Part 22
Che divario dalla signora padrona d'un tempo! Eppure la Teresa la chiamava sempre padrona e certamente con più affetto di prima. Io pensai che per quelle due donne ci volesse non poca virtù in simile incontro per non comparire nè stoltamente orgogliose del passato lustro, nè vilmente umiliate dalla povertà che le angustiava. Infatti io credo che una delle cose più difficili per l'uomo sia quella di saper mantenere la propria dignità nei mutamenti della fortuna. I beni, i favori di questa vanno e vengono; ma l'animo deve essere superiore ai suoi capricci. Noi nasciamo nudi ed eguali; i nostri sentimenti non si devono formare sulla diversa qualità delle vesti che ci ricuoprono. Le ricchezze sono desiderabili e utili finchè danno modo a chi le ha di far del bene; ma non lo differenziano dagli altri, se non che per le azioni. E poi anche i poveri sono capaci senza di esse di far del bene agli altri. Quel contadino che ci soccorse, che ci ospitò, che, anco senza riconoscerla, recò servizio a quella signora che era stata sua padrona, ne è prova. E quanti esempi di generose azioni non si vedono dare tutto giorno da coloro che vanno coperti delle vesti del povero! Chi più pronto di essi a mettere a repentaglio la propria vita, che per lo più è il loro solo patrimonio, per salvar quella di chi si sia?
La carrozza era stata rimessa in bilico sulle sue quattro ruote, e i cavalli, povere bestie, aspettavano prima di muoversi che fosse di nuovo carica del nostro peso; e quello del pingue, era da metterli a prova! Se non che egli aveva poca voglia di tornare a chiudersi in quel pericoloso bugigattolo ambulante. Strada facendo ci venne alle orecchie, portato dagli sbuffi del venticello della sera, un dolce suono di lieta musica, e fra gli alberi di una collinetta vedevamo brillare alcune faci che avremmo prese per lucciole se fosse stato di luglio. Lassù risiedeva la villa appartenuta un tempo alla contessa. I nuovi padroni avevano apparecchiato la festa di ballo e la cena sontuosa, l'orchestra accordava gli strumenti, e il giardino incominciava ad essere illuminato. Così all'arrivo della contessa, quand'ella era padrona del luogo, soleva il giardino risplendere di mille faci, e le vispe contadinelle recando mazzi e ghirlande di fiori andavano incontro alla padrona, e la salutavano con giulivi canti. Il grasso narrava queste cose per averle udite magnificare dai suoi compagni, e conosceva i nuovi proprietari e ne vantava la splendidezza. Quindi gli parve miglior consiglio fare una tappa alla villa, che proseguire il viaggio col rischio di trabaltare un'altra volta. La paura e il travaglio l'avevano spossato. Il vetturino lo lasciava andare purchè gli pagasse il prezzo pattuito per tutto il viaggio. Ma colui non volle, dicendo di aver pagato per andare a Firenze, non per ritrovarsi in una fossa. La contesa fu breve; perchè quegli s'incamminò alla villa, e il vetturino salì a cassetta brontolando, e sfogandosi con irose frustate ai poveri cavalli che non avevano colpa nell'accaduto. Io fui invitato dalla signora a sedermi in carrozza, giacchè v'era posto, e accettai la gentile offerta. Il contadino non volle alcuna ricompensa, nè potè riconoscere la contessa perchè questa aveva il viso coperto dal velo, e già era buio. Nondimeno ei rimase fermo sulla strada e col cappello in mano, finchè non avemmo fatto qualche cento di passi. La moglie gli avrà poi palesato chi fosse quella signora; e allora gli sarà sembrato atto d'orgoglio il non essersi ella da se medesima data a conoscere a lui? ovvero sentimento di discretezza per non affliggerlo con la ricordanza, del suo impoverimento? Io per me posso asserire che non mi parve di scorgere in quella signora ombra d'orgoglio, ma sì molta dignità nella sua disgrazia: e la figliuola, ingenua, gracile, bella, modesta, ritraeva in tutto dalla madre. Esse ignoravano che io avessi saputo qualche cosa dei loro fatti dall'incognito di Pontedera. Quando furono in carrozza m'accorsi che avevano fino allora fatto un grande sforzo e molto sofferto per reprimere la loro commozione. Stavano taciturne: ma i loro sguardi scambievoli dicevano più assai delle parole, e la madre capì che v'era bisogno di far coraggio alla figliuola, perchè questa non lasciasse sgorgare dagli occhi le lacrime del pianto interiore, e le fece questo coraggio stringendole la mano e sorridendo, come chi si rallegra con taluno che sia scampato di fresco da qualche pericolo.
