Part 11
Quando poi egli si fu un poco sfogato, le raccontò per filo e per segno quel che era avvenuto; e la Marta, quantunque ne rimanesse un poco maravigliata, pure non glielo diede a conoscere, e seguitò a confortarlo. Essa aveva preparato una buona cena; la malinconia del ragazzo era quasi dissipata dalle buone parole della sorella; dopo due o tre scosse di testa, cominciò egli a chiacchierare allegramente secondo il suo solito, e a poco a poco gli venne sonno, e dormì bene tutta la notte. La Marta non potè, com'esso, dormir subito, poveretta! Cominciò a fare mille congetture sul contegno di Michelangiolo, e a dubitare: ma quella angelica fiducia che non l'abbandonava giammai troncò le sue riflessioni, e potè poi anch'essa riposare un po' in pace. — Intanto che dormono; anch'io, bambine mie, ho voglia di pigliare un breve respiro.
_Eug._ Ma perchè trattarlo in quel modo, povero Riguccio? mi pare un'azione villana.
_Tit._ Ho sentito dire che Michelangiolo era lunatico qualche volta.
_Sig. Elena._ Egli avrà forse voluto provare la costanza di Riguccio; vedere se la vocazione si manteneva a dispetto delle difficoltà: fargli conoscere quante ve ne sono da superare prima di riuscire a far qualche cosa di buono nelle belle arti. È facile che un ragazzo come Riguccio credesse che da fare i fantocci di neve allo scolpire vi fosse poco divario, e che in pochi giorni avrebbe potuto esclamare: _Sono scultore anch'io!_
_Eug._ Gliele doveva dire tutte queste cose piuttosto.
_Sig. Elena._ Ma a dare a voialtri qualche avvertimento su ciò che non conoscete bene, che cosa accade? O non capite, o non credete. Il fatto parla più chiaro e persuade meglio.
_Mil._ Bisogna che la cosa sia così, perchè quella storia, poco più poco meno, durò varii giorni; ma Riguccio lì, e quanto più vedeva le difficoltà e le fatiche, più gli cresceva la voglia di cominciare. Accortosi intanto che prima d'andare al marmo ci voleva altro, e che bisognava risolversi a qualche cosa, trovò un foglio, prese della matita, e inginocchiatosi davanti a un panchetto accanto ad Antonio, si pose a copiar lo studio di quello scolare imitandone i modi. Non gli riusciva d'azzeccarne una, ma gli pareva meno strano cancellarla venti volte che dire a memoria quattro parole latine.
Insomma e' ci lavorò per qualche ora senza perdere la pazienza nè la voglia; e quando si dovè alzare non poteva più camminare; tanto gli s'erano intormentiti i ginocchi. Ma almeno aveva fatto una prova; qualche segno v'era; bene o male aveva cominciato ad adoperare la matita.
Quando fu andato via, Michelangiolo corse a guardar quella prova, e dopo averle dato un'occhiata, disse fra i denti: «Antonio, Antonio! ho paura che questo ragazzo ti voglia levar la mano. Veggo che bisogna pensarci davvero. Da quel monte ne sono scesi de' buoni; e mi pare che questo voglia accostarsi piuttosto al maestro Mino che a maestro Simone»[19].
[Illustrazione: Pag. 123.]
Il giorno dopo Riguccio più allegro del solito corse al disegno. Michelangiolo, senza che egli se ne avvedesse, gli si pose dietro a guardare come faceva, e dopo un poco gli disse: — _Questo non è lavoro per te._ Riguccio si riscosse, e voltatosi, arditamente rispose: — _O dunque ditemi voi._
— Vien meco; ecco qua il tuo posto.... copia questo disegno.... fa', disfa' mille volte finchè non si scambi con l'originale.
— E che cos'è l'originale?
— È questo, il disegno che tu devi copiare.
— Ho capito.
Gli altri scolari sorridevano d'aver sentito che egli non sapeva nemmeno che cosa fosse l'_originale_; e Riguccio fece il viso rosso.
— Non t'importi che ridano adesso; purchè tu non li faccia ridere quando avrai finito la copia. Bada a te e a quel che ti dico io: pazienza e costanza; e se qui dentro c'è qualcosa di buono (e gli batteva leggermente le nocche sul capo) dovrà venir fuori.
