Racconti per giovinetti

Part 10

Chapter 103,796 wordsPublic domain

Eccoli sulla via. Nel sereno della notte l'erbe s'eran coperte di rugiada, il calore del sole nascente la scioglieva in vapori, e le nebbie ricoprivano la pianura. Ma una brezza di ponente un po' qua e un po' là sollevava e dissipava quelle nebbie, sicchè or si scorgeva un pezzo di paese, ora un pezzo di città comparire com'isola in mezzo a splendido mare. Ma presto disparvero quei flutti vaporosi; e allora com'era magnifico lo spettacolo della valle dell'Arno vista da quell'altura di Fiesole! E la città distesa nel mezzo a un torrente di luce che pioveavi sopra a fare scintillar come soli le finestre dei templi e dei palazzi. Tante e tante campane risuonavano insieme e producevano tale armonia che i giovinetti ne restarono insolitamente meravigliati, perchè prima non s'eran trovati in uno stato da essere tanto commossi a quello spettacolo, non avendo mai avuta la mente e il cuore pieni di trepidanza e di confusi e teneri sentimenti come in quel giorno. Firenze per loro era divenuta un mistero: la terra promessa, o il deserto. Marta andava, andava, ma più col pensiero che con le gambe; a ogni passo verso colà nasceale un sospetto, un dubbio, un timore. Troverò io chi cerco? Sarò io esaudita? o scacciata? o derisa? Fra tanta gente, sola con questo fanciullo! Ma Dio m'accompagnerà; ed affrettavasi in così dire e in un momento avea fatta una di quelle rapide scese che mutano lo spettacolo della veduta come un incanto. Riguccio non era mai stato a Firenze; ma aveva sentito dire e dire.... Case spropositate, innumerabili, strade che non finiscono mai, chiese immense, colonne, portici, e una folla di gente, che va e viene, cocchi, soldati, e vesti di mille foggie, e quel che è più, statue, statue da incantar le persone. E tutto ciò che egli confusamente vedeva sollevarsi laggiù tra gli altri edifizi, gli pareva una statua, che dovesse, accostandovisi, mostrar braccia e gambe e testa gigantesche, maravigliose.... Altro che i suoi fantocci di neve! altro che le immagini dei tabernacoli! Ma sapete? eran poi campanili, torri, cupolette, rocche di cammini, alberi, merli.... E dove son dunque le statue? e s'indispettiva, il povero Riguccio, per l'impazienza, e sbirciava da averne dolore negli occhi. E tutti i suoi pensieri non erano altro che questi. Quando uno spettacolo più vicino e dolente arrestò impauriti i nostri viandanti. Era un uomo steso bocconi, immobile sopra la terra con la testa penzolante nel fosso e insanguinata. Dio mio! l'idea che fosse un morto, la solitudine del luogo in quell'ora sì mattutina, gli fece raccapriccire e arretrarsi. Ma ritrovò presto la buona Marta il suo coraggio; guardò con occhi più fermi, protese la testa verso il meschino, le parve scorgervi un segno di vita, gli corse presso, lo sollevò, fasciò la ferita col fazzoletto, saltò in Mugnone, e inzuppato il velo nell'acqua, la spruzzò nella fronte al caduto e nettatolo un poco, lo riconobbe per un misero di que' contorni, che spesso facea per improvviso svenimento quelle male cadute. Egli cominciò a riaversi, e Marta si provò a trarlo sotto un albero, perchè stasse meno in disagio; ma da tanto le sue forze non erano; ed allora le giunse un aiuto inatteso. La sollecitudine di Marta in prestar quel soccorso tanta era stata, da non farla accorta che verso quel luogo veniva un uomo pulitamente vestito, di volto un po' burbero ma umano, il quale accostatosele, zitto zitto le diè vigoroso ajuto in quell'ufficio ch'ella non potea compiere da se sola. Riguccio in tutto questo tempo s'affannava a fare, si dava gran moto, ma che poteva? Alfine il povero si riebbe; la ferita era poco temibile; lo condussero nella casa vicina d'un mugnajo conoscente di Marta; essa glielo raccomandò come fosse suo padre: il mugnajo forse anche più volentieri alle preghiere di Marta, lo accolse e n'ebbe cura. Marta ringraziò poi dell'apprestatole ajuto l'incognito con quel suo fare tanto garbato, ch'e' ne