Racconti per giovinetti

Part 5

Chapter 53,947 wordsPublic domain

Le lacrime del vecchio e del giovinetto si unirono insieme: e dopo un lungo sfogo di tenerezza, Don Alonzo esclamò sospirando: «Perchè non è ella viva tua madre? Povera Cristina! Sarebbe questa la più bella ora della sua vita!» Carlo a tali parole si sentì commovere più che mai; e più vivamente gustò la consolazione di avere riacquistato l'affetto di un padre. Quando furono rimasti soli, Don Alonzo appoggiato alle spalle di Carlo andò a porsi a sedere, e si tenne il figliuolo fra le braccia con lo stesso giubbilo col quale era solito accarezzarlo da piccino. Lo guardava fissamente, e vie più se ne compiaceva scorgendo nell'espressione dei suoi lineamenti la contentezza di una coscienza pura, la verecondia dell'età, e le sembianze venerate e care della estinta sua sposa. «Dopo tre anni di separazione, diceva egli, dopo aver tanto sofferto per te....» (a queste parole Carlo si sentì stringere il cuore, e chinò il volto pieno di rossore) «dopo aver corso tanti rischi ne' miei gravi uffici, il ritrovarti meritevole di tutto l'amore di un padre, è una consolazione sovrumana, figliuolo mio! Godiamola tutta, non ci addoloriamo più del passato; cancelliamo ogni memoria funesta. Sì, tu sei il mio Carlo. Oh! non saremo mai più separati.» E così dicendo, fissava i suoi sguardi in un quadro di Murillo[12] che rappresentava il _Figliuol prodigo_ della Scrittura. — «Ma tu non sai, caro padre, disse Carlo, chi ti ha salvato il figliuolo.» — «So tutto: e vedrai se io saprò esser grato al nostro Diego.» — «Oh sì! toglilo, per pietà, toglilo dalla sua misera condizione. Egli era nato per avere un padre come te.» — «E lo avrà.» Carlo gli si buttò al collo, ricoprendolo di carezze.

«Impara, soggiunse Don Alonzo, impara, figlio mio, a rispettar l'indigente che per nostra vergogna è tanto vilipeso tra noi. Vi sono degli uomini inetti che non si degnan considerarlo come loro simile, mentre essi non hanno meritato giammai un grado nella società. Non valutano altro che le ricchezze e i titoli, perchè il debole intelletto e lo stolto orgoglio non si solleva a idee generose. Tu hai avuto in tempo una bella lezione, e spero che tu ne saprai approfittare per sempre. Tu vedi intorno a te le ricchezze; ma ricordati continuamente che a te non appartiene altro che la virtù e il talento di saperle adoperare a vantaggio de' tuoi fratelli, e che la più bella compiacenza dell'uomo facoltoso è quella di sentirsi degno della stima e dell'amore di tutti.» Così quella sera fino a notte avanzata, la passarono in dolce colloquio, fecero dei progetti per Diego, e non si saziarono di stare insieme.

La sera dopo i parenti e gli amici di Don Alonzo andarono in buon numero, e con tutto il fasto dei grandi di Spagna, a visitare l'ambasciatore. Le stanze erano sontuosamente addobbate e illuminate. Tutti si rallegravano coll'ambasciatore di rivederlo in patria, sano e in prospera fortuna, per aver con molta riputazione, e con buon esito compiute le gravi incombenze affidategli dallo Stato. Ma egli ringraziandoli delle loro congratulazioni, andava ripetendo agli amici più confidenti e più stimabili: «Or ora avete a rallegrarvi meco per una fortuna di gran lunga superiore a queste.» Niuno di essi sapeva di qual fortuna egli intendesse parlare, e stavano in molta aspettazione. Quando egli, dopo essersi per alcun tempo separato dalla comitiva, ritornò in mezzo ad essa, conducendo per mano Carlo e Diego col loro abito dell'Ospizio, dicendo ad alta voce: «Ecco, io aveva perduto un figliuolo, e ne ritrovo due: questi è il mio Carlo, e questi è Diego suo amico;» e così dicendo li baciava e gli abbracciava ambedue. A tale scena inaspettata molti cuori si intenerirono, e si alzò un applauso generale di approvazione e di affetto per quel padre virtuoso e per quei buoni giovinetti.