Riguccio non intese a sordo. Ogni giorno faceva un progresso. Presto presto passò a modellare: le speranze di Michelangiolo non furono vane. Marta che vedeva sempre il fratello tornare a casa contento, pareva la donna più felice di questa terra. E ora io vorrei potervi dire tutta la consolazione di quelle due anime piene d'ingenuità e d'affetto; vorrei potervi descrivere la beata pace di quella cara famigliuola che vedeva ogni giorno esauditi i suoi voti. Romolo, il tutore, cominciava a guardar di buon occhio Riguccio, benchè non avesse la tonaca; e le affettuose ammonizioni di Marta, e una terribile malattia cagionata dall'abuso del vino, lo avevano quasi fatto ravvedere. Ma il pover'uomo era debole ed invecchiato innanzi il tempo; stava delle ore a seder sulla panca nella bottega di Marta, mezzo assonnato, a considerare quella giovine vispa ed attiva, seguendone con lento muover di testa i passi celeri e affaccendati in su e in giù per la bottega. Se prima non poteva Marta far capitale dei tutore negli affari del suo piccolo commercio, di più le toccava ora ad assister lui; e lo faceva con tanta premura, che egli non pensava più a nulla, e tutto andava pel suo verso.
Riguccio, coll'andar dell'età, imparava sempre più a valutare i tanti pregi di questa sorella, e ne parlava al maestro con trasporto. Questi volentieri lo ascoltava, e ogni giorno più si sentiva disposto ad amarlo, non solamente perchè riusciva benissimo nell'arte, ma più perchè lo consolava co' suoi teneri sentimenti, gli dimostrava per ogni verso una gratitudine affettuosissima, e teneva poi nello studio una condotta esemplare. Divenuto, si può dir quasi, il favorito di Michelangiolo, nessuno degli altri scolari ne dimostrava gelosia, perchè tutti vedevano bene che egli lo meritava, anzi l'avevano caro; ed essi stessi lo amavano come un fratellino, ed anche lo aiutavano quando poteva aver bisogno di loro. Egli aveva per quelli maggiori a lui d'età e di sapere lo stesso rispetto di un sottoposto pei suoi superiori: nè gl'intravvenne mai di credersi qualche cosa di più degli scolari venuti dopo, e meno abili.
Questa fu la vita di Riguccio per qualche anno; la vita di un ragazzo buono, d'ingegno; piena di quelle contentezze e di quella pace che abbelliscono tanto le umili case dei braccianti. Ma io non la posso, neppur volendo, descrivere per filo e per segno. E poi, si può dire che la conosciate, perchè a voi la provvidenza ha dato i beni della fortuna e le migliori doti dell'anima. Avete una mamma....
_Sig. Elena._ Milla ti prego di tornare a Riguccio.
_Mil._ Sì, sì, perchè il volto e gli occhi delle sue figlie dicono molto più delle mie povere parole. — Sicchè, per tornare al racconto, e accostarmi per oggi alla fine, salterò quattro o cinque anni, e arriverò a una mattina del 1525. Codesta mattina Michelangiolo entra pensieroso nello studio; aveva in mano una lettera, e rileggendola ora qua ora là, dava delle occhiate ai suoi lavori e a Riguccio; gli altri scolari non erano ancora giunti. Dopo un poco fece l'atto di chi ha preso una risoluzione, e disse a Riguccio: — Clemente[20] mi chiama a Roma; ho stabilito d'andarvi; vuoi tu venir meco?
— Io a Roma? con voi? a vedere il vostro Mosè[21]? le vostre pitture del Vaticano?...
— Dunque vuoi tu venir meco? risoluzione!
— E potreste voi dubitarne?
— Domani partiremo.
Riguccio era fuori dì sè dalla gioja. Nel rimanente di quella giornata non gli riesciva di lavorare; la smania di veder Roma, quella famosa città piena delle maraviglie delle belle arti, lo avea inebriato. In quel tempo in ispecie Roma era frequentata dai più famosi artisti dell'Italia i quali eseguivano a gara quelle opere che la fanno eterna maestra delle altre nazioni. Quando sarete più grandi, ragazzi miei, conoscerete queste cose un po' meglio; e vi sarà qualche altra persona, come per esempio il vostro amico Don Vittorino, che ve ne saprà ragionare.
