non conosceva questi particolari e, lo dico a mia vergogna, ignorava perfino... che in Italia esistesse un personaggio così chiamato...
— Ah! Ah!... lo credo. Da cinque mesi soltanto io ho cominciato ad agire nel campo della politica. Ebbene? qual fu la vostra risposta al signor Anstracoff?...
— Risposi schiettamente ch'io per nulla conosceva il signor Lanfranconi. Peccato che voi non foste presente a quella scena! Il signor Gorciacoff fece un atto di meraviglia: tutti gli astanti si guardarono in viso, e la marchesa Albanoff mormorò a mezza voce: «Ecco l'Italia! io non spero che quel paese possa redimersi infino a che mostrerà tanta indifferenza verso i suoi grandi.» Rimasi confuso, annichilito: balbettai qualche parola di scusa, e il signor Anstracoff, vedendo il mio turbamento, mi si accostò, mi battè leggermente sulla spalla, dicendomi all'orecchio: «Temo che un tal peccato d'ignoranza vi abbia a chiudere d'ora innanzi le sale della marchesa.»
— Povero giovane! mi spiace che il mio nome vi sia stato occasione di dispiaceri....
— Non importa: pochi giorni dopo esso mi procurò molti vantaggi. Io mi recai a Londra: il mio compagno di viaggio aveva una lettera commendatizia per lord Russel.
— Lord Russel! lord Russel si sarebbe degnato parlare di me? Oh!... davvero io non credo d'essermi meritato un tanto onore... e quantunque, come dice il signor Nebbia, gli occhi dell'Inghilterra sieno rivolti con benevolenza all'Italia... non so comprendere come il celebre ministro siasi occupato del povero presidente del circolo di Gorgonzola....
— L'Inghilterra ha in Italia molti emissari, incaricati di studiare i progressi del paese, di conoscere il voto delle popolazioni. Lord Russel, parlandomi di voi, che stavolta finsi di conoscere, mi diceva in presenza di lord Palmerston: «Quel signor Lanfranconi la sa più lunga di tutti; l'Italia ha trovato il suo Pitt.»
— Pitt!... Che diavolo di nome? però.. bel nome... Un nome spiccio...! E dite un po': lord Palmerston non ha presa la parola...? non ha detto anch'egli qualche cosa a proposito del signor... Pitt...?
— A proposito di Pitt, lord Palmerston ha esclamato: «Voglia il cielo che il signor Lanfranconi sia il Pitt e non il Robespierre dello sventurato paese!»
— No... no! caro collega Palmerston... io non sarò il Robespierre dell'Italia: se mai venisse giorno in cui gli avvenimenti, come dice il signor Trigambi, esigessero una ghigliottina... io darei la mia formale dimissione. —
In proferire queste parole, il signor Lanfranconi si asciuga due grosse lacrime che gli gocciolano sulle guance. L'ingenuo trasporto del dabben uomo mi toglie il coraggio di continuare la finzione. Vorrei stringergli la mano, vorrei senza indugio aprirgli candidamente il mio cuore, dirgli le vere ragioni perchè io sono venuto in casa sua; ma forse di tal modo guasterei il mio piano di battaglia. Per buona sorte un terzo personaggio entra nelle sala... una giovanetta di circa diciott'anni, bella e mestissima nel volto: Ifigenia.
«Oh! la gentile creatura! — penso io, — dessa è ben tale da destare l'entusiasmo dell'amore in un cuore di ventisei anni, bollente, poetico qual è il cuore dell'amico mio.»
Ella si arresta... non osa aprir labbro. Si direbbe ch'ella tremi della severità paterna: forse l'aspetto d'uno sconosciuto la rende più esitante.
— Che vuoi tu, figliuola mia? — chiede il signor Lanfranconi con piglio alquanto brusco.
— Io veniva per ricordarti... che i convitati... ti aspettano in giardino... e si maravigliano della tua assenza.
— Oh! sì!... vero!... — esclama il signor Lanfranconi, levandosi in piedi. — Vedete s'io sono smemorato...! La politica mi faceva dimenticare la cena! Figliuola mia, ti prego di dar di braccio al signore, di condurlo in giardino e di presentarlo ai nostri amici, mentre io corro a vedere se quella lumaca di Stefania ha preparate le camere... Il signore è amico di Palmerston, di lord Russel, di Gorciacoff... e d'altri pesci grossi... di tal fatta. Basta!... fra poco verrò io. Voglio un po' vedere lo stupore di mia sorella quando udrà che lord Palmerston... e quegli altri signori parlano di me in Inghilterra ed in Russia... come si trattasse d'un loro fratello.