Il giovine che era in nostra compagnia ci lasciò quando fummo giunti a Empoli. Esso aveva barattato con noi poche parole sul fatto della trabaltatura, sfogandosi a dir male del vetturino e raccontando altre simili avventure.
Poichè ci trovammo in tre, e l'oscurità della notte non ci permetteva di scorgere le fertili campagne, le colline coperte di boscaglie, l'Arno chiuso nelle strette della Gonfolina, i villaggi e le castella che fanno popolose le sue sponde, la signora attaccò discorso con me, e senza mostrare curiosità indiscreta dell'esser mio mi diede animo di palesarle lo scopo del mio viaggio. Allora dovè conoscere anch'ella quella certa somiglianza che passava tra i nostri casi, e mi dimostrò molta benevolenza, e si compiacque a sentirmi noverare le virtù di mia madre. Io mi figuravo di descrivere intanto le sue, e ne ebbi certezza piena dal volto della fanciulla. Bisogna proprio dire che quando un figliuolo parla con amore e con riconoscenza di colei che gli ha dato la vita e l'educazione, e' diviene eloquente. Le donne rimasero infatti molto commosse dalle mie parole, e noi ci ritrovammo senza accorgercene alla porta di Firenze.
Costì v'era un vecchio che pareva aspettasse da lungo tempo. Venne alla carrozza, e mentre i gabellieri frugavano il mio fagottino e la valigia delle donne, il vecchio fece loro tante affettuose feste ch'io non so dire; ed esse con tenerissima gratitudine le contraccambiavano. Io non udii il colloquio animato che ebbero tra loro, e dopo del quale il vecchio entrò tutto consolato in carrozza. Ma seppi dipoi che egli era stato fin da ragazzo a servizio del conte; che per le disgrazie della famiglia cagionate dai vizi di quel marito libertino, il buon vecchio aveva perduto il pane; e avrebbe dovuto mettersi a chiedere l'elemosina, se non avesse avuto un nipote amoroso che lo ricoverò subito, e prese ad assisterlo. Allora lo zio potè industriarsi col mestiero del sarto, che aveva imparato ed esercitato per sè e pei padroni nelle ore di riposo del suo servizio, e gli riuscì di metter su casa e bottega. Egli aveva saputo ora della gita della contessa a Firenze, era venuto a incontrarla alla porta, e l'aveva aspettata fino a tardi per pregarla ad accettare ospitalità nella sua casetta, dove già erale preparata una buona e pulita stanza.
Ripensando io a ciò che mi era intravvenuto di sapere e vedere in quel mio viaggetto, ne trassi questa semplice riflessione: che cioè il male è mescolato col bene; che bisogna saper sostenere quello e approfittarsi di questo e andar sempre innanzi col coraggio della speranza. Non mi spaventarono dunque i sinistri prognostici del ciarlone di Pontedera, e mi proposi di aver fiducia nel procuratore al quale il signor Damiano mi aveva raccomandato. Perchè poi non mi accadesse d'esser punito, come a Pisa, della smania di veder subito la famosa cattedrale di Firenze, almeno di fuori e al lume di luna, mi feci accompagnare dal vetturino a una locanda, ma non di quelle ove concorrono i viaggiatori facoltosi. E appena fui solo nella mia camera, volli, innanzi d'andare a letto, scrivere di me a mia madre; a questo mi consigliava l'amor filiale che aveva bisogno di sfogo da tanto tempo, e anche il proverbio: Chi ha tempo non aspetti tempo; del quale, miei cari nipoti, vi raccomando aver sempre memoria. La lettera fu lunga; e soltanto dopo averla scritta, potei fare una bella dormita.
XIV.
La Tentazione.
Essendomi recato un giorno nello studio d'un giovine pittore mio amico, lo trovai a disegnare una testa di moribondo, tenendo a modello un accattone, tanto rifinito dagli stenti della povertà, che davvero il suo volto pareva quello di un uomo in agonia.
Poichè il pittore uscì fuori a procacciarsi non so che, ed io rimasi in compagnia dell'accattone, egli stesso rammaricandosi meco dello stato deplorabile in cui si trovava mi diede animo a domandargli per qual trafila di disgrazie e di errori si fosse ridotto a così mal partito. «Ah!» risposemi egli sospirando, «la sarebbe troppo lunga la storia delle mie disgrazie; ma vi racconterò solamente che cosa m'intravvenne da ragazzo, perchè se forse non avessi dato retta allora ad una certa tentazione, chi sa? non mi ritroverei da tanto tempo a questi ferri.