Io penso ora a quella povera Marta, che è alla vigilia di vedere il fratello allontanarsi da lei. Anche Riguccio, passati i primi istanti della sua gioia, vi pensò, e sentì stringersi il cuore. Egli era appunto sulla via per tornarsene a casa; guardava da lontano il campanile di Fiesole, e gli pareva di vederlo per l'ultima volta; sentiva la campana dell'Ave Maria, e si figurava Marta pregare Iddio per non essere mai separata dal suo Riguccio. Come farà egli a darle a un tratto una nuova così dolorosa? Da una parte non gli parea vero di veder Roma, e affrettava il passo; dall'altra non sapeva risolversi a lasciar Marta, e lo rallentava; e una volta ritornò un pezzo indietro per andare a scusarsi con Michelangiolo, perchè aveva promesso troppo presto, e dubitava di non poterlo seguire a motivo della sorella. Ma finalmente l'amore dell'arte la vinse; Riguccio tornò a casa, e trovò la sorella che appunto stava in pensiero per lui che aveva fatto più tardi del solito. Si accorse che egli era agitato da qualche cosa di serio, ma aspettò l'ora di cena per conoscer la causa di quell'agitazione, perchè sapeva che il fratello non le nascondeva mai nulla.
— Marta, le disse Riguccio quando si furon messi a tavola, tu pensavi di ritirare in casa il nostro tutore perchè ti fa pena vederlo star solo di notte in quel tugurio accanto al mulino, ora ch'egli è, si potrebbe dire, malato. Io veggo che tu pensi bene. Così a un bisogno avrà chi lo soccorra; e noi siamo in dovere di farlo; ma c'è una difficoltà.... manca la camera.... Se questa difficoltà sparisse?
— Allora sarebbe accomodato ogni cosa. Romolo viverebbe con noi; non gli parrebbe vero; tu sai che lo riguardiamo come un padre.
— Dunque bisognerebbe ch'io gli dassi il mio letto....
— E tu, dove vorresti dormire?
— Eh! io un giorno o l'altro....
— Come sarebbe a dire? spiegati meglio.
— Se io andassi per un poco a studiare a Roma?...
— Povera me! tu mi vorresti lasciare?
— Per un poco.... A Roma potrei veder tante cose, potrei acquistare tante cognizioni.... il maestro mi ci vuol condurre....
— Magari! quando si tratta del tuo bene.... Ma non tanto presto, credo io: tu sei molto giovine ancora.... E poi ci vorrà una buona moneta.
— Eh! per codesto Michelangelo mi conduce senza spesa....
— Lo so che è tanto buono e tanto generoso, specialmente per te; mi disse anzi che un poco tu lo aiuti e ch'egli vuol pensare a darti stato.... Ma perchè mi fai tu stasera questi discorsi? Aspetta a quel tempo.... per ora vedrò di assister Romolo in qualche maniera....
— Ma non te l'ho detto.... che Michelangiolo mi menerebbe a Roma?
— Subito?
— Anche domani, se tu....
— Ho capito, ho capito (e le spuntavan le lacrime), tu non me l'hai voluto dir subito, per non darmi un dolore così all'improvviso.... Lo dicevo io che tu avevi qualche gran cosa di nuovo stasera? Ecco fatto.... l'ho saputo.... io me l'aspettavo, ma non così presto.... Riguccio, almeno non piangere in codesto modo.... non mi scoraggire; se è per tuo bene, perchè dovrei io negartelo? non posso neppur farlo, anzi l'ho caro, vuol dire che Michelangiolo ti giudica degno di andar con lui a Roma; e forse domani, è egli vero? tu non rispondi? ah! pur troppo domani mi toccherà a dirti addio.... Da questa sera in poi non ceniamo più insieme, chi sa per quanto! Almeno che Iddio t'accompagni sano e salvo; e ti faccia tornar presto nelle braccia della tua Marta. Ma se tu devi studiare a Roma, ci vorrà altro! e chi sa quanto è lontana da Firenze questa gran Roma! E poi si sente tanto parlar di guerre in oggi.... Sicuro, a andar con Michelangiolo non v'è pericolo; un uomo come lui sarà rispettato da tutti; tu sei molto giovine, ma hai giudizio; anche senza le ammonizioni della tua Marta ti saprai regolare da te.... Dunque proprio domani?
— Zitta, per carità, io non ne posso più; tu mi fai scoppiare il cuore. Marta non ti lascerò, non è possibile; io lo dicevo dianzi tra me; avevo fatto bene a tornare addietro per dirlo anche a Michelangiolo; ma, domani, domani.... egli non se l'avrà a male.
