Part 15
Intanto il padre di Silvio, essendo già vecchio e indebolito dalle fatiche durate per sostenere la sua numerosa famiglia, s'era ammalato, e con poca speranza di guarigione. Il figliuolo l'aiutava da lungo tempo, e si poteva dire che facesse affatto le sue veci. Ognuno aveva da lodarsi della loro puntualità nel servizio del Comune. Dovendo conferire ad altri quell'impiego, non v'era dubbio nella scelta. A nessuno cadeva in animo di contenderlo a quell'onesto giovine di Silvio, lasciando stare che lo stipendio era il solo rifugio per campare dalla povertà la sua famiglia.
E Silvio chiese il posto che suo padre fu obbligato a rinunziare, vedendo che la malattia andava in lungo. Toccava al genitore di Dionisio ed ai suoi colleghi giudicare a chi dovesse esser conferito; fugli detto che aspettasse, e aspettò, senza darsi briga di cercar raccomandazioni o favori da chicchessia.
Dionisio era già in carrozza sulla via della capitale, e stavano a cassetta due dei minori possidenti del suo paese, i quali parlando tra loro del più e del meno, vennero finalmente a queste parole:
«E avete saputo la disgrazia di Silvio?»
«No; che cos'è stato?»
«Poveraccio! Aveva chiesto l'impiego di suo padre, che, lo sapete, ormai è infermo; se lo faceva suo....»
«L'hanno dato ad un altro?»
«Per l'appunto!»
«È egli possibile?»
«Nessuno lo crederebbe; ma è vero pur troppo! È dispiaciuto a tutti. Quella famiglia è proprio rovinata!»
«Oh povero Silvio! Un giovine tanto onesto, tanto perbene! Quello, vedete, quello se avesse avuto modo di studiare, a quest'ora poteva aver fatto una bella riuscita! Ah! ecco un'altra ingiustizia; ma troppo manifesta! che si fa celia! E chi sa? Quel pover uomo di suo padre, con tanta famiglia, in un fondo di letto!... V'è anche pericolo che il dolore l'uccida.»
«Infatti, dicono che quando l'ha saputo abbia cominciato subito a peggiorare.»
«Lo credo io! Dopo uno smacco come questo, chi non lo conoscesse bene potrebbe anche dubitare che avesse qualche demerito, o che il suo figliuolo non fosse di riputazione illibata come la sua! Ma si può sapere?...»
«Nessuno si raccapezza.... Cioè» ed abbassava la voce, accostandosi all'orecchio del compagno «v'è chi dubita che quella persona.... l'avesse con Silvio a cagione del suo figliuolo. Cose vecchie, ragazzate! ma.... vo' sapete che uomo è! E gli altri hanno dovuto fare a modo suo.... Finchè li trova tutti di quella pasta! Bisogna sentire che razza d'informazioni! Io le ho viste in archivio. E il peggio è che le rimangon lì scritte e spiegate.... Povero giovine! gli è rovinato per sempre!»
Dionisio udiva di dentro questo colloquio. Si rammentò dell'esame e delle calunnie; si sentì venire le fiamme del rossore sul volto; i rimorsi e l'angoscia gli straziarono il cuore. Fu in procinto di far subito retrocedere il vetturino... Ma esitò un poco... forse perchè aveva soggezione dei compagni di viaggio. Queste dubbiezze indebolirono l'ispirazione. E' può darsi che quel che dicono non sia vero — concluse tra sè. — Ma appena arrivato in città scrivo subito al babbo, gli confesso tutto, sì, tutto! e se la cosa è vera, lo scongiuro a rimediarvi. — Con questo proposito racchetò un poco la sua coscienza.
I compagnoni ch'ei s'era fatto all'università, sapendo il suo arrivo, andarono ad incontrarlo fuori di porta. Tutto lieto di questa sorpresa, dovè intrupparsi con loro, andar con loro alla trattoria, poi al teatro, e gozzovigliare la maggior parte della notte. Stanco del viaggio, sbalordito dallo stravizio, dormì saporitamente per molte ore; e non pensò più nè a Silvio, nè alle cose del suo paese. Poi bisognava rendere la pariglia ai compagni; festeggiare gli altri dottori novelli che di qua e di là giorno per giorno arrivavano come lui alla capitale per farvi le pratiche; assaggiare tutti gli svaghi d'una città grande; far le visite alle persone alle quali era stato raccomandato; frequentare le conversazioni galanti; studiare il giorno i costumi dei damerini famigerati, per farne sfoggio la notte, e per far dimenticare più che fosse possibile ch'egli veniva da un angolo della provincia...; e in ultimo qualche volta e dure panche, il nero tavolone, gli stempiati polverosi libroni dello studio di un avvocato, e le interminabili sedute dei tribunali.... Come potersi ricordare del povero Silvio?