«Mio padre, buon'anima, ch'era il fiore dei galantuomini, lavorava un podere alle due miglia fuori di città. Mi tirava su con gli altri figliuoli maggiori di me per aiutarlo nelle faccende; mi dava sempre dei buoni avvertimenti, e mi voleva un bene dell'anima, perchè, non fo questo per dire, ma i' ero sottomesso e obbediente, e il lavoro mi garbava. Un giorno, agli ultimi di aprile, viene da me tutto allegro, e mi dà un panieretto di fichi primaticci che a forza d'industria gli era riuscito di far maturare sul pedale dopo gli stridori d'una rigida invernata. — Va', e portagli subito al palazzo — mi dice, — il padrone non se l'aspetta davvero unguanno questa delizia. S'i' non andassi zoppo (s'era ferito un piede col pennato), glieli vorrei consegnare da me. — Ed io piglio il paniere, e vo via. Arrivato alla porta, ecco subito addosso i gabellini; scopro il paniere, e quelli restano a bocca aperta a vedere i be' fichi quando nessuno se li sognava; poi vengono gli stradieri, le ambulanze, i soldati, le spie; mi domandano che e come, e quanto n'avrei fatto pagar la voglia a chi avesse avuto l'estro di comperarli; e chi me ne leva di sotto uno, chi due.... Alla fine liberandomi a mala pena da quel parapiglia: — Non li vendo, li porto al padrone, risposi. — Dagli retta! — gridò allora un di costoro — e' vuol far altro che portarli al padrone; gli avrebbe del grullo. Anderà in mercato, lui! e buscherà quanto vuole. — Io non ne potevo più dalla stizza; ravviai i fichi rimasti e le foglie che li coprivano, e volevo rizzar su baracca; ma come si fa con tanti e tutti d'accordo? Mi chetai, e mi feci una ragione, che di quelle scenate ne avevo viste più volte. Intanto dalla porta al palazzo c'era un bel tratto, e delle triste parole del tentatore non ne avevo lasciata cascar una: un po' me l'ebbi a male, un po' ci risi sopra; ma sempre mi ribollivano; rallentai il glasso, stetti un pezzo in tra due ruminando la tentazione, e quasi senza volere, mi trovai fuor di strada nella dirittura del mercato. Vidi un fruttaiolo di quei più grossi, e allora feci come la volpe al pollaio; entrai quatto quatto in bottega, e mostrai i fichi; in quattr'e quattr'otto fu concluso il negozio. — Me li pagò un testone[34]. Povero me! non avessi mai ingannato mio padre in quel modo! Non l'avessi mai presa quella moneta! Avrò avuto quattordici anni; ma era la prima volta che io mi trovavo in tasca tanti quattrini: mio padre non era uomo da lasciarmi mancar nulla, ma danari non me ne dava; e che cosa avrei dovuto farmene dei danari? Quella moneta mi parve un tizzo di fuoco; mi pentii, ma troppo tardi. Tornando indietro mi pareva di vagellare come un briaco, e d'aver perso inclusive il lume degli occhi. Mi venne anche l'ispirazione di confessare ogni cosa a mio padre, ma poi non mi diede l'animo di farlo. In quella vece studiai le scuse, una peggio dell'altra, e mi preparai a spiattellare una bugia, l'andasse come l'andasse. Mio padre, pover uomo, che mi teneva per un _santificetur_, quando gli ebbi detto che i fichi gli aveva avuti il cuoco del padrone, non mi domandò altro e non badò che mi fossero salite le fiamme del rossore fin sopra gli occhi.
