Racconti per giovinetti

Part 14

Chapter 143,901 wordsPublic domain

Suo padre poi era infaticabile. La mattina si levava all'alba, e se non aveva malati in casa o da far subito qualche visita fuori, si metteva a studiare, anche da vecchio. E ogni giorno venivano tanti a consultarlo, che spesso spesso n'era piena la sala. Il resto della giornata sempre fuori, e rade erano quelle volte che non mangiasse alla peggio un boccone in qualche bottega, o che non aspettasse a desinare la sera per mancanza di tempo. Prima d'andare a letto, se non era passata la mezza notte, studiava; e quasi mai lo lasciavano riposare in pace, perchè non venivano meno di due o tre chiamate per notte. Sempre sano, sempre robusto, sempre di buon umore, non vi fu un momento della sua vita nel quale stasse senza fare o senza pensare al bene del prossimo. Mai divertimenti, mai ozio; le sue conversazioni erano al letto dei malati o nello studio di Vittorino. «Benissimo» diceva egli quando ve lo trovava innanzi di lui; «procura di renderti presto abile a qualche cosa, giacchè la capacità d'imparare non ti manca. Io non ho risparmiato nè risparmierò spese per farti istruire. Invece di mettere assieme ricchezze, ti preparerò il patrimonio della scienza, che non è sottoposto a disgrazie. Lo vedi? io guadagno molto perchè la società ricompensa bene le mie fatiche; ma tolte le spese del nostro campamento e della tua istruzione, il rimanente voglio restituirlo alla società con ajutar gl'infelici. Ora che ho da pensare a te, mi convien negare a molti il mio debole ajuto; ma quando avrai imparato la tua professione, io non avrò più il rammarico di queste negative. Quindi rammentati che se arrivo alla vecchiaia dovrai assistermi: oppure potrei morir presto, e saresti costretto innanzi il tempo a provvedere da te medesimo ai tuoi bisogni.» Ma Vittorino non aveva d'uopo di quegli stimoli. Studiava, studiava tanto, che, io avevo paura non gli dovesse far male. Ma si vede che lo studio spontaneo, e fatto in regola, non guasta la salute. Vittorino non ha mai più avuto un dolor di capo, ed è stato sempre bianco e rosso come una rosa. Oh! qualche volta impallidiva, sì, poverino! ma quando si parlava di sua madre; e se ne parlava spesso!

Talora esortava suo padre a non si strapazzare poi tanto, specialmente in certe giornate piovose, umide e fredde dell'inverno: ed egli soleva rispondergli: «Figliuol mio, la vita sarebbe nojosa ed inutile se non vivessimo più per gli altri che per noi stessi. Stando in mezzo agli uomini, e trovandoci sani, ben vestiti e nutriti, mentre vi son tanti che tribolano per le malattie o che patiscono il freddo e la fame, ti darebbe il cuore di godere dei tuoi comodi senza aver prima diminuito i mali del prossimo? E che ti varrebbe l'aver campato tanti anni, se poi morendo non ti consolasse l'idea di aver potuto rasciugare le lacrime altrui anche a costo di qualunque tua privazione, di aver lasciato buona fama di te nella patria, non per vanagloria, ma per esempio dei tuoi figliuoli? I veri piaceri dell'uomo son questi. Ti rammenti tu della vita di Vittorino da Feltre che io ti ho fatto leggere tante volte? Vedesti come ogni suo pensiero, ogni sua azione furon sempre rivolti al bene degli uomini, educando e istruendo i fanciulli? Ti ho pur messo quel nome così venerato perchè tu ne segua l'esempio, perchè tu abbia sempre presente la memoria delle sue virtù, perchè t'infonda la gagliardìa del suo animo.» E poi, e poi.... io gli ho udito dire tante altre cose bellissime, che se fossi capace di ripeterle, vi sarebbe da scrivere un libro.

Così in quella casa era una vita sempre laboriosa pel bene del prossimo; e anch'io mi sentii tanto infiammata nella carità, che mi diventò un bisogno di secondare come io potevo i padroni. V'erano poi le più belle soddisfazioni, allorchè quei meschini accolti nei nostri letti ne uscivano risanati. A volte una povera madre aveva recato il suo figliuolino senza speranza di rimedio, e poi che tenerezza quando lo ripigliava guarito! E spesso una dolce paternale invece della ricetta, toglieva le cause di malattie derivanti dalle sregolatezze, e faceva ritornare la pace e l'ordine nelle famiglie. Insomma tutti benedicevano nel nome di Dio quella casa ed i suoi padroni.

