Racconti politici

Part 13

Chapter 133,645 wordsPublic domain

— Ma no. La figlia mi ha corrisposto coll'amore il più ardente, il più appassionato. Io la chiesi in isposa al signor Lanfranconi, ed egli, colla piena adesione di sua sorella, me l'accordò. Le nozze dovevano effettuarsi lo scorso carnovale. Mio padre, tutti i miei erano contentissimi d'una tale unione; perchè Ifigenia (tale è il nome della fanciulla), oltre alla bellezza ed alla onestà, possiede una dote di lire dugentomila. A quest'ultimo accessorio, te lo giuro, io non dava importanza veruna; l'avrei sposata anche povera affatto, tanto io l'amava. Passai il mese di novembre e dicembre a Milano. Io attendeva con impazienza il dì delle nozze, quando, in sul principio del carnovale, corsero i primi rumori di guerra. Le parole dette da Napoleone all'ambasciatore austriaco la prima sera dell'anno, eccitarono improvviso fermento nella gioventù milanese: in que' giorni non si parlava che di rivoluzione e di prossima guerra. Puoi immaginarti qual fosse il mio animo allora...! Pensare alle nozze nel momento in cui tutta la gioventù italiana era commossa dall'entusiasmo di patria, parevami ridicolo... Temetti che i miei conoscenti, i miei amici potessero burlarsi di me, del mio amore, della mia risoluzione inopportuna. Differire le nozze e attendere gli avvenimenti mi parve ottimo consiglio. Mi recai difatto presso il signor Lanfranconi, gli palesai i miei dubbi, ed egli approvò la mia condotta. Ifigenia parve dapprima alquanto malcontenta del dovere attendere, ma io, che primo le aveva parlato d'amore, fui anche primo a parlarle di patria... e vidi con infinita compiacenza com'ella assai bene mi comprendesse. Crederesti? quando verso la metà del febbraio la gioventù lombarda cominciò ad emigrare per correre tra le file dell'esercito piemontese, la brava figliuola mi animò ella stessa a seguire l'esempio dei generosi. Oh come un tal atto la rese più cara al mio cuore! come sublime è l'amore, quando ad esso è congiunto l'eroismo del sacrifizio! Quando io mi recai per dirle addio, ella non versò una lacrima. Mi donò una coccarda e una piccola treccia de' suoi capelli; mi pregò li portassi sempre sul petto. «Le nostre nozze, — diss'ella, — saranno più gioconde allorchè il paese sarà libero; ed io sarò doppiamente orgogliosa di passeggiare al tuo braccio, quando vestirai la divisa del soldato italiano.» Ciò ella diceva con entusiasmo incredibile in fanciulla di diciotto anni. Il padre, in udire quelle calde parole, si asciugò due grosse lacrime di tenerezza, e stringendomi la mano: «a rivederci presto! — mi disse, — spero tornerete colle spalline.» «Poco m'importa delle spalline, — soggiunse Ifigenia, — il semplice soldato non è da meno del capitano, quando entrambi combattono pel santo scopo di liberare la patria.» Partii coll'animo commosso; e all'indomani con altri miei compagni mi trovai al di là del Ticino a salutare ancora una volta il vessillo tricolore. La fortuna mi fu seconda; io fui ammesso nel corpo dei cavalleggeri, corpo che, come sai, prese parte alle principali battaglie. Ifigenia mi scriveva ogni due giorni, e le sue lettere erano piene di amore, di generose esortazioni. Puoi immaginarti con qual animo io corressi al combattimento; quanto entusiasmo nella prima vittoria; quanta gioia in vedere che il nemico perdeva ogni giorno terreno, incalzato dal valore dei nostri! Ai fatti di Montebello e di Palestro successe la battaglia di Magenta. Gli Austriaci non rinvennero altro scampo fuorchè abbandonare la Lombardia e concentrarsi nel quadrilatero... Milano era libera... noi marciavamo trionfanti di villaggio in villaggio... salutati, acclamati dalle popolazioni redente. Io sperava di metter piede in Milano; io pregustava la gioia di riabbracciare Ifigenia... di mostrarmi a lei colla onorata divisa, di narrarle i piccoli episodi delle mie imprese guerresche, di vederla arrossire, tremare di amore e d'entusiasmo. Sventuratamente le mie speranze andarono fallite: il mio reggimento prese altra direzione. Le scrissi da Brescia una lunga lettera: ella mi rispose col suo stile consueto; ma appena trascorse poche settimane, notai che le sue lettere giungevano meno frequenti, e bene spesso non contenevano che poche linee più gentili che affettuose. Non più l'abbondanza espansiva d'un'anima innamorata; non le frasi sconnesse ma eloquenti di chi scrive per impulso d'affetto. Dopo la battaglia di Solferino, quand'io mi giaceva all'ospedale ferito... quando, circondato dalla desolazione e dalla morte, più che giammai io sentiva il bisogno d'una persona amica, Ifigenia cessò di scrivermi! —