Venne la domenica; dopo vespro mi accompagnai con tre o quattro dei più bighelloni del popolo. Se non avessi avuto il testone non l'avrei fatto, perchè sapevo che con loro non si faceva di noccioli: o il giuoco o la bettola. Ma disgraziatamente m'era subito entrata addosso una certa smania di provare che gusto ci fosse a bazzicar l'osteria. Detto fatto: sull'imbrunire, un passo chiama l'altro, c'entrammo. Nel popolo accosto a noi v'era stata una gran festa, e l'osteria era piena. Pareva la casa del diavolo: chi ha bociato vuol bere: e il vino li faceva bociare dell'altro, ma non più salmi o litanie: erano discorsacci da sfrontati, risa smascellate, mormorazioni, bestemmie da farmi raccapriccire. Se fossi stato solo, me ne sarei andato nell'atto; ma i compagni mi tirarono dietro in un orticello, e fecero venire il fiasco; uno si levò di tasca le carte, e cominciarono a succhiellare. Io che non avevo giocato mai, stetti prima a vedere. Un poco dopo mi venne a noia, ed avevo addosso la tremerella che mio padre non mi cercasse. I' avevo proprio fatto conto d'andarmene alla chetichella, tutto pentito della scappata, quand'uno dei giuocatori ebbe che dire con gli altri: si presero a parole; dalle parole vennero subito ai fatti, e si fecero del male; accorse l'oste, accorsero i famigli, ed io che volevo scappare fui arrestato il primo sull'uscio. Per farla più spicciativa, mi toccò a comparire al tribunale, e andare in carcere e alla seduta. Mi ritrovai con gente che aveva fatto d'ogni erba un fascio; e vidi e seppi cose che mi messero una malizia da farmi divenire malvagio. Un delitto addosso me lo sentivo pur troppo, e la coscienza mi rimordeva, ma fui punito per l'appunto di quello che non avevo commesso. Pensate il dolore di mio padre! Peggiorò della ferita nel piede, gli fece cancrena, e morì. Il padrone che aveva saputo ogni cosa, fece dire a' miei fratelli che mi mettessero fuori di casa pigliando invece un garzone, o che lasciassero addirittura il podere, perchè non voleva più aver che fare con gente poco fidata nè con discoli. Detto fatto; e mi toccò andare a gironi, perchè non ebbi faccia di accostarmi ai poderi del vicinato. Imbattei male, e alla fine de' conti mi ridussi per disperazione a ingaggiarmi fra' coloniali[35]. Allora sì che non ebbi carestia di cattivi esempi! e attaccandomi sempre al peggio diventai proprio uno scellerato. Finito il tempo del servizio mi ritrovai senza salute e senza voglia di lavorare.... Ho toccato la carcere dell'altre volte.... Ora lo vedete da voi com'i' son ridotto. Piango sempre i miei peccati, ma troppo tardi; e quando mi ricordo di quelle triste parole del tentatore.... Basta.... Io non dovevo dar retta alla prima tentazione. Tocca a Dio a giudicare di queste cose.» E chinando la testa sul petto, con un fremito misto d'ira e d'affanno, ghermì il lembo della sua logora gabbanella per asciugarsi le lacrime e per nascondersi la faccia.
INDICE
_La presunzione di sapere_ Pag. 7 _Fiducia nella Provvidenza_ » 15 _La buona e la cattiva compagnia_ » 18 _La buona figliuola_ » 29 _Il buon esempio_ » 42 _La vera beneficenza_ » 53 _Il dottor Paolo_ » 63 _La ricompensa_ » 86 _I Racconti della Milla_ » 100 _Riguccio_ » 104 _L'amico sin dall'infanzia_ » 164 _Giovanni Fantoni e il suo calzolaio_ » 176 _La mala prevenzione_ » 185 _Il primo viaggio di un giovinetto_ » 206 _La tentazione_ » 254
NOTE:
[1] _Botanica_, Quella parte della storia naturale che tratta delle piante. (EDITORE.)
[2] _Erborare_, Andar cercando qua o là erbe, per istudio. (EDIT.)
[3] _Nomenclatura_, Denominazione, e Raccolta ordinata di nomi. (EDITORE.)
[4] _Erbario_, Raccolta di piante, o Libro in cui sono descritte. (EDIT.)
[5] _Dissezione_, Incisione, Taglio. (EDITORE.)
[6] _Petali_, _Stami_, _Pistilli_, _Ovarj_, organi de' fiori delle piante. (EDITORE.)
[7] _Fisiologia_, Parte delle scienze naturali che tratta delle funzioni de' varii organi de' corpi. (EDITORE.)
[8] _Metodo_, Ordine, disposizione delle materie da trattare, modo di esporle. (EDITORE.)
[9] _Filetto_ è una specie di giuoco; si chiama _Filetto_ anche il foglio o il legno ove sono segnati il quadrato e le diagonali sulle quali si fa esso giuoco. (EDITORE.)
[10] _È fuori del tiro del Maestro_, è quanto dire: _Il Maestro_ non può vederlo. (EDITORE.)
[11] Quando io pubblicai la prima volta questa notizia, le cose andavano presso a poco nello stesso modo che il Parroco lasciò scritto: la Luisa quantunque povera non aveva sempre bisogno d'andar mendicando soccorsi; ma la carità dei vicini alleggeriva talvolta le sue angustie. Sopraggiunse anche la carità dei lontani; e mi sia permesso di ricordare, a consolazione dei buoni, che appunto la lettura di queste pagine impietosì verso la Luisa alcune persone che non conoscevano la sua virtù nè le sue disgrazie. Una signora, a me ignota, fu la prima a chiedermi il nome e la patria della Luisa; e dandone esempio ad altre, le fece, con ogni gentile riguardo, pervenire opportuni soccorsi per molto tempo.