Presto sopravvenne anche il bisogno di chiedere denari a suo padre; e scriveva, l'assegnamento non bastargli nè anche a mezzo per mantenersi con decenza nella capitale, per fare onore al nome illustre della famiglia (aveva imparato da lui a tenerlo nel debito pregio); non potervisi più vivere a buon mercato come a tempo del nonno.... E allora, anche ricordandosi del povero Silvio, come arrischiarsi a rinfrescare la memoria di quella faccenda, a confessare una colpa, quando si trattava d'un affare di tanto maggiore importanza, almeno per un dottore del suo pelame?
3.
_Un'altra ispirazione._
L'anno dopo, Dionisio tornava a casa per passarvi l'autunno. Era malinconico, pallido, taciturno....; pareva un infermo o un balordo. Aveva lasciato a malincuore i compagni, i divertimenti, le conversazioni....; gli davano martello certi debiti che bisognava pagare a tempo corto per non farsi scorgere, per non intaccare la riputazione della famiglia; e.... solamente lo confortava il non udir più nominare i tribunali nè lo studio. Suo padre intanto era in collera seco lui per lo scorporo fatto allo scrigno a cagione delle infinite richieste di denaro; gli aveva dichiarato di non volerle più esaudire; e sperava che almeno l'autunno gli desse un respiro.... Insomma l'imbarazzo di Dionisio era grande. Bisognava mettere in opera ogni accortezza, umiliarsi, macchinare, pregare, scongiurare. Intanto, per distrarsi da così molesti pensieri.... la caccia. Non già con la solita comitiva, che non vi fosse il rischio di rintopparsi con Silvio!... Oh! ma anche senza volerlo, presto seppe che Silvio non sarebbe andato a caccia nè con lui nè con altri. Suo padre era morto! E il povero giovine, per sostentare la madre e cinque sorelle, aveva dovuto vendere ogni cosa, inclusive il fucile, che passava per uno dei migliori che fossero nel paese. E quel fucile..., lo aveva comprato il fattore di casa, il quale appena potè trapelare che il padroncino facesse i preparativi per la caccia, corse tutto lieto ad offrirglielo, persuaso di fargli una gradita sorpresa; e gli disse chi n'era stato il padrone, e che gli costava un pezzo di pane[27], essendosi approfittato, con l'accortezza d'un fattore par suo, del bisogno d'un disperato. Ah, quel fucile! Dionisio lo conosceva pur troppo! Non ebbe ardire di toccarlo; voltò la faccia, e andò via senza rispondere.
V'era in quel paese un cacciatore di professione, uomo da bosco e da riviera, rilevatore esperto di cani, pratico delle poste di tutto il vicinato per trovarvi gli animali sicuri. Dionisio soleva condurlo seco, e fermò quell'anno di andare a caccia solamente con esso. Abitava costui in una straducola remota; Dionisio in sulla sera, col berretto sugli occhi, uscì di casa per avvisarlo. Entra nel terreno della casuccia; vi trova uno squallore di povertà fuor dell'usato; una donna vestita a lutto che filava, ed alcune povere fanciulline occupate anch'esse, quale in un lavoro, quale in un altro, recitavano il rosario con voce bassa, quasi gemebonda; la debole fiaccola d'una candela di sevo illuminava la mestizia e la pallidezza dei loro visi.... Soprappreso, quasi voltandosi per andarsene, domanda di Stefano il cacciatore: «Oh! non sta più qui» dice garbatamente la donna. «È tornato di casa.... Va' ad insegnarglielo tu al signor Dionisio; è vicino;» e indicava la minore di quelle fanciulle. Il giovine sentendosi nominato, si voltò quasi non volendo per affissare quella donna che parlava a stento con voce fioca. Ed ella: «Non mi riconosce più eh? Poveretto, ha ragione! Sono andata a male; dopo tante disgrazie!.... Sono la mamma di Silvio, sa? E anche lui, povero figliuolo.... la lo vedesse!... Ci siamo ridotti a star qui per fare un po' di risparmio anche nella pigione.»
