Part 12
Ortensia Rancati, in quel grido, in quell'impetuoso movimento, in quel tremito credette riconoscere un trasporto di passione. Teodoro Dolci, l'eroe del due gennaio, il martire di Robbiatello, avrebbe compreso la sublime devozione della donna che gli offre il proprio cuore e una rendita di venti mila franchi all'anno? Questo slancio eloquente di riconoscenza ed affetto non è forse la miglior risposta alla lettera di Ortensia?...
Trascorsero dieci minuti di sublime silenzio. Teodoro, più morto che vivo, la testa sprofondata nei ricchi drappi, recitava sotto voce l'atto di contrizione, invocando in suo soccorso tutti i santi del paradiso.
Ortensia, ritta, immobile, collo sguardo converso alla soffitta, d'una mano rimetteva il pugnale nella guaina, mentre coll'altra carezzava lievemente i capelli del genuflesso. Non mai la paura e l'amore si trovarono più strettamente abbracciati.
Ortensia fu la prima a rompere il silenzio.
— Sorgi, o figliuolo della rivoluzione! il tuo posto dovrebb'essere sugli altari, e a me spetterebbe il prostrarmi in adorazione a te dinanzi.
— Per pietà! non mi fate soffrire, — ripeteva Teodoro con voce soffocata. — Non prolungatemi l'agonia... Uccidetemi d'un solo colpo...
— Povero giovane! Quanta sensibilità! quanta tenerezza! Oh! io doveva aspettarmelo...! Tutti così, questi eroi! Sul campo di battaglia feroci come leoni; innanzi ad una donna titubanti e paurosi come scolaretti. Via! perchè tremi, o giovanotto? Solleva la testa, guardami in volto... Io non appartengo alla sfera di quelle donne volgari, il cui amore corrompe ed infiacchisce. L'amore che io ti porto raddoppierà le tue forze, la tua energia. Io soffierò potentemente sul braciere della tua anima ardente. Nell'ora del cimento io affilerò la tua spada; nell'ora del pericolo ti sarò a lato, per combattere e per morire. Sarò il tuo angelo e il tuo demonio: angelo sterminatore dei tiranni; demonio della rivoluzione. Vieni! Da ora in poi noi non formiamo che una sola persona. Uno solo è il cammino che ci si apre dinanzi... Questo cammino probabilmente deve condurci al patibolo... Ebbene! Dal palco di morte, sotto la mannaia del carnefice, noi canteremo osanna alla libertà, noi rideremo in faccia ai nostri carnefici. Il nostro ultimo accento sarà un cantico di gioia. —
Quando la donna ebbe finito, chinossi per sollevare da terra il nipote di don Dionigi; ma questi soggiacendo alla violenza della paura, dopo la crisi delle convulsioni, avea perduto i sensi e giaceva sul terreno come corpo morto.
I cronisti dell'epoca altro non riferiscono di quella scena interessante. Come Ortensia rianimasse la salma abbattuta, quali mezzi ella adoperasse a dissipare i terrori e i sospetti del giovane, tutto ciò è un segreto che la storia ha creduto bene di rispettare, e che noi pure rispetteremo.
Mille volte avventurati coloro che nelle crisi tempestose della vita hanno pronti gli svenimenti! Lo svenimento, benefico talvolta al pari del sonno, è una tregua, una calma riparatrice, da cui lo spirito attinge nuove forze. Il nipote di don Dionigi, che poco dianzi ha chiusi gli occhi al bagliore di un pugnale minaccioso, nel riaprirli è colpito da uno spettacolo curioso e giocondo: due spalle candide come l'alabastro, un seno ricolmo e tornito, che gli rammenta i tesori della perfida Dorotea, altre volte vagheggiati furtivamente. Nelle sembianze della donna che lo abbraccia e lo colma di baci incessanti, il nipote di don Dionigi trova una reminiscenza dolorosa... Il naso adunco, le folte sopracciglia e i baffi di Ortensia Rancati gli ricordano una visione tremenda, un sogno spaventoso: il boja, la mannaia, il pugnale... Ma lo spirito riposato a poco a poco riconosce il proprio inganno, e si ravvede. I baci, le carezze di una donna esercitano sulle fibre del giovanetto una influenza magnetica e salutare... Signori: non chiedete di più al romanziere; a quest'ora egli ha già oltrepassato i limiti della riservatezza.
