Racconti per giovinetti

Part 12

Chapter 123,865 wordsPublic domain

Così ella cercava col suo spirito di far coraggio a quella famiglia; e sia l'autorità acquistatavi con le sue qualità eccellenti, sia la fiducia che ispirano i conforti dei vecchi, e il tono di sicurezza col quale proferiva queste parole, ella vi riusciva davvero. E poi nella sua mente accorta e generosa andava ruminando un progetto, che sebbene difficile, pure voleva tentarlo.

Le pareva d'avere scoperto, che Tito, benchè facesse di tutto per nasconderlo, pure aveva una grande smania di andare alla guerra. Con un temperamento robusto e una fantasia molto fervida era facile che vi fosse indotto dagli avvenimenti straordinari di quell'epoca. Oggi veniva la notizia d'una gran vittoria di Napoleone; dimani d'un'altra; quando gli raccontavano di un soldato comune divenuto in pochi giorni generale d'armata; qua d'un regno cangiato in repubblica; là d'una conquista fatta con cento colpi di fucile.

Ma Tito era pur sempre tenero figliuolo e fratello; e ondeggiava molto tra gli affetti di famiglia e lo spirito di ventura. Quell'angiolo della Luigia specialmente gli stava tanto nel cuore, che alla Milla pareva proprio impossibile che in fine dei conti Tito si potesse risolvere volentieri a quel passo. Quindi essa aveva posto gli occhi addosso ad una persona, sul contegno e sulle condizioni della quale fondava la maggiore speranza. Quel Vittorino, vedovo della Sofia, senza genitori, senza altri parenti che la famiglia della signora Elena, liberissimo di sè ed amico vero e generoso, non avrebbe potuto trovare il verso di risparmiare a quella famiglia una perdita così grande? Nella testa della Milla nulla era impossibile; ma l'osso duro stava in quella di Tito. Egli non si sarebbe adattato facilmente a mutare idea; e poi sarebbe stato anche necessario smontare una certa sua naturale renitenza a chiedere od a ricevere favori da chicchessia. La Luigia poteva molto sopra il suo cuore; ma essa, persuasa ormai che la perdita di Tito fosse irrevocabile, cercava anzi di moderare esternamente il suo dolore per affliggerlo meno. E se fosse dall'altro canto arrivata a conoscere la segreta propensione del fratello ad abbandonarla, ne sarebbe rimasta così afflitta, la poverina, da vederla forse consumarsi dal dolore in un fondo di letto.

Insomma la Milla stava come gli altri aspettando ansiosamente il ritorno di Tito e di Vittorino che erano andati insieme a Firenze, per vedere se almeno fosse stato possibile ottenere una dilazione alla sua partenza, giacchè da quello che vociferavano allora intorno all'armata di Napoleone, si poteva congetturare che la spedizione di Russia (1812) fosse per essere differita. Intanto, pensava tra sè, bisogna toccare il cuore di questo Rodomonte in erba; e se Dio mi dasse tanta eloquenza da riuscirvi col racconto che gli ho promesso di fare prima che se ne vada.... Basta: mi proverò. E se fo peggio? Vorrei vedere anche questa! E allora parlo a quattr'occhi a Vittorino, e gli dico la cosa tale quale come la intendo io; e qualche santo provvederà.

In quel mentre fu picchiato, e Vittorino e Tito arrivano. Prima che alcuno rifiatasse, tutti gli occhi furono subito addosso a loro. La Luigia, che era avvezza a leggere sulla fisonomia del fratello, conobbe subito che ogni speranza era perduta, e seguitò con maschia rassegnazione le sue faccende. Tito, dopo aver guardato di volo sua madre e sua sorella, si mise a sedere nascondendo il volto tra le mani; Vittorino, stringendo con aria di afflizione la mano della signora Elena, le fece capire qual risposta avrebbe avuto la sua dimanda.

«Eh! io me l'aspettava,» disse ella, dopo aver reso la stretta di mano a Vittorino. — «Le abbiamo tentate tutte le strade, soggiunse questi.» — «Ma ce n'è un'altra che tocca a me,» diceva la Milla in cuor suo, guardando fissa fissa co' suoi occhiali Vittorino e Tito. Un lungo silenzio successe a queste poche parole; e poi la signora Elena, venuta l'ora delle altre sere, intuonò una preghiera.

