Part 21
Io mi allontanavo tutto sconfortato da quel luogo, allorchè mi abbattei a vedere allo scalo due barcaruoli che si contendevano a chi dovesse condurre un passeggiere. Il più giovine diceva all'altro: «Io son venuto prima di voi, e sono stato chiamato: dunque uscite di qui e non mi levate il guadagno. Non è vero, signore, volgendosi al passeggiere, non ha chiamato me?» — «Non posso negarlo,» rispose quegli. Allora l'altro barcaruolo che era vecchio, abbassò il capo con segno di mestizia, e si mosse in silenzio per allontanarsi. «Ma no, riprese il giovine staccandosi dalla riva con una vigorosa remata, buscatela voi questa mancia; voi siete vecchio e avete famiglia, e oggi c'è scarsità di passeggieri. Io son solo e giovine; posso aspettare.» E se ne andò via lesto canterellando a guisa di spensierato, e allegro, secondo me, per aver fatto una buona azione. Anche il vecchio mi parve intenerito, e lo ringraziò come potè da lontano, mentre l'avventore scendeva nella sua barca. Questo fatto valse a dissipare in parte la mestizia che dalla vista dei galeotti m'era venuta addosso.
Il banchiere che io cercavo non era in Livorno. Alla risposta secca secca che mi fu data: «È partito,» io non seppi fare altro che andarmene alquanto confuso. Avrei potuto chiedere d'alcuno della sua famiglia, del suo ministro di banco; mostrare la lettera aperta che m'era stata data per lui.... Ma insomma io feci lo stolido, perchè non avevo antiveduto il caso di non trovarlo; e fors'anco per la sorpresa che a me, non avvezzo a vedere mercanti, banchieri e molta gente affaccendata, recarono le varie persone che andavano e venivano da quel banco, e la gran quantità di monete che erano schierate sopra un tavolone nella stanza del banchiere. Certo che in quel luogo nessuno mi aspettava, nessuno poteva badare a me, non sapendo chi io mi fossi, nè da chi raccomandato, nè perchè in cerca del banchiere. Toccava a me a chiedere che altri invece sua potesse leggere la commendatizia del signor Damiano, e darmi quelle istruzioni di cui avevo bisogno per continuare il viaggio.
Io sapevo soltanto che avrei fatto bene a sollecitarmi e a spender poco. Trovai in piazza alcuni vetturini che offrivano posti in carrozza per Pisa, per Firenze e per altri luoghi, annunziando d'esser pronti a partire. Io per approfittarmi della occasione, fissai subito con uno di essi per salire a cassetta e spendere il meno che fosse possibile. Ma, aspetta, aspetta, il vetturino, con una scusa o con l'altra, mi teneva a bada. Non era vero che la sua carrozza fosse già piena: ed egli indugiava per trovare altri passeggieri. Allora io mi tenni sciolto dall'impegno, mi feci insegnare la porta di dove bisognava muovere per Firenze, e mi proposi di camminare a piedi finchè non mi fossi stancato.
Alla porta i gabellini[31] mi fermarono per fiutare i poveri panni del mio fardelletto, e mi fecero molte interrogazioni, e d'onde venivo, e dove andavo, e a che fare.... Alle quali risposi francamente, perchè io non ero nè uno sfaccendato nè un profugo, non senza peraltro maravigliarmi che coloro volessero o dovessero sapere a puntino i fatti miei.
Allora mi diedi a battere di passo lesto la strada maestra, dilettandomi assai di guardare la pianura, le case, i monti lontani, i campi coltivati, che quanto più io m'allontanavo da Livorno, tanto più floridi e ameni mi comparivano. E più mi rallegrò la vendemmia. M'accompagnai con un contadino che recava le bigoncie cariche d'uva; due o tre fanciulli lo seguivano facendo il chiasso. Il buon uomo vedendomi piuttosto accaldato dal camminare e molestato dalla polvere, mi offerse alcuni grappoli d'uva. Io accettai volentieri il donativo, e fu proprio opportuno. Così festeggiavo anch'io la vendemmia, e mi crescevano le forze per arrivare prima della notte a Pisa.
Strada facendo vedemmo venire contro a noi di galoppo un cavallo focoso attaccato al calesse e guidato da un giovine, come suol dirsi, sgargiante. Il contadino tirò da parte il carro, e chiamò a sè i fanciulli; anch'io corsi a prendere per la mano il più piccino; eravamo già tutti riparati; ma il giovine non badando a noi, e seguitando a correre a rompicollo, ci strinse addosso il calesse con tanta furia che a mala pena io mi potei salvare saltando nel fosso insieme col fanciullino. Allora suo padre, dopo avermi ringraziato con molto affetto, d'essermi preso cura del suo figliuolo, lanciò veementi querele contro quel giovine, e mi narrò che era un cattivo soggetto, che aveva dato noja e fatto del male a molti, che per la smania di spassarsi coi cavalli e di spendere alle feste e alle osterie co' suoi compagnacci, s'era ridotto povero, e lasciava languire nella miseria sua madre vecchia, vedova e malata; tutti in quei contorni avevano da lagnarsi di lui; e il contadino finì con dirmi: «Quello sciagurato anderà prima o poi nelle mani della giustizia, e la sua povera madre ad accattare.» Poi si accomiatò voltando il carro nella viottola della sua casa.
Contuttochè io fossi addolorato dal pensiero di quella madre infelice, non potei liberarmi da un sentimento d'amor proprio ponendomi a confronto col giovine dissipatore. Che differenza passa tra me e lui! io diceva. Egli per godere, impoverisce la madre e l'abbandona; io per ispender meno vo a piedi, mi contento di mangiar pane e di bevere acqua, e via discorrendo. Manco male che invece d'inorgoglirmi di quello che in sostanza altro non era che un adempimento del mio dovere, mi trovai anzi vie più animato a far di tutto per riuscire utile a mia madre e per mostrarle il grande amore che nutrivo per lei
Entrai in Pisa sul far della notte. Questa città, quasi disabitata, mi cagionò da prima una certa malinconia, in specie ripensando a Livorno che nella sua Darsena e nella Via Grande[32], è così gremito di gente. Ma, quant'è bello, veramente maestoso il Lungarno pisano! Più volte avevo udito celebrare la Cattedrale, il Campanile pendente, il Camposanto: e benchè fossi stanco e quasi affamato, mi feci insegnare la via che conduce a quei monumenti, e strada facendo mangiai un pezzo di pane comprato dal primo fornaio che vidi, e bevvi a una fonte. Essendo già sera, la Cattedrale, il Camposanto e il Battistero erano chiusi. Mi contentai di contemplarne l'esterno, girandovi attorno più d'una volta: ed essendomi aggrappato ai cancelli di ferro del Camposanto, potei abbastanza vederlo anco dentro, perchè la luna illuminava il bellissimo porticato. La solitudine e il silenzio di quella vasta piazza appartata dal rimanente della città, la grandezza maestosa degli edifizi, ed erano i primi che io vedessi, m'esaltarono tanto che non trovavo il verso d'allontanarmene. Anzi mi posi a sedere sulla soglia della porta di mezzo del Duomo; e allorchè, dopo aver guardato a bell'agio il Battistero che mi rimaneva di faccia, volli alzarmi per andar via, le congiunture indebolite e indolenzite dalla stanchezza non volevano più obbedire. Allora mi adagiai: appoggiai il capo sul mio fardelletto, e il sonno mi prese con tanta forza che quella volta mi fu impossibile di resistere. Io avevo già fatto una buona dormita quando una voce roca e una percossa di bastone mi svegliarono all'improvviso. Aprendo gli occhi rimasi abbagliato dalla luce di una lanterna, senza poter vedere chi fosse colui che me la cacciava sotto il naso. Sulle prime credei di sognare; poi un po' di paura, il freddo della notte che m'aveva intirizzite le membra, il dolore della bastonata, la roca voce che tornava a domandare: «Chi siete voi? Che cosa fate qui?» e una mano robusta che mi ghermì il braccio furono bastanti a persuadermi che io dovevo essere sveglio. Alle ripetute interrogazioni risposi: «Fate prima sapere a me chi vi ha dato autorità di svegliarmi col bastone, di chiedermi il nome, di sapere i fatti miei, di tenermi così stretto....» — «Meno discorsi! io sono la pulizia in persona.» — «Me ne rallegro tanto, ma i vostri modi, e questa lanterna affumicata, mi danno poca aria di pulizia.» — «Qui non si scherza. Avanti! (e vidi comparire altri due uomini che come il primo avevano il bastone e le sciabole alla cintura) bisognerà condurre in arresto questo mariuolo!» I due uomini mi presero per le braccia con maggior furia dell'altro; io credevo che volessero troncarmele. Intanto il loro caporale s'impadronì del mio fardello. «Adagio! esclamai allora con risolutezza. Io sono un ragazzo onesto; quella è roba mia; dormivo qui per non spendere alla locanda, e perchè questa bella piazza mi piace più d'una camera. Vi darò altri schiarimenti se siete proprio la polizia; ma in nome di una signora così rispettabile, lasciatemi libero. Come potete voi pretendere che uno dica le sue ragioni con le braccia legate?» — «Queste son ciarle; voi non m'infinocchiate. Avanti, avanti; dal Commissario: lì il gastigamatti ti farà rispondere a tono, monello! Eh! tu vorresti fare il dottore: ma noi....» E per farla breve breve, costoro mi condussero in una stanzuccia terrena, puzzolente, dov'erano alcuni altri dei loro compagni, parte addormentati, parte a giuocare fumando e bevendo. Io rimasi più stordito che impaurito, immobile e silenzioso; senza curarmi dei sospetti ingiuriosi che essi facevano sul conto mio, e solo tenendo continuamente d'occhio il fagottino dei miei poveri panni. Venne la mattina, e coloro mi condussero, come dicevano, al Commissariato, tenendomi, al solito, per le braccia, passando in mezzo alla gente che mi guardava maravigliata e con ribrezzo, come se fossi stato un malfattore. Io peraltro camminavo franco e a testa alta, perchè certo non mi pareva delitto l'essermi addormentato di notte sopra la soglia del Duomo. Eppure mi toccò a sentirmi dire dietro le spalle: — Vedete quella birba con che sfacciataggine se ne va in mezzo ai birri! — Cospetto! pareva dunque che il mio delitto consistesse nel trovarmi in mezzo ai birri! che la loro compagnia soltanto mi facesse colpevole! Ma avrei potuto rispondere a chi mi giudicava con tanto rigore, che io non l'avevo davvero nè desiderata nè accettata volentieri quella spiacevole compagnia! Dopo lungo aspettare nell'anticamera del Commissario, i birri furono introdotti meco al suo cospetto e gli narrarono come e dove e quando mi avessero trovato, e che io non aveva voluto render loro ragione dell'esser mio. Il Commissario era vecchio, burbero, vestito di nero, e se ne stava seduto sopra una poltroncina ricoperta di pelle, davanti a un tavolone pieno di scartafacci, con la corda di un campanello tra le mani. Credo che al mio arrivo si mettesse anco maggiormente in sul serio; e: «Così presto, esclamò, voi vi trovate sulla strada della galera?» Questo brutto saluto mi spiegò in parte il mistero, e dubitai subito che coloro m'avessero preso per un ladroncello. Allora vidi che bisognava usare molta prudenza, perchè l'equivoco non avesse a farmi perdere il tempo a danno di mia madre. Chiesi con buon garbo, ma francamente, perchè la coscienza m'assicurava, che i birri posassero sul tavolone i miei panni, e mi lasciassero solo col signor Commissario, essendo io pronto a dire i fatti miei, ma all'autorità superiore, non ai subalterni. Prima il Commissario mi guardò sorpreso, interrompendo la faccenda col soffiarsi il naso; poi diede un colpo sul tavolino facendo traballare la scatola del tabacco che era lì semiaperta; e poi ordinò ai birri d'allontanarsi. «O sentiamo, aggiunse quando fummo restati soli, sentiamo che cosa hai da dirmi con tanta franchezza.» E quasi che egli temesse qualche insolenza, pose in tirare la corda del campanello, a guisa della sentinella che imposta il fucile contro chi fa mostra di accostarsi per aggredirla. Io allora mi posi a spiegargli pacatamente l'esser mio, il perchè del viaggio e dell'essermi addormentato di notte sulla soglia del Duomo, e gli mostrai le lettere che avevo, e gli apersi il fardello dei panni dov'erano un giubbino usato che stava bene al mio dosso, e le camicie segnate della mia cifra, tutti riscontri che confermavano a puntino la verità delle mie parole. Avrete visto l'acqua allorchè bolle nella pentola: se il soffietto non mantiene acceso il fuoco movendo l'aria, i tizzoni si cuoprono di cenere e si spengono, il bollore a poco a poco cessa, l'acqua si ferma, si raffredda.... Così il Commissario: dopo il primo impeto che era dipeso dal credermi qualche mariuolo matricolato, incominciò a calmarsi gradatamente alle mie parole, rallentò la corda del campanello, raccolse, senza guardarmi sospettoso, il tabacco versato, servendosi di uno zampetto d'agnello; e baloccandosi ora con lo zampetto ora con la penna, alla fine mi disse che potevo andarmene, ma che non mi esponessi più a farmi arrestare dai birri scegliendo per letto la soglia di una chiesa. Io peraltro gli domandavo perchè coloro mi avessero subito creduto colpevole. Egli non volle rispondermi altro che avevo fatto male a lasciarmi sorprendere dal sonno in quel luogo; e ordinò che mi lasciassero andare, dicendo che non aveva tempo da perdere coi ragazzi.
[Illustrazione: Pag. 243.]
Il mio primo e solo pensiero fu allora quello di andarmene prestamente da Pisa; e incontrando qualche vettura che mi pareva indirizzata per la via di Firenze, mi posi a guardare se fossevi posto per me a cassetta. Tra i vetturini riconobbi quello che mi aveva promesso di condurmi via da Livorno: mi feci vedere, ed egli stesso mostrò di ricordarsi di me, e m'interrogò se avessi voluto andare a Firenze. Ora che vi vedo colle briglie in mano, risposi, posso credere che partiate subito. Salii a cassetta, fissai il prezzo, e i cavalli si mossero.
Fin allora il tempo era stato buono; ma presto incominciò a rannuvolarsi e poi a piovere, e l'acqua mi bagnava dal capo ai piedi, nè io potevo scorgere la campagna perchè era tutta ricoperta dalla nebbia. Intanto fra i compagni di viaggio che erano in carrozza nacque un contrasto curioso. Un giovine incominciò a lagnarsi col vetturino che i cavalli andavano troppo adagio; disse che aveva furia, e promise al vetturino grossa mancia se si fosse affrettato. Ma v'era un grassone il quale al contrario si raccomandava perchè i cavalli camminassero lentamente; diceva d'aver contrattato il posto a quel patto; essere necessaria molta cautela con bestie irragionevoli e in carrozza sconquassata; e senza voler confessare d'aver molta paura, ne mostrava tanta da fargli vergogna. I posti di dietro erano occupati da due donne, l'una giovine e l'altra attempata: la somiglianza ed altri indizj davano a conoscere che fossero madre e figliuola. In quella contesa stavano silenziose, imparziali, impassibili: anzi la figliuola s'addormentò, e mi parve che sua madre l'avesse caro, perchè il vetturino bestemmiava, infastidito dalla pioggia e dalle querele dei due contendenti che ogni poco si sentivano gridare dal fondo della carrozza: «Presto! poltrone! Non ti darò nulla di buona mano se tu mi servi così male! Già se tu fossi qualche cosa di buono tu non faresti il vetturino!....» ovvero: «Adagio! Discrezione! Le mie povere spalle! ci romperemo il collo! Come sto male in questo luogo! Ogni scossa mi fa patire; or ora do di stomaco! Vuoi tu obbedirmi? Pago anch'io! Che razza di gente! senza carità del prossimo!...» E veramente quel piato continuo era noiosissimo, mentre poi il vetturino mandava i cavalli del solito passo senza dar retta nè all'uno nè all'altro. Sicchè io m'immaginavo che tal molestia dovesse durare sino a Firenze; ma quella signora, fosse accortezza o caso, trovò il verso di far chetare almeno il grassone, dicendogli con molta gentilezza: «Se a lei fa male stare in quel posto, io le posso cedere il mio;» e accompagnò l'offerta con l'atto di alzarsi. Ed egli accettò subito, si sdraiò nel posto di dietro accanto alla fanciulla e non aperse più bocca. Pareva che tutte le sue querele fossero state rivolte a ottener quel favore senza chiederlo.