Dionisio, coprendosi la faccia, non aveva fiato di rispondere; gli tremavano le gambe; avvilito usciva di lì, ringraziando con parole tronche, e rasentando il muro.
La bambina era già corsa innanzi ad insegnargli la casa di Stefano. Quando furono presso all'uscio: «Sta qui» disse, e lo salutava tornando indietro. Dionisio l'aveva scorta con un visuccio sfinito e brulla di vesti; la compassione, lo spasimo dei rimorsi lo spinsero a un tratto a cavarsi di tasca la sola moneta che gli rimaneva; e, chiamata la bambina.... Ma questa, al diaccio del metallo, quasi abbrividendo ritrasse tosto la mano, lasciò cadere la moneta per terra, e fuggì via.
Egli allora si percosse la fronte a guisa di forsennato. — E non ho altro! — esclamava. — E forse io.... — In quel mentre il cacciatore usciva di casa. Udito il suono della moneta che era ruzzolata sul lastrico, e vedendo colui a capo basso, si pose tosto a cercare; il luccichio gli dette nell'occhio, ed esclamando: «Eccola là» andò a raccattarla. Porgendola a Dionisio lo riconobbe; credè che la sua confusione dipendesse dalla paura d'averla perduta; e gli fece festa. Dionisio, sforzandosi di nascondere lo stato dell'animo, prese la moneta, la mise in tasca, ed incominciarono a parlare di caccia. Il tempo per andare in montagna era propriamente opportuno; Stefano aveva visto una lepre in quella macchia, una in quell'altra; aspettava lui per tornarvi; sarebbe stato peccato indugiare; nessun altro nel paese doveva vantarsi d'aver colto le prime lepri.... Dunque fissarono per la mattina dopo allo spuntare dell'alba. «E porti il fucile di Silvio» diceva Stefano. «So che il fattore non se l'è lasciato scappar di mano. Con quello, la lo sa, non si falla un tiro!»
Che notte tormentosa passasse Dionisio, chi può ridirlo? E' non ebbe bisogno d'essere svegliato allo spuntare dell'alba. Non aveva potuto chiuder occhio; gli dolevano le tempie come se v'avesse confitti due chiodi. Il povero Silvio, suo padre, la vedova, quella stanza terrena, quella bambina gli avevano risvegliato acuti rimorsi... Ma già i cani di Stefano raspavano alla porta della camera. Alzarsi di su quel letto di spine, uscir fuori arruffato come una belva, afferrare il fucile che trovò accanto all'uscio, correre all'aria aperta per riaversi un poco, fu un punto solo. Stefano era occupato a raffrenare i cani perchè non facessero a quell'ora troppo schiamazzo, e non s'accorse dello stato di Dionisio.
Quando il giovine dottore tornò a casa, era tardi, e suo padre dormiva. Se avesse voluto dar retta a una ispirazione per non passar un'altra cattiva nottata.... Ma come si fa? Non conveniva svegliarlo. E poi la spossatezza per essersi affaticato tutto il giorno sulla montagna; il dispetto di non aver saputo freddare nè anche una lepre, sebbene avesse il buon fucile di Silvio (il fattore glielo aveva posato all'uscio di camera invece del suo, ed egli non l'aveva riconosciuto per la fretta d'uscire); e la notizia che suo padre era andato in collera per certe lettere venutegli dalla capitale, lo spinsero a chiudersi in camera, e buttarsi sul letto. E il sonno gli venne, ma più angoscioso della veglia, ma pieno di paurose visioni, di brividi, di scosse, di sudori freddi.... Nondimeno il pensiero di placare lo sdegno del padre, che da un amico dalla capitale era stato avvisato dei traviamenti del figliuolo, cagionò un altro indugio al ravvedimento del primo fallo; e le successive fatiche della caccia e le pingui prede fecero a poco a poco svanire anche le paurose visioni.
4.