Chi si fosse ritrovato a quella fervida orazione proferita con voci tutte dolore e tutte innocenza com'erano quelle d'Eugenio e delle sorelle minori, sarebbe rimasto soavemente commosso fino alle lacrime. La sola voce della Milla era la stessa di prima; sempre ferma e tranquilla, come se non avesse avuta ragione alcuna di sospirare. Finita l'orazione, i volti si rasserenarono un poco, ognuno potè guardarsi con minore afflizione, e cominciò un colloquio, non dirò lieto, ma rassegnato. Tanto è vero che il rivolgersi a Dio nelle disgrazie infonde vigore per sostenerle. L'Angiolina poi, che meno di tutti intendeva la causa del comune dolore, e non poteva stare alle mosse, esclamò: «Ecco, Milla, Tito è tornato; dunque.... ce lo finisci una volta il racconto di Riguccio?» — «Perchè no? basta che la signora Elena si contenti; e poi bisogna vedere se Tito e Vittorino si degneranno di stare a sentirlo....» — «Potresti dubitarne? rispose Tito; io stesso te ne pregai: e tu me lo promettesti. Sarà il ricordo che io porterò meco di te. Vittorino ci ha gusto, lo sai.» La signora Elena fece segno alla Milla d'incominciare, e questa prese a dire così:

«Vi ricorderete, bambine mie, che quel buon giovine di Riguccio andò a Roma con Michelangiolo. Dicono che in quella città vi sia un visibilio di statue e di pitture delle più belle che si possano vedere; sicchè aveva da cavarsi la voglia di studiare: e vi si mise con tanto proposito, che in poco tempo diventò il migliore ajuto del suo maestro. Allora non gli mancò mai da fare: e bisognò che si trattenesse in Roma più di quello che non avrebbe pensato. Egli era proprio nel suo centro: ma ogni volta che ripensava alla sua cara Marta (e questo avveniva spesso), gli pareva d'essere sulle spine, e avrebbe voluto volare nelle sue braccia. Ma il sentimento della gratitudine per colui dal quale si poteva dire che avesse ricevuto il suo essere, e quella bramosia sempre crescente di diventar bravo, gli facevano soffrire in pace quell'amara separazione. E la Marta? ogni giorno che Iddio metteva in terra si figurava di veder tornare a casa Riguccio; e invece le toccava a contentarsi di quando in quando d'una sua lettera. Una volta però restò anche priva di quella po' di consolazione di leggere i due o tre versi d'amore che soleva scriverle. Intanto cominciavano a correre certe voci di guerra in Italia e verso Roma, che la posero in un'angustia da non si poter raccontare. E poi a un tratto a un tratto si sparge la nuova che un diavoleto di gentaccia era corsa contro Roma, l'aveva assediata e posta miseramente a sacco[23]. Per tutto, la gente sbigottita raccontava orrori di quell'assedio. Chi aveva parenti verso quei luoghi, era disperato. Migliaia di persone, i vecchi, le donne e i fanciulli stessi erano stati trucidati senza pietà, per le case, nei conventi e a piè degli altari: perchè quella marmaglia di scellerati, spinti da barbarie e da avidità senza esempio, aizzati dalle grida e dal sangue, non portarono rispetto nè anche alle chiese; per tutto ammazzavano, per tutto rubavano. I sacerdoti che avessero tentato d'impedire l'orrenda profanazione erano presi e messi ai tormenti. Molti dei cardinali furono arrestati, e se volevano uscirne vivi erano costretti a ricomprarsi la vita a prezzo d'oro; e se non potevano, la pagavano col loro sangue. Il papa stesso[24] a mala pena scampò da quella sfuriata di barbarie, ricoverandosi in un castello. Insomma credeva la povera gente di dover vedere la distruzione della cristianità, e che fosse proprio vicino il giorno del giudizio universale.

Fu un miracolo se la Marta non morì diviato a sentire queste notizie; e ne rimase così sgomenta, perchè s'immaginò subito che Riguccio fosse perito, che doverono portarla in casa a braccia, e stentò un pezzo a riaversi. Ma la poverina aveva perduto il suo spirito, era stata assalita da una fissazione mortale.