La pioggia continuava. Quella signora che nell'alzarsi m'avea visto a cassetta, abbassò un poco il cristallo per offerirmi il suo ombrello, dicendo che se m'avesse veduto prima avrebbe chiesto agli altri il permesso di farmi entrare in carrozza. Io la ringraziai, perchè la pioggia non era poi tanta da cagionarmi molto incomodo, e pareva che fosse per cessare. Infatti un po' di sole si scorgeva di mezzo alle nuvole diradate, e presto comparve l'iride; e io tutto intento a guardare la campagna, non pensai più nè al fradicio che avevo addosso nè ai viaggiatori. Pareva che la pioggia avesse fatto rinverdire la terra, e le goccie tremolanti sui cespugli delle siepi si dipingevano al sole di vari colori fulgidissimi. I contadini tornavano sui campi al lavoro, gli animali a pascolare o a sollazzarsi; e la brezza fresca ispirava lieta vivacità nell'animo e invigoriva le membra.
Giungemmo a Ponte d'Era sull'ora di desinare. I miei compagni di viaggio entrarono in un albergo; io saziai l'appetito con poca spesa secondo il solito, e passeggiando lungo una stradella ombrata e solitaria. Nello scendere di carrozza, tanto io che le signore che stavano dentro fummo salutati da un tale che io non conoscevo. Costui mi ricomparve innanzi nella stradella, mi fece di berretta, e mi domandò: «Come sta di salute la signora contessa?»
— «La signora contessa? Non capisco.» — «O lei signoria non è il figliuolo di quella signora che ho salutato dianzi?» — «No.» — «Oh scusi. E non sa chi la sia?» — «Nemmeno.» — «A dire! poveretta! Quella signora, lo vede, è una contessa, niente meno. Il suo marito e lei erano ricchi sfondati, e avevano giù di qui due fattorie, fior di poderi. Il conte, giovane vanesio, senza giudizio, sciupò tutto il suo patrimonio, la dote della moglie, si ridusse al verde, e poi se l'è battuta fallito marcio, e non si sa dove sia. Ora, povera signora, l'ha appena da campare; prima l'andava in una bella carrozza, ora in vettura; prima un visibilio di servitori, cameriere, gioie, feste.... e ora servirsi da sè! Che rovesci in questo mondo! E io.... anch'io son rimasto canzonato da quella birba del suo marito. Ho un credito di qualche cento di lire.... Ma sì! bisogna farli persi. Sono andato in tribunale, ho speso.... Tutti gettati. Guai a chi ha che fare coi procuratori e coi tribunali!»
Se io non avessi mostrato premura di tornare alla locanda per non rimanere a piedi, il facile parlatore mi avrebbe narrato tutti i fatti suoi e degli altri. Ci volle proprio il chioccare della frusta del vetturino perchè io mi potessi togliere da quell'incontro.
Giunsi alla vettura mentre i miei compagni di viaggio rimontavano dentro: il grassone fu il primo e prese subito, senza far complimenti, il posto che gli era stato ceduto dalla contessa. La fanciulla peraltro pregò la madre a starsene di dietro invece sua; e così continuammo il viaggio. A me parve ora che la cortesia usata dalla contessa a colui fosse anche più meritoria, considerando che era stata avvezza a tutti i suoi comodi. La disgrazia intravvenutale mi commoveva molto, e forse maggior mestizia venivami dal pensare a quella giovinetta nata nelle agiatezze, e così presto caduta senza sua colpa nella miseria. Le nostre vicende si rassomigliavano molto, e ciò valeva ad accrescere la mia simpatia per la madre e per la figliuola. Anzi mi figurai che la disgrazia dovesse essere stata per loro assai più dolorosa che per mia madre e per me. La cagione era ben diversa. Mio padre non aveva commesso azioni che lo disonorassero, mentre il conte aveva rovinato se stesso e la famiglia per effetto di mali portamenti. La colpa era tutta sua, è vero, ma gli uomini sogliono disgraziatamente confondere spesso l'innocente col reo, e forse la contessa e la sua figliuola potevano ritrovarsi a sopportare umiliazioni non meritate.