Vi fu non pertanto taluno al quale parve che quell'azione del vecchio ambasciatore e quell'abito del suo figliuolo dovessero oscurare il decoro della famiglia; ma costoro veramente erano di quei cotali cortigiani abietti che giudicano della dignità e del valore di un uomo dal numero dei servi e delle carrozze che ha, dai titoli della famiglia, e massimamente dalla copia e dalla squisitezza delle vivande. Tutti gli uomini di senno goderono di cuore con Don Alonzo della sua felicità, e cercarono di far conoscenza con Diego. Don Alonzo, presentandolo ad essi, narrava come la sua virtù gli avesse indirizzato sulla via dell'onore il figliuolo, e Carlo stesso ne faceva risaltare i meriti. Ma Diego col suo fare un po' rozzo, ma bello perchè sincero ed energico, rispondeva che tutto era dipeso dalle buone disposizioni e dal pentimento di Carlo; che egli non aveva fatto altro che volergli un gran bene, giacchè il cuore di un orfano quando trova corrispondenza ama davvero, ama costantemente.

Finita la conversazione, Diego voleva tornare all'Ospizio; ma era tardi, e non gli sarebbe stato possibile entrarvi. Sicchè dovè restare nella casa del suo amico.

«Forse ti dispiacerebbe, gli diceva Don Alonzo, di abitare con noi, e non più nell'Ospizio? di abbandonare il tuo mestiero, onorato sì, ma faticoso e misero, per istruirti nelle scienze e nelle arti, e per coltivare con ogni mezzo il tuo ingegno? Ecco, tu sei infelice perchè non hai una famiglia; e qui trovi un padre e un fratello. La tua virtù, il servigio grandissimo che tu mi hai reso, aiutando Carlo a perseverare nel suo proposito di correggersi, meritano una ricompensa molto maggiore di quella che io ti offro. Sì, Diego, sì, figliuol mio: Carlo ed io vogliamo oramai tenerti per nostro; tu porterai il nome della mia famiglia, goderai insieme con Carlo delle mie ricchezze; io avrò due sostegni, due difensori nella vecchiaia, e in questo modo mi renderai un beneficio più grande di quello che io ti fo. Sarai sempre compagno fedele del mio Carlo; ed io morrò con la consolazione di non averlo lasciato solo.

«Il Direttore dell'Ospizio ti ha già accordato la libertà. Non manca altro che il tuo consentimento. Rispondi, e seconda i miei desiderj per accrescere la nostra fortuna.» Così dicendo egli teneva le sue braccia sulle spalle di ambedue i giovinetti, e Carlo posando una mano su quella del padre, stringeva con l'altra la destra di Diego, e lo guardava fisso fisso, come per interpetrare i suoi pensieri dall'espressione del volto. Ma Diego immerso a tal discorso in profonda riflessione, teneva la testa chinata sui petto, non corrispondeva alle strette di mano di Carlo, e vi furono alcuni minuti di silenzio prima che proferisse queste parole: — «Che ho io fatto per poter accettare le vostre offerte? Null'altro che il mio dovere. Tutti dobbiamo essere buoni, ed aiutare il nostro simile, e chi lo fa, non ha bisogno di premio; e poi il premio, v'è chi ce lo dà segretamente qua dentro. Ma di qual servigio parliate, io non lo so. Carlo mi chiese amicizia; io mi sentii disposto ad amarlo.... Tu, Carlo, rispondi a questo affetto, e mi consoli tanto col chiamarmi fratello; voi mi volete esser padre; che posso io desiderare di più? O perchè dovrei io abbandonare il mio mestiero, lasciare il nome dei miei poveri genitori, che io non ho conosciuti, ma sono sempre loro figliuolo; che io non vedo, ma so dove sono sepolti e vo a piangere sulla terra che ne ricuopre le ossa? Non potrete voi forse continuare ad amarmi nella mia condizione? Oh! io sento per voi un affetto che non so dire, tanto egli è tenero e grande; ma sono anche affezionato agli arnesi del mio mestiero, ai compagni che ho lasciato nell'Ospizio, alle speranze che ho per la mia sorte avvenire. Continua ad amarmi, sì Carlo; non potrei vivere senza questa certezza; e voi, Don Alonzo, continuate a chiamarmi figliuolo, perchè alleggerite così l'afflizione di un orfano; ma lasciatemi nella mia condizione oscura e tranquilla. Queste grandezze, lo sento, non sono fatte per me. Finchè avrò salute e voglia di lavorare, avrò tanto che basti per soddisfare a' miei bisogni. Tra un anno il mio principale mi passa _lavorante_; esco dall'Ospizio se voglio, sono liberissimo di me stesso. Non potrei rinunziare a questa speranza, tradire così i miei compagni e gli obblighi che ho contratto nel mio mestiero. Oh! se non mi fossi già incamminato in una professione, potrei chiedervi consiglio ed aiuto; ma or ora sono lavorante, ed ho in mano un'arte che può fare dei passi, e darmi un pane discreto e una buona riputazione.»