sentì in cuore i' non vi so dire qual tenerezza. Ed egli avea già visto da lontano ogni cosa; e quantunque paresse non d'altro premuroso che di continuar la sua via tra sè e sè co' suoi pensieri fantasticando, pur non potè a meno di rallentare il passo, e considerare la bella faccia di quella buona ragazza e l'ingenuo volto del vispo fanciullo che non gli avea mai levati gli occhi di dosso. Infine rallentò il passo, e si rivolse a domandare a Marta (come taluni fanno in campagna) s'ella fosse fiesolana, e dove ne andasse mai a quell'ora con quel ragazzo. Marta cortesemente gli palesò la sua condizione, gli narrò il fine della sua gita a Firenze, gli parlò dell'inclinazione di Riguccio per l'arte (e qui anch'egli mise la bocca) e gli fece note le sue incertezze, i suoi timori, e di Michelangiolo ragionò come dello Smisurato. Quel messere intanto andava fisamente guardando or Riguccio ora Marta, e or sorrideva, ora aggrottava le ciglia e increspava la fronte, come chi si trova agitato da gravi pensieri. — «Dunque tu, fiesolanetto mio caro, tu ami la scultura, e piccin come sei, vorresti porti a studiarla?» — Oh! sì davvero! non sarò contento finché non mi vedrò nascer sotto le mani un volto bello come quelli che sono lassù nella chiesa di Fiesole.» — «Davvero! e come quello scolpito da Mino, eh?» — «Chi è questo Mino, scusate?» — «Oh! il piccolo artefice che non conosce il grande scultore della sua patria! Ma tu sei troppo in erba, è vero, per saper queste cose. Te lo dirò io; Mino è un fiesolano, famoso scultore; è quello appunto che ha scolpito il monumento del Vescovo Salutati nella chiesa di Fiesole.» — «Oh che mi dic'ella! Questo Mino è nato proprio nell'aria di Fiesole? Che grand'uomo doveva essere! Com'è bello quel vescovo! Vero che par vivo quel volto!» — «Sì, Mino era un grand'uomo, e quello è un gran bel volto, Riguccio! e anch'io, sai? anch'io vi sono stato estatico a rimirarlo, e l'ho studiato, e non ho potuto ancora farne uno che valga quello. Ah possa tu aver questa sorte! E giacché parmi che il Signore ti voglia mettere in sulla via dell'arte, vieni, Riguccio, vieni pur meco. Ti condurrò io a maestro Michelangiolo.» A questa profferta si sentirono consolati. Andarono dietro dietro a quell'uomo, per un pezzetto in silenzio, guardandosi di tempo in tempo con occhiate di giubbilo. Presto giunsero alla Porta San Gallo; entrati in Firenze, Riguccio non capiva in sè dalla maraviglia. Tutto quanto aveva udito dire della città gli pareva nulla. Quando poi vide la Cupola e il Campanile!... Basta dire che Marta dovè allora pigliarlo per mano, e quasi trascinarlo dietro la loro incognita guida. Dove la calca della gente incominciò a farsi maggiore, tutti guardavano e molti facevano riverenza a colui che gli menava seco. Alfine egli entra nel terreno d'una casa, spinge innanzi una porta, li fa passare in uno stanzone pieno di statue e di marmi abbozzati, e dice sorridendo: «Ecco qui maestro Michelangiolo.» Guardarono intorno timidamente, e non v'era altri che egli stesso. «Dunque!...» — «Dunque sono io.... così è: quello che tu cerchi son io, che non ho difficoltà ad insegnarti quel che vorrai. Sicuro! La tua faccia, la tua inclinazione, mi promettono un artefice. Vedremo. Bada bene! è un gran cimento, Riguccio, il tuo; ma non iscoraggirti; anch'io da giovinetto sentii un impulso prepotente, e alfine potei ubbidirvi, e trovai anch'io un maestro che m'accolse amorevole. Io seguirò quell'esempio. È una via di triboli quella che tu scegli; ma, se sarai uomo, e avrai anima vera d'artefice, quei triboli invece d'arrestarti, saranno di sprone all'ingegno e potrebbero spingerti alla gloria. Intanto, ecco la mia bottega. Dimani t'aspetto.» Queste cose dette con impeto di grande passione una dietro l'altra, senza respiro, colpirono prima di gran sorpresa Marta e Riguccio, che finalmente poi diedero ambedue in un pianto dirotto; s'abbracciarono, copersero di baci e di lacrime le mani di Michelangelo, e benedissero Dio.