— Riguccio, di un po' di sfogo ne ho avuto bisogno; stasera è la vigilia della tua partenza; o poi son donna; non ho altri che te a questo mondo; se ho pianto, se ho detto tutte quelle cose, sono compatibile; ma ora ti ripeto che il tuo bene deve andare innanzi a ogni cosa. E poi tu l'hai promesso al maestro. Bisogna mantenergli la parola. Chi sa che tu non gli possa anche recare qualche servizio? Va', va'; tu puoi pensare a me anche da lontano. E io? figurerò d'averti meco; avrò la compagnia di Romolo; sì, da una parte è bene, perchè quell'uomo mi fa troppa pena a star solo. E quando ritornerai?
— Non lo so: ma ho speranza di tornar presto.
— Dio lo voglia per la tua Marta. Ora che tu sai scrivere, mi scriverai spesso; domani voglio venire a dire addio a Michelangiolo; mi raccomanderò anche a lui. Intanto, va' a riposarti; se devi porti in viaggio....
— Sì; domattina ci diremo addio. — E si lasciarono. Ma nessuno di due aveva voglia di dormire; quando Riguccio se ne fu andato, Marta ricominciò a piangere zitta zitta; pure nel medesimo tempo metteva assieme le robicciole del fratello per fargli alla meglio una valigetta da viaggiatore. Spuntò il giorno; Marta e Riguccio s'incontrarono con occhi lacrimosi, ma la sorella faceva coraggio al fratello, quantunque in cuore fosse maggiormente angustiata di lui. Riguccio, alla fine, andava col maestro in una città così famosa a soddisfare la sua gran passione per l'arte, ad acquistar sapere, a diventar uomo davvero. Ma la sorella restava sola, senza compenso alcuno alla sua afflizione, con mille pensieri, con mille paure che dalla sua fantasia inesperta e dal suo cuore affettuoso erano grandemente accresciute. Pregarono insieme; insieme partirono di buonissim'ora, e per istrada si rammentarono di quando videro per la prima volta il Buonarroti.
— Allora la Provvidenza ci protesse. Riguccio, te ne ricordi? Ci proteggerà anche questa volta. La nostra cara mamma pregherà ancora per noi. Benchè separati da tanto paese, noi saremo sempre uniti nel pensiero di quell'anima benedetta, che ora dal cielo ci vede nell'afflizione, e regge i nostri passi, e benedice le nostre speranze.
— E sostiene il tuo coraggio. Tu fai le sue veci con me; ella mi diede, e tu mi conservi la vita, Marta, io mi accorgo di fare un passo superiore alle mie forze. Oh Roma! Roma! quanto mi costi!
E poi camminarono in silenzio fino alla casa di Michelangiolo. Quando si diedero l'ultimo addio, quando s'abbracciarono senza poter più articolare una parola, anche il maestro si sentì scorrere le lacrime sulle gote, ed ebbe rimorso d'essere stato cagione di tanto spasimo a quei due angioli.
Marta non s'era perduta mai di coraggio: ma quando fu ritornata a casa si abbandonò liberamente a un lungo sfogo di pianto, e cercò in seguito un po' di consolazione in fare a Romolo tutto quel bene ch'ella poteva.
3.