Se non era l'assistenza d'una vicina caritatevole, che se la prese in casa sua per poterla custodire più assiduamente, si sarebbe lasciata mancare di tutto. Non faceva più una parola, non riconosceva più le persone. Stava tutte le ore del giorno inchiodata sopra una seggiola, con gli occhi fissi al terreno. Solamente la sera quando si discorreva d'andare a letto, non c'era verso di farla spogliare, e diceva alla sua custode: «Riguccio deve tornare tra poco; non voglio che mi trovi addormentata; tanto non piglierei sonno. Andate voi, andate voi; io lo debbo aspettare.» A ostinarsi, avrebbe cominciato a dar nelle furie; bisognava fare a suo modo. E allora ogni volta che sentiva qualche rumore, balzava in piedi, e correva tutta allegra alla finestra, dicendo: «È lui, è lui, aprite subito.» Cessato il rumore, e non vedendo comparire il fratello, continuava a stare in orecchio per qualche minuto, e poi, battendosi la fronte, come donna disperata, ritornava a sedere, e ricadeva nella sua profonda melanconia.

Erano già passati parecchi mesi che la meschina conduceva questa vita, e pensavano di metterla nello spedale, quando una mattina, svegliatasi la custode, la Marta non v'era più. Girò per la casa, girò per Fiesole, ne domandò a tutti; nessuno sapeva risponderle, nessuno l'aveva vista. Anche a Firenze corse la fama di questa sparizione, e non vi fu anima vivente che potesse trovare il bandolo del mistero. Fu fatto un visibilio di congetture e di chiacchiere, e poi non se ne parlò più, altro che in Fiesole, dove gl'ignoranti avviarono a fantasticare di certa figura bianca che appariva la notte nella casa abbandonata della Marta, e d'una voce sotterranea che si sentiva gridare per tre volte Riguccio, sempre alla medesim'ora, nel duomo di Fiesole, in quel luogo dove la Marta soleva mettersi a fare orazione. Sicchè i ragazzi e le donnicciole dall'un'ora di notte in là non passavano più di sotto la casa della Marta; e il posto dov'ella s'inginocchiava in duomo restò sempre vuoto. In questo mentre anche laggiù a Firenze seguiva un altro diavoleto. Quelli che comandavano allora appartenevano alla casata de' Medici, parenti del Papa assediato in Roma, e si vede che volevano far le cose un po' troppo a modo loro. Perchè i Fiorentini ripigliando ardire dalle disgrazie del Pontefice, fecero una rivoluzione per mutar governo, e scacciarono i Medici da Firenze, rimettendo in piedi la repubblica[25].

Ma due anni dopo, quando il Papa ritornò in essere, fece di tutto per rendere alla sua famiglia il potere che aveva perduto in Firenze. I Fiorentini s'ostinarono a non volerne saper più nulla, e si preparavano a far la guerra. Ci voleva molto coraggio, tanto più che erano minacciati da altri nemici e tormentati dalla peste. Ma in quel tempo ce n'era del coraggio e del valore. E delle persone di proposito ve ne furono tante, che la storia d'allora è veramente famosa, a quel che ho udito dire. Già voi la saprete. Sicché mi basta di rammentarvi soltanto che il maestro di Riguccio fu chiamato in Firenze a difendere col suo sapere la patria nel pericolo estremo nel quale si ritrovava. Ed egli, che essendo buon cittadino amava sopra ogni altra cosa Firenze, lasciò subito i suoi lavori a mezzo, e partì. Riguccio che nel saccheggio di Roma era rimasto salvo proprio per miracolo, stava sulle spine per via della Marta, della quale non aveva potuto avere più nuova. Quando sentì che il maestro era per tornare a Firenze, gli si raccomandò perchè lo conducesse seco. Questi glielo accordò subito volentieri, ma dandogli consigli e denari, lo fece partire solo, perchè egli aveva bisogno di viaggiare segretamente.

Fermatosi Riguccio in una città chiamata Perugia, udì narrar mirabilia di una certa compagnia di gente colà arrivata di poco, e che si metteva sulla piazza con suoni e canti a rappresentare a forza di gesti un monte di storie. A Riguccio, che era un po' curioso, venne voglia d'andare a vedere questo spettacolo. Vi trovò una folla straordinaria, e sentiva da tutti mettere a cielo la bellezza d'una fanciulla che era tra quelli Zingani.