2.

_Sof._ Eh! il tempo non può esser più bello. Per questa parte non ho paura.

_Lui._ O dunque per quale? che altro motivo ci potrebb'essere che oggi la Milla non venisse da noi?

_Sof._ Chi lo sa? forse per via della debolezza. Sta un po' lontano di casa.

_Mar._ Sicuro! Dopo la malattia che ha sofferto, sarà debole. È stata più d'un mese nel letto, povera vecchia!

_Ang._ Ma ora è guarita hanno detto.

_Ter._ Ora è convalescente.

_Ang._ Convalescente che cosa vuol dire?

_Ter._ Domandalo a Sofia; te lo saprà dire meglio di me.

_Sof._ Vuol dire che è guarita, ma che è obbligata a un riguardo per mettersi in forze.

Infatti non potrà ancora arrischiarsi a far quel che faceva prima d'aver avuto quella febbre tanto cattiva: camminar di molto, uscir di casa a tutte l'ore....

_Lui._ Mi fate celia? ci vuole un gran riguardo, altrimenti....

_Sof._ Guai a lei se le ritornasse il male addosso! le ricadute sono peggiori delle malattie.

_Ter._ Oh! guarda guarda! l'Angiolina fa i lucciconi!

_Mar._ Chi sa che cosa avrà capito per convalescenza!

_Sof._ È guarita, sai? Angiolina, la Milla è guarita e sta bene.

_Ang._ Ma non è venuta da noi....

_Mar._ Se non viene oggi, verrà domani.

_Lui._ Se no, pregheremo la mamma che ci conduca da lei.

_Sof._ Ve ne ricordate, bambine, di quando ci andammo tempo fa a visitarla? Che sesto, che pulizia nella sua camerina!

_Ter._ Io non potei venirci, perchè ero infreddata.

_Sof._ Figurati che non vi si sarebbe trovato un granello di polvere.

_Mar._ Che lenzuoli bianchi, e com'era tutta ravviata!

_Sof._ Aveva in capo una berrettina, che pareva dipinta.

_Lui._ E con quanta pazienza stava lì a covare il suo male!

_Mar._ E col suo solito sorriso a fior di labbra, _non sarà nulla, non sarà nulla_, diceva.

_Sof._ _Questa buona vecchia, disse bene il dottore, ha due medicine più valevoli delle nostre e che la faranno guarire dicerto: la pulizia e la rassegnazione._

_Ter._ E perchè le venne male?

_Lui._ Per avere assistito una sua amica. Le fece otto o nove nottate di seguito. Vecchia com'è, si strapazzò troppo e toccò anche a lei a patire.

_Sof._ E quell'amica era guarita quando s'ammalò la Milla, ed allora assisteva lei.

_Mar._ Che buone vecchine! parevano due sorelle.

_Sof._ Sta'? Mi par di sentire la voce d'Eugenio a piè di scala. È andato insieme con Tito a pigliarla.