La signora Elena, vedova di un negoziante di Firenze, erasi ritirata a vivere in campagna per diminuire le spese d'una famiglia numerosa rimasta quasi priva di assegnamenti. Vivente il capo di casa se l'era passata bene, ma la morte di lui, sopraggiunta all'improvviso in tempi sfavorevoli al commercio, era stata una rovina irreparabile. Noi abbiamo già conosciuto questa famiglia prima della sua disgrazia. Vi ricordate voi della vecchia Milla, e di tutte quelle fantoline alle quali narrava talvolta le sue novelle? Io vi parlo di loro. L'Angiolina, la minore, non è più da chicche. Ella ha già i suoi 11 anni, e con le sorelle Maria, Teresa e Luigia piange la perdita così funesta d'un genitore adorato. Ma quelle fanciulle erano cinque. Ahimè! sono costretto a darvi un'altra notizia dolorosa La buona, la vispa Sofia, la sorella maggiore, la delizia di casa, dopo essere stata sposa per due anni ad un bravo giovine dottore di medicina, ebbe una terribile malattia, e morendo nel fiore degli anni, lasciò la desolazione nella sua famiglia e nel povero Vittorino suo marito che l'adorava. E chi sa che la sua morte non avesse affrettato quella del padre! La signora Elena resse a queste acerbe sventure, perchè la Provvidenza non volle che quei suoi figliuoli (vi ricorderete anche di Tito e d'Eugenio) rimanessero affatto abbandonati. Ma potete figurarvi a quale vita di privazioni erano ridotti! invece d'abitare un quartiere nel centro di Firenze, e bello, comodo e ammobiliato con lusso benchè modesto, noi li troviamo ora in una meschina casuccia di campagna. Invece d'essere serviti di tutto punto da due o tre persone, bisogna che s'ajutino a far da sè con la più stretta economia di cose e di tempo. Non più veglie piacevoli, delle quali i ragazzi duravano a parlare un pezzo, perchè erano andati a dormire due ore più tardi del solito, ed avevano sentito la mamma e la Sofia suonare e cantare veramente bene, e s'erano ritrovati a cenar tutti insieme. Non più vestiti belli, non più trottate in carrozza... Ma nessuno si creda che uno stato così diverso dal primo gli affliggesse per la mancanza dei comodi e degli svaghi. Quante famiglie si sono ritrovate in simili angustie, specialmente a quei tempi nei quali tutta l'Europa era sottosopra per le guerre di Napoleone! e la infelice nostra Italia ne pativa forse più di tutte le altre nazioni. In questo mondo bisogna saperci adattare a ogni condizione; e quando le disgrazie non sono meritate, Iddio ci dà la forza di sostenerle. Così era nella virtuosa famiglia della sig. Elena. Eccola lì tutta raccolta in una stanza, e a fare chi un lavoro chi un altro, dopo avere sbrigato un po' per uno le faccende di casa. La sig. Elena ricama per fuori, e intanto insegna alla Teresa. La Maria e l'Angiolina lavorano per casa. Eugenio studia, perchè sua madre fa di tutto per renderlo capace di esercitare una buona professione. Non si sarebbe vergognata a metterlo ad un mestiere, ma giacchè egli era innanzi negli studj, le pareva peccato farglieli abbandonare sul più bello. La Luigia, rimasta la maggiore, sceglie e prepara i migliori capi della biancheria di Tito. Ma oh! quanto codesta occupazione è dolorosa per lei e per tutti! Volete sapere il perchè? Il giorno dopo Tito doveva partire coscritto per l'armata di Napoleone I.
Ci mancava anche questo per accrescere la loro disgrazia! Quando egli era per raccogliere il frutto degli studi legali, essendo vicino al termine delle sue pratiche, sopraggiunse una di quelle coscrizioni fulminanti che rubarono tanti poveri giovani alle loro famiglie negli ultimi tempi dell'impero francese. E per l'appunto anche a lui toccò ad essere del numero dei coscritti, quando aveva maggior bisogno di rimanere in casa, e minori mezzi per riscattarsi.
Non valse addurre la povertà della famiglia, che perdeva in lui il solo sostegno; furono inutili tutte le raccomandazioni, bisognò prepararsi a partire, e quella serata era la vigilia di una crudele separazione.
Figuratevi dunque come tutti erano costernati; ma forse più di tutti la Luigia che amava quel fratello con trasporto di tenera predilezione.
«Oh! disse ella dopo aver tratto un lungo sospiro, anche Marta fiesolana, ve ne ricordate sorelle? si afflisse tanto nel preparare il corredo a Riguccio, quando ebbe a partire per Roma con Michelangiolo. Ma essa lo mandava a farsi un bravo scultore, e aveva la speranza di rivederlo. Noi... ah! noi forse perderemo Tito per sempre! Povero Tito! chi sa quanto gli toccherà a patire in mezzo alla guerra, per morir poi lontano da noi e dalla patria!»
Nessuno ebbe coraggio di rispondere a così funesto presagio. Ma una voce a quegli afflitti carissima ruppe all'improvviso il silenzio, pronunziando con fermezza queste parole: «Iddio non abbandona chi ha fiducia in lui; e chi soffre con rassegnazione patisce meno.» E una vecchierella entrava nella stanza, e consegnava con faccia lieta alla sig. Elena un gruppetto di monete. Questa con le lacrime agli occhi strinse la mano grinzosa della vecchia, e posandosela sul petto, disse alle figliuole: «Benediciamo la provvidenza e quest'angiolo che ce ne porta i soccorsi.»