Erano già passati dieci anni che io facevo codesta vita, quando sopraggiunse al padrone una terribile disgrazia. Ogni volta che mi rammento di quella notte mi vengono i brividi, e mi sgomenta solamente il pensiero di doverla ridire.

Spesso accadeva che il padrone prevedesse di dover tornare a casa dopo la mezza notte, e ordinava allora che Vittorino andasse pure a letto senza aspettarlo. Io sola mi trattenevo levata, perchè non mi riusciva di dormire tranquilla finchè non lo avessi udito tornare. Una volta d'inverno, la mezza notte era già passata d'un pezzo, e il padrone era sempre fuori. Avevamo in casa un ragazzo malato piuttosto gravemente, e che avrebbe avuto bisogno di lui; e mi faceva specie che non tornasse. Aspetta, aspetta, principiai a stare in pensiero; e Vittorino che era levato per custodire l'infermo, mi dava di quando in quando certe occhiate come per domandarmi del padre. Mi affacciai alla finestra: solitudine per tutto. Il cielo era più qua e più là ricoperto di nuvoli neri neri; la luna illuminava a pezzi alcune case, e lasciava l'altre coperte da cupe tenebre. Di tratto in tratto si scatenava un vento da far paura; e portando seco il fragore del fiume che aveva la piena, somigliava alla romba del terremoto. Mi levai di lì, perchè quel cielo nero e quel vento strapazzone proprio mi sgomentavano. Passò un'altra mezz'ora, e nessuno comparve. Tornai alla finestra: il tempo s'era fatto più tetro che mai, e cominciava a fioccare il nevischio con un freddo pungente. Alla fine odo un rumore di passi lontani; ma era gente che correva in altra parte; poi a un tratto comincia uno scampanìo insolito e così sgangherato, che io non mi sapevo raccapezzare; e il vento lo straportava qua e là, sicchè non c'era verso di capire d'onde venisse. Fui assalita da una farragine d'idee così tetre, che appena mi accorsi di uno che passava a gambe di sotto casa. Allora mi feci animo, e gli domandai che diavoleto ci fosse: «Brucia nel borgo!» rispose, e via come un lampo. A quella nuova mi sentii subito gelare sangue: il padrone aveva dei malati nel borgo.... Ero per uscire dalla finestra, quando Vittorino risolutamente mi dice: «Milla, custodisci il malato; io vo a cercare del babbo.» — «Dio l'assista!» esclamai. Egli era già fuori e correva.

Pensate come rimasi? Le gambe mi si ripiegarono sotto, e in quel momento non sarei stata più buona a nulla, se non mi avesse scosso il pensiero di dover assistere quel malato. Ah! Quanto furon crudeli quei momenti d'incertezza! Poi ecco uno strepito sordo che via via cresceva tanto da scuotere tutta la casa e da far tremare i cristalli. Erano i pompieri con le loro macchine. Dunque il bruciamento è grosso dissi tra me.... Dio mio! cosa sarà dei miei padroni? Intanto il ragazzo si lamentava perchè doveva esser medicato, ed io da me sola non potevo farlo. Nondimeno lo confortai alla meglio, e lo feci chetare. Stando sempre in orecchi, mi parve d'udire nuovamente un calpestìo. Corsi alla finestra, e vidi uno sparirmi proprio di sotto gli occhi. «Che fosse entrato in casa?» Vo all'uscio di scala; nessuno saliva; piglio il lume, apro con impazienza, nessuno; mi soffermo, neanche uno zitto; scendo, e allora scorgo una persona appoggiata nel canto del terreno. Chi va là? gridai risoluta prima di accostarmi. La persona si mosse e a voce bassa esclamò: «Per amor del cielo, lasciatemi ripigliar fiato; vengo dal bruciamento; non ho potuto più reggere.... Ora v'è tanta gente che io posso andare a riposarmi. Oh! se mi faceste la carità di un bicchier d'acqua!» — «Magari, diss'io, venite su: vi darò un po' di vino, vi rasciugherete.» Era un povero manifattore conciato in modo da far compassione; aveva le mani e il viso affumicati, e le vesti fradice mézze. Gli detti da bere, gli feci mutare il vestito, e lo condussi alla stufa; e quando si fu un poco riavuto, mi pareva mill'anni d'interrogarlo. Egli mi diceva: «Benedetta la vostra carità!...» Ma udendo in quel mentre i lamenti del malato nella stanza accanto, si rattenne e poi esclamò: «Per tutto miserie! non badate più a me; tanto vo via....»