_Ter._ Dicerto son essi. E la Milla è con loro; perchè se fossero soli, a quest'ora avrebbero salito la scala.

_Lui._ Sicuro; le daranno di braccio.

_Ter._ Oh, bene bene! è tanto che non l'ho vista! Andiamo a incontrarla, bambine (_le bambine corrono all'uscio_).

_Sof._ Mi viene un pensiero. Tiriamo la poltrona sull'uscio; così, appena salite le scale, la Milla si potrà riposare con tutto il suo comodo (_una bambina l'aiuta a tirar la poltrona_).

_Eug._ Signorine, correte, ecco una visita per voi (_dice di dentro_).

_Mil._ (_accompagnata da Tito e da Eugenio_) Oh! Dio vi benedica bambine.

_Tit._ Largo, largo!

_Sof._ Qui, qui.... è qui la poltrona. Milla, ben arrivata.

_Eug._ Bravissime. Eh! le nostre sorelle hanno giudizio!

_Sof._ Quanto ci rallegriamo tutte di vederti guarita!

_Mil._ Per grazia d'Iddio! Un bacio, Angiolina! E la mia Teresa? anche tu sei guarita, lo so.

_Eug._ Ma non le state tanto a ridosso! Lasciatela ben avere!

_Tit._ E qui, sull'uscio, non istai bene, cara Milla; v'è del riscontro; se sei accaldata, ti può far male. Eugenio, piglia codesto bracciolo.

_Mil._ E ora cosa farete? vi pare? grazie, grazie! mi rizzerò.

_Eug._ Sta' ferma, non ti dobbiamo alzare, ci son le ruote.

_Sof._ Andiamo, andiamo, io spingo la spalliera.

_Eug._ Ecco la Milla che va in trionfo.

_Lui._ Davvero! Evviva la Milla guarita!

_Tutti._ Evviva! (_l'Angiolina batte le mani e scavalla_).

_Mil._ Eh, non c'è male no! che siamo di Befania?

_Tit._ Ora serrate l'uscio; badate che le finestre sian chiuse bene.

_Mil._ Ma per cosa m'avete presa? Non sto poi lì per l'appunto. È vero che nella convalescenza bisogna rigar diritto; ma io son di buon sangue, sapete? Eh! se io avessi avute tutte queste ubbie a' tempi de' tempi, ora non darei nè in tinche nè in ceci.

_Eug._ Hai ragione. Che cosa importa far tanti daddoli? Io sfiderei l'acqua e il vento anche quando avessi la febbre.

_Mil._ Oh! codesto passa la parte! È bene avvezzarsi svelti a ogni cosa; ma non bisogna lasciarsi andare allo sbaraglio come fanno gli sgangherati.

_Sof._ E poi, Eugenio ha un bel dire! e se gli viene un dolor di capo....

_Eug._ Ecco subito! a detta loro sarò un cancherino.

_Mil._ Talotta chi fa più il gallo, bambino mio....

_Eug._ Vorrei che tu mi potessi mettere alla prova, per farti vedere chi son io!

_Mil._ Ebbene! mi ricordo che l'anno passo, quando tu avevi la scarlattina, parevi proprio un pulcin bagnato.

_Eug._ _L'anno passo_, signora Milla, _l'anno passo_ io era in fasce si può dire. Ora che son grande....

_Mil._ Appunto ora bisogna aver più giudizio, messere! — Che cosa lavorate voi di bello, bambine?

_Sof._ Vedrai, vedrai.... intanto preparo.

_Tit._ Eugenio mio, bisogna andarsene con le trombe nel sacco!

_Lui._ Eh! con la Milla non si scherza.

_Eug._ E poi siete tutte dalla sua parte!

_Ang._ Guarda, Milla, ho avviato oggi per la prima volta la calza.

_Mil._ Brava Angiolina! Me ne rallegro davvero! — E a me toccherà a star con le mani in mano.

_Eug._ E che sì che anche la Milla avrà da fare, bambine!

_Sof._ Che cosa!