Eugenio interrompe la sua narrazione, si strappa il berretto, e stende il braccio verso il cielo, accompagnando il gesto d'una imprecazione.

L'ingenuo dolore dell'amico mi commove le fibbre. Povero Eugenio! Qual terribile disinganno per un giovane innamorato: tornare al proprio paese dopo sei mesi impiegati al servizio della patria, sei mesi di combattimenti, di pericoli, di dolori, e raccogliere per mercede l'indifferenza e l'abbandono. «Oh la donna! — grido io nell'eccesso della commozione: — essere volubile e capriccioso! creatura disleale ed ingrata!»

Ma l'amico tronca a mezzo le mie furibonde invettive. Io mi accorgo ch'egli è troppo innamorato per sopportare un oltraggio contro il sesso femminino.

— No!... essa non è colpevole, la povera figliuola. Ella è vittima d'un padre imbecille che si lasciò abbindolare dalle cabale di due furfanti.

— Ella ti ama tuttavia? Perchè dunque ti disperi? perchè imprechi al destino? Un padre imbecille, raggirato da due furfanti, è il solo ostacolo che si oppone alla tua felicità? Amico, quando la donna sta con noi e per noi, la è causa guadagnata.

— Ascolta il seguito della istoria. Puoi immaginare se, appena uscito dallo spedale, io corsi tosto a Gorgonzola per rivedere Ifigenia, per rimproverarle la sua ingratitudine, per chiederle ragione della troncata corrispondenza. Entrai, verso le nove del mattino, in casa del signor Lanfranconi... Io tremava, sudava... il mio cuore pareva sul punto di scoppiare. Precipito nell'anticamera; nessuno. Sono dunque tutti morti? mi faccio a gridare con voce tonante: Chi è di là? Giorgione! Anastasia! — Silenzio. Scorsi parecchi minuti, ecco apparire due figure da servitore: un uomo ed una donna, veri ceffi da galera. È in casa il signor Lanfranconi? domando io. I due domestici mi guardano dall'alto in basso. — Io domando parlare al signor Lanfranconi, ripeto. Allora la donna: «il signor presidente è occupato a redigere il discorso per l'inaugurazione della società democratica-italo-latina, e non credo vorrà incomodarsi per parlare ad un soldato.» «Presidente! rifletto io... Che il signor Lanfranconi abbia mutato di casa...! Infatti questi non sono i suoi vecchi domestici: sul tavolo dell'anticamera veggo un cumulo di giornali e di opuscoli politici... Un fabbricatore di _stracchini_ non può essere il fondatore, di un circolo politico!» Mentre io mi abbandono a siffatte considerazioni, la porta della sala si apre, ed ecco apparire un uomo abbigliato di nero, in cravatta bianca e guanti bianchi. All'occhiello del suo soprabito fiorisce una immensa coccarda tricolore. Sotto il braccio egli stringe un fascio di carte; tiene in pugno quattro o cinque giornali. A prima giunta io credo esser dinanzi ad un ministro di stato o ad un consigliere in caricatura. I due domestici si inchinano profondamente. Io esito alquanto... lo guardo... lo esamino attentamente. È ben desso! Il fabbricatore di _stracchini_! In vedermi, il signor Lanfranconi sembrò alquanto imbarazzato, ma ricomponendosi tosto ad una serietà dottorale che lo rendeva grottesco, «signor Eugenio, — mi disse, — godo vedervi in buono stato di salute. Pare che il mestiere del soldato vi convenga! Bravo giovinotto! In che posso servirvi?» «In che potete servirmi? — risposi tosto dando libero sfogo alla indignazione, — in che potete servirmi? Che razza di linguaggio è codesto? Io sono venuto per rivedere Ifigenia, per rammentare a lei ed a voi una sacra promessa, per raccogliere la sola mercede a cui credevo aver diritto, dopo i tanti dolori sofferti, dopo tanti sacrifizi.» «Mercede! — risponde il signor Lanfranconi, — mio bravo giovinotto, non ista bene parlar di mercede a chi ha combattuto per la causa comune. Voi prendeste le armi per redimere la patria; la patria è redenta, ecco la vostra mercede.» «Ma Ifigenia! ma le promesse...?» «Figliuolo! I tempi (non è duopo ch'io vel dica) sono cangiati. Sei mesi di guerra, di lotte politiche, hanno rinnovata la faccia dell'Europa. _Gli avvenimenti corrono_ e si _succedono_ con tale rapidità che oggi non è possibile prevedere il dimani. Figliuolo, io vi consiglio di rinunziare ad Ifigenia. Mia figlia... non può più appartenervi. Ella è promessa ad un altro.» A tali parole la mia ira non ebbe più freno; proruppi in minaccie, in imprecazioni sì violente, che l'antico fabbricatore di _stracchini_ ne rimase sgomentato. Ifigenia udì la mia voce; ella accorse nell'anticamera; appena mi vide, si fe' pallida in volto, tremò, tentò invano di proferir parola. «Ifigenia, — le dissi, mitigando il tono della voce, — è dunque vero quanto ho inteso dalla bocca di tuo padre? E tu consentiresti all'amore di un altro, mentre pochi mesi fa avevi giurato d'essermi sposa?» Io m'accorsi che una lotta tremenda si agitava nel cuore della fanciulla; nei suoi sguardi era dipinta l'angoscia. «Eugenio, — mi disse, — io non sono libera della mia volontà... io posso disporre del mio cuore, non della mia mano.» E la voce le si ruppe in un singhiozzo. A tal vista il signor Lanfranconi aggrottò le sopracciglia, e con un gesto da presidente intimò ad Ifigenia di allontanarsi. Quella scena più che afflitto mi aveva istupidito. Quand'io mi riscossi, m'accorsi che tutti erano usciti, e m'avean lasciato là come un cane, come un mendicante!