Carlo rimase maravigliato a questo discorso. Don Alonzo ne riconobbe la saviezza, ed esaminando con più attenzione i tratti di Diego, si accôrse che egli doveva avere una di quelle anime elevate che si congiungono al vero merito, si accorse che il volerlo porre nel grado suo non era un farlo salire ma piuttosto un farlo scendere, giacchè errano molto coloro i quali si argomentano di sollevare a maggiore stato gli uomini ponendoli in mezzo alle pompe o fregiandoli di titoli. Il proprio merito è la vera, la sola dignità che possa mettere l'uomo al di sopra degli altri. Sicchè Don Alonzo rispose tosto:

«Così parla un bravo Spagnolo: Diego, tu sei il mio amico. Fa' dal canto tuo quello che giudichi meglio. Io so cosa apparterrà di fare a me.»

Carlo che aveva poca esperienza degli uomini, ed era tanto persuaso che Diego avrebbe accolto l'occasione di mutare stato, non potè subito indovinare quel che passava per la mente di suo padre, e ne rimase mortificato. Non volle insistere, perchè sapeva quanto Don Alonzo fosse fermo nei suoi proponimenti, e perchè vide ritornare sul volto di Diego la serenità d'un animo contento.

Pur diceva tra sè: «Io non capisco come un meschino artigiano possa ricusare la fortuna di diventare a un tratto ricco signore.» E infatti a molti altri giovanetti abituati a vivere signorilmente, e che non hanno avuto mai occasione di conoscere la condizione di un artigiano onesto e capace, potrebbe questa parere una cosa strana.

Ma siccome Carlo aveva già goduto delle dolci soddisfazioni della vita operosa, così non indugiò molto ad accorgersi che Diego poteva ragionevolmente preferirla a qualunque altra. Infatti non avendo più da darsi tanto moto nella giornata, cominciò a dormire sonni meno profondi, e le morbide materasse del suo letto parato gli facevano spesso desiderare lo strapunto dell'Ospizio.

Benchè avesse già preso ad occuparsi di qualche studio con ordine e buona volontà, pure talvolta una certa malinconia lo tormentava. E riuscivagli gravoso il dovere stare in sussiego alla presenza dei grandi che incontrava, l'udire le adulazioni dei servi o dei protetti di suo padre, l'essere trattato per tutto con complimenti affettati, il doversi sottoporre spesso a noiose cerimonie.

Sapeva bene egli accordare il dovuto rispetto a ciascuno, e si studiava di seguire le buone regole della civiltà; ma queste non bastavano con i grandi, avvezzi a cerimonie ampollose e stucchevoli; ed egli, semplice e schietto, si nauseava di tutti quei modi artificiosi. — Diego intanto, ritornato nell'ospizio, fra' suoi compagni, al suo telaio, continuava a vivere tranquillamente, e non si era pentito del suo rifiuto.

Carlo andava spesso a visitarlo tanto nell'Ospizio che a bottega; e quivi ritrovava tutta la ingenua letizia, si godeva la dolce domestichezza degli onesti artigiani, la loro sincera affezione, la semplicità e la franchezza delle loro maniere.

Diego poi qualche volta visitava Don Alonzo, e in specie le domeniche si tratteneva con Carlo a continuare il suo studio dei principj di geometria. Questi in poco tempo, aiutato da un maestro, riacquistò le cognizioni dimenticate in quella scienza, e così poteva ripeterle a Diego che vi aveva presa una passione grandissima. Una volta Don Alonzo assisteva a una di queste lezioni. Arrivati a mezzo, nasce una difficoltà; e Carlo non sa più andare avanti.

Diego, quasichè non accortosi del suo imbarazzo, pare immerso in profonda meditazione.

