Part 19
L'oste rimase un poco impermalito allorchè, tornando a dirmi che il medico non poteva venir subito, si accorse dalla sola presenza del signor Damiano che noi non avremmo più avuto bisogno del suo magnifico albergo; e a dir vero anch'io rimasi afflitto per lui, ma più assai per l'indugio del medico. Il disappunto dell'oste potè essere, almeno in parte, rimediato facilmente col pagargli, come feci, l'alloggio di un giorno e il costo di quella cena che egli mi disse d'averci provvista e quasimente allestita. Quanto al medico io mi feci animo a dire al signor Damiano, dopo che la mamma fu salita nel suo calesse e mentre noi la seguivamo a piedi: «Io mi approfitterò della sua bontà verso di noi per dirle che la mia povera madre ha bisogno più che altro di un medico.» — «Pareva anche a me che la soffrisse più di quello che non mi sarei immaginato, e perciò ho voluto che il mio figliuolo venisse a prenderla col calesse. Ora subito, lasci fare, vado io....» — «L'ho già mandato a chiamar per l'oste; ma dice che ora non può....» — «Eh! che discorsi! non risponderà così a me. Vada col calesse, e non dubiti.» — Ciò detto s'incamminò sollecitamente per una stradella traversa; e, non senza mia sorpresa, quando fummo arrivati alla sua abitazione (il cavallo andava di passo ed era costretto a serpeggiare a motivo delle buche profonde e frequenti in quella strada che pareva il letto d'un torrente) io lo vidi raggiungerci in compagnia d'un'altra persona; e al gesto ch'ei mi fece quando ci riunimmo per dar di braccio a mia madre, potei capire che il suo compagno era il medico. Seppi di poi, ma per caso, che quel signor dottore, buona persona quanto al resto, era tanto viziato nel giuoco della tavola-reale, che spesso per non lasciare a mezzo la partita non rispondeva alle chiamate dei malati con quella sollecitudine che il suo dovere avrebbe voluto. Se per altro l'invito gli veniva da un benestante e non da un povero, allora lasciava subito il giuoco ancorchè fosse in vincita.... E qui sta il peggio; perchè tanto il povero che il ricco devono essere soccorsi con la stessa prontezza.
Scesero ad incontrarci la moglie del signor Damiano con due fanciulle, che erano le sue figliuole, e una donna che le precedeva col lume; e fummo accolti da quella buona famiglia come se fossimo stati propriamente di casa. Per lo che io mi sentii cotanto sollevato da dimenticare quasi affatto i disagi del viaggio.
Anche mia madre parve un poco riavuta; ma era uno sforzo, poveretta, uno sforzo ch'ella faceva per corrispondere alle amorevolezze dei nostri ospiti. Ma il signor Damiano procurò accortamente che le prime accoglienze fossero brevi.
Fummo condotti dalla sua moglie nella camera destinata a mia madre; e nel tempo che la donna di servizio preparava il letto, il medico venne a fare la sua visita. Dopo l'esame de' polsi giudicò che mia madre avesse la febbre. A questa parola per noi così tremenda, io mi turbai subito, e non potei reprimere un sospiro doloroso: ma il medico, il quale si accorse di tutto, soggiunse subito: «Badiamo, non trovo indizi di febbre pericolosa; questa mi pare semplice alterazione momentanea, cagionata da debolezza e dallo strapazzo del viaggio.... Il letto caldo, i senapismi, qualche ristorativo leggiero la faranno migliorar presto. Al più al più io dubiterei d'una costipazione che il riguardo scioglierà facilmente. La signora deve stare di buon animo e riposarsi: il riposo, il riposo farà meglio di tutto. Qui ella è come in casa sua. Noialtri maremmani, lo sa, formiamo tutti una famiglia. Dunque entri in letto, beva qualche sudorifero, e più tardi, se sarà sveglia, tornerò a visitarla; se no, domattina; e poi, a qualunque ora, son qui vicino ai suoi comandi.»
Se io dovessi narrarvi tutte le attenzioni che fin d'allora furono fatte a mia madre dall'egregia famiglia del signor Damiano e dal medico, scriverei un capitolo sterminato. Vollero che io mi refocillassi cenando alla loro tavola, e inghiottii qualche boccone più per compiacenza che per bisogno che ne sentissi. Mi destinarono una cameretta accanto a quella di mia madre; e la moglie del signor Damiano s'accingeva a vegliare nella stanza contigua per farle da infermiera.
