Racconti per giovinetti

Part 16

Chapter 163,652 wordsPublic domain

Il prigioniero lo guardò; vide quella canizie soccorrevole e mesta, scorse le lacrime dell'artigiano umile ma onorato e venerabile; balzò in piedi tutto compreso da un'improvvisa dolcezza; corse ad abbracciarlo, a stringergli la mano, e lo condusse a seder seco sul pagliericcio, e pianse con lui. Oh sì! egli aveva bisogno di piangere. Un momento dopo s'indispettì d'aver ceduto alla commozione; gli parve d'essere stato debole; ma quello sfogo gli fece bene; ed esclamò con aspetto sereno: «Grazie, amico mio! Io mi credeva abbandonato da tutti, ma non è vero. Così è: la virtù soccorre i disgraziati, ancorchè questi non meritino tutto il suo generoso compatimento. Il calzolaio non voleva ascoltare queste parole. «Piuttosto, diceva, se v'occorre qualche cosa fate capitale di me. Io sarò buono a poco, ma se mancasse di meglio eccomi qua; non volevo esserci venuto senza conclusione.» — «Tu m'hai già consolato tanto con la sola presenza che di più non poteva desiderare. Guarda, tu mi rammenti mio padre. Mi par d'essere insieme con lui.» — «Signore, vo' avete avuto la degnazione di ricevermi: la vostra cordialità mi fa animo... i' vorrei.... Per carità non ve ne offendete.»

«Che cosa? Parla liberamente. Credilo! quest'arresto e impossibilità di pagar subito i miei debiti m'accorano più che altro pensando a te. Ma spero che mio padre risponderà presto....»

«Scusate, non dovete pensare a me.... anzi io.... ma la libertà è troppo grande!»

«Senza soggezione, amico mio, senza soggezione! Dite pure; parlate. Se io potessi.... chi sa? volentieri.» «Dunque, ecco qui. Ora si dà il caso che io, senza scomodo, potrei darvi modo di pagare i debiti, e d'uscir subito da questo luogo....»

«Tu? Ma come? Coi tuoi denari? Col frutto del tuo sudore?»

«Non pensate più in là. Vi basti che i denari ci sono; che io posso disporne liberamente; che nessuno saprà mai nulla; che voi me li potrete rendere a tutto vostro comodo... Intanto questi...,» e si levava di tasca una borsetta di monete d'oro. Giovanni, sorpreso e commosso da quella generosa offerta, non seppe che cosa rispondergli. Abbracciandolo, respingendo il denaro, e appoggiando il capo sulla sua spalla singhiozzava; e il calzolaio a consolarlo, a ripetere l'offerta, a scongiurare perchè l'accettasse e fosse certo che il privarsi d'ogni suo avere non gli faceva disappunto: «Avete detto ch'io vi fo ricordare di vostro padre. Figuratevi dunque d'essere un mio figliuolo. Fatelo per amor mio; perchè a vedervi in arresto, a pensare che abbiano potuto trattarvi così, io ci patisco troppo. Signore, mi raccomando, fatemi questa grazia!» e quasi piegava le ginocchia.

«Non posso!» rispose Giovanni, alzandosi risoluto e imprimendo un bacio sulla mano del vecchio. «Non posso! Il servigio che tu mi rendi con l'esempio della tua generosità è tanto maggiore d'ogni altro, che mi parrebbe d'essere un ingrato se io prendessi questi denari. Quante volte avevo fatto proposito di ravvedermi! I rimorsi della mia coscienza, gli stimoli dell'onore, la memoria degli avvertimenti paterni non bastavano. Tu m'hai toccato il cuore! Io sento di essere un'altro; tu mi restituisci la fiducia nella virtù, il coraggio per sostenere le disgrazie.... Tu mi riconduci corretto nel seno della famiglia! Poteva io sperare un benefizio più grande? Contentati d'avermi fatto questo! Se le tue faccende te lo permetteranno ritorna a consolarmi. Io t'aspetto a braccia aperte.» E con altre parole e coi gesti gli diede manifestamente a conoscere che non si sarebbe potuto mai indurre ad approfittarsi di quel denaro. Il calzolaio, con gli occhi rivolti al cielo, fece un atto di compassionevole ammirazione, s'allontanò un poco, poi ritornò indietro a ripregarlo per ben due volte, e alla fine vistolo irremovibile, lo lasciò solo.

