Racconti per giovinetti

Part 9

Chapter 93,149 wordsPublic domain

Il vecchio poi, come se non paresse suo fatto, si scusò d'averlo trattenuto tanto con questi discorsi, lo ringraziò della visita, e s'accingeva a ritornare alla vigna, allorché il gentiluomo esclamò abbracciandolo:

«Padre mio, lasciate, lasciate che io vi chiami sempre così. La luce del vero è nella vostra mente! Vivete come meglio vi piace; io non divulgherò il vostro nome, vi lascerò in quella tranquilla e operosa oscurità che tanto vi è cara; ma accettate almeno,» e si levava di dito un anello prezioso, «e conservate per segno della mia venerazione, quest'anello. Fu già di mio padre....»

«E voi continuate a portarlo; è un ricordo che vi farà consolazione. Altrimenti vi direi: — Invece di darlo a me, barattatelo in tanto pane pei poveri, per quell'infinito numero di tribolati che menano una vita di stenti e d'umiliazioni intorno ai pochi ricchi della terra. Ma giacché voi mi volete dare a ogni modo una ricompensa, io vi chiederò anche più di tutto quello che m'avete offerto. Se è vero che questa buona gente dei miei compagni, e massime i loro fanciullini, abbiano ricavato qualche cosa di buono dai miei consigli e da quella po' di istruzione che mi diede mio padre, fate che morendo io abbia la consolazione di sapere che un altro farà le mie veci....»

«Io stesso che, fin d'ora, vi prego di mettermi nel numero dei vostri alunni....»

«O che farà anche meglio, purché s'attenga sempre alla semplicità che ho visto per esperienza essere tanto efficace. A volere educare e istruire quelli che, poveretti, non sanno ancora il bene che potrebbero ricavarne, bisogna contentarci di poche cose, d'andare innanzi a passo lento, purché si vada sempre innanzi, e che non manchi il coraggio quando s'incontrano degli ostacoli nè diminuisca mai la costanza. Chi vuol troppo e troppo presto, non conclude nulla; meglio l'ignoranza che un'istruzione abborracciata e superflua, moderazione nelle nuovità, nessun artifizio, nessuna perdita di tempo in prove capricciose ed inutili, e prima di tutto e sempre l'educazione del cuore. Chi non venisse docile a voi, non lo costringete con l'autorità del comando, ma persuadetelo prima con le buone ragioni, e poi lasciate fare all'esempio degli altri; i più restii a poco per volta diventano i più solleciti.... Ma voi non avete bisogno de' miei suggerimenti, nè io sarei capace di darne a nessuno. Dico questo, perchè me l'ha insegnato mio padre; e ho visto con l'esperienza che mio padre aveva ragione.»

Il gentiluomo ripetè allora la sua promessa di continuare da se medesimo l'opera del vecchio Marco, e di trasmetterne l'obbligo ai figliuoli e agli eredi, destinando in perpetuo una parte del patrimonio all'educazione, all'istruzione e al miglioramento di stato dei suoi contadini e dei poveri dei contorni. E questa promessa fu attenuta.

Il vecchio Marco morì con la pace del giusto e con la contentezza di lasciare nel proprietario di quelle terre ai suoi figliuoli adottivi un altro padre sempre sollecito del loro vero bene. Era questa la sola ricompensa ch'egli desiderava delle sue fatiche, e l'ottenne: così il fine della virtù consiste nel conseguimento del bene per gli altri.

IX.

I Racconti della Milla.

1.

_Sofia._ Oggi dunque avremo da noi la Milla, è vero, sorelle? Quanto è buona la vecchia Milla, eh? che ne dite?

_Sorelle._ Buonissima; devi dire buonissima.

_Sof._ L'avete caro ch'ella venga a tenerci compagnia?

_Sorelle._ Altro!

_Maria._ Io n'ho un gusto matto.

_Teresa._ Io vorrei averla meco il giorno e la notte.

_Sofia._ Or ora sarà qui. Poniamo in ordine i nostri lavori.

_Luigia._ E prepariamoci a stare allegre davvero.

_Maria._ Già io mi aspetto un racconto.

_Angiolina._ Io la chicca....

_Teresa._ Oh, sì! Appena è venuta, glielo dico subito veh! un racconto da sua pari.

_Luigia._ Porterà la rocca e io voglio filare con la sua rocca; io mi ci diverto tanto!

_Angiol._ Ma quanto si fa aspettare!