Quando il presidente del Comitato di pubblica sicurezza ripose il piede nella stanza del prigioniero, Ortensia Rancati prese per mano il nipote di don Dionigi, e facendo un inchino all'onorevole magistrato: — Signore, — gli disse, — ho l'onore di presentarvi il mio fidanzato.. il mio sposo. In nome di quell'amore, di quel nodo indissolubile che già ci unisce innanzi a Dio, io vi chiedo la libertà di questo eroe, di questo martire della patria.
— Sono ben lieto di potervela accordare, — disse il magistrato inchinandosi alla sua volta. Il Governo provvisorio ha segnata l'amnistia per tutti i delitti di ribellione alla forza pubblica avvenuti il giorno 29. Signor Teodoro Dolci, voi potete, quando vi piaccia, uscire da questo luogo. — Il nipote di don Dionigi si avanzò verso il presidente per baciargli la mano. Fortunatamente la Rancati non si accorse di quell'atto, e prendendo con disinvoltura il braccio dell'eroe, lo trasse fuori della camera senza lasciargli tempo di proferire una sillaba.
Quella sera Teodoro scrisse una lettera a don Dionigi, pregandolo di recarsi a Milano per assistere alle nozze. Verso mezzanotte, mentre il giovane stava per coricarsi, una folla di popolo preceduta dalla banda musicale venne a felicitarlo, obbligandolo più volte a presentarsi al balcone fra le grida ripetute di — Viva l'eroe di piazza Fontana! Viva il morto di Robbiatello! Viva i repubblicani! Abbasso il Governo provvisorio!
Le stesse ovazioni, le stesse grida furono ripetute sotto le finestre della Rancati, la quale profittò della occasione per arringare il popolo, eccitandolo a scuotere il giogo dei nuovi tiranni, i tiranni del palazzo Marino.
CAPITOLO XI.
Pane pei gonzi.
Le campane suonano a festa. Le contrade di Capizzone son pavesate di coperte e di lenzuoli; all'ingresso del villaggio, sotto un arco trionfale ornato di mirti, di edera e di fiori di papavero leggiadramente intrecciati, la banda musicale di Almenno strepita una marcia accanita. Il sindaco, il sagrestano, il beccamorto, spalleggiati dalla guardia cittadina, attendono l'arrivo di Teodoro Dolci, il quale in compagnia della sposa verrà a visitare la terra de' suoi padri! Il nipote di don Dionigi ha colto il frutto della sua celebrità, sposando quattrocento mila franchi, e una vedova grossa e nasuta come un elefante. Ortensia Rancati ha compiuto il capriccio della rivoluzione.
Presto! arme al braccio, signori militi della guardia nazionale! Presto! piva in becco e fiato alle trombe, signori musicanti di Almenno! Il corteggio nuziale si avanza. La vettura del Brunetto coronata di pampini e foglie di zucche procede maestosa verso l'arco trionfale.
Sul sagrato già tuonano i mortaletti... Due colpi di gran cassa preludiano all'inno guerriero; i suonatori ruggiscono dalle trombe; il popolo prorompe in urli di viva.
La vettura si avanza. Don Dionigi seduto in _serpa_, colle ali immense del cappello triangolare contende agli sguardi impazienti la vista degli sposi. — Abbasso il cappello! — gridano alcune voci. La guardia nazionale contiene a stento le ondate della folla... Il Brunetto, per avanzarsi presso l'arco trionfale, modera il pubblico entusiasmo, menando giù frustate a destra e a sinistra sul muso dei plaudenti.
— Silenzio! fine alla musica! — grida il sindaco, levando anch'egli il bastone sulle teste dei suonatori. — Ora tocca a noi... Or si deve leggere il discorso.
— Bravo! bene! il discorso!... — rispondono cento voci. Ma prima che l'oratore riesca a dominare quel baccano, gli conviene attendere una buona mezz'ora.
Frattanto il convoglio si arresta presso l'arco trionfale; e i contadini l'uno all'altro addossati fanno mille commenti intorno agli sposi.
— Qual è l'uomo, e quale la donna?
— L'uomo dev'essere il più grasso; non vedi che egli ha un paio di mustacchi da far invidia a un dragone?
— Teodoro non era tanto grasso quando partì dal paese.
— Io l'ho veduto ch'egli era lungo e giallo come una carota...
— La vita del campo sviluppa le forze, e fa bene alla salute.
— Qual è dunque la sposa?
— Non vedi? ella sta seduta a sinistra ravvolta nello _scialle_...
— Come? una donna col cappello a cilindro?
— A Milano ho veduto delle donne in calzoni, e perfino in abito da militare.
— Ma io ti dico che quello dello _scialle_ è il signor Teodoro.
— E ti pare che l'altro col naso di peperone e quella barba da capretto possa esser la sposa?... Vedi... il sindaco si avvicina a lui per leggergli il discorso.
— Zitto una volta! sentiamo il discorso del sindaco... poi decideremo chi abbia torto o ragione.
«Illustre campione della patria! — comincia il sindaco, volgendosi alla signora Ortensia, la quale in abito da amazzone, con cappello a piume tricolori e due pistole alla cintola, copre col naso e colla persona lo sposo mingherlino.
«Illustre campione della patria! Al piedestallo della tua gloria tu vedi in oggi prostrati i tuoi concittadini, figli tutti di un paese, o dirò meglio borgo, che forse fra pochi anni potrà chiamarsi città...»
Don Dionigi, accorgendosi che il sindaco ha preso un equivoco, si crede in dovere di interromperne il discorso, e di invitarlo a passare dall'altra parte della carrozza ove siede Teodoro.
— Chi!... come! che! — esclama l'oratore dando indietro due passi; — non è dunque al signor Teodoro Dolci che io ebbi l'onore di indirizzare l'esordio del mio discorso?...
— Sì, buon uomo! — risponde l'amazzone dal cocchio; — parlando a me, voi parlate a Teodoro Dolci, a colui che può dirsi la realizzazione del mio ideale, quindi parte integrante di me. Io sono per così dire il complemento di Teodoro... Egli ed io formiamo una sola persona, della quale in avvenire io sarò il capo ed egli il braccio. Possa il connubio di due anime ugualmente infervorate di entusiasmo esser fecondo alla patria di gloriosi avvenimenti! —
«Qual è dunque il vero Teodoro? quale la sposa?» — chiede a sè stesso il sindaco di Capizzone, che mai non si è trovato in peggiore imbarazzo. Gli astanti dividono la perplessità e lo stupore del sindaco. Don Dionigi con occhiate e con gesti cerca di animare il nipote perchè si riveli a' suoi concittadini, e ponga termine ad una crisi che minaccia di compromettere la gravità della cerimonia.
Ma Ortensia Rancati non è donna da lasciarsi dominare dagli avvenimenti. Mentre Teodoro si leva per arringare la folla, la terribile amazzone, sviluppando tutta l'ampiezza del torace adiposo, e rotando la proboscide sul capo del timido marito, volge al sindaco ed ai circostanti il seguente discorso:
«_Abitanti di Capizzone!_
«Noi siamo vivamente commossi del nobile slancio, della fervida gara onde vi piacque onorarci in questo faustissimo giorno. Il vostro entusiasmo è proporzionato all'altezza dell'avvenimento; e noi attingiamo in esso nuovo coraggio a compiere la difficile missione che ci siamo imposti. Se molto abbiamo operato a vantaggio della causa comune, molto ancora ci rimane a fare. I nemici furono dispersi, non debellati... Mantova e Verona sono tuttora in potere dei Tedeschi. Noi promettiamo snidarli da quei covi e ricacciarli nelle nordiche selve. Quando la quistione dell'indipendenza sarà completamente risolta, allora con animo riposato e tranquillo attenderemo all'opera della riorganizzazione interna e delle riforme sociali. Promettiamo fin d'ora che il paese di Capizzone, questa nobile appendice delle Alpi, che diè vita ad una parte di noi, sarà oggetto di speciali sollecitudini per parte del governo. Perocchè non sempre al ministero ed al Parlamento sederanno uomini di corte vedute e di timida coscienza. A guerra finita, il popolo vorrà affidare a noi il timone della cosa pubblica, a noi, che col popolo abbiamo combattuto, a noi, che vogliamo il popolo libero e grande. L'accoglienza festosa che voi ci preparaste, o illustri figli di Capizzone, conferma le nostre speranze, la nostra fede nell'avvenire. Per ora sia nostra parola: Morte ai Tedeschi! Più tardi grideremo: Morte al ministero!... E se Iddio e la nazione elevassero noi alle supreme cariche dello stato, allora grideremo più forte: L'Italia è fatta!»
Un tuono di acclamazione prorompe dalla folla. Il sindaco, atterrito da tanta eloquenza, in luogo di ripigliare la sua arringa, ordina ai musicanti di dar fiato agli stromenti. Fra il ringhiar delle trombe, lo strepito dei plausi e gli spari dei mortaletti, il convoglio trionfale fece il giro del villaggio.
Quando Teodoro ed Ortensia discesero dalla vettura ed entrarono nella casa di don Dionigi, fu nella piazza gran tumulto di contese. Ad eccezione di Dorotea e d'altri pochi, gli abitanti di Capizzone non aveano riconosciuto qual dei due coniugi fosse il marito e quale la moglie.
— Che volete ch'io mi sappia? — rispondeva il sindaco alle incalzanti domande dei suoi paesani. — Quel grasso che ha parlato... quello dai baffi grigi... ha detto di esser lo sposo... del signor Teodoro. Don Dionigi pretende invece che il vero sposo sia l'altro... quel mingherlino che stava seduto.... Figliuoli, trattandosi di personaggi tanto alti, bisogna avere un po' di discrezione...! Domani sapremo tutto...! Frattanto se mi fosse lecito esternare una opinione, io direi che il grosso... quello dai mustacchi... mi va a genio più che l'altro.... Basta! o l'uno o l'altro fra pochi mesi sarà ministro, l'ha detto il grosso — e se mai il signor ministro dimenticasse le promesse che ci ha fatte dalla vettura, lasciate fare al vostro sindaco. Andrò a Torino quando meno mi aspettano, dirò all'uno dei due quel che va detto. E se mai volessero fare il bell'umore.... allora plunf! abbasso il ministero di Torino! Viva l'Italia unita!... e Capizzone capitale! —
Tre giorni dopo giunse a Capizzone la notizia che i Tedeschi erano entrati in Milano.
CONCLUSIONE MORALE.
La rivoluzione del 1848 fu feconda di eroi e di martiri generosi. Altri alle barricate di Milano, altri a Goito e Curtatone, altri allo Stelvio spesero santamente la vita per l'indipendenza d'Italia. Rientrati a Milano gli Austriaci, i superstiti valorosi seguirono l'armata di Carlo Alberto per agguerrirsi a nuovi cimenti, o spinti da impeto giovanile tentarono imprese più arrischiate che opportune. Quanti prodi caduti sul campo! Quanti generosi consunti dal dolore e dagli stenti sul cammino dell'esiglio! Ma le provincie italiane ad una ad una ricaddero nel servaggio, e vestirono il lutto per oltre dieci anni, l'occhio ed il cuore rivolti al Piemonte, unico asilo di libertà, unico faro di speranza.
Che avvenne del nostro eroe durante il tristo decennio? Teodoro Dolci, come abbiamo veduto, non era più padrone di sè medesimo.
Madonna Ortensia si impadronì del fantoccio rivoluzionario per spingerlo colla prepotenza della sua volontà nelle sfere più elevate della diplomazia; tentò valersi di un falso eroe per soddisfare alla propria ambizione. Ma i sogni di Ortensia non si realizzarono. Venti volte nel corso di dieci anni i coniugi Dolci mutarono programma politico per compiacere a questo o a quel partito, per conciliarsi le simpatie degli uomini più influenti sui destini d'Italia. Da una in altra città emigrando, oggi a Firenze, domani a Roma, più tardi a Parigi, di là a Torino, madonna Ortensia non trovò mai nè giustizia nè equità in nessun paese, presso nessun governo. All'eroe di piazza Fontana, all'agitatore del due gennaio, al morto di Robbiatello, al mazziniano di piazza San Fedele la patria sconoscente non volle accordare nè il grado di maresciallo, nè un portafoglio di ministro!
Dopo la battaglia di Magenta, i coniugi Dolci rientrarono nelle libere provincie di Lombardia. Madonna Ortensia si fece precedere da un proclama, ove con parole di colore scarlatto rammentava ai Lombardi in genere, ed ai Capizzonesi in ispecie, le gesta gloriose del marito e la nera ingratitudine del Governo piemontese. «Abitanti di Capizzone! (tali eran l'ultime parole del proclama), noi confidiamo nella vostra lealtà, nel vostro senno politico, nel caldo patriotismo che altre volte manifestaste a nostro riguardo... Noi non abbiamo dimenticate le nostre promesse; spetta a voi ricordare le vostre. Quanto prima si aduneranno i collegi elettorali... quanto prima sarete chiamati a scegliere colui che deve rappresentarvi al Parlamento, che deve tutelare i vostri interessi. Guardatevi dai raggiri di partigiani codardi... Non lasciatevi imporre dalle ignobili mene di chi vuol creare un Parlamento servile, ligio al dispotismo del ministero! Uomini generosi e indipendenti non mancano all'Italia... e voi li conoscete, o magnanimi figli di Capizzone! perchè nacquero tra voi... vissero tra voi... e resero già illustre il vostro paese. Chi vi parla di tal guisa, chi vi apre gli occhi sui pericoli e sulle insidie che vi circondano, è il martire del 1848, è l'eroe delle barricate che dopo dieci anni di crudo esiglio... ritorna in mezzo a voi senz'altra ambizione fuor quella di esservi utile e di rilevare dall'abiezione la patria vilipesa. Se il vostro voto mi chiama al Parlamento... io spero fra poco di poter realizzare i grandi disegni che già vi manifestai or fanno dieci anni, quando entrai solennemente in Capizzone.
«TEODORO DOLCI.»
Credereste, lettori? Teodoro Dolci, malgrado l'irresistibile eloquenza del suo programma, non fu eletto deputato. Ortensia, attribuendo la mala riuscita di quest'ultimo attentato alle mene del partito ministeriale, si lanciò furiosamente nel campo dell'opposizione, combattendo tutti i ministri da Cavour a Ricasoli. Nel circolo degli _Idrofobi_, da lei recentemente istituito, ove convengono il martedì ed il sabato tutti gli indebitati a discutere di politica, la moglie di Teodoro Dolci predica contro i ministri, e giura che l'Italia non potrà mai esser libera completamente fino a quando le redini del governo non vengano affidate all'energico nipote di don Dionigi Quaglia.
Non ridete, o signori, delle strane pretese di madonna Ortensia. Quanti che oggi inveiscono contro la patria ingrata, e come cani rabbiosi mordono le calcagna agli uomini più benemeriti della nazione, furono, come il nostro Teodoro, eroi per caso e martiri della propria nullità!
FINE.
_Il Diplomatico di Gorgonzola._
CAPITOLO I.
Il ritorno del volontario.
«È il 15 settembre del 1859... Eccomi di bel nuovo a Milano! quale cangiamento! qual vita novella! quale agitazione! Tutti i volti son lieti, le fisonomie animate... Nelle strade si cammina più speditamente; si ciarla a voce alta, si grida, si canta, è una vera baldoria. Le speranze dei Milanesi furono esaudite; il voto di tanti anni è compiuto: i Tedeschi hanno fatto un bel passo _innanzi_ verso il loro paese nativo. Un altro passo ancora, e buona notte per sempre!
«Le piazze e i caffè riboccano di soldati, le sciabole battono ancora il selciato e le muraglie; ma sono soldati amici, e il tintinnio delle armi che pochi mesi sono metteva il brivido addosso, ora è per tutti una musica gradita. Gli zuavi danno amicamente di braccio ai nostri _barabba_; i dragoni francesi cavalcano di pari passo co' nostri gentiluomini; le benefiche sartorelle non isdegnano di volgere un sorriso di buon augurio ai seguaci di Marte: esse che cinque mesi or sono torcevano lo sguardo dalle uniformi mormorando; _brutt mòster!_ E le dame?... pazze per gli zuavi... pazze pei cacciatori di Vincennes, pazze pei corazzieri, pazze per le uniformi in genere! Oh davvero le dame si mostrano calde più che giammai... di amor patrio! Benedetto l'entusiasmo... della donna! non so se i mariti e i papà divideranno la mia opinione; se ciò non fosse, mi guarderei però dallo scagliare sovr'essi l'anatéma. Il signor Paolo d'Ivoy, corrispondente del _Figaro_ parigino, scriveva che «a Milano le donne si mostrano riconoscentissime verso la Francia de' benefizj ricevuti, mentre gli uomini serbano un contegno fra l'indifferente e il sospettoso.» Questi uomini con cui il signor Paolo d'Ivoy ebbe a fare, probabilmente erano mariti.
«Inoltriamoci pel corso di porta Renza. Oh! veh l'amico Eugenio...»
— A prima giunta io non t'aveva riconosciuto!... Ma bene! ma bravo!... l'uniforme ti sta a meraviglia! A dir vero sei un po' dimagrato... ma pure la tua fisonomia è ringiovanita; la tua persona è più agile... più disinvolta. —
Eugenio mi abbraccia con trasporto, ma il suo contegno mi sembra alquanto imbarazzato; nelle sue parole non trovo l'entusiasmo del soldato, che, dopo aver combattuto pel suo paese, ritorna fra i suoi cari a dividere le gioie della libertà.
— Fui ferito a Solferino, — mi dice egli con un misto di orgoglio e di tristezza; solo da quattro giorni ho lasciato lo spedale...
— Ma, a quanto veggo, ora ti sei pienamente ristabilito... Tanto meglio! Sai tu che molti invidierebbero la tua sorte! Una ferita a Solferino, ecco un diploma onorevole che tu potrai mostrare con orgoglio per tutta la vita! —
Eugenio china il volto mestamente, e mormora a voce bassa: — Era meglio morire!
— Che razza di idee son queste? Morire!... So anch'io che sul campo di battaglia la morte è gloriosa; ma una ferita, credilo a me, è del pari onorevole.
Io tento colla celia di diradare la tristezza dell'amico; ma questi, insensibile ad ogni parola di conforto, mi risponde a monosillabi.
Mi conviene cangiar tono. — Eugenio, — gli dico, dandogli di braccio e traendolo meco verso la via del Durino; — tu hai nell'anima qualche grave cordoglio; perchè non ti confidi al tuo vecchio amico? Chi sa! forse io ti potrei giovare o d'opera o di consiglio! —
Eugenio si ostina a tacere; io prego, insisto, minaccio d'andare in collera; infine, vinto dalle mie preghiere, egli si risolve a confidarmi le sue pene.
— Ho paura che tu rida... di me! tu ridi di tutto....
— Ma non di tutti, — gli rispondo. — Però vorrei che le tue sciagure fossero tali da farmi ridere...
— Sono innamorato!
— Ottimamente!
— Tu cominci a ridere....
— Perchè l'amore è un male a cui facilmente si rimedia. Ma presto, veniamo al fatto: _Gli amori di un volontario!_ ecco un tema da romanzo che i generosi editori milanesi, stante il prestigio dell'_attualità_, mi pagherebbero due soldi per pagina!
— Tu devi sapere che nell'ottobre passato io mi recai a villeggiare in un paesello a poche miglia da Gorgonzola....
— Gorgonzola! mio caro amico, io prevedo che le tue saranno disgrazie da ridere. Ti par egli che in un paese chiamato Gorgonzola possano accadere degli avvenimenti serii? Tanto meglio: faremo un romanzo umoristico.
— Eppure a Gorgonzola io ho veduto un angelo di bellezza, a Gorgonzola io mi sono innamorato, a Gorgonzola mi sarei ammogliato, se, durante la guerra, alcuni genii perversi, profittando della mia lontananza, non avessero distrutto il bell'avvenire di felicità ch'io mi aveva sognato. —
Il povero Eugenio proferisce queste parole d'un tono sì lamentevole, la sua bella fisonomia siffattamente si decompone, che io non ho più il coraggio di sorridere; io mi metto ad ascoltarlo colla serietà d'un medico consulente.
— La località ove accaddero le mie sciagure, e la professione d'uno de' principali personaggi da cui queste derivano, non sono, a dir vero, le cose più poetiche del dramma. Il padre della mia fanciulla è un tal Egidio Lanfranconi, ricco proprietario dì cascine e commerciante in formaggi. Egli possiede in Gorgonzola una casa magnifica, e mena comoda vita in compagnia di una sua sorella nubile, mediocremente brutta, e d'una figlia... d'anni diciotto, la più bella, la più poetica, la più cara creatura che io mi abbia veduta.
— Tu fosti ammesso nella casa del signor Lanfranconi, hai chiusi gli occhi sulle bellezze della figlia di diciott'anni, e ti sei innamorato della sorella nubile. Davvero sarebbe una grande disgrazia!
— La disgrazia fu maggiore: ho amata la figlia....
— Ed hai destate le gelosie della sorella...'?