Ognuno può immaginarsi le riflessioni del giovin conte. I compagni dei suoi piaceri, gli amici di nome, i personaggi che si davano l'aria di proteggerlo, tutti zitti, tutti lontani dalla sua carcere, quasichè si vergognassero d'aver che fare col giovane scapestrato e messo in arresto per debiti. — Io sono uno scapestrato, è vero; ma prima di venir qui, sebbene conoscessero i miei portamenti e sapessero tutto, pure mi facevano buon viso e m'invitavano alle loro conversazioni e alle loro feste. La maggior parte di questi debiti gli ho fatti per uniformarmi ai costumi della società elegante, per fare onore alle persone che m'invitavano. Ora che sotto la veste del cavaliere v'è il tribolato, ora mi lasciano in balìa dei miei creditori, a sopportare la pena dei miei traviamenti. Ora non son più il giovine allegro al quale si possono condonare le imprudenze giovanili; ora che senza l'aiuto di mio padre non posso riscattarmi dalla prigione, io sono il libertino che merita gastigo e abbandono e disprezzo! Oh! se avessi voluto prevenire, come tanti hanno fatto, con qualche strattagemma la vigilanza dei creditori, e vilmente nascondermi, e perfidamente tradirli, io sarei, a giudizio di costoro, un giovine accorto; e la mia colpevole azione passerebbe per un tratto di spirito! Intanto quest'uomo, un bracciante, un vecchio padre di famiglia, colui che tante volte s'è inchinato a calzarmi, che forse ha dovuto sopportare in silenzio qualche mio atto d'impazienza, qualche umiliazione, egli primo, egli solo vien frettoloso a soccorrermi; invece di giudicarmi con quel rigore che dovrebbe, mi dimostra rispetto, e mi palesa una tenera affezione, alla quale, senza la mia disgrazia, non avrei mai pensato; e forse immaginandola allora, non avrei degnato dì curarmene! L'orgoglio della nascita mette fra noi una distanza immaginaria.... Oh! la vi è pur troppo una distanza, ma non quella che i pari miei si figurano. La virtù dell'uomo onesto lo fa essere di gran lunga superiore allo sfaccendato presuntuoso, che invece di farsi da lui servire, appena meriterebbe d'averlo per compagno! Ma ecco l'amore che ci agguaglia tutti, che non prende per sua misura la nobiltà della nascita o la copia degli averi, ma solamente le disgrazie.

Pochi minuti dopo la partenza del calzolaio, il Fantoni fu distolto da questi pensieri, perchè il custode gli consegnò una lettera recatagli allora da un giovinetto. L'aperse con impazienza, ed era di mano del medesimo calzolaio, che in termini rozzi ma più risoluti, più affettuosi e più liberi, gli ripeteva l'offerta, mostrandosi afflitto dal dubbio che la non fosse stata creduta sincera, e dichiarando meglio la necessità e la convenienza d'accettarla. Ma Giovanni gli mandò subito questa risposta: — «Ho ricevuto il vostro biglietto; ed il mio cuore sente tutto il prezzo dell'offerta che voi mi fate. Non è che un mese che mi servo di voi; appena mi conoscete, e mi offerite per sollevarmi dalle mie disgrazie tutto quello che possedete! Uomo onesto e sensibile, degno di uno stato migliore, avvilito da tanti che non hanno il vostro cuore ed i vostri sentimenti, non crediate giammai che io sia per profittare della vostra generosità: non turberò mai a prezzo di qualunque disgusto la tranquilla mediocrità del vostro povero stato. Se il Cielo vorrà di nuovo concedermi che io possa darvi una prova della mia gratitudine, vi avvedrete se il mio cuore doveva conoscere il vostro, e se meritava un affronto da chi forse aveva più diritto di voi di conoscerlo, e di risparmiarne l'onorata sensibilità. Tra la folla di coloro che cessarono con la mia disgrazia di essermi amici, vi scelgo per amico e fedele. Voi mi consolerete, voi mi darete dei semplici e sinceri consigli, voi sarete a parte dei miei pensieri. Mi vergogno di aver creduto miei amici certi insetti titolati che s'imbrattano nel fango mentre nuotano nell'oro; non di essere di un povero ma onesto e sensibile artigiano.