_Sof._ Oh! un po' di pazienza. Sono andati a chiamarla ch'è poco. La non ha le nostre gambe, sapete?

_Angiol._ Potevano esser andati a chiamarla più presto.

_Maria._ Oh che uggia aspettar tanto!

_Sofia._ Zitte, zitte, bambine! Sentite.... intanto che aspettiamo, farò io da Milla. Vo' vedere se so imitarla. Questa mazza del babbo sarà la rocca.... Qui, nel suo seggiolone. Bambine mie.... (_cercando d'imitare la Milla_).

_Luigia._ Oh! sì, sì, facci un po' ridere. Ma ci vorrebbero gli occhiali.

_Sofia._ Hai ragione, gli occhiali; e dov'è ora un pajo d'occhiali? Basta, figuratevi ch'io gli abbia. Ecco; grassa grassa; co' suoi occhialoni a cavalluccio sul naso. Comincia a filare.... Noi ci mettiamo fitte fitte intorno a lei e la guardiamo.... Comincia a ridere.... Ecco, si mette le mani in tasca....

_Angiol._ E tira fuora un confetto....

_Sofia._ No signora.... E tira fuori la scatola del tabacco (_figura di prendere il tabacco_).

_Angiol._ Eh! va' via col tabacco.

_Sofia._ E poi dice.... dopo aver tossito....

_Maria._ Volete sentire un racconto?

_Sofia._ Aspetta! — Bambine mie, state voi tutte bene? Avete voglia?...

_Maria._ Di sentir come e quando....

_Sofia._ Ancora no! Non mi interrompete. — Avete voi voglia di lavorare?

_Maria._ Che! Tu non ci riesci a imitarla.

_Luigia._ Queste non sono dimande da farsi a noi.

_Teresa._ Sarebbe un'offesa. Noi lavoriamo sempre di genio.

_Luigia._ Ce ne vuole per essere un'altra Milla!

_Sofia._ Eh! lo so, per contentare voialtre....

_Angiol._ E poi la prima cosa dev'essere la chicca.

_Milla._ Come, come? I' ho a sentire anche questa? Deo grazia, bambine.

Così dicendo, la Milla (udite l'ultime parole dell'Angiolina) apre la porta, ed entra. Le giovinette, sorprese ed allegre, esclamano:

«Eccola, Eccola! Viva la nostra Milla!» Poi corrono ad incontrarla. L'Angiolina si mostra un po' compunta, e meno sollecita; ma a lei, prima che alle altre, la Milla si volge sorridendo, e le dice:

_Milla._ Non le vo' più sentire queste cose, Angiolina mia. Non conviene mostrarsi ghiotta, nè anche per ischerzo. E poi, un bravo signore m'ha detto che i dolci fanno male ai bambini; e so che la mamma pensa come lui; e hanno ragione. Oh! non voglio far cose di danno a te e di dispiacere a tua madre. Ho per voi tutte un racconto, che ve ne grillerà 'l core. Andiamo andiamo (_va nel suo seggiolone_); a sedere tutte: e prendete i vostri compiti. Il babbo e la mamma son fuori eh? Ed io farò da babbo e da mamma, se Dio m'aiti.

_Sofia._ Brava, brava! Siamo tutte contente quando vieni da noi.

_Maria._ E quanto ti abbiamo desiderata!

_Angiol._ Più di tutto di tutto!

_Milla._ E per me è un giorno di festa quando sono con voi.

_Sofia._ Andiamo, io qui accanto alla Milla. Tu qui, Maria... e voialtre.... sicuro.... così va bene. Tutte intorno alla brava Milla (_le bambine si pongono a sedere_).

_Milla._ O bene via! Dite un po', le mie care fanciulle.... (_le bambine ridono mentre la Milla si accomoda gli occhiali_). Oh! E ora? di che ridete?... Almanco aspettate ch'io mi sia messo le barelle sul naso, prima di far questi versi. Vedete un po'!... Insomma, si può sapere di che tanto ridiate?

_Bambin._ Sofia....

_Sofia._ Oh! lo dirò io il perchè. La Milla mi perdonerà lo scherzo, io spero. Sai tu, Milla? Mi era posta nel tuo seggiolone per contraffarti; mi dispiaceva di non avere gli occhiali da par tua.... e ora che gli hai....

_Milla._ Ho capito, via, ho capito. A lei, signora dottoressa, si metta gli occhiali, e mi contraffaccia meglio ora (_e mette i suoi occhiali sul naso a Sofia_).