Ifigenia manda dal petto un sospiro, e mi volge una occhiata di rimprovero, quasi intendesse dirmi: «Anche voi abusate della credulità d'un vecchio dabbene, del povero padre mio!»
Ma appena il signor Lanfranconi è uscito, io prendo con dolce violenza il braccio della fanciulla e le mormoro all'orecchio: — Eccellente fanciulla: io sono venuto qui per darvi una buona notizia. Eugenio è giunto stassera a Gorgonzola, e scommetto che in questo momento egli è ancor là abbasso inchiodato sotto il balcone... nella speranza di vedere la sua Ifigenia. —
Gli occhi della fanciulla sono rasserenati. Il suo braccio trema nel mio... Ella si affretta ad accompagnarmi in giardino, e nello scendere le scale mi fa cento domande sul conto del suo innamorato. Io le dipingo co' più vivi colori la passione di Eugenio e il suo dolore nel vedersi tolta la donna che era per lui oggetto di adorazione; le dichiaro che non per altro scopo io mi sono introdotto in casa del padre di lei, se non per favorire i disegni di Eugenio, per ricongiungerlo alla sua innamorata. Ad ogni mia parola Ifigenia cerca rianimarsi: in breve io riesco ad ispirarle tanta confidenza, quanta dapprima le avea ispirato avversione.
Eccoci in giardino; sotto il pergolato è disposta una mensa obblunga, in capo alla quale è un posto vacante.
— Vedete! — mi dice Ifigenia sotto voce, — mio padre vorrebbe ch'io sposassi uno di que' lumaconi là in fondo, che seggono ai lati del posto riservato a mio padre.
— Voi sposerete Eugenio, a dispetto di tutti i lumaconi politici e scientifici d'Europa! —
Prima che noi ci avanziamo verso la mensa, il signor Lanfranconi ci raggiunge. Egli sembra molto soddisfatto di potermi presentare a' suoi commensali. Mi prende per mano, mi conduce sotto il pergolato, e con voce solenne: — signori, — dice, — ho l'onore di presentarvi il signor Palmerston... cioè.., voleva dire... l'amico di lord Palmerston... di lord Russel... di Gorciacoff... di Adrianoff... della marchesa... Andreoff... il quale si è degnato di recarmi alcuni importanti messaggi di que' bravi signori di laggiù.,. Signor Nebbia... signor Trigambi... e voi tutti, onorevoli fratelli e correligionari politici, perdonate se stassera io cedo il mio posto d'onore al nuovo ospite, all'amico di lord Palmerston, del conte Valeschi, del ministro Gorciacoff... —
Io mi assido senz'altra cerimonia al posto che mi viene indicato. Il signor Nebbia e il signor Trigambi impallidiscono, e si scambiano una occhiata obliqua e dispettosa. Il Lanfranconi va a sedere all'altro capo della tavola, intercettando colla protuberanza del suo addome una comunicazione di gesti e di parole piuttosto interessanti fra sua sorella nubile ed uno zuavo. Frattanto Ifigenia si è allontanata sotto pretesto di volersi recare a contemplare la luna. Ch'ella invece sia corsa al balcone per iscambiare con Eugenio qualche segno telegrafico? Davvero ne sarei contentissimo: l'amico vedrà ch'io ho ben impiegato il mio tempo.