Ma io lo pregai ad aspettare un poco: corsi a confortare il malato, e tornata a lui: «Oh! che rovina! (mi disse) io non ne potevo più a portar acqua: non avrei lasciato il mio posto.... ma come si fa? Dopo aver lavorato tutto il giorno, stasera mi mancava la forza.» — «Ma ditemi se nessuno è in pericolo.... Io sto in pena.» — «Poco prima che uscissi ho visto calare dalle finestre un malato....» — «È vicino l'incendio?» interruppe allora, con voce da farmi scoppiare il cuore, il ragazzo che aveva udito queste parole. — «È distante, è distante (dicemmo subito tutti e due), non abbiate paura. E poi (aggiungeva il manifattore) il vento è diminuito; comincia a piover più forte; non c'è alcun pericolo.» Indi seguitò a voce bassa, perchè il povero ragazzo non l'udisse: «Dunque hanno calato uno o una che era in fine, per quanto dicevano; e poi sono scesi i pompieri. Appena levate le scale, il palco già sprofondava (mi si rizzano i capelli a pensarvi).... e sono venute alcune grida di mezzo alle fiamme. V'era sempre gente, e i pompieri non lo sapevano! In quell'istante di terrore è comparso un giovine urlando: _Mio padre, mio padre!_ Passa tra i pompieri, afferra una scala, e sale senza paura del tetto che veniva giù a pezzi. Dietro a lui si slanciano coraggiosamente i pompieri; arrivano alla finestra; il giovine vi salta sopra cavalcioni, e grida _soccorso!_ I pompieri l'aiutano a tirar su per le braccia uno rimasto aggrappato al parapetto senza aver più pavimento sotto i piedi. Come Dio vuole, quasi per miracolo, riesce loro di calarlo: era vivo; ma in uno stato da far pietà. A un coraggio come questo ci è venuto da piangere a tutti e abbiamo dato in uno scoppio d'applausi. Ora non so altro.» Potete figurarvi come rimanessi a questo racconto! Il povero malato piangeva, quantunque non avesse bene udito tutte le parole del manifattore; e poi dall'indugio del padrone si accorgeva di qualche guaio, e i suoi dolori crescevano. Ma poveretto! non pensava più a sè; il crepacuore lo aveva per gli altri. Io, sgomentata ma non avvilita, mi raccomandai al manifattore che picchiasse alla vicina casa d'un medico, e lo mandasse subito da me, che v'era bisogno di lui. Quel buon uomo non si fece pregare. Almeno, avevo io pensato, solleviamo quest'infelice; e facciamo che vi sia un medico in casa per il padrone e per Vittorino, se ne avessero bisogno. Il racconto del manifattore mi faceva pur troppo immaginare che avesse parlato di loro. Intanto mi posi a cercar fila, fasce ed ogni altro occorrente per medicare le bruciature.