Fattosi largo, e arrivato a poter fissare da lontano gli occhi su lei, restò basito a mirarla. Essa aveva tutte le fattezze della Marta, e se fosse stata meno pallida, l'avrebbe subito presa per sua sorella. Ma intanto si sentiva come ribollire tutto il sangue nelle vene, e gli nacque una smania così grande di avvicinarsi di più, che spingendosi avanti all'impazzata, a furia di dare e di ricevere spinte, si trovò in un batter d'occhio sotto il palco degli Zingani.

Allora quella fanciulla, aperte le braccia, cadde bocconi verso di lui gridando: «Eccolo, eccolo!» Riguccio non dubitò più che fosse la Marta; con un lancio saltò sul palco, la prese in collo, prima che nessuno s'accostasse, e la menò via come un lampo. Sulle prime tutti rimasero estatici a questa scena. Poi tre o quattro di quegli Zingani, accesi dalla collera, misero fuori gli stiletti, e corsero addosso a Riguccio. Subito le guardie entrarono in mezzo, ed egli seguitando con ogni sforzo a difenderla gridava: «È la mia sorella! Guai a chi la tocca!» Molti del popolo, inteneriti, e presa parte per lui, si misero a spalleggiarlo; ed era per seguire una gran tragedia. I più se la battevano a gambe; le donne urlando e fuggendo cascavano e rimanevano calpestate; i fanciulli strillavano, e il fracasso cresceva a furia, come un terribile temporale. Riguccio difendendo sempre la sorella avviticchiata al collo, si raccomandava alla giustizia di Dio e degli uomini.

Finalmente arrivò sulla piazza un Commissario con molti soldati, che circondando quella coppia ordinarono al giovine di arrendersi, e gli promisero di non fare alcun male nè a lui nè alla fanciulla. Riguccio allora si diede un po' di pace; ma non volle mai lasciar la Marta, e furono insieme arrestati e condotti al palazzo alla presenza del Podestà. Quando la Marta si fu un poco riavuta, cominciò a tremare forte forte e a raccomandarsi che non la dividessero più dal fratello. A Riguccio fu fatto un esame per sapere se veramente era fratello di quella ragazza. Il capo degli Zingani, parimente arrestato e condotto ad esame, confessò che da cinque o sei mesi viaggiando per quelle parti l'aveva trovata svenuta di notte sulla strada di Roma, e che fattala ritornare in sè, non aveva potuto sapere da lei per qual combinazione fosse capitata in quel luogo, nè qual nome avesse nè di qual città o di qual famiglia venisse. Alle sue interrogazioni restava muta, o rispondeva soltanto: «Roma... Riguccio.» Ritenutala seco, si accorse che era mentecatta, e provatosi a farla gestire nei suoi pantomimi, ella faceva tutto quello che le dicevano, purchè le pronunziassero il nome di Riguccio.

Dopo questo processo, la Marta fu condotta in uno spedale; Riguccio che non voleva abbandonarla, fu costretto a separarsene ed a restare nelle mani del Commissario, finchè non avessero scritto alla Signoria di Firenze per conoscere meglio la verità. Quanto fu crudele per i due sventurati questa nuova separazione dopo essersi visti per così poco tempo e in mezzo a tanto scompiglio! La Marta che era spesso fuori di sè non lo seppe subito; ma arrivata allo spedale, e guardate le persone che la circondavano, cominciò a darsi alla disperazione, accorgendosi che Riguccio non v'era. Poi ricadde in un deliquio mortale, e temerono più volte che la poverina volesse render l'anima a Dio.