Don Alonzo, come uomo molto istruito, avrebbe saputo levare la difficoltà, quantunque non fosse delle più leggiere; ma accortosi che l'ingegno di Diego tentava di superarla con le proprie forze, fe' cenno a Carlo di tacere, e aspettò. Infatti Diego non tardò a far conoscere sorridendo che aveva trovato la soluzione del problema, e si pose ad aiutare Carlo ad intenderlo. Lo scolaro era divenuto maestro. Così fu d'allora in poi; e allorchè Don Alonzo, che teneva dietro con gran premura ai progressi di Diego, propose lo studio della meccanica, allora sì che l'ingegno dell'orfano si manifestò veramente straordinario.

Appena conosciuto l'effetto e le proprietà delle macchine elementari, Diego seppe intendere l'artifizio delle più complicate, immaginarne delle nuove e applicarle ai lavori del suo mestiere.

Bisognava proprio dire che la natura lo avesse fatto nascere per i progressi di quella manifattura. Intanto Don Alonzo, unitamente al principale di Diego, provvedeva in segreto ai modi adattati a coltivare un ingegno che poteva riuscire utilissimo al suo paese.

Era già trascorso un anno, e Diego doveva passar lavorante. Nel medesimo giorno nel quale un anno fa il garzoncello preferiva alle ricchezze e ai piaceri di una vita signorile la speranza di esser fatto lavorante, Don Alonzo e Carlo andarono a trovarlo nel lanificio, e insieme col suo principale lo condussero fuori. Arrivati in una delle primarie strade di Madrid, si fermarono di faccia ad un edifizio costruito di nuovo, e che aveva l'aspetto di una fabbrica per la manifattura della lana. Don Alonzo cavò fuori le chiavi dello stabile, e vi introdusse la comitiva. Era esso spazioso, elegante senza fasto, corredato di tutti gli arnesi della manifattura i più perfezionati, come telai, incannatoi, cardi ec., e provveduto di tutti i comodi immaginabili. V'era un vasto magazzino ripieno delle lane più pregiate che dar potessero i merini di Spagna; una buona quantità di acque sorgenti, un vasto cortile, un comodo scrittoio. Dopo aver tutto visitato minutamente, e riconosciuti i pregi di quella officina, formata come per incanto, Don Alonzo disse: «Questo è un bel corpo, come vedete: ma gli manca l'anima.»

Tutti guardarono Diego; e Carlo che aveva già indovinato il pensiero del padre, correndo all'amico e abbracciandolo, esclamò: «Eccola qui, eccola qui l'anima che ci vuole.» — «Così è, Diego mio, soggiunse Don Alonzo; oggi il tuo principale ti fa lavorante, e sei libero di te. Ecco la tua officina, egli ti sarà compagno ed aiuto; scegli fra i tuoi amici dell'Ospizio i lavoranti e i garzoni dei quali avrai bisogno per la tua manifattura. Carlo sarà il tuo ministro, il tuo segretario: io ho già messo a tua disposizione una somma che ti servirà di capitale; e tutti i miei greggi di merini son tuoi. Ecco qui un contratto col quale sei dichiarato perpetuamente possessore dell'edifizio, delle macchine, dei merini e del capitale.

«Prendine il possesso, lavora e prospera. Spero che oggi non mi risponderai come un anno fa.» — «No, uomo generoso, riprese egli baciandogli la mano con un trasporto di riconoscenza, io non ricuso i vostri benefizi; avete secondato la mia inclinazione; saprò approfittarmi degli aiuti che mi porgete, ma permettete che io gli accetti come imprestito, e non come dono. Questo edifizio, questi oggetti, il capitale, ogni cosa sia vostra per ora; io voglio acquistare tutto ciò coi miei guadagni. E se un giorno potrò dire, come spero, che tutto è frutto dei miei sudori, allora il vostro sarà vero benefizio, allora io mi compiacerò d'averlo meritato. Se non mi accordaste questa grazia, io sarei costretto a ricusare di nuovo le vostre offerte generose.» — «Ebbene, rispose Don Alonzo, sia fatto come tu vuoi. Io ti ammiro sempre più, e non mi vergogno a confessare che sei più savio di me. Rispetto l'indipendenza dell'ingegno, e convengo che è meglio che tu ti adoperi con le tue proprie forze a venire in miglior condizione. Hai ragione, i ricchi non debbono donare, ma somministrare al povero i modi perchè lavori, e così acquisti prospero stato con la propria industria. È vero tuttavia che io non aveva intenzione di soverchiarti, ma solamente mi muoveva ad operare così il molto desiderio che ho di farti conoscere la mia gratitudine, e di rendere giustizia alla tua virtù.» — «E a me parrebbe di essere troppo ingrato se non riconoscessi queste buone intenzioni. Perdonatemi: io mi son sentito costretto a parlare in quel modo da un interno sentimento che non saprei come spiegare.» Tanto Don Alonzo che il principale convennero di nuovo che Diego aveva ragione, e che andava lasciato libero di fare in quella maniera.