Ma tutti questi preparativi io li facevo con una specie di disperazione. Come sarà andata a finire? pensavo. Nessuno veniva a dir nulla.... Che momenti, figliuole mie, che momenti furon quelli! Arrivato il dottore, visitò subito il ragazzo, e lo medicò. Quando era per andarsene me gli raccomandai che restasse ad aspettare il padrone, ed egli guardandomi con aria afflitta, mi disse: «Poveretto! non gli mancano assistenti; ma rimango volentieri per saper come sta. Io credo d'essermi svenuta a quelle parole, perchè poi fui come improvvisamente riscossa da molte voci; e vidi la stanza piena di gente. Mi feci innanzi, scorsi il padrone che appena dava segni di vita, i medici che lo assistevano e Vittorino che piangendo gli aiutava. Allora mi diedi anch'io a fare quel che potevo; ed il padrone fu posto a letto. Bisognava veder con che prontezza, con che animo Vittorino dava mano a tutti per medicarlo! Era bruciato nelle gambe e nelle spalle, e aveva una ferita grave dietro la testa. Oh! che spettacolo da straziare il cuore! Più volte avevamo scongiurato il figliuolo a ritirarsi da quella vista, a pensare alle sue bruciature; anch'egli n'aveva molte; ma no! finchè il padre non fu assicurato, finchè non udì pronunziare che non v'era pericolo di morte, non gli si volle staccare dal fianco. Alla fine mi riesci di strapparlo di lì, e chiamato il chirurgo che aveva finito d'assistere il padrone, lo condussi in camera sua. Povero giovine! fino allora s'era sostenuto con la forza dell'animo; alla fine si buttò sul letto, perchè la forza del corpo lo aveva già abbandonato. Per buona sorte le bruciature erano superficiali, e le ferite poco gravi. Io restai a custodir Vittorino, e il chirurgo dopo che m'ebbe istruita sul modo di assisterlo, ritornò a vegliare al capezzale del mio padrone. Dopo qualche tempo credei che Vittorino si fosse addormentato; ma era una specie d'assopimento; poi cominciò a delirare. A un tratto si alzò sul letto; io durai fatica a tenerlo. Ei gridava: «Qua.... c'è uno, qua.... salvate questo.... questo.... Oh Dio! è lui! è mio padre!... aiuto!» Io mi studiai di calmarlo, di dirgli che suo padre era salvo.... E come Dio volle, tornando in sè a poco a poco, spalancando gli occhi spauriti cominciò a guardarmi fissa, a fregarsi la fronte come per rimettere in ordine le idee, e a un tratto esclamò: «Milla mia!» e gettandomi al collo le braccia, proruppe in un pianto dirotto. Io mi sentivo una serratura alla gola, e tribolavo dimolto senza potermi sfogare. Poi venne da piangere anche a me, e stetti meglio. Allora Vittorino: «Mi son riposato (disse); sto bene: voglio far nottata al babbo da me: lasciami un momento solo, ch'io mi vesta, anzi va' a dormire; riposati anche tu.» Io mi studiai di dissuaderlo; andai a vedere il padrone; gli dissi che anch'egli stava meglio, che il chirurgo non lo lasciava un istante; ma fu inutile; volle vestirsi, e andare in camera di suo padre. Già era l'alba; tuttavia mi obbligò a buttarmi sul mio letto; ed egli assisteva ora il padre, ora il ragazzo malato.

Non passarono molti giorni, che il padrone cominciò a migliorare, e, bisogna che lo dica, i medici ed i chirurghi suoi amici gli fecero sempre una grande assistenza Di Vittorino non se ne discorre. Volle fargli tutte le nottate da sè; e furono diciassette di seguito; il giorno dormiva forse un'ora; io non so come potesse reggere a tanto strapazzo senza ammalarsi. Alla fine, dopo due mesi di medicature e di letto, il padrone guarì e cominciò a muoversi, ma col bastone in una mano e con l'altro braccio sulle spalle di Vittorino. Facevano tenerezza a vedergli girare in quel modo per casa, e parlare amorevolmente; ed il padre ringraziava il figliuolo d'avergli salvata la vita. Questi non voleva udire ringraziamenti e diceva di non aver fatto altro che il suo dovere. La convalescenza durò più d'un mese. Presto ricominciarono a venire i malati; il padrone a andar fuori. Vittorino praticava nello spedale e tutti ripresero la solita via, senza che avvenissero dipoi cose straordinarie.» — Qui la Milla tacque.

Anche nella famiglia della signora Elena nulla avvenne di nuovo fino al ritorno di Vittorino. Di quanta consolazione fosse per tutti rivederlo sano e salvo lo potete facilmente immaginare. Egli non si separò più da quella famiglia. La buona vecchia se ne separò, e per sempre, con immenso dolore di tutti; ma quel dolore fu consolato dall'aspetto sereno ed angelico di colei che faceva la morte del giusto.

X.

L'amico sin dall'infanzia.

1.

