Racconti per giovinetti

Part 18

Chapter 183,597 wordsPublic domain

Invece adunque di esser posta tra le invalide, si vide per le premure del procuratore ricondotta a Fiesole in un'altra casetta (poichè la zia del contadino era morta), ed ivi custodita amorevolmente da una famiglia di oneste persone: giunta all'età di novantacinque anni, aspetta in pace l'ultim'ora della lunga e travagliata sua vita. Vero è che non può più lavorare, ha i sensi dell'udito e della vista indeboliti moltissimo, nè da se sola si muove, e chi la vedesse per poco tempo la crederebbe assopita nel letargo della decrepitezza. Ma sovente ella dà indizio di ben conservare la memoria del passato, dimostra un tenero affetto per coloro che l'assistono, e le poche parole che proferisce sono sempre sensate e spesso ripiene di buone massime. — Noi siamo già vicini alla sua casa. Oh! vedi tu? L'Umiliana è seduta presso l'uscio, a godersi il sole, che i vecchi con tanto desiderio ricercano.

Il giovinetto ed il padre suo si soffermarono alquanto in lontananza per contemplarla. Il primo con silenzio rispettoso ne esaminò minutamente tutta la persona. Essa aveva conservato molti capelli che erano di splendida candidezza, e due folte ciocche tirate indietro le ornavano la fronte spaziosa; poche rughe le solcavano la faccia, ove traspariva l'espressione piuttosto del sorriso che della malinconia; gli occhi erano socchiusi, ma dalle ciglia canute traspariva il fulgore della pupilla sempre vivace; uno scialle bianchissimo le chiudeva accuratamente la gola, e nel rimanente del vestiario appariva una scrupolosa lindura. La sua presenza dimostrava insomma una dignità riposata, che moveva a venerazione insieme e ad affetto. E (cara cosa a vedersi) le scherzavano intorno due fanciullini ed un ragazzetto. Questi ripone vasi ora dietro un murello, ora dietro il tronco di un albero o nel fossetto davanti alla siepe. I fanciullini gli si accostavano piano piano, ed appena scortolo rizzarsi e minacciare di rincorrerli, fuggivano essi con acuti gridi e con liete risate a ricoverarsi tra le ginocchia dell'Umiliana, la quale ponendo le mani sul loro capo e sulle loro spalle, mostrava di difenderli dal ragazzo. Quella corrispondenza tra la vecchiaia compiacente e l'infanzia festosa svegliava dolcissima tenerezza. Infine il padre si appressò all'Umiliana, e salutandola per nome: «Eccomi tornato a rivedervi» le disse: «mi riconoscete voi?» — «Gnorsì» rispose, dopo averlo guardato ben bene. «Magari se la conosco!» E della destra si faceva schermo al sole per vedere meglio il giovinetto che le stava davanti. — «E questa volta non son solo» aggiunse il padre. «Ecco qui il mio figliuolo, che anch'egli vuol far conoscenza con voi.» — «Oh! volentieri;» esclamò ella «ma durerà poco. Io presto anderò lassù,» e additava il camposanto sul declive della collina. — «Io spero che ci potrete rivedere più volte» seguitò il padre «e che voi non gli negherete qualcuno dei vostri buoni consigli. Ecco qui, egli è vicino a entrare nel mondo, ed io sto in pensiero per lui.» La vecchia scotendo la testa! «Io consigli?» diceva «non posso darne davvero: ma questo» e toccava il cuore del giovinetto, «questo li dà i buoni consigli a chi lo vuole ascoltare:» — «Voi sapete quanti cattivi si trovano. Quello che io temo è il loro esempio pernicioso.» — «I cattivi!... io già non posso dire che siano tanti; ma i cattivi stanno da sè, quando non trovano chi li somigli.» — «Ma non sempre si discuoprono. Qualche volta l'ipocrisia....» — «Ho udito dire che chi fa e chi pensa il bene non rimane ingannato dalle apparenze.» Dopo alcune altre poche parole, il padre ed il giovinetto si congedarono dall'Umiliana, e questi commosso le voleva baciar la mano, ma l'Umiliana se le nascose ambedue sotto il grembiule e abbassò il capo sul petto. I fanciulli che al loro arrivo s'erano allontanati, vennero fuori a guardar dietro come estatici, finchè la voltata della strada non li nascose ai loro sguardi.

