Part 13
E agitati tutti da incerti e vari sentimenti si separavano senza sapere più cosa dirsi. Tito non poteva staccarsi dalle braccia di Vittorino. Essi si amavano svisceratamente, e quella separazione produceva in tutti e due un'insolita e fortissima commozione. Finalmente Vittorino rimasto solo con la vecchia, e ritiratosi con lei in una stanza remota, sentì il bisogno di un po' di sfogo; si rasciugò un sudore diacciato che gli bagnava tutte le membra, e poi disse alla Milla: «Ora non ho più paura di lasciarmi vincere dalla debolezza. Cosa vuoi? questi sono passi che a un tratto non si possono fare. Ti confesso il vero che io mi credeva più forte. Ma, finalmente, vi sono riuscito. Benedetta tu che sei capace di fare questi miracoli!» — «Che miracoli? io conosco il suo cuore, e tanto basta.» — «Va bene; dunque ci siamo intesi. Portami da scrivere.» In un batter d'occhio Vittorino scrisse e consegnò alla vecchia un biglietto dicendole: «Domattina, più tardi che tu potrai, dallo alla signora Elena, e bada bene che Tito non ti scappi, se no tutte le tue premure....» — «Eh lasci fare a me (e non poteva trattenere le lacrime), dovrei perdermi sul più bello?» — «Dunque!.... addio, Milla.... ci rivedremo noi?» — «Io spero di sì; ma voglio chiederle un'altra grazia....» — «Di' pure.» — «Il bene che io voglio a questa famiglia infelice mi ha fatto arrischiare un po' troppo con lei, povero giovine.... mi perdonerà?» — «Io? io ti debbo ringraziare, perchè tu hai risvegliato il mio coraggio. Se quella che io fo è una buon'azione, e mi rende stimabile ai miei occhi ed ai tuoi, è tutto tuo merito.» — «Dunque, che Iddio l'accompagni: pregherò sempre per lei.» — «Brava Milla! Addio!» E la vecchia dai singulti non poteva più articolare una parola; gli si buttò al collo, e gli prese le mani per baciarle. «Un bacio, un bacio sulla tua venerabile fronte, generosa vecchia! Io ti amo come la Provvidenza di questa famiglia. Finchè tu starai con lei, non vi saranno più disgrazie. Amami tu pure come se ti fossi figliuolo; io anderò superbo di poterti chiamare mia madre!» E in così dire si staccò dalle sue braccia, e scomparve. La vecchia passò tutta quella notte in orazione; e la mattina dopo, quando s'accorse di non poter più tenere il segreto, e che tutti stavano in gran pena per l'indugio di Vittorino, chiamò in disparte la signora Elena, e le consegnò il biglietto scritto da lui la sera innanzi: v'erano queste parole:
«Il dovere dell'amicizia e della parentela m'ha consigliato a partire per l'armata invece di Tito. Se questa risoluzione può essere grata alle persone che mi sono più care su questa terra, ne ringrazino specialmente la buona Milla. Tito accetti volentieri questo sacrifizio che io ho voluto fare per il bene della sua famiglia. Io sono già in viaggio; a ogni modo sarebbe inutile qualunque tentativo per farmi tornare indietro. Spero che presto ci rivedremo. Un abbraccio a tutti.»
La signora Elena s'ebbe quasi a svenire. Tito voleva a ogni costo correr dietro a Vittorino; ma la Milla si mostrò così risoluta a impedirlo, che gli convenne fare a suo modo. La Luisa fuori di sè dalla gioia, Eugenio, le altre sorelle, tutti circondarono la vecchia benedicendola mille volte, e chiamandola loro benefattrice, loro angiolo custode. Ed ella s'aiutava a dire che tutto era derivato dalla virtù di Vittorino. Ma ripensando al racconto della Marta, tutti conobbero bene che ella non l'aveva fatto a caso, e che se Vittorino era un amico raro, la Milla era una donna veramente di proposito.