_Ang._ Eh! lo so io! — Guardami in viso, Milla....

_Mil._ Sono a servirla.

_Eug._ Abbiamo fatta la pace, è egli vero?

_Mil._ E quando c'è stata guerra tra noi?

_Eug._ Tu sei una gioia. O sta' a sentire.

_Mil._ Qualche altra billèra!

_Eug._ Parlo sul serio. — Domenica passata andammo a Fiesole, il babbo, la mamma, Sofia, Luisa e noi due....

_Sof._ Vedemmo quel busto famoso; andammo in Borg'unto...

_Mil._ Ho capito, ho capito.

_Lui._ Se l'aveste sentito fare dalla Milla quel racconto ne sareste rimasti incantati.

_Mil._ Zitte, zitte! Lo sapete che cosa diceva santa Caterina da Siena, bambine?

_Tit._ Su qual proposito?

_Mil._ Santa Caterina da Siena diceva: _quando si parla bene di voi, non si parla di voi._

_Sof._ E cosa significa?

_Mil._ Che ogni nostro merito non appartiene a noi, ma è dono di Dio. E poi, ve lo dissi, quel racconto mi fu riferito da Don Vittorino.

_Ter._ Ma come andò poi di Riguccio?

_Eug._ Ci siamo, Milla, ci siamo!

_Lui._ E di quella buona fanciulla di Marta?

_Tit._ Adagio un poco! Ricordiamoci che la Milla è convalescente; e che il parlare stracca più del filare. Non mi parrebbe vero di sentire un racconto; ma siamo discreti.

_Sof._ Tito ha ragione. Che cosa ne dite voialtri?

_Lui._ Eh sicuro! possiamo aspettar qualche giorno.

_Mil._ Che siate benedette! Si potrebbe far di più per una mamma?

_Sof._ Oggi chiacchiereremo del più e del meno.

_Eug._ Siete tante, che a dirne una per una....

_Tit._ E noi anderemo a studiare. Addio a poi, cara Milla.

_Mil._ Addio, addio! — Che bravi ragazzi che avete per fratelli, bambine mie!

_Sof._ Son due angioli.

_Mil._ Tirano proprio dal babbo e dalla mamma.

_Lui._ Eugenio col suo buon umore ci tien tutti allegri.

_Sof._ Anche Tito è giojale; ma sta sul sodo; è il maggiore!

_Mil._ E fa bene: deve dare il buon esempio.

_Sof._ Ma non se n'investe punto; lo fa con tanta buona maniera!

_Mil._ Ah! chi è buono davvero, è modesto e amorevole.

_Ang._ Guarda, Milla; guarda bello il ricamo di Sofia!

_Sof._ M'ha insegnato la mamma; e il disegno è di Tito.

_Lui._ Io fo un lavoro ad Eugenio pel suo giorno natalizio.

_Mil._ Brava! che cosa gli fai tu di bello? una borsettina?

_Lui._ No; un pajo di guanti, perchè la mamma ha detto che gli saranno più utili della borsetta.

_Mil._ Ha pensato benissimo.

Così per quel giorno fu tutta conversazione. Le bambine, con quella cara ed ingenua sincerità dell'infanzia ragionarono delle loro contentezze, dei loro affetti nascenti, delle speranze, delle gioje d'una famiglia numerosa e bene ordinata; e la Milla non lasciava mai fuggire l'occasione di dare qualche consiglio, d'approvare, d'incoraggire la buona condotta di ciascheduna di esse. Talmentechè tutte furori contente; e lavorando si divertirono ed impararono qualche cosa senza bisogno del racconto. A poterla riferir tutta quella conversazione, vi sarebbe da rimanerne consolati davvero. — Ma chi di voi, miei cari lettori, chi di voi non goderà spesso di un egual piacere? Insieme coi genitori e i fratelli, insieme con qualche altra Milla, e forse ogni giorno, farete uno di quei colloquj nei quali l'anima si apre, e ci confortiamo a vicenda nella disgrazia, o a vicenda ci disponiamo nella felicità a procacciare il bene del nostro simile. Allora sogliono esser da noi confessati con sincerità i nostri errori, e dai nostri cari con generosità ci sono perdonati, e con amore corretti. Rammentiamo allora i nostri avvenimenti dei tempi scorsi; rammentiamo i nostri antichi, e al sentir raccontar dal nonno, dal babbo o dal fratello maggiore le loro virtù, e le grandi cose che avvennero nella nostra patria, il cuore si scalda e si sente stimolato a ben fare. Le persone della nostra famiglia ci sono sempre più care, e l'amore e la concordia ci vengono adagio adagio migliorando l'animo. Sappiate rendervi degni di questa confidenza scambievole, sappiate godere d'una pace sì deliziosa; non la disturbate mai: essa è il tesoro delle famiglie.