Carlo non intese alla prima la ragionevolezza di quelle riflessioni; trasportato con ardore dal suo affetto per Diego, avrebbe voluto dargli tutto se stesso, avrebbe barattato condizione; ma poi si avvide che appunto questo suo desiderio di trovarsi nella condizione di Diego piuttosto che nella sua, veniva anche dal vederlo incamminato ad una professione conforme alle sue inclinazioni e alla sua capacità, e dal conoscerlo tanto pieno di saviezza per sapersi regolare nelle diverse occorrenze. Voleva esser Diego, perchè Diego ne' suoi diciotto anni era già uomo fatto per abilità e per senno.

Qui fermiamoci, e godiamo nell'immaginare come Carlo sapesse usar bene della sua fortuna, e come Diego divenisse abilissimo e facoltoso principale di fabbrica, e potesse adoperare l'ingegno per il bene della patria.

VII.

Il Dottor Paolo.

Era d'inverno, un sabato sera alle 9; la nebbia sollevatasi dalla neve, perchè il tempo era dolce, ricopriva la campagna. Una buona e povera vedova, dopo essere stata in città a riportare il lavoro fatto e a cercarne dell'altro per la settimana, tornava al suo villaggio distante circa due miglia.

Il lampione del tabernacolo mandava in mezzo ai fitti vapori una luce fosca e sanguigna che non illuminava la via, e faceva all'occhio parer più cupe le tenebre. Ad ogni passo i piedi della Maddalena entravano in una pozza d'acqua mescolata alla neve, che più qua e più là ne impediva lo scolo. Povera donna! per aspettare in città la sua mercede e il lavoro nuovo le era convenuto far tardi, pigliarsi tutto quell'umido, e quel che è peggio pagare il pedaggio della porta e del ponte. Ma era tanto paziente che per la strada non le uscì di bocca nè anche un lamento; e arrivata al tabernacolo del suo villaggio, vi si inginocchiò, secondo il solito, a ringraziare il Signore d'averle accordato il campamento per un'altra settimana. Nell'inginocchiarsi andò per posare il fagotto del lavoro sul muricciolo; ma sentì che v'era roba, e udì un gemito sommesso. Da prima ebbe ribrezzo e paura; ma poi fattasi animo, perchè si accorse che quello era il gemito d'una creatura, tastò lemme lemme, e sotto le mani si trovò il viso e il corpicciuolo d'un fanciullino involto alla peggio in pochi stracci. Non pensando ad altro, se lo raccolse pietosamente in grembo, entrò in casa senza aver trovato un'anima per istrada, lo adagiò al buio sul letto e accese subito il lume per guardarlo. Ohimè! che lacrimevole spettacolo era quello! Figuratevi un bambino di tre anni, smunto, rattrappito dalla rachitide, aggranchiato dal freddo, con la testa e il corpo tutto ricoperto di croste e di bolle dalle quali gemeva una marcia fetente, gli occhi serrati da una cispa grossa e risecchita come la colla, le sopracciglia aggrinzite pel continuo dolore, e appena visibili, la bocca bollosa e ancora in atto di piangere. A quella vista la Maddalena giunse le mani guardando il cielo, ed esclamando: Maria Vergine! Poi le caddero le braccia come in segno di scoraggimento, e restò immobile a considerare quella creatura sì meschina. Ma quanto più le apparve tribolata e schifosa, tanto più le crebbe la compassione e l'affetto, e si fece cuore; poi s'inchinò sopra lui per sentire il debole respiro che mandava; gli tastò il polso, e assicuratasi che era vivo, accese il fuoco per riscaldare dell'acqua, perchè pensò che avrebbe fatto bene a lavarlo, e che l'acqua calda lo avrebbe meglio liberato dal freddo. Quindi gli preparò una pappina, mise il fuoco nel letto, e cercò fra le sue robicciole di che ricoprirlo un po' meglio. Dopo che lo ebbe nutricato con qualche boccone di pappa, di che egli aveva gran bisogno, lo mise a letto, e gli si pose accanto a far delle