_La Gelosia._

In una piccola città di provincia erano alla medesima scuola due giovinetti quasi coetanei, amici sin dall'infanzia, ma di condizione e d'indole differenti. Silvio, figliuolo d'un onest'uomo che aveva molta famiglia e viveva strettamente con le poche entrate d'un campicello e col piccolo stipendio di un impieguccio; Dionisio primogenito del più ricco signore del paese che vi teneva la suprema magistratura: quegli studioso, mansueto, riflessivo, pieno di fermezza e d'ingegno; questi svogliato, indocile, capriccioso, leggiero. Nondimeno erano stati insieme a imparare la crocesanta, insieme sempre a ruzzare; e il padre di Silvio usava spesso, a cagione del suo impiego, in casa di quello di Dionisio; perciò i figliuoli si trattavano da amici, e pareva si volessero bene. In provincia poi i giovani, sebbene di condizione diversa, s'affiatano anche più facilmente che altrove. Poveri o ricchi, sono pochi e quasi tutti parenti, almeno alla lontana. Chi volesse passare per uomo di un'altra sfera, gli converrebbe star solo: ivi un titolo di nobiltà non sempre fa credere che sia alterata l'eguaglianza della natura.

Silvio studiava volentieri, ed imparava presto; e suo padre si sarebbe contentato di fargli ottenere a suo tempo il proprio impiego: Dionisio doveva andare all'università per uscirne dottore a tutti i costi; ma era negligente ed avverso ad ogni sorta d'occupazione. Vero è che l'ammaestramento sostanziale di quella scuola era il latino; studio lungo ed uggioso per garzoncelli che non sapevano dire due parole con garbo nel proprio linguaggio, e fatto alle mani d'un maestro di poca levatura e in fondo più svogliato degli scolari; ma Silvio sapendo che bisognava passare quella trafila per ottenere l'impieguccio di suo padre e mantenere nella famiglia il piccolo guadagno di esso, con tutto cuore si torceva il cervello, e s'affaticava dì e notte per imparare. Mentre Dionisio vedendo l'abbondanza per casa, e approfittandosi della indulgente predilezione del maestro (che spesso accolto alla mensa del padre, faceva alla peggio le sue lezioni), strapazzava i libri per dare a credere di adoprarli, e tassava di buaggine i condiscepoli per esser tenuto da più di loro, nulla curandosi del futuro.

Questi due amici erano per compiere il così detto corso di studj in quella scuola, quando capitò all'improvviso nel paese un Ispettore della pubblica istruzione. Allora il maestro si propose di cimentare i suoi discepoli in un esame alla presenza dell'Ispettore; e bisognò subitamente avacciarlo, perchè questi non aveva agio di trattenersi. Incominciato l'esame, Silvio manifestò molto sapere e una bella prontezza d'ingegno, talchè l'Ispettore ne fece quasi le maraviglie: ma Dionisio, quantunque venisse fuori con molta baldanza e il maestro di soppiatto lo spalleggiasse, presto pericolando si perse d'animo, e finalmente ne uscì scorbacchiato. Il padre, uomo di parole rotonde, mestatore ed avvezzo a ber grosso, tenendosi d'avere in quel primo rampollo un'arca di scienza da spopolare, e propostosi allora di farsene merito, quand'ebbe visto ciò, ne fu addolorato nell'anima; e senz'altro, la sera stessa, mentre appunto conversava con le seconde cime del luogo, fatto venire a sè il garzoncello, così gli disse tutto cruccioso: «Signor Dionisio! io mi sono fuor di modo scandalizzato della meschinissima figura ch'ella ha fatto all'esame! Oggi che s'offeriva l'occasione di segnalarsi, di prepararsi la strada a qualche nobilissima carica nella capitale, per l'appunto oggi vosignoria è stata presa, Dio mi perdoni, per un somaro. Già tutti lo sanno! Ecco qui; si dirà nel paese che un ragazzuccio, che il figliuolo d'un povero impiegatucolo di provincia, ha superato il mio primogenito in un esame, e al cospetto di un Ispettore! Poteva ella fare uno sfregio più grande a sè, a me stesso, all'onore della famiglia! Dov'è andata dunque la sua dottrina? È questa la riprova delle belle cose che mi si dicevano? Si prepara ella così per andare agli studi dell'università? Ah dunque sono stato ingannato! Ecco deluse le mie speranze!... Eh via! si vergogni di essere stato soverchiato da Silvio, di dover quasi imparare da lui come si fa a farsi onore coi superiori! E non mi comparisca davanti se prima la non si mostra più degno di portare il nome illustre dei suoi antenati!...» Dionisio non aveva mai visto il padre acceso di tanto sdegno; non aveva mai considerato con tanta importanza quella faccenda dello studiare e del farsi distinguere sopra gli altri; non s'era mai sognato di dover competere di dottrina o d'ingegno coi poveri ragazzucci del vicinato; credeva che gli bastasse indossare vesti più belle, ed avere qualche denaro in tasca ed il braccio del maestro, per soverchiarli in tutto.