Il giovinetto dopo quel racconto e dopo quella visita si sentì più affezionato ai suoi simili, e ne ricavò qualche buona norma per meglio giudicare degli uomini.

XIII.

Il primo viaggio d'un Giovinetto.

Un valente Capitano di marina, che è morto non è gran tempo, lasciò alcuni scartafacci contenenti la narrazione di varie avventure della sua adolescenza, e gli indirizzò ai suoi cari nipotini: «Io non vi lascio ricchezze, dice il buon vecchio; voi sapete che quelle che mi furono date dall'industria e dal mare, il mare stesso me le ritolse; ma non potè privarmi con esse della buona riputazione, la quale non è soggetta a perire se non per colpa di chi non sa custodirsela. Perciò mi è riuscito di sopportare con pace quella disgrazia; e la ricompensa dei servigi, che, adempiendo al dovere di cittadino, ho potuto fare alla mia patria, è stata bastante a salvarmi dalla povertà fino all'ultimo giorno della mia vecchiaja. Abbiatevi dunque per solo retaggio del vostro zio la sua onorata memoria, i suoi libri, le sue carte geografiche, le sue armi adoperate sempre in difesa dei suoi concittadini, e questi ricordi dai quali vedrete che anche un fanciullo, benchè povero e colpito dalle disgrazie, può sostenersi in mezzo ai pericoli e porgere qualche aiuto ai genitori, quando ha per alimento al suo coraggio l'amore verso di essi, l'amor della patria, e il desiderio d'essere virtuoso. Queste parole sarebbero al certo piene di vanità nella bocca di un vivo; ma furono scritte soltanto perchè voi le leggeste quando il mio corpo sarà celato per sempre dalla terra alla vista degli uomini, e il mio nome sarà cancellato dalla loro memoria.»

_Cagioni del viaggio._

Io son nato a Montalto nella Maremma degli Stati romani. Ma i miei genitori erano di Firenze. Mio padre dovè abbandonare questa città per motivi che certamente non gli facevano vergogna; li tacerò nondimeno, perchè troppo lungo sarebbe l'accennarli, e ad ogni modo voi non ci capireste nulla. Egli era negoziante, e quell'esilio dalla città nativa fu la ruina della sua industria mercantile. Siccome operò sempre da uomo onesto, così volle, prima della partenza, pagare i suoi debiti, ma non gli riuscì di riscuotere con la stessa prontezza i suoi crediti, e gli rimase poco denaro da portar seco. Mia madre, che erasi a lui sposata da poco tempo, non volle separarsi dal suo caro marito, benchè i parenti la esortassero a tornare nella casa paterna, e ad abbandonarlo nella disgrazia. Io vedo che pur troppo molti sono tra gli uomini quelli che operano come se avessero cattivo cuore; ma ho sempre creduto, e anche da vecchio proseguo a credere con fondamento, che quelli di buon cuore siano in maggior numero; e tuttora mi pare impossibile che i parenti di mia madre le avessero dato proprio con riflessione quel consiglio inumano. Bisogna dire ch'e' non l'avessero conosciuta come l'ho conosciuta io, ch'e' non credessero al suo amore pel marito, o che il loro affetto per lei gli avesse accecati a segno di scordarsi che era divenuta moglie d'un giovine degno in tutto del suo amore. Fatto sta che ella preferì alle agiatezze, che potea ritrovare se fosse rimasta coi parenti, la povertà e l'esilio in compagnia dell'infelice marito; e allora coloro se ne sdegnarono, e negaronle ogni assistenza. Vedete un po' che pensare da insensati! — Giacchè, dicevano, tu vuoi, contro la nostra volontà, dividere la sorte di un disgraziato, noi non vogliamo saper più nulla dei fatti tuoi: se tu sarai anche più infelice, non ce ne importa. — Così, per conseguenza di un falso e spietato ragionamento, quell'azione virtuosa che essi non sapevano approvare, doveva essere piuttosto punita che ricompensata!