_Un mutamento di cose._
Un bel giorno il popolo della capitale, indi quelli delle provincie mutarono improvvisamente lo Stato. Anche nella piccola terra di Dionisio i vecchi magistrati doverono girar largo. La moltitudine s'adunò per crearne dei nuovi. Fu detto doversi scegliere le persone più oneste, fossero anche di povero stato. Il voto universale ne gridò tre, una delle quali era Silvio. Appena proferito il nome, tutti l'applaudirono con maggior favore degli altri. Lo condussero di peso nella sala del pretorio; ognuno giubbilando lo riveriva. Ai suoi cenni, alle sue parole fu sedato ogni tumulto. I più sfrenati volevano correre ad alcune case per incendiarle, per vendicarsi; ed egli prevenne tosto quell'impeto, fece posare le armi, spegnere le fiaccole, rispettare le case di tutti. Ma non fu a tempo a impedire che taluni penetrassero nell'archivio del Comune per distruggere, per mettere a soqquadro le carte, per rifrustare i documenti che potessero rendere più manifesta la cattiva amministrazione e gli arbìtri dei magistrati deposti. Trovarono infatti certe scritture che avrebbero nociuto più che mai alla riputazione del padre di Dionisio, e tra esse le false informazioni contro Silvio per dichiararlo indegno dell'impiego del padre. E appena il giovine ebbe posto piede nell'archivio, i più zelanti gliele mostrarono aizzandolo a trarne vendetta. Ma egli con dignitoso contegno gli esortò a racchetarsi, dicendo non doversi pensare da chi voleva il pubblico bene, nè a vendette private nè a persecuzioni, tanto più che nessuno s'opponeva ormai alle nuove cose, e i pochi resistenti in principio erano già sottomessi o dispersi. Indi raccolte in fretta le carte che appartenevano al padre di Dionisio, le prese con sè; deputò alcuni dei più docili a custodire l'archivio, e si trasse dietro il rimanente della folla.
La stessa sera di quella giornata piena di agitazione, Silvio, prima di riposarsi dalle sue fatiche, montò a cavallo, e occultamente prese la via della montagna. Egli solo sapeva dove si fossero rifugiati, per paura dello sdegno del popolo, Dionisio con suo padre e con pochi servi. Giunto colà, i servi s'intimorirono, indi rimasero stupefatti a vederlo solo, in quel luogo, a quell'ora. Chiese di parlare a Dionisio, anch'esso sbigottito per tale arrivo; ma Silvio, rassicuratolo con atti umani, lo trasse in disparte, e consegnandogli il fascio «Da' a tuo padre questi scritti» gli disse. «Ch'ei li distrugga se vuole. Sappiate che il paese è quieto, poichè il governo è assodato per tutto; statevi tranquilli, e non vi sarà torto un capello.»
«E tu!...» rispondeva Dionisio commosso nel prendere i fogli: «Tanta generosità con me?....»
«Non siamo noi amici fin dall'infanzia?» riprese Silvio: e con una stretta di mano si partì subitamente da lui.
XI.
Giovanni Fantoni[28] _e il suo calzolaio_.
Giovanni Fantoni nacque nel 1775 in Fivizzano, piccola città della Lunigiana toscana. La sua famiglia è annoverata tra le più segnalate di quella provincia e tra le patrizie fiorentine. Fu educato prima dai PP. Benedettini in Subiaco, poi nel Collegio Nazzareno di Roma. Soggiornò in Pisa per accudire agli studi filosofici e legali, ma senza compirli; ebbe quindi un impiego a Firenze nella Segreteria di Stato, ma in breve abbandonò Firenze e l'impiego, per ascriversi nelle milizie del re di Sardegna. La vivacità del naturale, e l'intolleranza d'ogni servilità e freno, cagioni principali del suo frequente mutare di proposito e di soggiorno, lo costrinsero presto a lasciare anche la professione delle armi; nè ebbe miglior ventura a Roma, dove lo ricondusse la speranza degli impieghi ecclesiastici col favore d'un prelato suo parente, nè a Napoli, dove gli amici e i congiunti ambivano di vedergli acquistare la grazia del re come gli altri cortigiani. La poesia, alla quale era naturalmente e fervidamente inclinato, lo distolse infine dall'andar dietro ai fantasmi dell'ambizione o della fortuna; e contento delle modiche entrate del retaggio paterno si ritirò nella quiete della sua patria, e quivi si diede tutto agli studi poetici. Così cantava nelle sue Odi:
A parca mensa vive senz'affanno Chi i cibi in vasi savonesi accoglie; Nè i cheti sonni a disturbar gli vanno Sordide voglie.