Non dirò che questo fosse troppo quanto alla padrona di casa, perchè mia madre nella medesima congiuntura avrebbe fatto lo stesso; ma io conobbi bene che la ne sarebbe rimasta mortificata e fors'anche impensierita, dubitando che il suo male fosse maggiore di quello che il medico aveva detto. Dunque io posi arditamente in campo questa ragione, e la signora Beatrice ne restò persuasa; e quando fu fatto tutto ciò che il medico aveva ordinato e parve che la mamma incominciasse a chiudere gli occhi al sonno, io rimasi solo con lei, dopo aver dovuto promettere peraltro di chiamare pel più leggiero motivo.
— E va' a riposarti anche tu, mi disse allora la mamma. Io non ho bisogno d'altro, sto meglio; anche tu sei stracco, hai sofferto. Approfittiamoci del soccorso di questi buoni amici, mandatoci proprio dalla Provvidenza. Ah! che cosa sarebbe se io mi ammalassi!
— No, mamma, non sarà nulla. Questa non è malattia. Un poco di ritardo nel viaggio; ci vorrà pazienza.
— Ma fuori di casa!... Oh! Giulio, tu sei la mia consolazione! ma infelice così presto! Ramingo in così tenera età! Io non posso far nulla per te.... — E con queste ed altre parole di grande afflizione si sfogava ad abbracciarmi e a baciarmi, bagnandomi il volto con le sue lacrime. Io come meglio potei, mi diedi a confortarla e a mostrarmi pieno di coraggio e di buone speranze. Di queste peraltro non ne avevo alcuna, e del coraggio ben poco; ma le mie parole qualche effetto produssero per calmarla; e poi conobbi, e in seguito ebbi occasione di convincermene, che a forza di figurarsi d'averne, il coraggio viene e va crescendo a proporzione del bisogno. La temerità è pregiudicevole, ma una certa fiducia nelle nostre forze ci vuole, e giova molto.
Quel libero sfogo al dolore fece sì che mia madre potesse infine addormentarsi; ed io piano piano mi collocai a sedere sopra una poltrona a piè del letto, standomi celato dietro le cortine e sforzandomi a respingere il sonno. E questa invero fu impresa difficile più che non mi sarei aspettato. Non avevo mai fatto nottate, ero stracco, indolenzito anch'io dal baroccio: dopo due ore di resistenza penosa m'incominciò a dolere il capo e a venire freddo. Nondimeno, a costo di qualunque patimento, io la vinsi, e non chiusi mai gli occhi. Per buona sorte fu inutile quanto alla mamma, perchè dormì bene per tre o quatr'ore, e nel rimanente della nottata non ebbe bisogno d'assistenza. Quanto a me poi, essendomi posto a pensare, ora seduto ora in piedi, a' casi nostri, che è il migliore espediente per vincere il sonno, ricavai dalla veglia molto vantaggio; e quella lunga meditazione mi premunì forse contro qualche futura inconsideratezza giovanile.
Benchè la mamma non fosse gravemente malata, pure il medico annunziò che la guarigione sarebbe stata assai lenta, e non volle udir parlare di viaggio. Quello già fatto, comunque breve, l'aveva posta in un gran rischio, e le forze per continuarlo, secondo lui, non le potevano ritornare che tra un mese. Quest'indugio accorava mia madre; ma il signor Damiano trovò nuovi argomenti e invigorì quelli del medico per esortarla a sospenderlo quanto occorreva e per mettere un po' in quiete il suo animo.
Il signor Damiano era stato amico di mio padre, e ben conosceva il nostro stato. Offerse dunque la sua intromissione. Come non poteva ella essere accettata? Fu deciso intanto di scrivere a Firenze ai parenti della mamma; ma a due o tre lettere scritte da lei medesima non giunse risposta. Allora il signor Damiano chiese notizie ad un suo amico, e da questo potemmo ricavare che appunto in quei giorni era morta una vecchia zia di mia madre. Questa donna le aveva sempre voluto bene, ed era stata sola a non disapprovare la partenza della nipote in compagnia del marito sventurato. Essa era piuttosto facoltosa, e mia madre avrebbe avuto diritto a ereditare una parte dei suoi averi. Ecco dunque una forte ragione per sollecitare il nostro viaggio; ma non conveniva mettere a repentaglio la salute di mia madre.