[12] Il più famoso pittore della Spagna; nato a Siviglia, il primo Gennaio 1618, e morto il 3 Aprile 1682. Fu scolare di Velasquez.
[13] Vuol dire «malattie della pelle:» viene da cute, nome che i medici danno alla pelle.
[14] _Sotto_, vale Presso; tutta la frase poi come se dicesse: _presso alle porte_. (L'EDITORE.)
[15] Così il popolo per _canonico_. (L'EDITORE.)
[16] _Far pepino_, dicono nelle scuole il riunire in gruppo le punte di tutte le dita e pararle ai colpi del maestro. (L'EDITORE.)
[17] Lorenzo Bartolini de' più grandi scultori de' nostri giorni rapito all'arte il 20 Gennaio 1850. (L'EDITORE.)
[18] Pietro de' Medici occupò spesse volte Michelangiolo a fare statue di neve!
[19] M. Simone da Fiesole fu mediocre scultore. Dovendo scolpire la statua d'un gigante ebbe un gran blocco di bel marmo; cominciò a sbozzarlo male, e l'opera non andò avanti. Michelangiolo chiese al Comune quel masso; gli fu concesso, e ne cavò il bellissimo David di Piazza, rizzato l'anno 1504 e trentesimo dell'età di Michelangiolo.
[20] Il pontefice Clemente VII de' Medici.
[21] Michelangiolo fu chiamato nel 1503 a Roma dal Papa Giulio II che gli ordinò per sè una magnifica sepoltura ornata di molte statue. Fra quelle una rappresenta Mosè, ed è giudicata il capolavoro di scultura di Michelangiolo.
[22] Camposanto di Firenze.
[23] Il 6 Maggio 1527 seguì il saccheggio di Roma fatto dagl'imperiali sotto il comando del Contestabile Carlo di Borbone, traditore di Francesco I re di Francia, e generale di Carlo V imperatore di Germania.
[24] Clemente VII.
[25] Terza cacciata de' Medici.
[26] 24 Ottobre 1529.
[27] _Costare un pezzo di pane_, vale Costare pochissimo. (L'EDITORE.)
[28] Più comunemente conosciuto sotto il nome di Labindo, poeta arcade.
[29] _Prigione._ (L'EDITORE.)
[30] È stata costruita, non è molto, una diga in mezzo allo stagno che va diritto da Orbetello all'Argentario, e serve intanto di sostegno a un acquedotto.
[31] I deputati a riscuotere le gabelle alle porte della città. (L'EDITORE.)
[32] Ora Corso Vittorio. (L'EDITORE.)
[33] Fatto rosso come un peperone. (L'EDITORE.)
[34] Moneta toscana del valore d'una lira e centesimi sessantotto. (L'EDITORE.)
[35] _Coloniali_, così si chiamarono in Toscana alcune soldatesche raccolte in gran parte di giovani scapestrati. (L'EDITORE.)
CATALOGO DELLE EDIZIONI DI R. BEMPORAD & FIGLIO
CESSIONARI DI FELICE PAGGI
BIBLIOTECA SCOLASTICA
SILLABARI
=AZZI= (Carlo) e =BENEDETTI= (Scipione). — =Sillabario per i Fanciulli=, con la pronunzia, corretto e aumentato L. — 50 =BACCINI= (Ida). — =Sillabario= per la prima classe elementare, notevolmente modificato secondo gli ultimi programmi governativi — 10 =COSTETTI BIAGI= (Emilia). — =Nuovo Sillabario.= — Libro di testo per le scuole elementari del Comune di Firenze. Nuova edizione notevolmente modificata, con 100 illustrazioni di E. Mazzanti — 50 =Sillabario per le scuole elementari d'Italia= — 10 =SIRI= (Emilia). — =Metodo per insegnare a leggere=, ossia =Il Sillabario= — 50 —— =Metodo per insegnare a Leggere la Lingua Francese ai fanciulli italiani= 1 — =THOUAR= (Pietro). — =Sillabario Graduale per avviamento alle Letture Graduali=, secondo il metodo dell'illustre _R. Lambruschini_ — 40
GRAMMATICHE, ISTITUZIONI RETORICHE, ANTOLOGIE, CRESTOMAZIE, EC.