«Li 11 Febbraio 1779.

«_L'aff. Amico_

«GIOVANNI FANTONI.»

Il calzolaio tornò di poi a sollevarlo nel suo ritiro, «dove» scriveva lo stesso Fantoni a un suo amico lontano «non è passato giorno ch'ei non sia venuto a trovarmi, o, vietandoglielo i suoi interessi, non mi abbia scritto; nelle sue lettere si conosce un uomo franco e sensibile, e la rozza semplicità del suo stile si rende rispettabile per la nobiltà dei suoi sentimenti.»

Peccato che non si sia potuto ritrovar memoria anche delle lettere del calzolaio! Ma la sua amicizia col Fantoni fu durevole, e il tratto di virtuosa generosità per cui lo conobbe dovè molto giovargli in tutto il rimanente della sua vita.

XII.

La mala prevenzione.

Chi è che non sappia quanto sia vaga e magnifica la veduta di Firenze e della sua valle dal poggio di Fiesole? I forestieri la celebrano con enfasi: e i Fiorentini non si saziano di goderne, perchè invero le bellezze create dalla natura non possono, ad animi gentili e nati a sentirle, divenir mai per abitudine indifferenti.

Questo ameno soggiorno è divenuto più incantevole per le vedute della strada nuova, che dalla piazza di San Domenico, girando la costa del poggio con ampie curve e con dolce pendio, mette capo fin presso alla Cattedrale della vetusta città.

Ma non ogni stagione nè ogni giorno è dato vedere nella sua maggior bellezza quello spettacolo. L'azzurro limpido del nostro cielo è un dono che la natura largamente ci accorda, e che fa più mirabile la veduta; ma quando i vapori della valle che spesso velano gli oggetti opposti e lontani, son dileguati dal soffio di settentrione, quando l'aere è più sottile pei primi freddi del vicino inverno, ed il sole in tutta la sua splendidezza ferendo le spalle a chi di lassù guarda Firenze lo inonda di luce senza che appaia dond'ella venga, e invece di abbattere per troppo calore le membra, par che in esse infonda novella forza... oh! allora la vaghezza del luogo vince ogni espettativa, e supera ogni eloquenza di descrizione.

Di poco era aperta la nuova strada, quando un giovinetto, nella stagione che io diceva, era lì col padre suo a contemplare la città e la campagna. Vedeva dirimpetto le colline di San Miniato, d'Arcetri e della Romola; a destra una fila di poggi più uniforme e lontana che andava lievemente scendendo sulle pianure di Prato e di Pistoja; a sinistra i gioghi alpestri del Casentino, la cui vista era chiusa dallo sterile fianco di Monte Ceceri: in mezzo la città, ove alteramente signoreggia sugli altri edifizi la mirabile cupola di Santa Maria del Fiore; mentre le acque dell'Arno qua e là brillavano lucidissime per la riflessione dei raggi; più vicino, le pendici dell'Uccellatoio, di Camerata, di Maiano inoltrantisi con dolce declive per entro alla valle, coperte di viti e d'ulivi, e talora di boschetti e giardini, ove l'arte quasi pentita d'aver preso il posto della semplice natura tanto più bella di lei, sembra in alcuni luoghi di volerla rassomigliare; e per tutto villaggi e casolari fra mezzo gli alberi, e ville grandiose di vetusto aspetto e di storiche ricordanze, o eleganti casette apparecchiate all'ozio dei cittadini, proprie a significare con la lor picciolezza la brevità dei piaceri terreni, e col numero lo sfacelo dei colossali dominii del feudalismo. All'intorno regnava il silenzio della campagna, o di quando in quando lo interrompevano i canti armoniosi degli uccelletti.