Tra questi pensieri suscitati dal racconto dell'incognito mi tornò alla memoria anche ciò che egli aveva detto dei procuratori e dei tribunali, e del guaio d'aver che fare con essi. Io che sapevo d'esser raccomandato a un procuratore pel caso che fosse necessario invocare l'aiuto della legge per far riconoscere i diritti di mia madre, quei diritti che erano ormai la nostra principale speranza, rimasi molto sconfortato. Ma infine dovei rassegnarmi con la solita canzone: — Vedremo; sarà quel che sarà. — intanto due dei compagni di viaggio parevano addormentati: il grassone, cioè, di sicuro, perchè russava da sentirlo in distanza di molti passi; il giovine poi mi dava a credere d'aver imitato quello, perchè non si udiva più sgridare il vetturino della troppa lentezza. E questi, a dir vero, lasciava andare i cavalli a bell'agio, tantochè anch'egli fu preso dal sonno; ed io ero per isvegliarlo, quando mi trovai precipitato nel fondo di un fosso, col vetturino sopra la mia persona, e sopra di noi la carrozza trabaltata e la testa del grasso penzoloni dallo sportello, e strepitante in sì disperato modo che pareva fosse in mezzo al fuoco; ei ricopriva con le sue urla i gridi delle signore, le bestemmie del vetturino e quelle del giovine.
Per buona sorte i cavalli si fermarono appena che la macchina che si traevano dietro non potè più rotolare sui terreno. In mezzo allo strepito e allo scompiglio mi riuscì di scaturire dalla fossa, e di mettermi davanti ai cavalli finchè non ebbe potuto venir fuori anche il vetturino per staccarli. Un bifolco accorse a noi; aprimmo lo sportello rimasto per aria, e aiutammo il giovine a saltar giù; poi la contessa e la sua figliuola. Esse erano un po' turbate, ma assai meno di quello che io mi fossi immaginato, nè si dolevano d'altro che di leggiere contusioni. Ardua impresa fu quella di scarcerare il grassone. Ei s'era ostinato a voler uscire per di sotto nella fossa, ma il suo corpo madornale non poteva passare dalla sola apertura del cristallo, ed era rimasto a contrasto senza potersi muovere nè in su nè in giù; sbuffava e gemeva e urlava da far compassione alle pietre. Aveva le mani e la faccia imbrodolate di fango, e gridava misericordia perchè si sentiva soffocare. Ci vollero gli sforzi riuniti di tutti; e soltanto dopo una fatica di mezz'ora, adoperando scale, funi e bastoni, potemmo tirarlo su pei piedi che era più morto che vivo, dalla paura peraltro e dal continuo strepitare che aveva fatto. Le sue membra erano affatto illese, benchè fosse cosa orribile a guardarlo da quanto lo deturpavano il fango e gli occhi stralunati e il naso impeperonito[33] e la bocca ansimante lorda di bava e di melletta.
Nel tempo che il vetturino rialzava e racconciava la carrozza andammo tutti nella casa del bifolco che era accorso a darci aiuto. Il suo invito fu tanto cortese, con poche ma franche e sincere parole, che non indugiammo ad accettarlo; ei ci offriva non solo ricovero per aspettare di poter riprendere il viaggio, ma anche il rinfresco se ne avessimo avuto bisogno; rinfresco, com'ei diceva, da povera gente, ma condito da buon cuore.
Quando ci ebbe condotti in casa, tornò subito via por chiamare la sua donna che era nel campo, e per tornare in soccorso del vetturino. In quella sollecitudine il buon uomo non ci aveva nemmeno guardati bene in viso; ma questo potè fare la sua moglie, garbata e amorosa quanto lui. Io mi accorsi che rimase alquanto sorpresa dall'aspetto della signora; poi si fece animo e le si accostò dandole una sedia, e con parole tronche le fece capire che le pareva di conoscerla.... Allora la contessa, con festosa e benevola accoglienza le disse: «No, cara Teresa, non vi siete ingannata.» E la Teresa tutta commossa fino alle lacrime voleva baciarle la mano, inchinarsele.... La contessa non lo permise, le strinse la destra, la ringraziò della memoria affettuosa che serbava di lei, e si pose tranquillamente a discorrere della trabaltatura e d'altre cose di minor conto. Ma vidi bene che la contessa e la sua figliuola erano anche più commosse della Teresa, benchè cercassero di nasconderlo. Quel podere un tempo, ed altri all'intorno e la prossima villa, facevano parte delle ricchezze del conte. Tutto era stato venduto pei creditori. Quella famiglia colonica aveva visto la contessa nei giorni lieti quando il fasto la circondava....