Quelle monete erano in parte il guadagno delle loro mani; e quella vecchia (scommetto che alcuno di voi lo ha già indovinato) era la buona Milla. Sicuro; quando la disgrazia entrò in quella famiglia, di tanti che vi bazzicavano in tempi migliori, una sola persona restò fedele, ed anzi raddoppiò le sue visite, supponendo, e con ragione, che ve ne fosse bisogno. E questa persona fu appunto la vecchia Milla, che se voleva, avrebbe potuto andare piuttosto in case ricche e mettere assieme dei quattrinelli col far da guardiana ai fanciulli quando i genitori eran fuori, come già fatto aveva dalla signora Elena. Ma no; ella preferì di servire i padroni impoveriti, e senza ombra d'interesse, perchè il Vangelo insegna a soccorrere gl'infelici.
Quando poi la signora Elena si decise a ritirarsi in campagna, chiamò la Milla in disparte e le disse: «Milla, per ora io non ho la possibilità di ricompensarti come vorrei della grande assistenza che tu ci hai fatta; e più che altro mi sta sul cuore di doverti perdere. Ma non dubitare, non mi scorderò di te; e se un giorno o l'altro, che Dio non voglia, ti mancasse un po' di letto e un boccon di pane, vieni subito da me, che alla meglio ti adatterai quel che fa a sette...» — «Per carità, interruppe la vecchia, la non mi faccia codesti discorsi. Non si rammenta del bene ch'ella mi ha fatto quando poteva? Me ne rammento io; e ci vorrebb'altro altro a saldare il mio conto con lei! Anzi, non m'arrischiavo a dirglielo: io mi sono tanto e poi tanto affezionata alla sua famiglia, che mi pare impossibile di dovermene staccare; e da povera vecchia come sono, un po' d'aiuto per le faccende più rozze mi proverei a darlo.» — «E tu vorresti sacrificarti in una casa di miserabili come siamo ora?» — «Magari! se avessero la degnazione di accettarmi....»
A un tratto di carità spontanea come questo in una misera donnicciola del volgo, la signora Elena si intenerì tanto, che non ebbe nè anche fiato di rispondere. Le buttò le braccia al collo, ringraziò il cielo, e fin da quel giorno la generosa vecchia fu a parte della loro sorte, e seppe renderla meno infelice. Ella teneva in custodia la masserizia, regolava le faccende di casa, sapeva mettere le mani per tutto, trovava ogni stillo per raffinare l'economia, insomma era la buona testa della famiglia. E poi, bene spesso, quando sarebbe stata ora di pigliarsi un po' di riposo, correva a Firenze dalle persone di sua conoscenza a procacciar lavoro per la padrona senza mai nominarla, e a riportarlo e riscuotere que' pochi, o a vendere uno di quegli oggetti di valore dei quali la signora Elena era costretta a disfarsi per qualche straordinaria occorrenza. Quella sera appunto era stato necessario mettere assieme una sommerella, perchè Tito andasse via almeno con qualche soldo in tasca. E tra due o tre crediti di lavoro, ed il ricavato dalla vendita d'una bella mantiglia di Fiandra, la Milla portò a casa un cento di lire. «Tito non se l'aspetta, disse la signora Elena con aria di compiacenza. Questi po' di soldi gli potranno far giuoco una volta o l'altra; glieli devi dar tu, consegnandoli alla Luigia; una buona parte di essi gli hai guadagnati con le tue mani. Ma brava davvero la nostra Milluccia! io non mi aspettavo tanto. E chi sa quanto hai girato! Va' a mangiare un boccone ed a riposarti. Stasera facciamo veglia noialtre, e la Luigia non v'è pericolo che ti ceda la mano a preparare il corredo di Tito.» — «Troppa bontà, signora Elena, ma io non sono stracca davvero. Anzi que' due passi m'hanno fatto pro. Ho anche da mantenere una promessa, è egli vero, fanciulle mie? la feci a voi e a Tito. Per voi si potrebbe rimettere a un'altra sera; ma Tito.... domani deve andar via.... potrei essere a Trespiano[22] quando ritornerà....» — «Se ritornerà!...» interruppe sospirando la Luigia. — «Oh! questo ve l'assicuro io.... son povera donna, ma del mondo ne conosco la mia parte, e mi basta di campare qualche altro mese per rivedere Tito fra noi, non dubitate....»