Mentre essa e il signor Damiano andavano ricercando quale fosse il miglior partito da prendere, mi venne la ispirazione di metter bocca, dicendo: «Se andassi io a Firenze potrei far nulla di buono?» — «Anzi, disse subito il signor Damiano, Giulio è franco, è avveduto, io credo che sarebbe capacissimo; lo raccomanderei a questo mio amico.... senz'altro mi sembra cosa fattibile....» Io guardava mia madre; e vidi subito che in lei combattevano, com'era naturale, due opposti pensieri: il desiderio di darmi un segno di fiducia col permettere che io ponessi a prova in questo frangente la mia capacità, e il dolore di doverci separare per molti giorni e di vedermi esposto così solo e giovinetto ai rischi d'un lungo viaggio. L'affetto e la trepidanza di una tenera madre prevalsero in principio a tutte le riflessioni; ma poi si lasciarono vincere dalla speranza che questo tentativo potesse in conclusione essere più utile a me che a lei, col somministrarmi gli aiuti dei quali io avevo bisogno. Essa non manifestò chiaramente questo pensiero, ma io lo lessi nel suo animo e nei suoi sguardi. Fu stabilito dunque che io mi sarei incamminato quanto prima per Firenze; e il signor Damiano prese sopra di sè ogni cura perchè la mia gita avesse buon esito.
La mamma peraltro non seppe che io dovevo andarvi per mare; il suo timore si sarebbe troppo accresciuto. Il signor Damiano, che sapeva essere nel porto S. Stefano una nave preparata a portare un carico di legname da costruzione a Livorno, giudicò che per quella via mi sarei potuto sollecitare maggiormente; ed essendo egli amico del capitano, mi dava così un compagno fidato fino a Livorno.
Innanzi di narrarvi la mia prima spedizione marittima, concedete che un viaggiatore in erba vi parli alquanto del luogo dov'ei si trovava quando fu preso il partito per lui memorabile d'esporlo a un viaggio di più che cento miglia sul mare.
Orbetello è una piccola città che risiede in mezzo a uno stagno marino. Lo stagno è chiuso da due anguste lingue di terra che si prolungano in mare e si congiungono al Monte Argentario; il quale senza di esse sarebbe isola; ma essendo così riunito alla terraferma, si può chiamare piuttosto penisola o promontorio. Una terza lingua si parte dalla terraferma tramezzo alle due laterali, ma non si prolunga fino all'Argentario; e sulla sua estremità è fabbricata Orbetello[30].
Lo stagno è salso e poco profondo, e vi si fa abbondante pesca d'anguille e di muggini. Orbetello è anche fortezza; e le sue mura antichissime sono dei tempi dei popoli Etruschi, composte d'enormi pietre commesse senza cemento. Il clima è dei meno insalubri del territorio maremmano, e la sua temperatura è mite a segno che vi nascono e molto si propagano alcune piante crasse dei caldi paesi affricani, come l'agave e l'aloe; gradevole è vederle mescolate ai pini e far da siepe agli orticelli.