Confuso, costernato, inasprito dalle insolite rampogne, e poi alla presenza di quelle persone! fu preso da subita gelosia; e dato ascolto ai pungoli acuti di quel nuovo e fatalissimo sentimento: «Sì,» rispose col volto infiammato «sì, mi sarò fatto scorgere; ma voi non sapete che Silvio ha avuto dalla sua il maestro; ch'egli sapeva su che cosa l'avrebbero interrogato.... M'imbrogliava lui col suggerirmi a rovescio.... Se mi può fare del male, sempre se n'ingegna.... È un astioso, un monello....» e varie altre menzogne e calunnie vituperose, proferite con ira, con impeto da forsennato. E poi con la voce rotta dai singulti, con gli occhi grondanti di lacrime, si lasciò cadere disperatamente sopra una sedia.

Il padre, sbigottito, prestò fede a tanta dimostrazione di smisurato dolore; temè che la veemenza del pianto convulso lo soffocasse; corse per confortarlo, chiamò i servi, lo fece mettere a letto, e lo pose nelle mani del medico. Indi riflettendo più maturamente alle cose viste ed udite, credè vera la supposta malizia di Silvio, e lui solo incolpò del male che avevano cagionato le sue incaute rampogne. I circostanti o non sapevano il vero o non si arrischiavano a palesarlo; il maestro fece di tutto per distruggere l'accusa di parzialità, ma non si curò di prendere le difese del povero Silvio, contentandosi d'attribuire a disgrazia piuttostochè alla ignoranza di Dionisio, il cattivo esito dell'esame.

Lo sciagurato giovinetto si sentì poi lacerare l'anima dai rimorsi; ma non ebbe la forza di confessar subito il suo fallo. Studiandosi di celare agli occhi di tutti la propria vergogna, sfuggi d'allora in poi l'incontro di Silvio; e poco dopo fu mandato a studiare all'università, con un visibilio di raccomandazioni alle famiglie più ragguardevoli, e d'attestati di buoni studi e di buona morale.

2.

_L'Impiego._

Passarono parecchi anni prima che Dionisio diventasse dottore, perchè la poca voglia di studiare gli fece perdere più tempo degli altri; e simulando malattie od impedimenti impensati, mascherò l'incapacità di sostenere gli esami. Il padre credeva e spendeva. Tornando a casa nel tempo delle vacanze, Dionisio qualche volta rivide Silvio, perchè non era possibile sfuggirlo sempre, nè far dimenticare l'amicizia che nell'infanzia gli aveva uniti. Soprattutto la caccia in compagnia degli altri giovani del paese, dava loro occasione di passare insieme qualche giornata; ma da solo a solo non si parlavano mai. Silvio nulla sapendo dell'iniqua azione che Dionisio aveva commesso contro di lui, attribuiva quella freddezza ad altre cagioni.

— Egli è ricco — diceva tra sè; — ora è avvezzo a praticare i signori; chi sa quante belle cose impara per diventare un dottore! E un giorno dovrà fare la prima figura nel paese... Io sono povero provinciale, sto sempre coi contadini, non so più nulla di quello che abbiamo studiato insieme alla scuola, e tutta la mia speranza consiste nel succedere al babbo nel suo piccolo impiego. — Nondimeno gli dispiaceva di vedersi sfuggito da Dionisio, e quella parola _insieme_ gli faceva sempre mandare un sospiro.

Finalmente ecco Dionisio col diploma e col titolo di dottore; eccolo col giuramento sull'anima di sostenere le leggi del giusto e dell'onesto, di proteggere gl'innocenti e gli oppressi, di farsi campione della verità, della virtù, della patria. Bisognava recarsi alla capitale per farvi le pratiche di questi sacri doveri, per imparare dai vecchi dottori ad anteporre il comun bene all'utile proprio, a spendere il tempo, l'ingegno, la vita se occorresse, pel trionfo del vero, per la tutela degl'infelici, pel decoro della nazione.