fila per medicarlo. Si provò allora a domandargli qualche cosa; ma il fanciullo non rispondeva. Solamente al nome di mamma o di babbo dava segno di piangere; ma quel pianto che non poteva essere sfogato, che non trovava libera uscita dagli occhi, lo faceva diventare paonazzo in que' pochi posti del viso dove la carne rimaneva scoperta dalle croste. La Maddalena allora stette zitta: le scoppiava il cuore; ma non lasciava di affaccendarsegli intorno per custodirlo. Finalmente le parve che si addormentasse, e se ne consolò. Ma a lei non venne neppur l'idea di dormire. Tutta quella notte la passò vegliando accanto al malato e continuando a preparargli ogni sorta di aiuti. Appena fatto giorno, mentre il bambino ancora dormiva, la Maddalena andò a chiamare il medico, ed avvertire il parroco di aver trovato quel fanciullo. Le malattie cutanee[13] prodotte in esso dallo stento e dal sudiciume, erano parecchie, e avevano preso tanto piede che il medico si sgomentò. Eppure egli era un brav'uomo; ma in quel paese mancavano i mezzi di studiare quelle malattie, ed egli non sapeva dove si metter le mani. Tuttavia ordinò una ricetta, e lasciò la Maddalena in gran dubbio sulla vita del disgraziato bambino. Il solo spediente che potesse dare qualche speranza era quello di assisterlo continuamente, di tenerlo con pulitezza scrupolosa, e di nettarlo ogni momento dalle marcie. Insomma ci voleva una persona che non avesse altro che fare. In quanto al parroco egli non potè, nè per congetture nè per ricerche fatte, ritrovare i genitori o i parenti di quella misera creatura. Che poteva ella fare la Maddalena povera, sola, e nella necessità di lavorare indefessamente per guadagnarsi il pane? Ma non le dava il cuore di abbandonare quel povero piccino in uno spedale, come le era stato consigliato di fare, perchè sapeva pur troppo che sarebbe stato lo stesso che mandarlo alla sepoltura. Anch'essa era stata madre un giorno, e aveva conosciuto per prova quanto a un bambino siano necessarie le cure di una madre, o di qualcheduno che lo ami con un cuore di madre. Oh! la se lo rammentava sempre il suo Paolo.

[Illustrazione: Pag. 64.]

Ell'era nel fiore della gioventù, godeva di tutte le gioje di un matrimonio felice: ogni sua dolcezza, ogni suo pensiero erano il marito ed il figlio. Oh Dio! il vajolo le rapì questo, ed una terribile epidemia la privò crudelmente di quello. Per l'assistenza fatta al marito e poi ad altri meschini colpiti dalla stessa epidemia, per lo sfinimento che sentiva dal non cibarsi bene e dal non aver dormito per tanto tempo, per la perdita di tutte le forze, non ostante la sua fresca età di venticinque anni, la credeva di dovere andar presto a ricongiungersi alle due anime che l'avevano lasciata quaggiù; ma il Cielo avea disposto altrimenti; e la Maddalena, quasi per prodigio, scampò dall'epidemia, e vinse i patimenti del dolore e dello strapazzo. Rassegnata alla sua sorte, si pose a lavorare, a condurre una vita ritirata e tranquilla, senza speranza e senza timori, serbando la memoria dei suoi cari e il dolore di averli così presto perduti.

Ora eccola tornata ad esser madre per adozione, perchè gl'infelici hanno bisogno di amare sommamente chi quanto loro o più di loro è infelice. «Sì, esclamò dopo aver contemplato per un pezzo l'orfanello, il Signore mi levò il mio, ed ora mi affida quello di un'altra madre che sarà morta, poverina! o che per la troppa miseria non lo potrà rilevare. Andiamo, piccino mio, tu piglierai il posto ed il nome del mio Paolo; ti amerò quanto quello al quale io posi questo nome in terra, e che ora si chiamerà Angiolo in Cielo. Quelle forze che Iddio mi avea dato per allevar lui, le impiegherò tutte per te.»