Una mattina, prima della mia partenza, il figliuolo del signor Damiano volle condurmi a visitare il Monte Argentario, di sulla cima del quale si scorge una magnifica veduta di mare con le isolette di Giannutri, del Giglio, di Montecristo, della Pianosa e l'isola dell'Elba ch'è la maggiore dell'Arcipelago toscano. Il monte è vestito di macchie; si trovano alle sue falde alcune grotte spaziose piene di bellissime stallattiti. Scendendo alla costa si trova tra il mezzodì e il levante l'antico porto denominato Port'Ercole, che è quasi affatto in abbandono da lungo tempo, perchè inservibile alle grosse navi a motivo dei suoi interramenti. Nel lato opposto rivolto a settentrione è Porto S. Stefano; e questo nella sua piccolezza giova a quel po' di commercio che gli abitanti fanno; è frequentato da molte barche, ed ha buoni marinari. Per me che venivo da Montalto, povero e squallido paese, e che non avevo veduto altri luoghi, questi dei quali vi parlo avevano già molte attrattive; ma non sono da mettersi in confronto con le terre più popolose e più coltivate, e con le coste marittime dove ha principal sede il commercio. Se ne eccettuate la selvatica bellezza, che più non si può ritrovare in vicinanza delle grandi città, nè laddove l'industria instancabile dell'uomo toglie il naturale aspetto a tutte le cose e in mille modi le trasforma, quei paesi sono malinconici, perchè fa compassione vedervi pochi abitanti, per lo più poveri e malati e sudici e pieni d'ignoranza e di pregiudizi; casucce in rovina; terre incolte; uomini indolenti come se fossero scoraggiti; è penuria insomma di tutto ciò che si trova in un popolo quando è prosperante e incivilito. Poche sono le famiglie, che, come quella del signor Damiano, mostrano agiatezza, educazione, operosità e qualche cultura d'intelletto. Da queste alle altre passa una differenza sproporzionata, come se fossero poche piante rigogliose sparse qua e là in un campo di triboli arsi dal sole o di cespugli marciti sul margine di putride pozze. Io non potevo fare allora le riflessioni di chi ha esperienza degli ordinamenti sociali; ma ben mi rammento che mi fece molta specie vedere, soprattutto in Orbetello e nei pochi villaggi circonvicini, i fanciulli e i ragazzi starsene tutto il giorno strasciconi per le strade, giuocare, abbaruffarsi; e poi sentir fare le maraviglie allorchè domandai se vi erano scuole. Ho veduto molti altri luoghi più remoti e in apparenza più sterili di quelli, ove per altro la popolazione è meno miserabile, meno oziosa, meno sofferente. E perchè? in grazia dell'amore al lavoro, dell'industria e dell'istruzione procacciata ai ragazzi e nella scuola e nelle officine. A queste cose non può provvedere il povero da se stesso, ma ci pensano i benestanti, quelli che amministrano il patrimonio del Comune, essendo tra i loro principali doveri quello di soccorrere la popolazione, affinchè possa educarsi, istruirsi, e prosperare con l'industria. Mi parve adunque che i benestanti e i magistrati della Comunità d'Orbetello abbandonassero addirittura tutto il rimanente della popolazione alla sua ignoranza e alla sua miseria, come se quei meschini non fossero stati loro fratelli, come se migliorando la loro condizione non ne fosse poi venuto molto vantaggio anche ad essi. Ma io parlo di molti anni fa. Ora potrebbe darsi che le cose anche in quel paese andassero meglio, come meglio vanno in alcuni altri luoghi.
Fui condotto a vedere le vestigia dell'antica Ansedonia già città degli Etruschi. Sono sulla costa di terraferma, in cima ad un poggio, presso la più larga di quelle due lingue di terra che rinchiudono lo stagno. Trovansi una parte delle mura quasi sepolte fra la terra e la macchia, e anche quelle sono composte di enormi massi posati l'uno sull'altro; poco più che queste ruine rimane a memoria di un popolo celebre per cultura, floridezza e potenza. Quel popolo è estinto da molti secoli; ma la gente che viveva allora in mezzo a così vantate ruine mi parve moribonda, in uno stato di tanta prostrazione da potersi dire peggiore della morte. Ecco i funesti effetti della schiavitù, della violenza, della depravazione con cui un popolo conquistatore opprime sempre il popolo conquistato. Molte generazioni ne risentono i danni.