— E tu te ne sei andato! e in luogo di ricorrere alla strategia amorosa, con cui d'ordinario si vince ogni battaglia di tal genere, partisti da Gorgonzola declamando la tua passione agli astri della notte! Tu sei timido come un soldato! Tutti dell'ugual pasta, voi seguaci di Marte! Sul campo di battaglia arditi come leoni; in faccia ad una donna, o ad un imbecille borghese, mansueti e tremanti come agnelletti!

— Che vuoi? l'eccesso del dolore qualche volta istupidisce. Io uscii infatti dalla casa del signor Lanfranconi svolgendo nell'anima disperati progetti. E nondimeno io non sapevo risolvermi a lasciare quel paese, e mi aggiravo come un matto per le strade più solitarie, usciva fuori all'aperta campagna, poi mi riavvicinava all'abitazione della mia fidanzata, sperando vederla, o incontrarla, o ricevere da lei qualche messaggio segreto. Passeggiando incontrai l'antica cameriera di Ifigenia; ella mi salutò con affettuose parole, poi mi narrò d'essere stata licenziata dal signor Lanfranconi dopo vent'anni di servizio. «Oh! io vi giuro che quel povero uomo non ci ha colpa, — mi diceva la buona vecchia colle lagrime agli occhi, — non è lui che commette di tali ingiustizie... sono i due birbaccioni matricolati ch'ei si tiene d'attorno... due furbi che finiranno col rovinarlo. Figuratevi che gli hanno messo in capo un cumulo tale di sciocchezze, l'hanno sì bene abbindolato colle loro parolone, ch'egli non è più libero di mettere una busca al fuoco senza averli prima consultati. Se sapeste quanto ha pianto la povera padroncina! Ella non può vederli que' due ceffi da pianta-carote, ed il padre pretende ad ogni costo ch'ella scelga l'un d'essi per marito.» Queste ed altre notizie io raccolsi dalla buona vecchia. La certezza che Ifigenia non aveva cessato di pensare a me durante la mia assenza, mi riuscì di non leggiero conforto. Ma come rivederla? in qual modo scongiurare l'ostinazione del padre? Con qual animo presentarmi di bel nuovo nella casa dove era stato accolto in sì mala guisa, dove io aveva subito la più grande delle umiliazioni? Eccoti il pensiero che mi tormenta da più giorni! Eccoti l'idea terribile che mi logora il cervello, il male a cui non trovo rimedio!