Il giovinetto rapito in estasi da quello spettacolo, al quale forse faceva attenzione la prima volta, ora guardando da un punto ora da un altro, manifestava con esclamazioni di gioia la sua naturale meraviglia. Poi si fermò appoggiato ad un albero, parendogli che suo padre fosse assorto in grave pensiero; e siccome il giorno innanzi erasi imbattuto a leggere qualche pagina di un romanzo ove con fantasia tetra e nocevole alle menti ingenue ed inesperte si dipingevano gli umani traviamenti, si pose anch'egli a meditare, e turbò la letizia dell'animo con malinconiche riflessioni.

Poichè il padre si fu mosso per continuare la via, il giovinetto, gettando un ultimo sguardo appassionato alla scena che gli stava davanti: «Peccato eh! babbo, egli proruppe, che fra tante bellezze v'abbiano ad essere uomini che commettono tanti delitti! Firenze con la sua campagna è bellissima, e non si può fare a meno di rimanere incantati a vederla; ma chi sa quanti di coloro che l'abitano condurranno vita colpevole! Com'è possibile che un sì vago soggiorno debba essere contaminato da orrendi vizi? E qui, su queste medesime ridenti colline, vorrei vedere, se la serenità degli uomini è uguale a quella del cielo. Io credo che a molti la coscienza dei propri falli non lascerà gustare con pace tutte le delizie che la natura dispiega ai loro occhi.»

«Invero» gli rispose suo padre, «io non mi aspettava da te questa dolorosa lamentazione. Tu hai molto cattiva opinione degli uomini. Bisogna ben dire che nei pochi anni da che tu vivi e' t'abbiano trattato assai crudelmente, o che l'autore del libro, che senza mia approvazione tu leggevi ieri, abbia girato tutta la terra, e non v'abbia trovato altro che malvagi. Ah! figlio mio, pur troppo vi sono coloro che traviati da idee non rette o da passioni disoneste cagionano il danno altrui ed il proprio! Ma come puoi tu averli conosciuti bene alla tua età? Bada, le apparenze sovente ingannano chi ha fior di senno, e chi ha i capelli canuti. So che nello stesso modo che una bella vernice può ricoprire un tavolino intarlato, così le sembianze del bene possono ascondere il male; ma bisogna esser cauti ed avere molta esperienza prima di convincersi di quello o di questo. La troppa fiducia e l'estrema diffidenza sono egualmente dannose. E se fosse cosa prudente giudicare dell'indole di un uomo soltanto dalle sue opinioni, comincerei a dubitare della onestà di colui che tenesse tutti gli altri in cattivo concetto. Procura che le tue azioni siano rette, fa' il tuo dovere in ogni cosa, ama il prossimo, considera quanti infelici, per difetto di educazione o per le angustie della vita umana, siano spinti contro lor voglia ad errare, e lascia ad altri la cura di condannarli. Che tu, giovane, sano, robusto, e nato nell'agiatezza, mentre sei commosso dall'amenità della campagna e dalle delizie che fanno ridente la terra, che tu compianga piuttosto coloro che non ne possono come te lietamente godere, nol biasimo. Pur troppo accanto a quei palazzi maestosi della città vi sono tante povere casucce ove gli uomini sospirano fra i dolori, fra i pericoli e fra le umiliazioni dell'indigenza; e se l'aura che tanto splendida ne circonda non reca a noi i gemiti di chi languisce negli spedali, non pertanto dobbiamo dimenticarci che laggiù vi sono i ricchi ed i poveri, i sani e i malati. Compiangi dunque la sventura innanzi di accusare la nequizia degli uomini. Il primo sentimento ti farà umano, il secondo potrebbe renderti ingiusto. Ma io ho ragionato anche troppo. Un esempio gioverà meglio a farti conoscere come spesso gli uomini siano indotti in errore dalla cattiva prevenzione e dalle apparenze. Il testimone di questo esempio è vicino. Io te lo farò conoscere oggi; ma prima è necessario che tu ne sappia la istoria.» Il giovinetto, commosso da quelle parole, coperto il volto da un lieve rossore, non aprì bocca, ma chiaramente manifestò al padre con quanto desiderio lo avrebbe ascoltato. Allora questi, lentamente salendo per la via di Fiesole, così prese a dire:

— Circa quindici anni fa viveva in una villetta qua dietro Fiesole Francesco Salvucci, che dopo aver fatto l'orefice sul Ponte Vecchio, erasi ritirato ad abitare in campagna, parte perchè la vista indebolita non gli permetteva più di lavorare, parte perchè essendosi con onesti risparmi assicurato il campamento per la vecchiaia, voleva passarla in tranquilla agiatezza. Fu egli di maniere così bisbetiche e d'indole tanto burbera, che sul Ponte gli avevano messo il soprannome di Cecco-Muso, ed ognuno a prima vista l'avrebbe giudicato un misantropo. Di poche parole, col volto severo, senza mai ridere, pareva sempre insensibile a tutto quello che gli accadeva d'intorno; e guai a chi si fosse preso con lui una confidenza! Non avrebbe torto un capello a nessuno; ma essendo risoluto, di membra tarchiate e robusto, con la sola minaccia, con la sola voce metteva paura in chicchessia. Contuttociò fu visto talora commoversi in segreto all'aspetto degl'infelici, e andare in traccia di loro per soccorrerli quando gli pareva che nessuno potesse trapelarlo. Se v'era da porgere un servigio ai suoi compagni spontaneamente e senza loro saputa, s'ingegnava di farlo; ma parendogli dover negare alcuna cosa, benchè richiesto, il suo no fu sempre inflessibile e la insistenza fortemente lo indispettiva. Era poi abilissimo nel lavorare, ed onesto fino allo scrupolo; e alla meritata mercede non sopportava fosse fatta la tara, perchè non avrebbe mai dimandato più dell'onesto; ma spesso accadeva che gli avventori non avvisati di così straordinario temperamento non volessero aver che fare con lui. Per questa ruvidezza di modi e per la parsimonia del vivere, per cui potè comprarsi la villetta che ho detto e un podere, ebbe la taccia d'avaro; ma con l'andar del tempo taluno potè accorgersi quanto ingiusta ella fosse.

Essendo scapolo, aveva in casa una vecchia per nome Umiliana, già stata al servizio del padre suo, affezionata alla famiglia, e che avendo conosciuto l'indole di Francesco, sapeva comportarsi con lui in modo da far volentieri il proprio dovere e viver contenta. E sul principio l'abituarsi a quelle maniere burbere le era costato molto, perchè il suo carattere pareva tutto l'opposto di quello del padrone, essendo ella piena di affettuosa dolcezza; ma poi s'accorse che anch'egli era umano, e più col fatto, che con le parole, usato a significarlo. Francesco poi, senza darglielo a dimostrare se non col rispetto e con la discretezza, l'amava; e così per lei il servirlo non aveva nulla che a schiavitù assomigliar si potesse. Conosciuti i di lui desiderii, che non erano molti, giacchè in tutto ciò ch'ei potè preferì sempre di servirsi da se medesimo, e inteso l'ordine da tenersi nella casa, ella era giunta a potere prevenir ogni comando; e tra loro non fu mai motivo di dissensione. Perciò Francesco, accordatale pienamente la sua fiducia, le aveva rilasciato tutta l'amministrazione domestica, non teneva nulla sotto la chiave, non ardiva nemmeno sospettare della sua fidatezza. Chi esaminava superficialmente le cose credeva che l'Umiliana da scaltra faccendiera fosse pervenuta a dominare l'animo del padrone, ed a lei attribuiva l'apparente durezza di esso. I favori ch'egli negò agl'indiscreti o a chi non sapeva meritarli, parvero divieti dell'Umiliana; e la dolcezza di questa fu creduta ipocrisia, non potendo ella, per non abusare della fiducia del padrone, mostrarsi più generosa di quello che le sue poche facoltà le permettessero. Bensì non trattennesi mai dall'indicargli qualche infelice da soccorrere, qualche giustizia da rendere: ma siccome egli faceva il bene in segreto, e, benchè fattolo per suo consiglio, non si curava di manifestarlo nemmeno a lei, mentre essa non si sarebbe vantata con chicchessia nè del consiglio nè della buona riescita, così quelle azioni caritatevoli rimanevano ignote per sempre. Ma a lei bastava che fossero fatte, nè aveva bisogno di lode o di gratitudine come stimolo a desiderare o ad operare il bene del prossimo. Tra le persone che interpretarono sinistramente la condotta e le intenzioni dell'Umiliana fuvvi il fratello minore di Francesco.