Ora, voi già sapete che le buone azioni prima o poi sono premiate. Un giorno vi sarà dunque narrato come Vittorino non avesse a pentirsi del bel sacrificio che egli fece di se stesso alla vera amicizia. Intanto vi dirò che in casa della signora Elena non vi furono più disgrazie tanto grandi. Tito fattosi abile nella legge, si acquistò una buona clientela e provvide comodamente ai bisogni della sua famiglia. Eugenio cominciò a far progressi nei suoi studi di chirurgia, e la signora Elena potè condurre una vecchiaia confortata dalle consolazioni che le davano i suoi figliuoli. E della Milla? Abbiate pazienza; ma prima di parlare nuovamente di lei, prendiamo un po' di riposo.
4.
La capacità e il buon successo di Tito nella sua professione avevano procacciato alla famiglia della signora Elena una discreta agiatezza che era mantenuta e quasi aumentata dalla provvida economia della Milla. Quindi, fatto un consiglio domestico tra la madre, Tito e la Milla, deliberarono di trasferirsi in campagna, per far godere alla famiglia i benefizi della buon'aria o per aumentare il risparmio. Questa risoluzione fu un tripudio per tutti, e cominciarono a ragionare della scelta del luogo. Un giorno che la Milla non v'era, e le fanciulle parlavano con la mamma, la Luigia si pose a dire come la vecchia rammentasse talvolta con passione il paesello dov'era nata, un luogo di poggio, in conseguenza di aria buona, e lontano dalle grandigie dei villeggianti. Quantunque la Milla ne fosse uscita da fanciullina, pure lo descriveva con diletto mirabile notando ogni cosa, e la fonticella dove sua madre la mandava in compagnia dell'altre bambine ad empire la brocca, e la buona memoria del prior vecchio e l'onesta semplicità degli amorevoli contadini. La signora Elena capì per aria il pensiero gentile della figliuola, e fissato tra loro di mantenere il segreto aspettarono il ritorno di Tito per ragionarne con lui. Applaudì egli alla proposta, e presa tosto informazione del luogo seppe che il priore attuale era un degno sacerdote giovine, stato suo condiscepolo, e che aveva sotto la sua giurisdizione un convento soppresso, nel quale avrebbero potuto facilmente trovare abitazione per tutti. Un giorno di festa andò a visitarlo, riscontrò opportuno il paese e l'abitazione e concertò ogni cosa col virtuoso suo condiscepolo, salva l'approvazione di sua madre. Essa la diede; e una sera Eugenio rinfrescò alla Milla la memoria del suo paese. Per lo più la sua prima risposta era un sospiro, perchè sebbene lo rammentasse volentieri, pure _non v'è dolce senza l'amaro_, soleva ella dire; e la più favorita tra le sue ricordanze era quella del giorno dei morti che ella passò nel casolare nativo. «Avevo undici anni (diceva ella); mia madre, quell'angiolo benedetto di mia madre era morta giovine pochi giorni prima; il babbo, povero pigionale, sconsolato tanto da non si dire, perchè le voleva un bene dell'anima, si messe in capo di lasciare quei luoghi che a ogni passo gli rammentavano la sua disgrazia. I nostri parenti erano pochi, e poveri quanto noi. Il priore le scavò di sotto terra le ragioni per trattenerlo; gli parlò della rassegnazione ai voleri di Dio, gli promise d'aiutarci, gli fece toccare con mano ch'era meglio cento volte anche per via di me rimaner lì che andare vagabondo per il paese senza un pensiero fatto, col pericolo di dovermi lasciare alle mani degli altri.... Non vi fu verso di rimuoverlo dal suo proposito. Io potevo far poco, ma ogni sforzo lo feci per consolarlo, e avevo bisogno anch'io, e dimolto, di chi mi facesse coraggio. Ma egli non ci si poteva più vedere ormai nella casa dell'afflizione; aveva paura di commettere qualche eccesso e non voleva staccarmi da sè un istante. La sera nel canto del fuoco mi guardava fisso per ore ed ore, finchè io non cominciavo a piegare il capo in seno; che il sonno, quantunque fossi addolorata, non mi voleva dar pace; allora mi abbracciava stretto stretto