_Bam._ (_ridono vedendo la Sofia con gli occhiali della Milla_).

_Milla._ Chi burla è burlato, dice il proverbio, sa ella?

_Sofia._ Per carità! Che te lo sei avuto a male, Milla mia, questo scherzo?

_Milla._ No, no, il Ciel me ne guardi! Anch'io fo per chiasso. I' so bene che il brio di voialtre fanciulline è innocente; e che nessuna di voi avrebbe il coraggio di beffarsi di una povera vecchia. Ora stiamo allegre, su via, stiamo allegre. Se sapeste! Ho tanta voglia anch'io di spassarmi con voi! Quand'io ho a venir qui, mi sento quasi ringiovanire.

E le fanciullette, fatta corona alla vecchia, si sogguardano e sorridono col lavoro in mano, aspettandosi a ogni momento che la buona vecchia incominci a dire le solite barzellette o a raccontare. Essa avvolge il pennecchio alla rocca, vi adatta la pergamena, e guarda sorridendo quel cerchio di fantoline, i cui anni messi tutti insieme, appena appena fanno la metà de' suoi. Per due o tre volte fa con la bocca un certo atto, come di chi vuol parlare, e poi non trova subito il verso, o pensa ad altro; e le fanciulle, per due o tre volte si rigirano sulla sedia e spingono innanzi la faccia, come chi si dispone a sentir cosa che assai gli prema. Finalmente la Milla apre la bocca per parlare di buono, e incomincia in questo modo.

_Milla._ Oh.... sentite.... Ma prima, dovete sapere ch'egli è un fatto proprio vero, seguito giù di quì, e' son anni, anni!... E' mi fu raccontato da un baccalare, da uno di que' che la sanno lunga. E vi dirò le sue proprie parole. Oh! sì, me ne ricordo come se fuss'ora. Dunque state a sentire.... Badiamo veh! gli è un po' lungo, ma e' vi piacerà: e non mi interrompete, eh, voialtre piccine?

_Bam._ No, no, Milla. Fa' presto.

_Milla._ Ch'i' non senta uno zitto! Me lo promettete?

_Bam._ Sì, te lo promettiamo. Racconta, racconta.

_Milla._ Comincio subito. Ma voglio posar la rocca, perchè non vorrei....

_Bam._ Oh che pazienza!

_Milla._ Meno furia! Roma non fu fatta in un giorno. Mettiamola qui. Ve', ve', a Maria farebbe gola quella rocca. Verrà tempo che filerai anche tu.

_Maria._ No, no; ora non ne ho voglia. Mi par mill'anni che tu incominci.

_Milla._ Eccomi davvero. Sentite (_sputa, si soffia il naso, e principia_)