Mia madre mi partorì dunque nell'esilio, e in quel remoto e povero castello di Montalto, ove mio padre aveva trovato rifugio, ed ove, industriandosi anche lì con la mercatura, sapeva alla meglio provvedere al nostro campamento. Io era pervenuto all'età di dodici anni; mio padre m'aveva istruito da sè nel leggere, nello scrivere, nell'abbaco e nel disegno, e mi faceva imparare l'arte del tornitore, nella quale si era molto impratichito da giovine ma per semplice passatempo. Io però doveva impararla per trarne guadagno ed ajutare i miei genitori, e o fosse questo pensiero o una inclinazione particolare a tale arte, io divenni presto abile, e già qualche mio lavoruccio andava in opera, essendomi posto come lavorante apprendista nella bottega dello stipettaio del paese. Il nostro stato era divenuto a poco a poco meno misero, quando mio padre fu colto dalle febbri perniciose che predominano nella Maremma, e lo travagliarono con tanta nerezza, che nè l'assistenza indefessa di mia madre nè quella del medico poterono salvarlo. In poco tempo io restai orfano di padre; la nostra desolazione fu estrema, e poco mancò che mia madre, per l'acerbo dolore e per gli strapazzi, non andasse con lui nel sepolcro. Forse l'affetto materno le diede la forza di sopravvivere a tanta sciagura. Appena che si fu un poco rimessa, volle venir via da Montalto, ove niuna ragione aveva per rimanere, ma invece molte per andarsene.

Temeva che io potessi venire assalito dalla stessa malattia di mio padre, ed io aveva il medesimo timore per lei: e quando avessimo consumato ogni nostro avere, già nella massima parte diminuito dalle spese di quella infermità che fu per noi sì funesta, come avremmo noi fatto a campare? Il mio guadagno era meschino, nè in quel paese sarebbe stato possibile cavarne di più dall'arte del tornitore; inoltre sperava che tornando vedova a casa sua, i parenti l'avrebbero, com'era lor dovere, soccorsa. Dunque ci preparammo a lasciare Montalto innanzi che venissero a mancarci anco i denari pel viaggio, e i preparativi furono prestamente fatti.

Un rozzo barroccio, forse migliore che si potesse noleggiare nel paese, doveva condurci in una giornata di viaggio a Orbetello nella Toscana. Con un buon calesse ci saremmo andati in cinque o sei ore, ma noi non potevamo spendere che pel baroccio. In Orbetello mia madre si sarebbe riposata un giorno o due per andar poi a Grosseto.

Voi potete immaginarvi quanto fosse dolorosa la nostra partenza. Le ossa dello sventurato mio padre rimanevano nel cimitero di Montalto, nella terra dell'esilio! La povertà ci aveva impedito d'onorarle, come i ricchi far sogliono, e di mandarle a seppellire nel paese nativo. Non bastò che io suggerissi al vetturale di prendere una strada traversa, perchè mia madre non avesse a passare in tanta vicinanza del campo santo. Appena che fu salita nel baroccio incominciò a lacrimare occultamente; e più che si allontanava dal paese, più la sua afflizione cresceva. Nemmeno io potei alla fine reprimere il pianto, io che mi era proposto di confortarla. Deserto, incolto, squallido e insalubre era, ed è sempre, ma in quel tempo assai più che ora, il paese da noi percorso; e nulla mai s'incontrava che potesse con gradevole veduta distrarci alcun poco dal nostro dolore. Pareva che la natura medesima si rattristasse con noi. Eravamo di settembre: le nebbie coprivano la vasta pianura, e i pochi alberi che s'incontravano di rado, erano già nudi delle loro foglie. Il barocciaio colle sue cantilene che parevano ululati, non ci ricreava dicerto. Per molte miglia non trovammo nè case nè terre coltivate, ma solo due o tre capanne in sfacelo, dove, se la pioggia ci avesse sorpresi, non avremmo potuto trovare alcun ricovero. La pioggia non venne, ma fummo molestati dall'umido diaccio della nebbia che il sole non potè dissipare prima del mezzodì. Mia madre di quando in quando era assalita da brividi violenti, e io temeva molto per la sua debole salute.