Le bottiglie si sturano: i commensali paiono tutti d'ottimo umore, ad eccezione dei miei due vicini, che sono d'una taciturnità desolante. Il signor Lanfranconi propone vari brindisi in onore della guardia nazionale e della società democratica-italo-latina; da ultimo leva il bicchiere, e volgendosi a me con aria solenne si fa ad esclamare: — Viva i miei onorevoli colleghi lord Palmerston e lord Russel, viva il conte Orlanoff, la marchesa Adrianoff e tutti gli Off amici dell'Italia! —
Il signor Lanfranconi morrebbe di congestione cerebrale se io non mi affrettassi a ripetere innanzi alla numerosa assemblea che tutte le sommità ministeriali e politiche di Europa si occupano di lui. Il momento decisivo è venuto. Io mi levo in piedi; i commensali sospendono le loro funzioni gastronomiche, e mi salutano di applausi prolungati. Alla fine io prendo la parola:
— L'onorevole signor Palmerston, col quale poche settimane sono io mi trattenni in lunga conferenza, m'incaricò di significare al dotto accademico signor Lanfranconi, di cui onora gli alti intendimenti politici e lo sviscerato patriottismo, essere oggimai le sorti dell'Italia assicurate, purchè si rimuovano i pochi ostacoli interni, che tuttora si oppongono od almeno ritardano il nostro progresso civile. E quali sono codesti ostacoli? lord Palmerston osava rispondere. Lord Russel prese animosamente la parola: «Voi avete in Italia due sêtte nemiche del vostro bene, diss'egli laconicamente, la setta dei dottrinari, e la setta degli esaltati. Dite al signor Lanfranconi che si tenga bene in guardia contro le mene di costoro; in caso diverso il paese sarebbe rovinato!»
Il mio discorso è accolto con applausi frenetici; ma il signor Nebbia ed il Trigambi, cui forse non garba troppo la conclusione, si levano dalla mensa, e si allontanano pei viali del giardino, parlando fra loro sommessamente. Il Lanfranconi, inebriato di vanità, non s'accorge della improvvisa disparizione de' suoi due segretari. Egli si leva dal suo posto, con piena soddisfazione della sorella nubile, la quale tosto si riavvicina allo zuavo, e viene a collocarsi presso di me in uno dei posti vacanti.
— Io mi accorgo, — dic'egli sottovoce, — che voi non siete quel dabben uomo che vorreste sembrare. Scommetto che lord Palmerston vi ha incaricato di qualche missione segreta.... Giurerei che non a caso vi siete introdotto nella mia famiglia.... Basta! domani non vi lascierò partire.... Io voglio che mi onoriate d'una seconda conferenza da solo a solo....
— Sta bene, — rispondo io, — rimarrò domani presso di voi, a patto che ora mi permettiate di andarmi tosto a coricare.
— Ehi! Tebaldo! Stefania! — grida il Lanfranconi; — accompagnate il signore al suo appartamento. Ma dove sono andati il signor Nebbia e il signor Trigambi?....
— Probabilmente a meditare sulle parole di lord Palmerston.
Io prendo commiato dalla società, e, condotto da Tebaldo, salgo ai miei appartamenti. Attraversando la sala mi accorgo che il balcone è aperto... e che Ifigenia, immobile come una statua, sta tuttora in contemplazione della.... luna. — Buona notte, signorina, — le dico passando, — domani contemplerete la luna senza aprire le imposte del balcone.
CAPITOLO III.
Buffoni e uomini seri.
Io non chiusi gli occhi durante la notte. Il Nebbia e il Trigambi probabilmente ignoravano che la camera a me destinata fosse attigua alla loro. Verso undici ore io li udii conversare di tal guisa:
— Qui bisogna prendere una seria determinazione.
— Senza dubbio....
— O l'uno o l'altro di noi deve sposare Ifigenia....
— E buscarsi la dote....
— Dugento mila franchi! davvero è un bel colpo! saremmo imbecilli se ci lasciassimo sfuggire una tanta fortuna....!
— Eppure l'uno o l'altro di noi dovrà sacrificarsi.... Ifigenia non può sposarci tutti e due... Finora ella ci ha date prove non dubbie di... avversione. Se noi non affrettiamo le nozze, un terzo potrebbe entrare di mezzo e rapirci il frutto delle nostre fatiche.... Ora abbiamo dalla nostra il papà imbecille....
— E il papà imbecille, se più s'indugia, potrebbe lasciarsi raggirare da qualcuno più scaltro di noi....
— Quel ciarlatano che stassera s'è introdotto in casa nostra mi dà molto a temere....
— Non v'è più un momento da perdere...,
— Dunque?
— Dunque!