Dopo otto giorni arrivarono a Perugia le risposte di Firenze, per le quali Riguccio e la Marta furono liberati. Quando Riguccio lo seppe, corse subito allo spedale, ma il dottore che aveva preso la cura della Marta, non lo lasciò andar subito da lei, perchè v'era pericolo di farla ricadere. Cominciò dunque a prepararvela a poco a poco, e finalmente le cose andarono bene, perchè quando la Marta lo rivide, gli si buttò al collo, e diede in un pianto dirotto che fu proprio il suo salvamento. Poi, come se non potesse credere a tanta felicità, gli prese il volto con ambedue le mani, e facendogli un monte di carezze lo guardava immobilmente con certi occhi da fare' scoppiare il cuore; e diceva sorridendo: «Sì, sì; è lui; Iddio me l'ha reso; ringraziamolo, Riguccio, ringraziamolo Iddio, che ha avuto pietà delle sue povere creature. Me lo diceva stanotte la mamma, sì, me lo diceva che tu dovevi tornare e pigliarmi. Andiamo via subito; non mi par vero d'essere a casa dopo tante tribolazioni. Se tu sapessi quant'ho patito, fratello mio!...» — E Riguccio piangendo s'inginocchiava al capezzale, e le chiedeva perdono d'averle dati tanti dolori. «No, no; tu non ci hai colpa; non ne parliamo più dunque, ma andiamo subito a casa nostra.»

Riguccio non avrebbe voluto esporla a viaggiare vedendola così rifinita; ma per lei sarebbe stato peggio rimaner lì, perchè vi si consumava dalla passione. Cominciarono dunque a far poca strada per giorno, e intanto si raccontavano i loro patimenti. La Marta non sapeva nè anch'essa spiegare in che modo fosse sparita da Fiesole; non si ricordava di quando gli Zingani la presero, nè di ciò che le facevano fare allorchè era con loro. Dal momento che uscì fuor di sè quando le fu narrata la strage di Roma, fino all'incontro con Riguccio, non aveva pensato ad altro che a cercare in ogni luogo di lui, a guardare se fosse tra quelli che le andavano intorno.... Ragionando di ciò arrivarono finalmente sani e salvi a casa; e fu una gioja e una sorpresa grandissima per tutti i Fiesolani, quando una mattina li videro comparire all'improvviso.

Tutte le fandonie messe fuori dagl'ignoranti sul conto della Marta furono smentite; e le bambine che le volevano tanto bene, e che avevano paura ad accostarsi di sera a quella casa, perchè dicevano che ci si sentiva o ci si vedeva, corsero allegre ad accarezzarla, e conobbero che non era un'ombra. La Marta, alla buon'aria della sua patria, ritrovò un po' le sue forze, ma non era più quella di prima. I dolori e gli strapazzi grandi come quelli sofferti da lei rovinano la salute. Ma il suo spirito le tornò tutto; e quantunque la fosse quasi sempre tra il letto e il lettuccio, pure non metteva tempo in mezzo e aveva trovato subito da guadagnare col lavoro delle sue mani. E il bisogno era grande, perchè in tempi di guerra come quelli v'era carestia d'ogni cosa, e nessuno faceva più lavorare gli artisti. Riguccio andò a Firenze a trovar Michelangiolo, e a raccontargli ogni cosa. Il maestro si afflisse molto delle disgrazie di quella buona fanciulla; ed aiutò più che potè lo scolaro. Ma non aveva lavoro da dargli; e poi gli fece questo discorso: «La nostra patria è in pericolo grandissimo, Riguccio mio, ed ha bisogno di braccia che la soccorrano. Tu vedi in armi tutta la gioventù valorosa per sostenere la libertà della patria, e i vecchi e le donne preparate a difendere i propri focolari. Io so che se ti dicessi: Prendi una spada e seguimi, tu mi daresti subito retta. Ma la tua sorella ha sofferto abbastanza, poverina, tu non le devi dare altri dolori; altrimenti la faresti morire. E poi questo sforzo che noi facciamo, se un tradimento non ci rovina, anche senza le tue troppo tenere braccia avrà buon effetto. Oh sì, tu sei ancora troppo giovine, troppo inesperto nelle armi; sicchè non aver paura di passare da vile se rimarrai ad assistere la tua Marta. Ritorna subito a casa tua, prendi questi denari per il vostro campamento, e aspetta che sia passata la burrasca. Dopo ci rivedremo forse con pace, e torneremo a lavorare insieme sul marmo. Addio. Non posso più trattenermi teco. Ti raccomando la tua sorella.» — «Ma se la vostra vita fosse in pericolo, io darei tutto il mio sangue....» — «Lo so; ma non per me, per la patria io ti permetterei di sacrificarlo, se tu non avessi quella sorella. Torna, torna da lei, te lo comando.» Riguccio, che lo riguardava come suo padre, non rifiatò, e dopo averlo ringraziato dell'aiuto e del consiglio, volò a Fiesole. E fece bene, perchè la sua povera Marta cominciava di già a tremare. Infatti poco tempo dopo[26] quei medesimi ladroni che avevano saccheggiato Roma, assalirono a un tratto Firenze; e non bastò la bravura di molti valorosi a liberarla, perchè il generale dei Fiorentini li tradì colla più infame perfidia, e bisognò che alfine si arrendessero, perdendo per sempre la libertà con la distruzione della repubblica. Riguccio non si pentì d'aver dato retta a Michelangiolo ed all'amore per l'adorata ed infelice sorella, perchè passate tutte le burrasche il grand'uomo non si dimenticò del suo scolaro fiesolano; e questi potè far vivere alla Marta una vita meno infelice, senza mai più abbandonarla. Essa continuò sempre a fargli da madre amorosa, e Iddio benedisse la loro virtù; giacchè Riguccio ebbe sempre dei buoni lavori, si guadagnò un pane per la vecchiaia, e si fece onore al suo tempo. Ma siccome non ebbe altra bramosia che di vivere onestamente adempiendo al proprio dovere, e assistendo la sorella, così il suo nome non è venuto sino a noi con altra fama che quella più bella e più durevole di tutte, con la fama della virtù; e morì tutto contento d'aver potuto rasciugare una volta le lacrime della sorella. —