Allorchè qualche raggio di sole ebbe incominciato a risplendere, noi dovemmo perderne la vista e il calore per entrare in una boscaglia folta, vasta, solitaria, più malinconica assai della campagna aperta. Allora il barocciaio sferzò il cavallo per farlo andare più lesto, poichè, quantunque non lo dicesse, io ben m'accorsi che v'era da temere qualche sinistro incontro: e il moto più rapido del baroccio sopra una strada ineguale e fangosa riusciva maggiormente incomodo alla mia povera madre. Ma come fare? bisognava sollecitarsi perchè l'oscurità della sera non ci sorprendesse nel folto della macchia.

Eravamo appunto nella boscaglia, allorchè voltando in un luogo ove la strada fa gomito, ci trovammo incontro, alla distanza di pochi passi, una frotta di gente che se ne veniva a piedi e silenziosa. Sulle prime rimasi un po' sconcertato, essendomi parso di vedervi due uomini col fucile sopra la spalla, e domandai subito sotto voce al barocciaio: Chi sono? — Una famiglia di tribolati vagabondi, — mi rispose con aspetto accigliato; e guardò subito la legatura dei fagotti, inalberò la frusta, e tirò da un lato il cavallo. Il modo della risposta e tutte queste cautele mi fecero specie; ma poi, guardando meglio, mi accorsi che gli uomini invece di fucile avevano bastoni con un fardelletto infilato, e che le altre persone erano due donne con bambini in collo e per la mano; e tutta questa povera gente era cenciosa, sparuta, col viso giallo, rifinita dalla stanchezza, sicchè più che paura svegliava compassione. Le donne e i bambini vennero attorno a chiederci con supplichevoli grida un po' d'elemosina, e gli uomini passarono oltre a capo basso senza fiatare. Noi avevamo portato un grosso pane, un boccone di carne e una fiaschetta di vino per ristorarci a mezza strada. Ma l'appetito mancava affatto a mia madre; io aveva appena spelluzzicato il pane, e il barocciaio s'era provvisto di suo. Sicchè io, col consenso della mamma, diedi a quelle donne quasi tutto il pane e tutta la carne, e vuotai il vino in una delle loro scodellette di legno. Esse ci lasciarono con mille benedizioni, e volgendomi vidi che corsero a portare il vino agli uomini e spezzarono il pane ai figliuoli che subito si posero a divorarlo come se fossero stati digiuni da due giorni. Mentre io, confrontando col nostro stato la miseria di quegli accattoni, rifletteva che pur troppo non si danno sciagure, comunque grandi, che non possano essere sempre superate da maggiori disgrazie, udii che il barocciaio brontolava tra sè e sè guardandosi sospettoso ai lati e alle spalle: — Andatevene chiotti quanto volete, ma io vi conosco. Se non si fosse di giorno e vicini all'aperto, non vi sareste contentati del pane. Animo! — e sferzava il povero cavallo già stanco, — noi l'abbiamo scampata bella! Un'altra mezz'ora di viaggio, e poi me la rido di tutti i malandrini che infestano questo maledetto paese! —