I due colleghi stettero per pochi minuti silenziosi. Il Nebbia con voce melliflua e insinuante riprese la parola:
— Amico dolcissimo: per quanto scarsa sia in me la conoscenza di quell'inesplicabile labirinto che si appella il cuore umano, ho dovuto non di meno accorgermi che alla gentile Ifigenia meglio che le tue risolute e talvolta un po' brusche maniere, le mie più moderate e più leni si confanno. Però sono d'avviso che all'intento desiderato, più agevole a me si apra la via che non a te, soavissimo fra' miei più cari. Ove ciò non fosse, di leggieri avrei rinunziato a qualsivoglia pretesa sulla giovinetta pudica, del cui amore entrambi siam presi: felice in vederla unita di indissolubile nodo a te, amatissimo ed amantissimo. Spero dunque che tu, mosso più che da generosa condiscendenza, da assennato e prudente consiglio, a me vorrai lasciar libero il campo per una impresa a te forse malagevole, per me piana e feconda.
— Onorevole collega! — risponde il Trigambi. — Queste tue ciarle nè punto nè poco mi persuadono. Io non credo che Ifigenia t'abbia mostrato mai della preferenza. I miei modi bruschi, il mio carattere disinvolto le vanno più a genio che non le tue moine. Le donne giovani preferiscono gli uomini d'azione agli uomini di scienza. Se Ifigenia verrà posta nel bivio di dover scegliere fra noi due, io non dubito ch'ella mi accordi la preferenza.
— Presupponiamo....
— Amico: non tante parole.... Io voglio che Ifigenia mi appartenga.... Già più volte abbiamo parlato su tale proposito senza mai riuscire a metterci d'accordo. Dunque.... da galeotto a marinaro.... Il più scaltro avrà la vittoria.... Piuttosto che cederla a te.... vorrei che la andasse in mano.... del primo venuto!
Il Trigambi esce dalla stanza brontolando. Il Nebbia, appena il collega è partito, mormora colla sua pacatezza abituale: «Vorrei vederla morta, anzichè nelle mani di quel furfante!»
All'indomani, tutti gli abitatori di casa Lanfranconi sono in piedi di buon mattino; io prima degli altri. Risoluto di condurre a termine la mia impresa in quella giornata, corro dapprima all'albergo in traccia di Eugenio.
— Ebbene! — esclama egli, — ho veduto Ifigenia al balcone! ebbi da lei un biglietto....! Oh amico! tu davvero sei il mio angelo tutelare! lascia che io ti baci. —
Eugenio mi getta le braccia al collo, e piange di consolazione. — _Tempo non è di lacrime_, — rispondo io cantarellando; — convien affrettare lo scioglimento del dramma. Ascoltami bene: l'ultimo colpo di scena, il colpo decisivo che ricondurrà Romeo nelle braccia di Giulietta, che farà morire di rabbia il rivale abborrito, che placherà la ferocia del padre tiranno, è serbato a stassera verso le ore otto. Ma, perchè il dramma riesca di maggiore effetto, ci vuol della polvere, ci vogliono schioppettate, grida di popolo e fuochi di bengála. Ecco dunque quanto devi fare per concorrere efficacemente a tale scopo. Fa di procurarti dei razzi o _girasoli_ a polvere, e vieni alle otto della sera sotto le finestre del signor Lanfranconi, accompagnato da cinque o sei contadini. Appena vedi aprirsi le imposte del balcone, tu metti fuoco alla batteria, e fa che i tuoi contadini mandino un grido d'allarmi... Mi hai tu ben inteso...?
— Sì... ma in qual modo...?
— A me la cura del resto... Addio... il tempo è prezioso; io vado a disporre gli altri personaggi del dramma, onde la catastrofe riesca secondo i miei voti. —
Io mi stacco da Eugenio, e mi affretto a rientrare nella casa del signor Lanfranconi. Il grottesco presidente della Società democratica-italo-latina è in istretto colloquio col Trigambi e col Nebbia. Ifigenia sta in un canto della sala, pallida in volto e abbattuta più dell'usato. La poveretta, in vedermi entrare, riprende coraggio. Si direbbe ch'ella attendesse con impazienza il mio ritorno.
— Signore, — mi dice il Lanfranconi. — voi giungete a proposito onde suggerirci qualche espediente per sciogliere una questione intricatissima. —
Il Nebbia e il Trigambi vorrebbero troncare il discorso, ma l'altro non bada all'evidente malumore dei due colleghi, e tira innanzi di tal guisa: