Part 14
Ma ahimè! Egli leggeva cogli occhi; la mente come farfalla errava lontan dal libro. I sogni, i desiderii, i patimenti suoi vincono ogni suo sentimento. Fra le righe stampate, egli ne legge altre tutte diverse, cogli occhi della mente. Queste righe imaginarie assorbono tutta la sua attenzione. Esse gli ricordano il tempo passato ora sereno, ora fosco; mille progetti, farneticaggini, minacce, interpetrazioni, prognostici; una lunga istoria strana, eppur vera, e le lettere d’una gentil fanciulla. E profondandosi ognor più in quella fantasmagoria, ravvisa in mezzo a una oscurità diafana lo spettro instabile del Faraone. Poi, cangia la scena, ed egli scorge un giovine giacente sulla neve come sopra un letto e che sembra dormire... E ode queste parole: “Come! morto!” Talvolta rivede i suoi nemici da gran tempo obliati, i suoi calunniatori insolenti e codardi, le belle traditrici che adorava, i perfidi parasiti che lo adulavano; talvolta distingue una villa circuita d’alberi, e, alla finestra, discerne essa... essa sempre!
S’interna cotanto in tali rimembranze, che sta per perderne il giudizio. Diverrà maniaco o poeta. Buon per noi se si fosse appigliato a questo ultimo partito. E lo poteva, chè di già incominciava a comprendere il meccanesimo del verso russo. Quando, seduto solo al caminetto davanti a una bella fiamma, lasciando cadere nel fuoco ora una pantofola, ora un giornale, canterellava: _Benedetta_, o _Idol mio_, Eugenio pareva proprio un poeta.
I giorni passano. L’atmosfera s’intiepidisce, l’inverno fugge. Eugenio non verseggia, non muore, non impazza. La primavera lo ristora. Un bel mattino egli abbandona le doppie finestre, il caminetto, la stanza ove ha invernato come una marmotta e se ne va a spasso in slitta lungo la Neva. I blocchi di ghiaccio galleggianti sul fiume scintillano al sole. La neve strutta e calpestata dai pedoni cangia le strade in pozzanghere.
Ove si avvia Eugenio con passo sì sollecito, a traverso quel fango? L’avete indovinato per l’appunto. Va da lei, va da Taziana, il nostro incorreggibile originale. Entra più morto che vivo. Non trova nessuno nell’anticamera, nessuno nel salotto. Si trae più avanti.... apre una porta. Che vede? Vede la principessa, in _déshabillé_, pallida, sola, occupata a leggere un foglio. E mentre legge colla guancia puntellata sulla mano, le sgorga un torrente di lacrime dal ciglio.
Chi mai in quel momento non avrebbe compatito al suo dolore e inteso il suo secreto! Chi non avrebbe riconosciuto nella principessa Taziana, Taziana la campagnola! Eugenio in un accesso di pietà e di amore le si butta in ginocchio davanti. Essa freme e tace; lo contempla senza spavento, senza cruccio. I di lui occhi addolorati, spenti, l’atto supplichevole, i muti rimproveri, le attestano la sua sincerità. Ecco rinasce l’ingenua verginella di prima, colle sue illusioni, colla sua leggiadra semplicità. Non lo rialza da terra, non torce gli sguardi lontan da lui, non ritira a sè la mano che egli copre di baci ardenti..... Che mai pensa? Dopo un lungo intervallo di silenzio, essa esclama:
“Basta. Levatevi. Conviene ch’io mi spieghi schiettamente. Anieghin, vi rimembra di quella sera in cui per caso ci incontrammo in un viale del giardino, di quella sera in cui ascoltai sì umilmente le vostre ammonizioni? Oggi tocca a me ad ammonirvi. Allora io era più giovane, e, credo, più bella... e io vi amava.... Che mi deste in iscambio del mio amore? Come mi corrispondeste? Foste rigido e spietato.... Non è egli vero? L’affetto d’una timida fanciulla non vi parve una gran novità. Ahi che tuttora mi si gela il sangue nelle vene quando mi rappresento quello sguardo gelido e quel rabbuffo acerbo!... Ma non vi appongo biasimo..... agiste nobilmente in quel funesto istante; mi trattaste come io meritava.... ve ne son grata di cuore..... Ma in quelle campagne, priva di vani onori, io non vi piacqui... Perchè mai mi inseguite adesso? Perchè son divenuta l’oggetto delle vostre attenzioni? Sarebbe forse perchè adesso io vivo nell’alta società; perchè sono ricca e illustre; perchè mio marito è stato mutilato nelle guerre; perchè la corte ci ricerca e ci vuol bene? Forse perchè adesso il mio disonore sarebbe noto a tutti e vi procaccerebbe una scandalosa celebrità nei saloni del _gran mondo_!...
”Io piango.... Poichè non avete dimenticata la vostra Taziana, sappiate che in quanto lo comportano le mie forze, io preferisco i vostri pungenti sarcasmi, i vostri discorsi seri e indifferenti, a questa passione oltraggiosa, a queste lettere, a queste lacrime. Allora, avevate almeno compassione delle mie follie infantili, rispettavate la mia inesperienza... Ma adesso!... Che motivo vi conduce ai miei piedi! Oh piccolezza! Come mai potete fare il cuore e l’intelletto schiavi d’un affetto passeggero?
”Questa vita fastosa, opulenta, inorpellata, non mi tocca; li applausi, le lusinghe della gente, i miei palazzi, le mie riunioni brillanti, non mi dilettano. Io darei volentieri tutti quelli stracci, tutte quelle mascherate, tutto quel lustro, quel fracasso e quel fumo, per uno scaffale di libri, per un giardinetto inculto, per la nostra modesta villetta, per i luoghi ove vi scorsi la prima volta, Anieghin; sì, li darei per l’umile cimitero ove riposa la mia povera balia sotto l’ombra d’un salcio e d’una croce....
”E la felicità m’era sì facile e sì vicina!... Ma la mia sorte è ormai decisa. Forse fui imprudente; ma mia madre mi scongiurava piangendo..... ogni condizione era eguale per la misera Taziana.... io mi maritai....
”Convien che mi lasciate. Io ve ne prego. So che siete ancor capace d’un nobile sforzo, e d’una azione virtuosa... Io vi amo... perchè celarvelo? ma appartengo a un altro.... Gli sarò fedele fino alla morte!”
Così dicendo sparve.
Eugenio rimane simile ad un uomo colpito dal fulmine. Gli sembra che ogni suo sentimento roti in preda a un turbine. Ma ode un rumor di sproni..... Arriva il generale... In questo momento tremendo, lettore, ci separiamo dal nostro protagonista per molto tempo, anzi per sempre. Gli abbiam tenuto dietro assai nei suoi errori... Siamo giunti alla meta. Rallegriamocene, o miei cari! Vi pareva mille anni, non è vero?
Chiunque tu ti sia, lettore, benevolo o malevolo, ti voglio lasciar come si lascia un amico. Addio. Busca in queste strofe disadorne ciò che più ti talenta. Ma qualunque sia l’oggetto che in esse cercherai; o il riflesso delle tue passioni giovenili o il sollievo dei tuoi diligenti studi, o le descrizioni pittoresche, o i concetti arguti, o le sgrammaticature, prego Dio che ti ci faccia trovare una dolce diversione alle tue fatiche, alle tue passioni, alle baruffe sciocche dei giornali. Ora separiamoci. Addio!
Addio, mio bisbetico satellite, mio fedele ideale; addio mio libricciuolo vispo e grave, brioso e serio, sebben sì piccolino. Vostra mercè, io conobbi tutto ciò che ambiscono i poeti: l’oblio della vita e il consorzio pacifico degli amici in mezzo al fracasso del mondo. Son molti anni che la pittrice fantasia mi adombrò nella mente l’imagine di Taziana e di Eugenio; ma in quel disegno appena accennato non appariva ancora molto chiaro lo scioglimento di questo libero dramma.
Tra quelli ai quali io lessi, nei crocchi ch’io frequento, i primi squarci di questo lavoro, “alcuni più non esistono; altri son lontani” (per servirmi di una frase di Saadi).[117] Ho coronato l’opera, ma essi non la vedranno venire in luce. Tu pure mi fosti rapita, o bella che mi suggeristi il tipo della mia Taziana!... Molte, molte son le vittime dell’Orco!... molte! Felice colui che s’alza dal banchetto della vita, prima di vedere il fondo del bicchiere; che non finisce il suo romanzo, e che lo lascia in tronco come io lascio il mio.
PULTAVA.
PREFAZIONE.
Una delle avventure di Mazeppa, illustrata dalla penna di Lord Byron e dal pennello di Orazio Vernet, ha reso popolare fra noi il nome di quell’eroe dei Cosacchi.
Byron descrisse i fatti della giovinezza di Mazeppa. Puschin nel poema di _Pultava_ narra le relazioni di Mazeppa colla figlia di Cocciu-bei, la battaglia in cui Carlo XII e l’etmanno[118] furono vinti, e dopo la quale doverono ricovrarsi in Turchia.
Caviamo i seguenti ragguagli dalla _Biografia universale_. Nominato che fu etmanno dei Cosacchi, guadagnò la fiducia di Pietro il grande; il quale, sodisfatto di trovare in lui un ausiliare zelante e coraggioso, lo insignì del cordone di Sant’Andrea. Creato quindi principe dell’Ucrania, Mazeppa deliberò di francarsi da una parte subalterna che da lungo tempo pesava alla sua indole ambiziosa ed attiva. Carlo XII ed i suoi Svedesi, proseguendo il loro cammino vittorioso, avevano dato un re alla Polonia e minacciavano il territorio russo. L’etmanno allora si sottrasse alla dominazione dello zar e trattò colli Svedesi. Si afferma che già durante le campagne di Polonia Mazeppa avesse scandagliato i principali del paese, e si fosse impegnato di ridurre l’Ucrania sotto l’obedienza di Stanislao Leczinski, a patto che la Severia gli sarebbe ceduta a titolo di sovranità. Comunque sia di tale primo passo, sia che Mazeppa si fosse conservato polacco nel cuore, o piuttosto che cercasse di assicurarsi un potere indipendente, tese le braccia a Carlo XII, e profferse di mettere a disposizione sua tutte le forze e i tesori dell’Ucrania. Intanto velava con arte le sue sorde pratiche; e affin di meglio velare i suoi disegni, finse di volgere i suoi pensieri alla morte. Più che sessagenario, ma ancora pieno di vigore, parve assumere ad un tratto i segni della decrepitezza. Attorniato da medici, stava abitualmente in letto, affettava l’esterno dell’uomo debole e sofferente. Evitava d’ubriacarsi per timore di svelare in mezzo all’ebrezza il secreto della sua defezione, e raddoppiava d’affabilità al fine di procurarsi l’affezione dei suoi primari offiziali. Cercando d’irritare lo zar contro i Cosacchi Zaporoghi, gli rappresentava che la loro indisciplina gli aveva costato una somma di cento mila scudi pagati ad una caravana di mercanti greci da essi spogliati, e toglieva a provargli che era interesse della Russia di domare quel popolo indocile. In pari tempo travagliava i Zaporoghi, insinuando loro che Pietro aveva giurato la loro perdita; voleva cedere la piccola Russia alla Polonia, e frattanto assoggettarli ad una disciplina regolare. Le cose erano in tale stato, quando lo zar n’ebbe sentore per la dichiarazione di Vassi Cocciu-bei, generale dei Cosacchi, e d’Iscra suo parente, colonnello di Pultava. Pietro non volle creder nulla da principio e pieno di fiducia inviò sotto buona scorta i due denunziatori all’etmanno, il quale li fece decapitare ai 14 di luglio dell’anno 1708. Mazeppa minacciato fu sollecito a fortificare le sue piazze d’arme; ma tale lotta diseguale ebbe un altro risultato di quello che egli credeva. La città capitale di Mazeppa (Baturino) cadde coi suoi tesori e colle munizioni in potere dei Russi; la forca fu il supplizio degli aderenti dell’etmanno, al quale fu tagliata la testa in effigie. Divenuto odioso ai suoi soldati dopo la scoperta del suo tradimento, gli riuscì a stento di raccoglierne un piccolo numero, e si recò da fuggitivo presso Carlo XII il quale s’avanzava verso l’Ucrania. Il conquistatore preferì il consiglio di Mazeppa a quello dei generali svedesi, e s’implicò nelle pianure di Pultava. Dopo la rotta dell’esercito svedese sotto le mura di quella città, Mazeppa si ricoverò in Valachia, poi a Bender dove morì nel 1709. Li storici non si accordano sulla età che aveva allora.
L’istoria non parla degli amori di Mazeppa con Maria figlia di Cocciu-bei. Questi però vivono nelle tradizioni popolari, delle quali Puschin si è giovato per la composizione del suo poema.
I.
Cocciu-bei è ricco e illustre. Possiede immensi prati, nei quali errano, senza pastoie e senza guardie, i suoi armenti di cavalli. Possiede, intorno a Pultava, molte ville cinte di giardini; ha in quantità pellicce, raso, argento, in casa e sotto chiave. Ma non insuperbisce Cocciu-bei dei suoi chiomati corsieri, nè dei suoi dominii aviti, nè dell’oro che gli pagan in tributo le orde della Crimea; il vecchio Cocciu-bei si gloria della sua figlia vezzosa.
Io lo giuro: in tutta Pultava non si trova una fanciulla da paragonarsi a Maria. Essa è fresca come un fior di primavera accarezzato dalli zeffiri sotto l’ombra dei boschetti. Essa è svelta come i pioppi che di Chief adornano i colli. I suoi moti ti rammentano le ondulazioni del cigno sulle acque, o li slanci del daino nelle selve. Il suo seno è candido come spuma; i suoi ricci neri s’affollano intorno alla sua fronte, come nuvolette intorno a un poggio; i suoi occhi son stelle serene; la sua bocca è una rosa nascente. Ma non per la sua sola bellezza, caduco fiore! vola di gente in gente la fama di Maria; tutti l’ammirano per la sua modestia, per il suo giudizio. Quindi è che dalla Ucrania e dalla Russia accorrono i signori a chieder la sua mano; ma la schiva Maria teme la corona nuziale, come altra teme le catene. Ricusa tutti i pretendenti.
L’etmanno stesso domanda Maria per sua sposa. È vecchio; è infiacchito dagli anni, dalle guerre, dalle cure, dalle fatiche; ma ha veduto Maria, e a quella vista gli si è rinvigorito il cuore, ed ha riamato.
Amore in un giovin cuore, presto arde e presto si smorza. Cresce e decresce, arriva e passa in un momento; ogni giorno cangia.
Nel cuore indurito d’un vegliardo, amore non trova adito così facile, nè esca così pronta; non si appicca così presto, ma quando s’è appiccato più non s’estingue; è un fuoco perenne, che non cessa se non colla vita.
Quel che odi, non è una damma che fugge veloce all’udire fremere le ali dell’aquila; è la giovinetta che spazia nel vestibolo del palazzo, e tutta ansante aspetta la sua sentenza.
La madre, fremente di sdegno, le viene incontro, e stringendole la mano le dice:
“Vecchio senza pudore e senza onore! No; tanto che saremo al mondo, egli non otterrà il suo intento. Egli, che dovrebbe essere il protettore e l’amico di questa fanciulla che tenne al fonte del battesimo.... insensato! sull’occaso della vita, vuole esserle sposo!”
Maria trema. Un pallore sepolcrale le invade il volto, e fredda e quasi estinta stramazza sul verone.
Tornò in sè un momento, poi richiuse nuovamente gli occhi, senza far parola. Il padre e la madre si accingono a placar quel turbamento, a dissipar quello affanno e quel timore, a ristorar la calma in quella mente. Ma indarno.
Due giorni passano. Maria, vacillante e squallida come ombra, ora piange, ora sospira; non mangia, non beve, non dorme. Il terzo giorno, la sua stanza era vuota.
Come e quando essa sparisse nessuno seppe. Un pescatore udì, a notte avanzata, un corsiere galoppare, un Cosacco parlare nella sua lingua, e una donna bisbigliare; — e la mattina seguente, si scoprirono, sulla rugiada dei prati, le orme di otto unghie di cavallo.
Non solo le guance d’un bel giovine, vestite di molle lanugine, non solo un volto cerchiato di biondi inanellati crini; ma anche l’aspetto austero d’un vegliardo, le rughe della fronte, i capelli grigi, possono destare nel cuore d’una tenera fanciulla sogni e deliri amorosi.
L’orrenda notizia giunge all’orecchio di Cocciu-bei. Maria ha calpestato il pudore, ha tradito l’onore per darsi nelle braccia d’un ladrone: oh vitupero!... Il padre e la madre non vogliono credere alla voce che corre. Ma quando ogni dubbio si convertì in certezza; quando la loro onta fu patente, compresero finalmente la perversità della figlia; videro perchè rifiutava tutti i pretendenti, perchè fingeva di aborrire il nodo coniugale; perchè piangeva e sospirava in disparte, perchè ascoltava con tanto diletto i racconti dell’etmanno durante i banchetti, quando il vino spumava nelle tazze; perchè essa non cantava altri stornelli, che quelli composti da esso nella sua giovinezza povera e ingloriosa; perchè essa con animo virile amava l’ondeggiare della cavalleria, il fragore delle armi, il clangor delle trombe; e i clamori della gente quando appariva il _bunciuc_[119] e la clava[120] del dominatore della Piccola Russia.
Cocciu-bei è ricco e illustre. Ha molti amici fidi; vuol lavar nel sangue il suo obbrobrio. Può sollevar Pultava; può nella propria reggia assalire il traditore, e col dritto d’un padre offeso immergergli.... ma no, ad un altro partito s’appiglia Cocciu-bei.
In quel tempo, la Russia adolescente raccoglieva tutte le sue forze per combattere lo straniero, sotto l’egida del sommo Pietro. Il fato le assegnò a maestro dell’arte della guerra il formidabil Carlo; lo svedese paladino più d’una improvisa e sanguinosa lezione le diede in quella crudele scienza. La Russia s’educò sotto tale severa disciplina, e si temperò sotto i colpi della sorte. Così il martello pesante sfracella il vetro, ma foggia il brando degli eroi.
Il temerario Carlo incoronato di efimeri allori avanzava sull’orlo di un precipizio. Moveva verso l’antica Mosca, sbaragliando le coorti russe come il turbine sperde la polvere della valle e sterpa le piante inaridite. Seguiva la strada, che calcò a’ giorni nostri un altro potente nemico della Russia.
L’Ucrania ferveva in secreto. Da lungo tempo portava in seno il fomite d’un grande incendio. I partitanti dell’antica barbarie sospiravano una lotta nazionale, e mormorando incitavano l’etmanno a sottrarsi alla dominazione straniera e a spezzar le loro catene. Carlo, impaziente, correva incontro ai loro applausi e alle loro lusinghe. “È tempo! è tempo!” ripetevasi da ogni lato intorno a Mazeppa. Ma il canuto etmanno rimane devoto e obediente allo Zar Pietro. Non travia dalla consueta austerità: non dà ascolto alle vane dicerie; e tranquillo e sereno passa la vita fra i banchetti.
“Che fa l’etmanno?” sclamava la gioventù. “È affievolito; è vecchio decrepito; gli anni e le fatiche hanno smorzato in lui il primiero generoso ardore. Perchè quella mano imbelle tuttora serba la clava? Questa sarebbe l’ora opportuna di mover guerra all’aborrita Moscovia. Se il venerando Doroscenco, o l’impetuoso Samoiloff, o Palei, o Gardienco,[121] capitanassero il nostro esercito, i Cosacchi non perirebbero miseramente fralle nevi di un lontano paese, e la Piccola Russia avrebbe ricuperato le sue bandiere.[122]
In tal modo la gioventù temeraria, avida di pericolose novità, dimentica della passata schiavitù, dei felici sforzi di Bogdan, delle sacre pugne, dei trattati e della gloria degli avi, insorgeva contro Mazeppa. Ma l’età senile agisce con prudenza, e avanza con circospezione; nelle cose ardue, non prende un partito se non dopo assidua riflessione. Chi può addentrarsi nelli abissi del mare lastricati d’immobile ghiaccio? Chi può penetrare li arcani tenebrosi d’una anima astuta e dissimulata? I pensieri e i disegni di Mazeppa, frutto di passioni a lungo combattute, dormono nel profondo del suo petto, e vi si maturano in silenzio. Chi sa quello che egli stia tramando adesso? Più Mazeppa è cauto, furbo e malizioso, più si dimostra improvido negli atti, e semplice nella conversazione.
Oh, con che despotica autorità egli sa governare le menti! Con che destrezza sa attrarre a sè i cuori, scandagliarne le più intime latebre, e indovinarne i più arcani pensieri! Come sa nei conviti e nelle adunanze, compiere tutte le parti, assumere tutte le maschere! Loda i tempi passati coi vecchi venerandi, vanta la libertà coi riottosi, denigra i principi coi malcontenti, sparge lacrime cogli oppressi, discute gravemente cogli idioti. Pochi, forse, sanno quanto è feroce l’anima sua: egli non rifugge dal delitto per nuocere al nemico; dacchè vide la luce, non perdonò mai una ingiuria; estende le sue mire ambiziose oltre i termini vietati; per lui non v’ha cosa sacra; non serba memoria dei beneficii, non ama nessuno; è pronto a spargere il sangue come l’acqua; disprezza la libertà, e non conosce carità di patria. Da gran tempo ordisce in secreto un gran progetto, un disegno tremendo. Ma uno sguardo sagace ha scoperto le sue trame.