Io non so esprimere quanto crescesse la mia mestizia a pensare che sotto le spoglie di così luttuosa miseria potesse occultarsi la malvagità, e che quegli accattoni così umili potessero a tempo e luogo presentarsi in aspetto di masnadieri. La compassione cede il luogo al ribrezzo, e andava cercando con l'animo contristato da cupi pensieri quali sciagurati avvenimenti potessero aver ridotto coloro in così lacrimevole condizione. Che ciò dipendesse dalla sola povertà io non poteva darmene pace; forse l'ineducazione, l'ignoranza, il cattivo esempio che i figliuoli ricevono dai genitori bighelloni.... Ed allora.... ah! l'acerbo destino di quegl'innocenti ch'io vedeva camminare a stento aggrappati alle gonnelle, o ciondolare sonnacchiosi la testolina sul seno delle loro madri, mi fece rabbrividire assai più che la brezza gelata della sera avvicinantesi al tramonto.

Io avrei interrogato il barocciaio per sapere se propriamente quel ch'egli aveva detto fra' denti era vero, o non piuttosto una delle solite esagerazioni della paura.... Ma non volli che le sue risposte avessero a cagionare maggior malinconia a mia madre, la quale sebbene mi paresse addormentata, e anche per questo io me ne stava in silenzio, pure poteva darsi che si covasse in segreto il suo dolore e i patimenti di quel disastroso viaggio. No, io non credeva possibile il suo dormire a quelle continue scosse del baroccio. Infatti, me lo disse molto tempo dopo, ella taceva, non si lamentava, non sospirava per non affliggermi; ma soffriva di molto, ed erale già entrato addosso quel male che poi la costrinse a fermarsi più giorni in Orbetello.

Mezz'ora dopo l'incontro degli accattoni, come il barocciaio aveva detto, noi uscimmo dalla macchia; e quando fummo in capo a un'erta mi si piegò a un tratto dalla sinistra l'immensa veduta del mare, e il sublime spettacolo del sole che s'ascondeva dietro l'orizzonte delle acque dipingendo a colori di fuoco le nubi. Io mi sentii subito sollevato, e non potei trattenermi dall'esclamare: «Oh bello!» Anche mia madre guardò, e mi parve alquanto rasserenata; ma dopo un poco, tornando a sdraiarsi, con un sospiro disse: «Ti ricordi tu, eh? Anche tuo padre si rallegrava tutto alla vista dei bei tramonti. Ah! per lui il sole non si leva più, nè più tramonta!» Che mestizia in quelle parole e nel mio animo! Pel rimanente del viaggio io e mia madre restammo tutti muti, e le lacrime scorrevano sopra le nostre gote. Arrivammo a Orbetello un'ora dopo il tramonto, e ci fermammo ad un albergo; credo anzi al solo albergo che allora si trovasse in quella città singolare.