piangendo, e mi conduceva a letto. Egli poi, senza spogliarsi, tornava a singhiozzare tutta la notte seduto presso il cammino. Finalmente il priore, vedendo che neppure il tempo serviva a moderare il dolore di mio padre, e che egli si sarebbe consumato d'inedia, lo raccomandò ad un negoziante suo amico di città che ci prese a servizio. Dovevamo partire il giorno dei morti, e il priore, date al babbo tutte le istruzioni opportune, gli aveva più che altro raccomandato, giacchè ormai la risoluzione era presa, di partir subito, d'andar via la mattina a buon'ora. Infatti il babbo, appena levato, e dopo aver fatto fagotto di quella po' di robicciola che potevamo portare con noi, sospirando mi prese per la mano; andammo a dire addio a tutti, e uscimmo dal paese. Ma, fatti pochi passi, e appena entrati fra le macchie più alte che ci coprivano la vista della nostra povera casa, il babbo si pose a camminare più adagio, e invece d'andare verso Firenze cominciò a vagolare pei viottoli senza dirmi mai una parola; e ogni poco si rasciugava le lacrime. Di quando in quando si metteva a sedere su qualche greppo coi gomiti, sulle ginocchia e il capo nelle mani. Io a raccomandarmi, in ginocchioni che si facesse coraggio, che si staccasse una volta da quei luoghi funesti. Nè anch'io mi sarei potuta ridurre ad allontanarmene, ma vederlo spasimare in quel modo era un'altra passione più grande. Eppure tutta la giornata.... (quanto mi paresse lunga non lo so dire) era scorsa con quella passione, senza che un'anima ci venisse a dare un po' di conforto. Eravamo in certi luoghi dove la terra non è lavorata, e nessuno vi capita quasi mai; e poi quel giorno tutti vanno alla chiesa a pregare per i poveri defunti. Poi cominciò ad imbrunire, ed io fui più sgomenta che mai.... Quand'ecco la campana che suona a morto. Allora il babbo si riscosse tutto, mi prese per un braccio, e mi disse: Andiamo a dire addio alla mamma. — Quasi correndo mi tirò sopra un poggetto vicino al camposanto, di dove dietro una siepe folta potevamo vedere e non esser visti; appunto in quell'ora il priore in processione coi fratelli della Compagnia incappati, con la croce dei morti innanzi, e tutto il popolo dietro, andava a benedire le sepolture. Mio padre s'inginocchiò, e tutti e due cominciammo a rispondere sotto voce alle orazioni che il priore intonava. Quand'egli fu arrivato alla cappellina del camposanto, si fermò sulla soglia a fare un discorso: tutti i popolani gli stavano davanti prostrati intorno alle sepolture, e qualche volta il vento ci portava fin lassù le parole del vecchio venerabile che alzava la voce in mezzo ai singhiozzi della gente contrita. Io sentivo bene che egli parlava dell'amore per la memoria dei defunti, e della concordia tra i vivi. Oh! di questa ne ragionò per un pezzo; e mi ricordo come se fosse ora, delle ultime parole di quel discorso; ch'e' le proferì a voce più alta e più commossa: — «Sì, oggi rammentiamoci più che mai d'esser fratelli; figuriamoci che ora i più venerandi, e i più cari tra quelli che dormono il sonno delle generazioni passate, ritornino per un istante agli amplessi d'amore, e pigliando le nostre destre le congiungano in segno di fratellanza. Oh! che questa riconciliazione sia perfetta e costante, e frutti il vostro bene e quello dei vostri figliuoli! Ecco, io benedico queste ossa e i pensieri santi e le virtù che vi chiedo. Addio, anime benedette! Che nessuno di noi tradisca le promesse fatte in vostro nome. Addio! Che il rispetto e l'amore pei defunti siano alimento al rispetto e all'amore pei vivi.» — Quindi, benedicendo con larghe aspersioni la terra del camposanto, intuonò il _Miserere_, e abbracciò i popolani a sè più vicini. Allora questi si abbracciarono tutti fra loro; e baciavano le fosse e le croci, e poi rimessi in processione adagio adagio, singhiozzando ritornarono in chiesa che era quasi buio. Allora mio padre, che in tutto quel tempo non aveva fatto altro che piangere