Che mai cerchiamo, sconsigliati, quando Son pochi i lustri della nostra etade? Cangiar che giova, dalla patria in bando. Clima e contrade? (_Ode a Giorgio Viani_)
Lo spirto tenue del latino stile A me la Parca consegnò benigna, Ed insegnommi a disprezzar la vile Turba maligna. (_Ode medesima_)
Me non seduce l'amistà; non preme Bisogno audace, nè venal timore; Stolta non punge d'insolente onore Avida speme.
Libero nacqui: non cangiò la cuna I primi affetti: a non servire avvezzi, Sprezzan gli avari capricciosi vezzi Della Fortuna. (_Ode medesima_)
Quando, sul finire del secolo, le dottrine repubblicane ripresero vigore in Italia dopo la rivoluzione di Francia, il Fantoni le accolse e le professò con generoso intendimento; scrisse parecchie poesie per diffonderle; e in Milano e in Modena predicò popolarmente la libertà.
Stoltezza, perfidia e ambizione fecero prevaricare la maggior parte dei sostenitori di quelle dottrine, e per colpa tanto dei mediocri quanto del più grande tra gli uomini che ebbero influenza e potere nelle vicende di quel tempo, la repubblica e in Francia e in Italia parve un errore, e la libertà democratica si convertì in licenza. Ai pochi che le virtù del governo popolare conoscevano e praticavano, a quelli che nelle speranze rimasero illusi e nei mutamenti si serbarono incontaminati e costanti, toccò la prigionia e l'esilio. Tra questi fu Giovanni Fantoni.
Nel 1800, ritornato dalla Francia, ebbe nell'università di Pisa la cattedra di letteratura italiana; ma l'anno dopo gli fu ritolta. Si ricondusse allora nella patria, dove fu fatto Segretario dell'Accademia di Ferrara, e dove poi morì nel 1807.
Pare che taluni tra i suoi encomiatori vogliano togliere affatto il merito dell'originalità alle sue poesie, sforzandosi di farlo passare per un pretto imitatore d'Orazio. L'imitar bene un gran maestro non è servilità, e tutti sanno quanta distanza passi dalla giudiziosa imitazione alla copia. E forse cotali improvvidi panegiristi non hanno posto mente alle qualità dell'uomo; poichè i sentimenti magnanimi e il culto della morale e del vero hanno ben altra faccia nella poesia d'un cittadino onesto e nemico d'ogni bassezza cortigianesca, che in quella d'un impudente adulatore della tirannide d'Augusto.
Sebbene, com'egli scrive, l'esser nato di famiglia patrizia non lo portasse a far mostra di quell'orgoglio che è tanto biasimevole in tutti gli uomini, pure negli anni più fervidi, mentre militava in Sardegna, o trattovi da inconsiderato impeto giovanile, o spinto dall'esempio dei suoi compagni, anche il Fantoni s'accostò alquanto ai fare di quegli scapestrati che si gloriavano d'essere audaci con le donne, intemperanti negli svaghi e nelle spese, malcreati e presuntuosi, quasichè il titolo di cavaliere o di conte fosse un privilegio per insolentire con tutti e per tutto. In questo breve intervallo pertanto egli ebbe a pentirsi spesso dell'inconsideratezza dei suoi portamenti, e si ritrovò inoltre angustiato dai debiti.
In Alessandria poi gli accadde di doversi sfidare al duello con un uffiziale superiore. La cagione di questa sfida, per quanto rilevasi dalle sue lettere, non era disonorante, ma gli stava contro il fatto per se stesso biasimevole, e più che altro la mala voce di giovane traviato; e coloro che lo avevano spinto ad errare col malesempio e con le lusinghe del vizio e che indegnamente si vantavano suoi amici, quando lo videro in quel cimento lo abbandonarono secondo il solito con viltà e con dispregio. Il duello non ebbe effetto; e per sottrarsi a ogni altra briga gli convenne rinunziare al posto che aveva nella milizia. Ma appena ottenuta questa licenza, i suoi creditori lo fecero imprigionare per paura ch'egli volesse partirsi dalla città e dallo Stato senza pagare i suoi debiti. Nè la mediazione dei signori Sappa, famiglia ragguardevole d'Alessandria, nè la nobiltà della sua casa, valsero a risparmiare quest'umiliazione allo sdegnato giovine, il quale più che mai sfuggito dai codardi compagni de' suoi stravizi, dovè star chiuso alcuni giorni nelle pubbliche carceri dei debitori, finchè il padre non ebbe risposto alle sue lettere con la spedizione del denaro pel pagamento de' debiti.