Dopo la morte del padre i due fratelli avevano continuato a stare insieme a bottega; ma presto il minore, poco amante della fatica, spensierato, chiacchierone e compagnevole oltre misura, ebbe a fastidio il maggiore che lo teneva, secondo lui, in troppa soggezione. Tuttavia Francesco lo amava, ed ammonivalo umanamente, riparando spesso agli effetti delle sue imprudenze, e pagando perfino i suoi debiti; e benchè avesse avuto frequenti ragioni di sdegnarsi della sua ingratitudine, erasi proposto di non abbandonarlo giammai. Contuttociò lo sciagurato, a istigazione dei falsi amici, e male interpretando l'indulgenza di Francesco, volle da lui dividersi di bottega e d'interessi domestici, divenir padrone assoluto del suo, ed invocò anche l'assistenza di un procuratore, dubitando forse dell'onestà del fratello. Questi, fattogli prima conoscere con brevi ma evidenti ragioni l'errore ch'ei commetteva, e trovatolo ostinatissimo nel suo proposito, lo lasciò totalmente libero del fatto suo, e non andò neppure tanto per la minuta a fine di non aver noje di tribunali. — «Così hai voluto» gli disse poi quando Enrico abbandonava affatto la casa paterna, «e così sia. Ma rammentati che nostro padre morendo ci benedisse ambedue con lo stesso affetto, e spirò raccomandandoci di vivere insieme nelle mura che ci hanno visto nascere. Noi potevamo dire d'essere ricchi perchè uniti; ma divisi, chi sa? Enrico, te lo ripeto, questo è uno sbaglio: v'è sempre tempo al rimedio. Finchè non sei uscito di qui, pel sacro nome di nostro padre, son tuo fratello, sciolgo ogni patto che il capriccio ti ha suggerito per separarci: ecco, t'apro le braccia; il mio cuore è tuo. Non vuoi? Dio t'accompagni, ma dimenticati di Francesco. Questa casa non è più nostra, nè io vi saprei vivere da me solo. Dovunque io vada, non mi cercare.» Fatto questo discorso, che fu il più lungo che mai pronunziato avesse nella sua vita, rimase con le braccia stese, pronto a stringersi al petto il fratello, guardandolo con occhi fissi e amorosi; ma quegli che aveva già un piede fuori dell'uscio impaziente d'ogni indugio, incredulo a ogni protesta: «Finalmente» rispose «io sono padrone di me. Ti ringrazio, ma spero che non avrò mai bisogno d'importunarti. Amministrando il mio da me, conoscerò quanto posseggo, e saprò misurarmi.» E partissene.

Francesco allora si voltò per rasciugarsi una lacrima. Venduta la casa paterna, e fattane pervenire, secondo il fissato, la metà del prezzo al fratello, si ridusse ad abitare in un luogo appartato della città, e scrisse all'Umiliana (che dopo la morte del padron vecchio aveva voluto riunirsi alla sua famiglia in campagna), proponendole di conviver con lui come donna di casa. Ella, che non aveva più le ragioni di prima per istabilirsi in famiglia, accettò volentieri, e venne a Firenze.

Poco dopo fu vista aprire sott'altro nome sul Ponte Vecchio, e dirimpetto a quella di Francesco, una bottega d'oreficeria, messa con somma eleganza e con lusso. Il nuovo nome a grandi lettere dorate era quello d'Enrico Salvucci.

Francesco non ne mostrò rammarico nè meraviglia; fece tacere coloro che la chiamavano una soverchieria del fratello, e non cambiò l'antico aspetto della sua umile botteguccia. Vennegli poi inaspettatamente la notizia che Enrico aveva presa moglie, e fatto gli sponsali con grande sfarzo. Le male lingue andarono dicendo che Francesco aveva risposto all'invito con sdegnoso rifiuto.