— Il rimedio è trovato, mio buon Eugenio.

— Tu dici...?

— Dico che non più tardi di domani tu entrerai nella casa del signor Lanfranconi: dico che fra tre giorni Ifigenia sarà di bel nuovo la tua fidanzata, e fra un mese tua sposa!

Gli occhi di Eugenio sfavillano. Io gli ho parlato coll'accento della convinzione, e l'anima sua giovanile si riapre alla speranza.

— Ma come? in qual guisa credi tu riuscire...?

— Non occorre tu il sappia; mentre tu narravi la tua odissèa, io studiavo le forze nemiche, e meditavo il piano di battaglia. Credilo, amico, la vittoria è per noi. Abbiamo a combattere un imbecille, il signor Lanfranconi; due furbi, e già immagino a qual specie essi appartengano. La vecchia Anastasia a maraviglia li ha designati col titolo di pianta-carote. Pianta-carote! ecco una parola che per me equivale ad un poema! Oh! io li conosco per bene codesti messeri! La rivoluzione del 1848 ne produsse a migliaia; non è a far le meraviglie che la guerra del 1859 ne generi altrettanti. Esseri parassiti che nell'ora del pericolo fuggono o rimangono celati, nel giorno della vittoria svolazzano sul campo seminato di cadaveri per dividersi le spoglie dei vinti e la gloria dei vincitori. E sai tu come costoro riescano all'intento? L'uno assume la maschera del martire, del cospiratore, dell'antico emigrato, del prigioniero politico; un altro si fa banditore di sonori proclami, propugnatore di un liberalismo condiscendente, e adesca di tal guisa le sciocche moltitudini. Credilo, Eugenio, i due furbi che noi abbiamo a combattere sono, per certo, animali di tal specie. Oh! noi sapremo smascherarli, te lo giuro. Sarebbe delitto il permettere che la tua Ifigenia cadesse nell'unghie di codesti ciurmatori! Ella sarebbe perduta! —

Eugenio mi stringe la mano con entusiasmo; io godo d'aver trasfuso in lui la speranza e la gioia; e per non dargli tempo di ricadere nella tristezza, mi propongo di accompagnarlo immediatamente a Gorgonzola, e di ricondurlo fra le braccia della sua fidanzata. A un innamorato di venticinque anni, a un innamorato che poco dianzi stava per lanciarsi nel navilio, poteva io fare una migliore proposta? Un'ora dopo noi partivamo per Gorgonzola.

CAPITOLO II.

La vittima.

Il viaggio da Milano a Gorgonzola tanto a me che all'amico Eugenio parve brevissimo. Io meditavo il mio piano di attacco; l'amico si beava nei sogni d'amore: entrambi in apparenza muti, sebbene un dialogo animatissimo succedesse ne' nostri cervelli fra i varii personaggi o immaginati o evocati dalla nostra fantasia.

Entrammo in Gorgonzola ad un'ora di notte. Raccomandate all'oste le magre rozze che colà ci avevano trascinato, noi ci avviammo verso la casa del signor Lanfranconi.

A un tratto due colpi di gran cassa, e l'accordo straziante di un bombardone e di quattro clarini ci ferisce l'orecchio. — Che diavolo vuol dire questa musica? — È la banda del paese, — risponde un dabben uomo che camminava a piè pari; — questa sera ha luogo una grande serenata sotto le finestre del signor Lanfranconi, il quale fu eletto capitano della guardia nazionale. Vedete? la casa è illuminata, la folla si aduna; senza dubbio vi saranno dei discorsi. —

«Tanto meglio! — esclamo io, — una tale circostanza è favorevolissima ai nostri disegni.»

Ecco infatti la casa del signor Lanfranconi: la folla è tanto compatta che io e l'amico Eugenio stimiamo prudenza l'arrestarci a trenta passi di distanza. I piedi e, meglio che i piedi, le scarpe ferrate dei villici mi incutono rispetto più che non le manovre di un uffiziale della guardia civica, il quale, per mantenere l'ordine, rincalza a spintoni i curiosi insubordinati. Eugenio si apposta dietro un albero, e par che col guardo pretenda magnetizzare le finestre. Frattanto la gran cassa e i bombardoni destano tutti gli echi delle montagne di Bergamo; le case oscillano come per terremoto; io porto le mani alle tempia per difenderle da quell'assalto violento di note: e nondimeno, al cessare dello strepito, batto le mani con trasporto onde conciliarmi le simpatie degli astanti. — Eh! non ci sono tutti, — mi dice un vicino, — se la banda fosse completa.... «A quest'ora sarei sordo, rispondo mentalmente.»