dirottamente, scese, e mi condusse tremando nel camposanto rimasto aperto. Sulla fossa di mia madre l'erba non era ancora spuntata; il babbo vi si lasciò cader sopra a baciarla mille volte, a chiedere a Dio che se era possibile facesse ritornare sulla terra quell'angiolo, oppure che gli dasse più forza di sopportarne la perdita, per non lasciare me orfana di tutti e due. Io che non sapevo come levarlo da quella tribolazione, pensai che avrei forse alleggerito il suo dolore onorando la sepoltura della mamma; e incominciai a cogliere erba di sulle prode e a spargerla su quella terra: il babbo si pose a guardarmi estatico; io continuai a strappare erba e portarla lì, ed egli a poco a poco mi sembrò allora più consolato; poi girando gli occhi scintillanti gli parve di vedere una vanga in un canto, forse quella stessa con la quale avevano scavato la fossa alla povera mamma. Corse a pigliarla; andò fuori del camposanto in un pratello a cavare piote, io a portarle e distenderle sulla terra nuda della fossa, e in momenti restò tutta coperta d'erba come se vi fosse nata da molto tempo. Finito questo, il babbo non pianse più; andammo via dopo aver baciato un'altra volta la fossa, e, zitti zitti, rientrammo in casa che tutti dormivano. Quella notte, dopo tanto sfogo di dolore, mio padre fu più rassegnato del solito; e appena spuntata l'alba, partimmo senza che nessuno si fosse accorto di noi.» Dopo questo racconto la Milla passava alle descrizioni, e soleva finire di parlare del suo paese coll'augurarsi d'esser seppellita nel medesimo camposanto dove erano i suoi genitori. Quindi Eugenio e l'Angiolina, che non si saziavano mai di farle ripetere queste cose, volevano che parlasse di Vittorino, del come ella aveva fatto a conoscerlo, e di molti particolari della sua infanzia; che appunto il signore al quale fu raccomandato il padre della Milla, era nonno di Vittorino; ed essa lo aveva visto nascere, crescere ed educare quasi sotto i suoi occhi. Ma la signora Elena gl'interruppe e domandò alla Milla: «Dunque ci torneresti volentieri al tuo paese, a finire di passarvi la tua vecchiaia?» — «Magari! soggiunse la vecchia tutta ringalluzzata; ma ora che sto tanto volentieri con loro, finchè mi faranno la carità di tenermi, non ci penso.» — «La carità di tenerti? La fai tu a noi la carità di seguitare ad assisterci. Dopo che hai fatto tanto per noi, in età così avanzata, sarebbe tempo che tu pigliassi un po' di riposo.» — «Vergine benedetta! esclamò la Milla facendosi tutta seria, sono io tanto decrepita da aver bisogno di riposo?» — «Non dico questo; ma se ti facesse piacere di goderti la tua pace lassù, non potresti farlo, ora che le ragazze sono grandette?...» — «Dunque, dunque, sentiamo un poco (disse ella tra il serio e il faceto, perchè la signora Elena parlava con piacevolezza, e le fanciulle sorridevano), questa è una licenza bell'e buona. Che ho io fatto, meschina me! per meritarmela?» — «Finiamo la celia (riprese tosto la signora Elena); noi facciamo i bauli, e presto partiremo per il tuo paese; vuoi tu venire con noi?» — «La celia comincia ora (diceva la vecchia ridendo); che domine di bizzarrie son ellen queste?» — «Io ti dico che lo faremo; non è vero? (a Tito che in quel momento entrava nella stanza) non è egli vero, Tito, che abbiamo fissato di andare in campagna, proprio nel paese della Milla?» — «Verissimo (rispose egli).» — «Ebbene (continuò la madre); ella non vuole accompagnarci; vuol rimanere in Firenze.» — «Possibile! (diceva Tito maravigliandosi).» — «Non dico questo (riprese la vecchia con fuoco); magari, se vi andassero! verrei con loro in carne e in ossa; ma non posso credere che vogliano sacrificarsi lassù in una catapecchia come quella; l'aria è buona, non dico, eccellente; Eugenia avrebbe da scavallare e da trovare di belle cose.... Ma se non vi sono villeggianti vicini, non vi sono passeggiate! è un saliscendi; un vento che respinge più che uno va innanzi.»