Lasciai mia madre molto migliorata; e questa prima separazione fu assai bene sostenuta dal suo coraggio. Mi diede alcuni savi ricordi sul modo di contenermi coi parenti: mostrassi francamente la nostra povertà, che l'esser poveri quando non deriva da imprudenza ma da irrimediabili disgrazie, non fa vergogna; fossi umile e modesto, ma senza bassezza; chiedessi che fossero sostenuti i suoi diritti per ottenere giustizia, ma usando sempre modi amorevoli, non mai ostili; badassi bene insomma di tenere in tutto quella prudenza di cui mi credeva capace: «Tu vai in una gran città, ed è la prima volta! hai pochi anni, poca esperienza.... Affidati dunque nelle persone alle quali il signor Damiano e io ti abbiamo raccomandato. Mentre il tuo amoroso zelo pel mio bene mi dà grande consolazione, io non ti nascondo che questo passo mi pare ardito, che starò in qualche pensiero.... Tu sei ora il mio solo appoggio. Se la molta giovinezza e l'inesperienza non ti concederanno ora d'essermi utile anche in questo, rassegnati: aspetteremo; non precipitiamo nulla oggi per non avere a perdere la possibilità d'ottenere qualche cosa domani. Molti altri pericoli può incontrare un giovinetto quasi libero di sè nella capitale, ma io so che un solo pensiero vi ti conduce, quello di giovare alla tua sventurata madre; sicchè non ho ragione di temerli.» Avrebbe pianto nel dirmi addio, e quando fu rimasta sola avrà pianto dicerto; ma io non vidi le sue lacrime; si studiava di mostrarsi serena. Quell'esempio di forza d'animo accrebbe il mio coraggio.
In Porto San Stefano vidi più gente affaccendata, più gaiezza, meno poveri, qualche casa con la facciata pulita, maggior numero di campi coltivati, alcuni orticelli e giardinetti con abbondanza di fiori e d'aranci; sicchè il luogo è ameno; e al primo giungervi io mi sentii ricreare. Ecco gli effetti d'un po' d'industria e d'un po' di commercio. Erano nel porto parecchie barche arrivate quello stesso giorno da Piombino e da Portoferraio, e alcune si apparecchiavano a partire; molti marinari occupati a scaricar quelle e a caricar queste popolavano la riva del porto e ne solcavano le onde con le barchette. Questo andirivieni, la varietà degli oggetti, e la vista del mare messo in moto da un buon vento di levante, mitigarono la mia mestizia, e mi fecero nascere una grande smania di pormi in viaggio.
Il capitano della nave che doveva condurmi a Livorno era in una bottega sul porto, e compieva le sue faccende con alcuni del paese. Quando vide il signor Damiano corse lietamente a noi, e guardandomi: «È questi, disse, il nostro compagno di viaggio? Va bene! Non è stato mai per mare eh? Avrà paura?» — «Per ora non credo, dissi io.» — «Tanto meglio; staremo allegri. Il vento è propizio. Domani presto, se si mantiene, siamo a Livorno.» — «Quindi parlò d'affari col signor Damiano; il quale gli consegnò alcune lettere e molti denari. Andammo a far colazione in un'altra bottega che era caffè, drogheria e merceria nel tempo stesso; e un'ora dopo, la nostra nave, denominata la Pia, era pronta per far vela. Mi piacque la franca giovialità del capitano; e quand'egli si fu congedato, e m'ebbe preso la mano, dicendo: «Andiamo dunque a far l'altalena fino a domani,» io mi sentii un'improvvisa commozione che non era nè paura nè giubbilo, ma.... io non saprei spiegarla. Mi addolorava un poco il separarmi dal signor Damiano; non vedevo l'ora d'essere sulla nave; lasciando la terra sentivo il distacco di mia madre; affidandomi al mare si risvegliava con tutta la sua forza una certa smania che sempre avevo avuto per le avventure, e che forse era nata dalla lettura della vita di Cristoforo Colombo. E vi confesserò che scendendo nella lancia per andare a bordo della Pia, mi ricordai di quell'illustre italiano e della scoperta dell'America. Non ridete, di grazia, perchè in quella reminiscenza non vi fu alcun sentimento d'amor proprio, nè vi poteva essere nemmeno nella testa d'un fanciullo; io volli soltanto venerare di nuovo il genio di quel grande, e compiangere le sventure che a lui provennero dall'ingratitudine dei potenti, e quelle che impedirono alla nostra patria di soccorrerlo e d'onorarlo com'ei meritava.