“No, audace scellerato!” esclama Cocciu-bei digrignando i denti; “no; non la vincerai. Io risparmierò la tua reggia, carcere di mia figlia; non morrai nelle fiamme d’un incendio; non cadrai sotto il brando dei Cosacchi. No, iniquo! perirai fralle mani del boia di Mosca! Perirai sul patibolo, in mezzo a mille torture, chiedendo invano perdono, maledicendo il giorno e l’ora in cui battezzasti Maria, e il banchetto in cui ti pôrsi colma di vino la tazza d’onore, e la notte in cui ci furasti, rapace avvoltoio, la nostra diletta colomba!”
Sì, fu un tempo in che Cocciu-bei e Mazeppa erano amici, e dividevano i pensieri e i piaceri, come il sale, la panna e il pane. Insieme volavano contro al fuoco nemico sui loro agili destrieri, e non di rado sedevano lungamente insieme a consiglio secreto. L’etmanno dissimulato svelava in parte a Cocciu-bei i profondi ripieghi della sua mente rivoltosa, insaziabile, e gli prediceva in termini coperti e misteriosi imminenti novità, conferenze, sedizioni. In quel tempo Cocciu-bei era ligio e devoto a Mazeppa. Ma adesso, inferocito dalla perdita della figlia, non ha più che una idea, che un oggetto: o morire, o trucidar Mazeppa, e vendicare il disonore di Maria.
Frattanto cela a tutti il suo ardito disegno, finge di non più occuparsi che del suo dolore e della tomba. Non vuole nessun male a Mazeppa; sua figlia è sola colpevole. Ed egli le perdona, purchè dia conto al cielo dell’onta ridondata alla famiglia da quell’infrazione d’ogni legge divina ed umana....
Mentre così parla, Cocciu-bei, con occhi di lince, va cercando nella turba dei familiari e aderenti suoi alcuni compagni impavidi, esperti e fidati. Espone alla consorte il progetto che già da gran tempo gli cova in seno; ed essa, ebra di rabbia feminile, aggiunge esca alla fiamma di che arde il bei. Nella calma notturna, nel talamo tranquillo, essa, simile a un demone crudele, lo stimola alla vendetta, lo rampogna, piange, gli fa coraggio, esige un giuramento solenne, e il principe giura.
Il gran colpo è risoluto. L’intrepido Iscra s’associa a Cocciu-bei: “La caduta del nostro nemico è certa,” dicono fra loro. “Ma chi è il baldanzoso, che pien di zelo per il bene del paese oserà portare ai piè di Pietro una dinunzia contro il potente traditore?”
Tra i Cosacchi di Pultava disdegnati dalla infelice fanciulla uno ve n’era che l’aveva amata sin dai primi giovenili anni. La sera e la mattina, sulle sponde del fiume, sotto l’ombra dei ciriegi, egli stava aspettando Maria, smaniava se non la vedeva, e si stimava beato se passava un sol momento seco. L’amava senza speme; non la premeva mai d’importune preghiere; non avrebbe potuto sopravvivere a un rifiuto. Quando i pretendenti accorrevano in folla intorno ad essa, egli si ritirava mesto e silenzioso. Allorchè il ratto di Maria si divulgò fra i Cosacchi, la gente spietata perse ogni rispetto per Maria e la derise, ma egli le serbò l’antica riverenza e l’antico affetto. Allorchè per caso si pronunziava davanti a lui il nome di Mazeppa, egli impallidiva, si mordeva le labbra, e abbassava gli occhi al suolo.
IL COSACCO MESSAGGERO.
Di chi è quel corsier dall’alta groppa Che ratto corre per la steppa bruna? Chi è quei cavaliero che galoppa Al chiaror delle stelle e della luna?
Fan cenno indarno al cavaliero stracco I cavi spechi ed i boschetti foschi; Non vuol prender riposo, il buon cosacco Nè sotto gli antri nè fra i verdi boschi.
Splende il suo brando come vetro terso; Gli balza al fianco un borsellin d’argento; E il suo nobil corsier di schiuma asperso Spiega la lunga chioma al vago vento.
Ama il Cosacco il suo tagliente acciaro; Il gaio aspetto dei ducati adora; Come un parente il suo caval gli è caro, Ma il suo berretto gli è più caro ancora.
Se mai fa d’uopo, egli cederà tosto La borsa, il brando, il destrier, la vesta; Ma non darà il berretto a verun costo; Più volentieri egli daria la testa.