_Lui._ E dove sono dunque tutte le bellezze che tu ci descrivevi?
_Mil._ Oh! quelle sono le delizie dei poveri montanari, ma non possono dare nel genio ai cittadini.
_Tito._ Eppure le ci piacciono più delle bellezze ricercate e artificiali della città. Sempre Cascine, sempre Boboli, sono cose che vengono a noia. Ma un po' di libertà, fra le boscaglie pittoresche, sulle colline scoscese, lungo quei torrentelli, sui prati freschi, senza polvere, senza rumori di carrozze, senza ostentazioni di lusso.... queste sono le vere delizie per chi è assuefatto a vivere nella città.
_Eug._ Sarebbe un incanto.
_Lui._ E ce ne hai fatto innamorare tu di quei luoghi.
_Mar._ Anche Vittorino, te ne ricordi? ne parlava con tanta passione.
_Ele._ E poi è il tuo paese....
_Ter._ Ci sei tu con noi....
_Ang._ Ci farai tanti bei racconti....
_Mil._ Non so che dire: se hanno proprio quest'intenzione, bisognerebbe che cercassero almeno dove soggiornare con comodo... Io non ho più casa.... e poi.... le nostre case non sono per loro.
_Eug._ Oh! si starebbe volentieri anche in quelle.
_El._ E che cosa ci consiglieresti di fare?
_Mil._ E' v'è un convento senza frati....
_Tito._ Appunto lì noi staremo (disse Tito, correndo ad abbracciarla); Milla mia, te l'abbiamo fatta la celia. Io l'ho già visto quel convento; ho parlato col priore; è fissato ogni cosa; aspettiamo te.
_Mil._ Vengo subito (con uno slancio d'allegrezza). Ma queste son cose.... cose da farmi dare la volta al cervello! Una consolazione come questa non me l'aspettavo davvero. Ah! (sospirando profondamente), perchè non è egli tornato ancora il signor Vittorino?
_Tito._ Ed anche su questo ti darò una consolazione. Ho parlato oggi all'Ambasciatore di Francia, e tra poco avremo le sue lettere. Tu sai che non entra in Russia, perchè venne la nuova della ritirata di Napoleone, e che fu destinato alla cura dei feriti negli spedali di frontiera. Egli ha mostrato tanto zelo e tanta bravura nell'assistenza di quei disgraziati, che è stato nominato chirurgo di reggimento col grado di capitano, ed ha avuto la croce della Legion d'Onore. Il suo nome è già pubblicato onorevolmente nei giornali francesi e lombardi; e nel paese dov'egli è lo considerano come un benefattore mandato dal cielo a sollevarli dalle ultime e più lacrimevoli sciagure della guerra. Gli era stata decretata anche una bella ricompensa in denaro; ma egli l'ha rilasciata a benefizio di tanti divenuti miserabili dopo la rovina di Napoleone, e si è fatta una bella riputazione d'uomo caritatevole e valoroso. Ora qualunque sia l'esito degli avvenimenti, Vittorino non è più esposto ai pericoli della guerra; e quando non vi sarà più bisogno di lui negli spedali, tornerà da noi sano e salvo, e carico d'onore.
A queste nuove tutti si abbandonarono a un giubbilo indescrivibile; la Milla piangeva dalla consolazione; e il giorno dopo cominciarono a fare i preparativi per la campagna, aspettando con ansietà le lettere di Vittorino che confermassero quelle notizie, e cercando tutti di provvedere chi una cosa chi un'altra per accomodargli una stanzetta secondo il suo genio, per quando egli fosse di ritorno.