Appena che fui salito a bordo della Pia, mi fece meraviglia il cambiamento improvviso dei modi del capitano. Non era più un uomo gioviale; il suo volto non aveva più un sorriso: in quella vece, ordini pronti, severi; sguardi focosi, accigliati; poche parole, ma proferite con tono sonoro, risoluto: pareva burbero, pronto alla collera inesorabile; sei marinari della nave l'obbedivano nell'atto, senza fiatare, e ad ogni sua voce erano tutti all'erta. Io me ne stavo immobile nel posto dove il capitano m'aveva fatto cenno di rimanere. Se non avessi trovato questa osservazione tra i ricordi che scrissi in quel tempo, ora non l'avrei notata davvero; perchè ho dovuto in seguito assuefarmi io stesso a quella austerità di comando senza la quale un capitano non sarebbe o sarebbe male obbedito. Non mi pare d'esser burbero; anzi la giovialità e l'allegria mi piacciono; ma quando mi son trovato a dover capitanare una nave, sono stato costretto ad essere rigoroso. La indiscretezza e la inumanità stanno male in tutti, malissimo in chi deve farla da superiore anche nel governo d'un bastimento; ma la soverchia dolcezza, l'indulgenza, il poco vigore sarebbero difetti molto più pericolosi a bordo che in qualunque altro luogo. Il minimo indugio, la minima negligenza d'un marinaro possono mettere in gran rischio la vita di tutti e le sostanze di chi vive della mercatura. La salvezza dei marinari e dei passeggeri, la sorte delle loro famiglie, il buon andamento dei negozi d'uno o di più mercanti dipendono dal capitano. Quand'uno pensa a tanti gravi doveri e ai molti pericoli in mezzo ai quali si trova, ha bisogno di farsi animo risoluto davvero, e di poter avere molta fiducia nella sua perizia. Tutto ciò contribuisce a dargli quando è in funzione un forte sentimento della propria autorità e a valersene con molto vigore. Io che sognavo viaggi per mare e che avevo la smania d'esser capitano, ammiraglio e che so io, mi raumiliai tutto facendo queste riflessioni in alto mare sopra una piccola nave, non vedendo più altro che cielo e terra, e avvicinandosi le tenebre della notte. Egli è poi necessario che ognuno faccia quelle riflessioni che si riferiscono alla professione alla quale si crede inclinato o si trova destinato, perchè in ogni ufficio il cittadino può fare gravi danni se lo esercita male. Ho udito spesso i giovinetti esclamare: io farò il medico, io l'avvocato, io entrerò nella milizia e diventerò ufiziale, io mi metterò l'abito da prete per cantar messa, per confessare, io sarò pittore, scultore, negoziante, impiegato e via discorrendo; e molti studiando poco, e pensando meno ai doveri del loro stato, si tirano su per ammazzare i malati più presto che non avrebbe fatto la malattia, per imbrogliare le faccende nel tribunale, per essere gravosi alla società invece di difenderla, per fare della religione un mestiero venale e non un ministero dignitoso, per disonorare le belle arti, la mercatura, il servigio del pubblico nell'amministrazione dello Stato, per tradire insomma se medesimi e gli altri.
In minor tempo di quello che ci voleva a pensare e stendere un po' meglio questo lungo periodo, il buon vento che empiva le vele della Pia, facendole velocemente solcare le acque, ci condusse al largo. La nave scorreva tutta piegata dalla parte dove le vele si vedevano far seno al vento; e di quando in quando alzava ed abbassava a guisa d'altalena ora la prua ora la poppa per sormontare i lunghi gioghi dei cavalloni. Quando il capitano ebbe dato tutti i suoi ordini e riscontrato che ogni cosa andava bene, si volse a me con un lampo di quella giovialità che mi aveva mostrato sopra terra, e io volevo movermi per andargli incontro; ma per quanto mi fossi disposto a farla da franco, non potei staccare un passo senza sentirmi uscire d'equilibrio. Allora il capitano sorridendo mi stese la destra, e stringendola forte mi condusse a passeggiare seco; io lo seguivo barcolloni barcolloni badando più ai passi che alle parole; e poi mi dovei presto mettere a sedere perchè mi venne il capogiro, il sudorino freddo, e, per dirla alla buona, la voglia di dar di stomaco. «Ma,» diceva il capitano ponendomi a sedere sopra una matassa di gomena a piè dell'albero maestro, «io son contento; sei stato saldo finora; buon segno. Il mare non ti darà noia; un'altra passeggiatina più tardi, e poi a dormire sotto coperta.»
Mi lasciò lì; fece un fischio; i marinari subito al loro posto; e a forza d'altri fischi, eseguirono nuove manovre, perchè il vento si andava mutando.