Cinque o sei giorni dopo, la Milla era già rubizza come prima; tutte le tracce della malattia erano sparite; avea la sua rocca al fianco, salì le scale da sè lesta lesta, come una fanciulla di sedici anni; le era tornata la sua voce un po' tremula, sì, ma schietta e sonora, e potè ripigliare il filo dei suoi racconti. Questa volta anche la mamma vi si trattenne; Tito ed Eugenio erano lì. S'era messa un po' in soggezione la buona vecchia per via della signora Elena; ma poi, dopo essersi data una stropicciatina alle grinze della fronte e alle mani, cominciò in questo modo:

Tempo fa, per far servizio a un'amica, m'occorse d'andare in Borgo San Frediano dal signor Bartolini[17], che è quel gran maestro di scultura che voi sapete: ed entrai proprio nel suo studio. Vidi allora due o tre stanzoni pieni di bellissime statue, parte finite e parte abbozzate, di tanti ritratti e disegni, di blocchi di marmo grossi spietati; modelli di gesso, palchi, scalei; e v'erano diversi garbati giovani, alcuni dei quali smodellavano, ed altri modellavano creta. Mi figuro io che la bottega di Michelangiolo in via Ghibellina fosse un dipresso come questa. In vece di maestro Lorenzo, mettiamoci maestro Michelangiolo, che questo antico non si potrà aver a male d'essere raffigurato al moderno, e stiamo a vedere che cosa segue.

Un ragazzo, con aria di campagnolo e vestito rozzamente, franco senza essere sventato, ilare, di volto bello quantunque non regolare, entra a buon'otta, corre verso il Maestro, lo saluta, ed esso ridendo gli dà il _benvenuto bambino_, e poi seguita il suo lavoro intorno a una statuetta abbozzata. Voi avrete già indovinato chi fosse questo fanciullo: ora mettetevi ne' suoi piedi per immaginarvi quanto giubbilo dovesse provare in quel punto nel vedere adempito il suo desiderio ardentissimo. Il Gori lo aveva accompagnato, per andar poi a ripigliarlo al tramontare del sole. Riguccio si mise tosto a guardar Michelangiolo, che ora lavorava infuriato, ora con flemma, e non cavava mai gli occhi di sul lavoro. Passa un'ora, ne passano due, e Riguccio lì. _Ma che se n'è scordato che ci sono io?_ diceva egli tra sè: _a vedere ci ho gusto; ma non son io venuto qui per iscolpire?_ A un tratto il Maestro si scosta, si mette a considerare la sua statuetta per ogni verso, e poi le butta addosso con tutta la sua forza il mazzuolo, e la manda in pezzi. Riguccio si tirò addietro impaurito, e uno scolaro di Michelangiolo, accorso al tonfo, domandò: «_Che è stato, Maestro?_» — «_Non vuol venire a mio modo; è meglio rifarla._» — «_Fosse stato il marmo col quale vi faceva lavorare Piero dei Medici[18], meno male; e poi ecco un mese di lavoro perduto._» — «_Un mese!_ diceva sotto voce Riguccio. _Ci vuol tanto tempo a fare una statuina, e poi avere il cuore di spezzarla?_» Intanto Michelangelo s'era messo a schizzare, forse quella stessa figura, per istudiare meglio la composizione.