La Milla finì così il suo racconto. Le fanciulle intenerite la ringraziavano, ed avevano un visibilio di cose da domandarle; ma la signora Elena le mandò a letto, perchè era tardi. La Luisa continuava piangendo in segreto a preparare la valigia di Tito; e Vittorino se ne stava immerso in profondi pensieri, aspettando che l'amico proferisse qualche parola. Questi, che aveva attentamente ascoltato il racconto, si riscosse a un tratto, e sospirando esclamò: «Perchè non posso io fare come Riguccio! Milla, è stata una crudeltà la tua a portarmi quest'esempio, ora che non c'è più rimedio.» La signora Elena che incominciava ad accorgersi dell'intenzione della vecchia, ma non poteva neppur essa immaginare uno scampo alla partenza del figliuolo, si accorava più che mai. «Io ho sempre sentito dire che ad ogni cosa c'è il suo rimedio, fuorchè alla morte, rispose la vecchia a Tito.» — «Parla, ed io sono pronto a far di tutto per rimanere.» — «Raccomandiamoci a Dio; c'è ancora una nottata di tempo.» — «Ma io non so vedere come mai.... Se mi riuscisse di nascondermi....» — «Credo di averlo trovato io un mezzo, interruppe risolutamente Vittorino, dando un'occhiata d'intelligenza alla vecchia. Sì, la Milla ha ragione. A tutto c'è rimedio, fuorchè alla morte.» — «Sentiamo!» dissero a un tempo la madre e la Luisa, correndo verso di lui. — «Ancora non posso parlare, continuò Vittorino; e poi non vi abbandonate così presto a una speranza che potrebbe fallire.» — «Ah! lo diceva io!» disse fra sè la Luisa. — «Mi pareva impossibile!» ripetè la madre, che era già rassegnata al suo destino. — «Non ci tormentare così, Vittorino, soggiunse Tito; su cosa fondi le tue speranze?» — «Rispetta il segreto del tuo amico. Ora ho bisogno d'esser libero, e mi basta di sapere che tu resterai volentieri, potendo, ad assistere la tua famiglia.» — «Il cielo lo volesse!» — «Ed io non ne ho mai dubitato: dunque lasciate fare a me. Non c'illudiamo, ve lo ripeto; ma intanto bada bene, Tito, finchè io non ritorno qui, non ti muovere. Fidati di me; dammi un abbraccio e buona notte a tutti. Ma a te, Milla, prima che io me ne vada, una parolina in segreto.» — «Son qua,» rispose tutta allegra la vecchia alzandosi, e pigliando un lume per accompagnarlo.