RIGUCCIO

PARTE PRIMA

A Fiesole in _Borg'unto_, era una buona fanciulla di 16 in 17 anni, piuttosto più che meno, bianca e linda com'il bucato, con due occhi neri sgranati, e tenera tenera come il latte premuto. L'era proprio una consolazione a vederla, in una casetta pulita, con tutte le su' cose a sesto, che io non vi so dire. La sua povera mamma era morta giovane d'un male lento e penoso, e avea lasciata questa figliuola e un angioletto d'otto o nov'anni, salvo il vero. Il padre, morto anch'esso, e prima della moglie, era mugnaio; e nella sua casetta di Borg'unto avea messo in piedi una bottega per la vendita della farina e del semolino, e via discorrendo. Quand'era viva la madre di Marta, vi stava essa al banco; e, alla meglio, tirava innanzi la famigliuola, senz'altro ajuto che quello del suo buon garbo e della sua onestà. Ma quando quella madre infelice non ebbe più forza di patire i dolori di questa terra, Marta potete figurarvi quanto rimanesse sconsolata col suo Riguccio! E' credevano di dover portare alla sepoltura anche lei. Per qualche giorno la modesta bottega fu chiusa, e la casetta fu chiusa, e Riguccio non andò a fare il chiasso con gli altri ragazzi in piazza di Fiesole, e Marta pianse dì e notte accanto al letto della defunta madre. Non vi fu un cristiano in Fiesole che non si affliggesse per Marta ch'era l'idolo di tutti; e a certe pietose donne riuscì finalmente di consolare un po' l'orfanella, e di farle rivedere la faccia del sole. A un tal Romolo, parente lontano del padre di Marta, fu dato l'incarico di guardare agl'interessucci di que' due sventurati. Ma questo tutore, scelto in mal'ora, altro non era che un disutilaccio, Iddio lo perdoni, che faceva d'ogni erba un fascio, e aveva il lacrimevole vizio di bazzicare ogni po' l'osteria. Di rado capitava in sul far bruzzo nella bottega della farina, traballando com'il solaio sotto il badile, a farvi che? a metter a soqquadro ogni cosa, e spesso con due o tre compagni della stessa pasta, che gli facevan tenore. Figuratevi Marta! Ma la poverina, fatta più coraggiosa dalla disgrazia più grande, s'acconciò da sè a bottega, e coi modi aggraziati, che rammentavan sua madre buon'anima, seppe così bene richiamar gli avventori, che tutti volentieri difilavano a comperare il fior della farina da lei. Chi l'avesse vista col suo candido grembialetto, dare a tutti con gentil modo il buon peso, accogliere e baciare da sorella i fantolini che andavano col soldo stretto nel pugno a fare spesa, rimandar sempre il povero consolato di qualche elemosina di farina o di grano, sopportare con angelica rassegnazione i mali trattamenti di Romolo, e custodirlo quando il vino l'avea messo proprio in terra, e dolcemente ammonirlo e consigliarlo quando pareva in buona, sicché talvolta e' ne rimaneva commosso, l'avrebbe detta un angiolo venuto in terra a consolazione degli uomini. E così, a stento, poteva campar da ruina quel po' di bene di Dio che a lei e a Riguccio lasciato avevano i genitori. Ora, a proposito di Riguccio, per tornare un passo indietro, e' bisogna sapere che egli andava a scuola a imparare il latino, perchè suo padre, povero uomo, aveva avuta grande smania d'aver nella casata un calonaco[15]; e Romolo, che non gli pareva vero metter la tonaca a quel ragazzo, per non averlo più tra' piedi e lasciarlo al Capitolo, era intestato a far eseguire la volontà del defunto. Ma il povero piccino, di quello studio non ne capì a buccicata, e spesso gli toccava a star ginocchioni, e far pepino[16] in mezzo di scuola. Voglia d'istruirsi, come l'avrebbe avuta! ma quelle parolacce nere nere in _bus_ ed in _bas_ non gli entravano in capo, e lo facevano andare alla malora. E la mamma, povera mamma! gli aveva promesso di liberarlo da quel diascolo dell'inferno, intercedendo per lui presso il tutore, e di mandarlo piuttosto laggiù a Firenze da un certo maestro Michelangiolo famosissimo, che insegnava a far certe statue di marmo ch'egli era un portento a vederle; perchè Riguccio bisogna dir proprio ch'e' fosse nato con quella pulce nel capo, di voler fare le statue di marmo. Ogni volta che con que' suoi occhiolini scorgeva un'immagine di terra cotta o di pietra delle cave, o di marmo, e nella cattedrale di Fiesole un certo mausoleo d'un vescovo, e' restava lì basito a guardare, e si sarebbe scordato della merenda. Quando poi sulla piazza di Fiesole cascava giù la neve come Iddio la manda, correva là a rimpasticciare certi fantocci, che tutti chi li mirava e' non facevan altro che dire, ve' belli! Ma la mamma era morta! E Riguccio tutto scorrucciato e sulle spine, andava alla scuola sì, ma sempre alle solite. E Marta ci soffriva, e sospirava con lui confortandolo amorevolmente