Riguccio un po' seccato di star lì fermo senza far nulla, s'arrischiò a girellare soffermandosi ora davanti a una statua, ora davanti a un busto, e osservando con grande attenzione e piacere. S'accostò poi ad un giovine che copiava con la matita. Che bel disegno! Ma ogni poco lo scolaro cancellava con certi pastellini di midolla di pane più qua e più là il suo disegno, e tra fare e disfare, la metà del giorno era scorsa; ed egli aveva concluso pochissimo. Intanto anche Michelangiolo va a guardare il disegno dello scolaro. Dà una scossa di testa, e poi dice: _Antonio mio, in sei mesi che tu stai qui ad imparare, avresti dovuto andare un po' più avanti. Questo disegno non te lo passo; l'aria della testa non l'hai presa bene; queste linee son troppo grosse.... da capo, da capo!_ poi gli leva di sotto gli occhi il disegno, e d'un solo foglio ch'era, giù, senza misericordia, ne fa due pezzi, uno per mano, e se la batte. Riguccio rimase a bocca aperta, e gli dispiacque tanto per quel povero giovine, che gli spuntò una lacrimuccia.

Ma s'accorse che Antonio, più allegro di prima, si rimetteva al medesimo studio, dicendo: _Chi sa che la quarta prova non mi riesca? avanti, avanti! coraggio Antonio! tra qualche mese tu potrai maneggiare il mazzuolo._

Riguccio cominciò a sentire appetito; si mise a mangiare un bel pezzo di pane bianco che la Marta gli aveva posto sotto il braccio nel dirgli addio, e poi s'addormentò sopra una panca, perchè nella notte non avea potuto chiuder occhio; tanta era stata l'impazienza di vedere il giorno per andare a Firenze. Alle ventitrè arrivò il Gori a pigliarlo, e bisognò che lo svegliasse. Michelangiolo non s'era più fatto vedere, e Riguccio se n'andò via tutto mortificato e confuso.

— Che cos'hai fatto di bello, Riguccio? gli domandò il Gori quando furono usciti.

— Lasciatemi stare, per carità, non voglio discorrere.

— Cose grosse? Che te n'è uscita la voglia?

— I' non so in che mondo mi sia. Lasciatemi stare, vi dico.

— Oh! non ti tocco, non aver paura.

Il Gori s'accompagnò con altri due Fiesolani, e discorrendo con loro, non pensò più a Riguccio, il quale se n'andò dietro dietro, a capo basso, fin sulla piazza di Fiesole.

La Marta era sull'uscio di bottega; si aspettava di vederselo correre incontro tutto festoso; ma egli rimaneva coperto dal Gori; ed essa non vedendolo, a un tratto s'impaurì; ma quando potè scorgerlo venir su in quel modo sopra pensiero e con andatura svogliata, lo credè troppo stracco, e si mosse verso di lui a prenderlo per la mano.

Riguccio quando la vide lì in piazza, non ebbe cuore di dirle nulla; solamente le strinse la mano e le restituì secco secco il saluto. Appena entrato in bottega, quando appunto la Marta era per domandargli perchè avesse visuccio e le lacrime in pelle in pelle, egli se le buttò al collo e cominciò a pianger davvero.

— Riguccio mio! e che hai? t'è seguita qualche disgrazia? Michelangiolo non ti vuole? Ma dimmi qualche cosa, non far piangere anche me, senza ch'io ne sappia il motivo. Parla, Riguccio, parla, che guai ci sono?

— Michelangiolo non mi ha dato retta; sono stato lì tutto il giorno come un balocco; si vede che io sono troppo piccino....

— Eh via! non ti scoraggire tanto presto: oggi non avrà potuto badare a te per l'appunto. Domani sarà un'altra cosa; non piangere, abbi pazienza.