Nello stesso giorno che in pena della sua imprudenza, deposte le assise dei difensori della patria, e frenato a stento lo sdegno che lo accendeva, si ritrovò sotto la stretta custodia di un carceriere, capitò alla porta della sua prigione il calzolaio che lo serviva da un mese. Era questi un uomo d'età avanzata, di modi risoluti e cortesi, padre di famiglia, lavoratore onesto e assiduo. «Che cosa volete voi dal contino?» gli diceva con malgarbo il custode. «Vi par egli tempo e luogo da far visita a un debitore? non dubitate, se i denari verranno ce ne sarà anche per voi.» — «Io ho avuto licenza di passar da lui» riprese tranquillamente l'artigiano: «voi fate il vostro dovere e non pensate ad altro.» — «Ci vuole un bel coraggio! Venite pure, ma debbo avvertirvi che solamente a vederlo voi spiriterete dalla paura. Questo Rodomonte in erba schizza fuoco dagli occhi, non vuol parlare, non vuol mangiare; e v'assicuro io, che fino all'arrivo del sacchetto non avrà occasione di far consumo di scarpe. Questi giovani presuntuosi e malaccorti pretenderebbero di scialacquare a spese degli altri; e se non trovano la gente balorda che si rassegni ad essere gabbata se l'hanno a male. Io se fossi babbo di queste buone lane, vorrei ch'e' marcissero in catorbia[29] almeno almeno un par d'anni, per insegnar loro a farla da grandi quando non possono, a negar la mercede agli operai che per loro cagione stentano con la famiglia, a ridersi sotto i baffi di chi si è affidato alle promesse!» — «Voi gli mettete tutti in un mazzo! Molti meriteranno questi rimproveri e un gastigo severo, ma il conte Fantoni è un giovine onorato, molto rispettabile e pieno di buon cuore; e voi farete bene a parlarne con stima e a trattarlo con umanità.» — «Miracolo! È la prima volta che sento un creditore parlar bene del suo debitore. Ma bravo! Anche questa è accortezza. Così avrete meno paura di non esser pagato fino ad un picciolo.» Il calzolaio guardandolo con espressione d'autorevole rimprovero, senza degnarsi di rispondergli, pose nelle sue mani una moneta, e gli accennò silenzio col dito sulle labbra. Erano all'uscio del prigioniero. Il custode strettasi la moneta negli artigli, spalancati gli occhi e messo il capo nelle spalle, tirò il catenaccio, e introdusse il calzolaio nella prigione, mentre borbottava tra sè e sè: — Corbezzole! e' son dunque d'accordo! Allora poi gli è un altro par di maniche. Oh poveri creditori! vo' state freschi! Le volpi si consigliano.... Chi ha avuto ha avuto; e tutti lesti! —
[Illustrazione: Pag. 180.]
Il malizioso carceriere aveva detto il vero quanto allo stato del prigioniero. Seduto sul pagliericcio, coi pugni stretti, il capo basso e le ciglia fieramente aggrottate affissando il terreno, a quella visita non si risentì, non si mosse: le sole narici tumefatte dalla collera davano segno di vita. Il vecchio artigiano si levò rispettosamente il cappello, si soffermò presso la soglia per aspettare il permesso d'inoltrarsi, e considerando quella faccia livida per l'ira e per l'afflizione, incominciò zitto zitto a versar calde lacrime che gli rigavano le gote grinzose. Aspettò un poco, e poi dell'altro, e poi dell'altro; e visto infine che il prigioniero non gli badava: «Signore» disse con voce di pietoso conforto, «vi contentate voi ch'io venga un po' qui a tenervi compagnia? Degnatevi di sfogarlo meco il vostro dolore: e datevi pace, ch'io non son solo ad affliggermi della disgrazia che v'è accaduta.»