Ma il chiasso non è finito. Al fragore degli strumenti succede il baccano delle voci umane.

— Viva il signor presidente!

— Viva!

— Viva il signor Lanfranconi!

— Viva!

— Viva il capitano della guardia nazionale!

— Viva!

— Viva il protettore della società democratica-italo-latina!

— Viva!

— Fuori! Al balcone! Viva!!! —

Le grida raddoppiano, l'impazienza della folla assume un carattere minaccioso. È tempo di cedere al pubblico entusiasmo.

Le imposte del balcone si aprono, ed il signor Lanfranconi preceduto da due figuri con la torcia alla mano, presenta finalmente il suo rispettabile individuo.

— È desso! — mormora Eugenio. — E quell'altra che ora comparisce è la sorella nubile... Là in fondo, non ti par di vedere un'altra donna...?

— È uno zuavo...! — rispondo io.

— E chi saranno quei due figuri che portano la torcia?

Senza dubbio i tuoi rivali; l'incarico che stasera si sono assunti, mi è di buon augurio.

Queste parole io scambio coll'amico, mentre la folla muggisce. Frattanto il signor Lanfranconi, vestito della completa uniforme da capitano, risponde agitando il fazzoletto bianco alle dimostrazioni popolari, e straluna gli occhi come un buffo comico.

Uno de' miei vicini mormora a mezza voce: — oggi soltanto l'hanno nominato, ed eccolo completamente vestito colla uniforme del grado! Comincio a credere ch'egli l'avesse già in pronto.

— Eh! conosciamo ben altri che s'erano preparati l'uniforme, — risponde dalla folla una voce.

— Silenzio! — gridano ad un punto cento gole. Il primo che aveva mormorato si allontana quatto quatto, e va a celarsi nell'ombre.

Il signor Lanfranconi accenna colla mano alla moltitudine di moderare i suoi trasporti di entusiasmo; i due, che portano il cero, ripetono lo stesso gesto; al baccano succede un silenzio solenne.

Il presidente della società democratica-italo-latina, rassicurato da quella calma, apre la bocca per proferire un discorso; ma non appena egli ha lanciate le prime parole: _valorosi concittadini_... nuove grida di entusiasmo lo interrompono. — Viva! bravo! — Silenzio! — urlano di bel nuovo gli astanti. Il signor Lanfranconi sorride, straluna gli occhi, improvvisa varie smorfie, si inchina. La gioia di quel primo trionfo gli irradia la faccia.

— Valorosi concittadini, — ripetè egli dopo un lungo intervallo di attesa. — Valorosi concittadini... — Ma a queste parole eloquentissime la folla prorompe a nuove acclamazioni.

Tre volte l'oratore riprende l'esordio, tre volte viene interrotto dagli applausi. «Sì pronti e sì efficaci trionfi, — pensavo io, — ottiene la parola, quando i cuori bollono di entusiasmo, quando il popolo, commosso da generosi affetti, non attende che un breve impulso per correre a grandi imprese, per sacrificarsi ad una santa aspirazione. Guai a chi non profitta di tali entusiasmi!»

Sventuratamente il signor Lanfranconi non aveva che l'eloquenza delle intenzioni. Il discorso ch'ei doveva recitare era stato redatto da' suoi segretari; era un impasto di frasi comuni, vuote di senso, sterili di affetto; insomma, uno di que' discorsi che paiono sublimi ai.... citrulli.

«_Valorosi concittadini!_

«Austria è sconfitta, ma non domata; Lombardia ride, Venezia piange, Toscana si redime, Bologna ci stende la mano, Roma freme, Napoli attende. Su dunque, o valorosi! Armiamoci dall'unghie ai capelli; la lotta non è finita; al primo grido d'allarme fate che il nemico ci trovi tutti al nostro posto! Dio è con noi... Inghilterra è per noi, Francia lascia fare... Spagna è minacciata dal Marocco, China dà a pensare alle potenze, Russia attende al Caucaso, Turchia vacilla, Prussia ha dolori intestini, Ungheria si prepara, Russia aspetta. Valorosi cittadini: profittiamo della occasione. Quanto a me, chiamato dall'onorevole incarico di capitanare le file dell'armata cittadina, morrò con voi e per voi nell'ora del cimento. Sia un solo il nostro grido: Viva la razza italo-latina!»