5.
Mentre in casa della signora Elena tutti aspettavano con impazienza il ritorno di Vittorino, quasi ogni sera parlavano di lui, e la Milla ne raccontava, come a dire la vita. Una volta tra le altre ella narrò questi fatti: «Io entrai a servizio del signor Dottore, padre di Vittorino, due mesi dopo la morte della sua moglie. Vittorino aveva allora poco più di sette anni, e si era ammalato per dolore d'aver perduto la madre. Suo padre mi si raccomandò caldamente che lo assistessi, e che non pensassi che a lui. Quando mi accostai per la prima volta al letto di quel caro fanciullo, e' mi guardò fisso fisso, poi gli venne da piangere, e voltò il capo dall'altra parte. Vedeva una donna accanto a lui, ma non era quella che avrebbe voluto. Poi voltandosi meno afflitto, e con una specie di rammarico d'avermi accolto in quel modo, mi disse: «Oh sì! ti vorrò bene. Milla, ti vorrò bene, di molto; il babbo mi ha detto che tu sei tanto buona! Ma tu mi parlerai sempre di mia madre, non è vero?» — «Io l'ho conosciuta poco (risposi), ma so quanto era buona, e.... sì signore, le ripeterò tutto quel bene che ho udito dire dagli altri.» — «Eh! bisognerebbe che tu l'avessi conosciuta in casa e di molto!... Faremo così: io ti racconterò tutto quello che ella faceva per me e pei poveri malati che venivano da mio padre; e tu di mano in mano mi ripeterai queste cose, perchè non sto meglio altro che quando parlo di lei.» E subito cominciò a descrivermi la sua vita, le sue carità, e sto per dire, tutta l'educazione ch'essa gli dava. Mi fece sapere che in casa vi erano quattro letti per quei ragazzi poveri che arrivavano malati dalla campagna, e che, secondo il signor Dottore, non era bene che fossero messi tra gli uomini allo spedale; e mi disse che sua madre faceva loro da infermiera. Io, benchè queste cose le sapessi, lo lasciai dire un pezzo, perchè mi accorsi che era proprio il suo bene; e poi gli risposi in questo modo: «Se mi riescisse di fare qualcheduna di quelle cose che faceva sua madre buon'anima, me ne ingegnerei. Ma a forza di sentirlo dire imparerò, e mi proverò.» — «Davvero? esclamò egli tutto allegro. Brava Milla! oh! bella cosa! lo dirò al babbo, che appunto era afflitto per non poter più fare assistere quei poveri ragazzi. Come si fa? egli è costretto a star tutto il giorno fuori di casa; io ancora non son buono a nulla; e poi mi sono ammalato. Ma tu ci rimedierai, e almeno per quei poveri figliuoli, la morte della mamma non sarà una disgrazia tanto grande come è stata per me.» — «Ma io (risposi) avrò bisogno d'essere istruita di tutto punto.» — «T'insegnerò io quel che potrò, non dubitare.» — «Dunque guarisca presto per potermi fare questo servizio.» — «Eh! se non mi sentissi tanto debole!... Ma ora, quest'idea che t'è venuta mi dà coraggio. Guarisco più presto.»
Bisogna dire che la fosse proprio così, perchè in pochi giorni potè levarsi. Allora concertammo con suo padre l'assistenza de' ragazzi malati ch'egli accoglieva in casa, e Vittorino m'istruì di tutto veramente bene.
Così dopo che ebbi preso pratica di tutte le faccende, il signor Dottore ricominciò ad accogliere in casa qualche povero figliuolo che avesse avuto bisogno della sua assistenza. A volte ce ne erano due, a volte tre; chi si tratteneva 15 giorni, chi un mese e più; nell'inverno specialmente i letti erano quasi sempre tutti e quattro occupati. Allora si faceva venire un'altra donna per ajutarci. Vittorino poi, tornato da scuola e finite le sue lezioni, si metteva meco attorno a quei piccoli malati, e sfaccendava continuamente, in specie quando cominciò a studiare la medicina.