a sperare, che un qualche rimedio prima o poi sarebbe venuto; e finalmente fattasi animo, lo prese un giorno con sè, e andò a incontrar Romolo, che tornava dal mulino, lì presso al cimitero di Fiesole, dov'era sepolta anche la sua povera mamma. Lo fermò, e gli disse di volergli chiedere una grazia; una grazia che quella sventurata che giaceva colà sotto terra gli volea chiedere prima di morire; ma Dio non le lasciò tempo; ed ella pigliava ora le sue parti, e lo pregava in nome di lei a voler liberare Riguccio dalle parole latine, e mandarlo da maestro Michelangiolo a Firenze a studiare scultura, che tanto e po' tanto Riguccio inclinava a quell'arte: e piangeva accennando le sepolture, e Riguccio stava col viso nascosto nel guarnellino della sorella. Romolo in sulle prime non volea neppure stare a sentir que' discorsi; ma le lacrime e le parole di Marta, che avrebbero intenerito un cuore più duro del suo, tanto poterono che Romolo si strinse nelle spalle, e per levarsi, com'e' diceva, quella seccatura di torno: Va', disse a Marta, va' pure a Firenze, a condurre questo monello a imparare lo scalpellino. E in quel dire adocchiò un suo compagnone, gli fe' cenno ponendo il pollice della destra sulle labbra con la mano e il gomito sollevato, e diè di volta verso la bettola. Marta lo ringraziò in nome del Cielo e di sua madre, e un po' tra 'l dolce e l'amaro, prese per mano Riguccio tutto ringalluzzato, e tornò a casa. Quivi si ajutò presto presto a rassettare alla meglio tutte le briccicòle di Riguccio per mandarlo un po' ravviatino a Firenze. «Ma intanto, gli diceva, come farai tu, piccino mio, a scendere ogni mattina a Firenze, e di Firenze risalir quassù ogni sera? Le tue gambucce ti porteranno? — «Eh! perchè no? Dovessi andare anche a finimondo, rispondeva quell'innocente, v'andrei come fanno le rondini, purché potessi imparare una volta a fare un po' un viso di Madonna a me' modo.» — «E solo solo?... Io non ti potrò accompagnare....» — «Oh! non aver paura! E poi vi son tanti scalpellini e sbozzatori quassù, che vanno ogni giorno a Firenze!» — «È vero, hai ragione. Pregherò il Gori che ci abbia un occhio. — «Sì, sì, il mio compare. Gli voglio tanto bene, ed egli ne vuol tanto a me, che lo farà volentieri.» — «E il tuo desinaruccio, non te lo potrò più fare io con le mie mani, e resterò sola....» — «Tu mi farai la cena e la colazione, e staremo insieme la sera, e le domeniche; e io ti racconterò allora tante cose....» — «Bene via, domani è domenica; la bottega sta chiusa; sì.... domani anderemo a Firenze.... Ma.... e da chi anderemo, noi poveretti, ora che ci penso su con più fondamento? Dove troveremo uno che ci accompagni, che ci presenti a Michelangiolo? Io, meschina me! come potrei fare a parlare ad un uomo tanto famoso? E poi, mi ascolterebbe?... Oh! aspetta, aspetta! quel Gelasio, quel cugino della povera mamma, quello che sta sempre laggiù a Firenze, in quella casa grande grande.... egli, egli mi farà questa carità, ne son certa. E' mi pare un buon uomo; quando v'andavo con la povera mamma che gli faceva sempre un regaluccio di castagne e di fior di farina, e' ci faceva pure il buon viso! Se ne ricorderà di noi. Sì, sì, anderemo da lui.» — Così per la coraggiosa Marta non v'erano ostacoli, e si figurava che tutto sarebbe andato benone. Ma poveretta! Ella era stata, sì, qualche volta a Firenze con sua madre buon'anima; ma non potea sapere quanto fosse difficile a una fanciulla timida e inesperta come lei, senza conoscenze di Fiorentini, in quei tempi indiavolati, col solo ajuto di quel Gelasio, che sarà stato forse un povero fante, aggirarsi in quella gran voragine, parlare a Michelangiolo; a quell'uomo straordinario, concludere un affare di quella sorta, per un ragazzo di sì tenera età. Ma tentar non è mai male, e a chi nulla tenta, nulla riesce.

PARTE SECONDA

Ecco il dì di domenica, in sull'alba, sereno come il volto e l'anima di Marta. Il campanile di Fiesole annunziava suonando a festa l'ora dello svegliarsi; e Marta ai primi tocchi della campana balzava dal suo letticciuolo, accoglieva in cuore buon augurio dalla bellezza del tempo, e acconciatesi addosso le proprie vesti, preparava con amorosa sollecitudine quelle di Riguccio, ammanniva la colazione, e sbrigava quelle faccende, pregando in silenzio per non isvegliare ancora il fratello. Andò due o tre volte a guardarlo, e pareale vago siccome un angioletto: nè lo svegliò se non quando ebbe ogni cosa all'ordine per vestirlo da festa, e dargli da colazione, e menarlo a Firenze. «Andiamo, Riguccio; oggi Iddio deciderà della tua sorte. Raccomandiamoci a Lui; e la mamma, sai? e la mamma pregherà anch'essa per noi. Andiamo a Firenze.»

[Illustrazione: Pag. 110.]