_In Orbetello._

La frasca inalberata per insegna d'osteria a quell'albergo era molto lunga e ramosa, e trovammo l'uscio spalancato, ma niuno si fece vivo alla nostra venuta. Non bastò che il barocciaio facesse schioccare la frusta, e chiamasse ad alta voce: Oste! Matteo! Teresa! e prorompesse in bestemmie e in ingiurie, perchè gli premeva anco di riporre subito nella stalla il cavallo stracco e sudato. Io smontai dal baroccio, salii due scale sudice, buie e sconquassate, girai due o tre stanze che parevano porcili; chiamai, e sempre invano; giunsi in una cucina che aveva il focolare spento, e quivi trovai due bambini sudici e sdraiati per terra, i quali al mio comparire mi guardarono maravigliati, poi si diedero carponi a fuggire, strepitando come se avessero visto il lupo. Scesi giù sconfortato, con la intenzione di farci condurre altrove; ma appunto allora comparve l'oste, così almeno lo chiamò il barocciaio, benchè a me paresse ciabattino, avendo egli il grembiule di pelle e le mani impeciate.... Era oste e ciabattino nel tempo stesso; e si preparava a dar di braccio a mia madre per farla scendere dal baroccio. Io gli domandai se avesse avuto una buona camera e un buon letto, e se fosse stato possibile preparar subito una zuppa, un cordiale.... A tutte le quali domande l'oste-ciabattino rispose con tanta prontezza che pareva fossimo capitati in un palazzo principesco e nel paese dell'abbondanza. Dunque, dissi tra me, io aveva sbagliato scale. Ma sventuratamente, poichè mia madre con molto patire fu scesa da quel baroccio, e appoggiandosi a me ebbe messo in casa i piedi vacillanti, l'oste-ciabattino c'invitò a salire quelle medesime scale, c'introdusse in quelle medesime stanze, e ci mostrò la miglior camera che, secondo lui, fosse in tutto il paese, ed in cui, per ultimo, non so qual principessa, a dir suo, aveva alloggiato più settimane. Mia madre, poveretta, non aveva fiato di parlare; Matteo ci lasciò soli per correre in cerca della moglie e farle accendere il fuoco; io dovei esaminare ben bene tutte le scranne nella camera, prima di trovarne una su cui mia madre avesse potuto sedersi senza rischio di cadere per terra. Tutto il suo corpo era indolenzito dalle scosse del duro baroccio; aveva la voce fioca e tremula, il viso pallido, e le mani le scottavano. Avrei voluto che si stendesse sul letto; ma vidi bene che per quanto anch'ella ne sentisse il bisogno, pure vi repugnava con ragione, perchè il sozzume e il puzzo di quel canile non erano da comportare.

Passò quasi mezz'ora senza che altri comparisse; e in quel tempo mia madre peggiorò a segno che giudicai fosse necessario mandare in cerca del medico; e appena che l'oste fu tornato col lume ad annunziarci che l'ostessa sua moglie era in cucina per mettere al fuoco la pentola, io lo condussi in disparte e lo pregai di correre immediatamente pel medico. Intanto andai in cucina; vidi l'ostessa in faccende attorno al focolare; mi parve una buona donna, un po' meno sudicia del marito, ma assai impicciata. Allora le diedi mano io perchè assettasse uno scaldaletto, e preparasse l'occorrente pei panni caldi e per mettere a sfumare le lenzuola. Tornai da mia madre, e la trovai sempre in peggiore stato. Non istò a dirvi quanta fosse la mia afflizione. In quel tempo il barocciaio portava su i nostri fagotti; e mi disse che un signore del paese, avendo saputo da lui il nostro casato, e dicendo d'essere stato amico di mio padre, chiedeva di visitare la mamma.

Mentre che io andava pensando se convenisse farle ricevere questa visita a motivo dello stato in cui era, il signor Damiano entrò francamente in camera, si diresse a mia madre che voleva alzarsi per riverirlo, e impedendole di far cerimonie le disse con garbatezza: «Scusi se mi son fatto avanti: ma io non posso permettere che venendo lei a Orbetello s'abbia a fermare a un albergo. Ho ricevuto più volte ospitalità in casa sua, e non foss'altro per ricambio, ella deve ora accettarla da me. Vetturino, portate subito la roba della signora in casa mia, e dite al mio figliuolo che attacchi il calesse coperto e venga qui. È vero, siamo vicini; Orbetello non è Firenze; ma lei dev'essere stracca, e bisogna coprirsi bene perchè è notte; con quest'aria non si scherza.»

La cortesia e la risolutezza del signor Damiano non ammettevano replica. È vero quel ch'egli aveva detto, d'essere stato più volte in casa nostra, ed io sono persuaso che anche senza questo e' ci avrebbe voluto ospitare. Nella provincia, e in specie nella Maremma, dove n'è maggiore il bisogno, questi uffici scambievoli sono comuni. Ecco perchè, io rifletteva, gli alberghi son così rari e meschini, e servono soltanto a quella povera gente che non ha conoscenze nel paese, e a qualche principessa, come quella citata dall'oste-ciabattino, perchè a motivo della gran distanza tra personaggi titolati e semplici provinciali, si trovano questi in tal soggezione da non arrischiarsi ad offerire ad essi i loro servigi.