Quest'ultime parole non sono troppo ben comprese dalla folla. Nondimeno, poichè ha cessato di parlare, l'oratore è di nuovo acclamato dalla moltitudine.

— So con qual uomo abbiamo a fare — dico io ad Eugenio. — Ora mi pare che l'uno de' suoi segretari voglia prendere la parola. Ascoltiamo anche costui; a me basteranno poche frasi per conoscere la forza del nemico. —

Il nuovo oratore senza scomporsi della persona scioglie la voce di tal guisa:

«Il grave e lento sviluppo della letteratura germanica, la civiltà del nord meditata e guardinga, con sintesi procedente, non clamorosa ma schietta, non balda ma fidente, matura in segreto i provvidenziali destini dell'Europa tutta; non accelera ma conferma, non spinge ma assoda il progresso delle generazioni avvenire. Meditando la dotta Alemagna, svolgendo le pagine di quegli operosi ma prudenti elaboratori del pensiero, io sento vie più assicurate le sorti del bel paese, _che Apennin parte e il mar circonda e l'Alpe_; e grido: Viva tutta la famiglia dell'Europa civilizzata! Viva la sapienza civile che informa la nuova êra dei popoli!»

La folla ripete il Viva, ma con voci già languide e fiacche. La monotona cantilena dell'oratore ha agghiacciato l'entusiasmo del pubblico.

— Anche quest'altro s'è dato a conoscere, — mormorai di bel nuovo all'orecchio dell'amico. — Ora ascoltiamo l'ultimo.

«Cittadini! Dallo Spilbergo, dalle carceri di Josephstadt, dall'eculeo, sui gradini del patibolo, sulle vie tribolate dell'esiglio, torturato, battuto, straziato, lacero nelle vesti, affranto dalle catene, io non ebbi, non ho e non avrò che un solo grido: Morte ai tiranni! morte ai nemici della libertà! Morte ai ladri! Morte agli assassini! Morte! Morte!... e dannazione!»

— Morte! Morte! — rispondono alcune voci. Ma un colpo di gran cassa e lo squillo dei bombardoni ridestano ne' cuori l'ilarità perduta; gli oratori si ritirano dal balcone, le faci si spengono, si chiudono l'invetriate: la guardia civica e i suonatori si allontanano seguíti dalla folla, che seconda la musica con cantici lieti.

— Ora a noi, signor Lanfranconi!

— Povera Ifigenia! — esclama Eugenio. — Ella non s'è lasciata vedere.... Ella non prese veruna parte alla cerimonia. Senza dubbio la poveretta è rimasta in qualche angolo solitario della casa a piangere in segreto la dabbenaggine del padre.

— Ciò che ella pensi saprò fra pochi minuti. Tu, mio buon amico, vattene all'albergo e mettiti a letto; domattina verrò a svegliarti, e ti condurrò fra le braccia della tua fidanzata.

— Che? tu non vieni con me all'albergo?

— Io dormirò questa notte in casa del signor Lanfranconi. Io amo andar per le spiccie nelle faccende mie.

— Ma come?... in qual modo?...

— Lasciane a me la cura.

Eugenio si allontana di alcuni passi, poi si volge per vedere se io mandi ad effetto il mio disegno. Vedendomi entrare a passo di carica nella casa della sua fidanzata, che a lui pareva una fortezza inaccessibile, il mio povero amico rimane pietrificato dallo stupore.

Io salgo le scale, penetro nella anticamera, e scuoto a gran forza il cordone del campanello.

Un servo viene ad aprirmi.

— Il presidente della società democratica-italo-latina, capitano della guardia nazionale, eccetera, eccetera, signor Egidio Lanfranconi, è egli visibile?

— Signore, — risponde il domestico, — il mio onorevole padrone si è recato in giardino, ove stassera ha luogo una cena.

— Tanto meglio! richiamalo tosto, e digli che una persona giunta testè da Pietroburgo deve parlargli di un importantissimo affare. — Così parlando, io entro nella sala, e mi getto sovra un divano.

— E non potrebbe la signoria vostra tornare domattina?...