Racconti fantastici

Chapter 7

Chapter 73,544 wordsPublic domain

Allora il barone di B. salì agli altri piani, visitò tutte le sale del castello, e essendo giunto alla sua alcova, si buttò sul letto, e disse: «Io vengo a dormire con lei, signor barone.» In quell'intervallo di riposo, le sue idee si riordinarono, egli si ricordò di tutto ciò che gli era avvenuto durante quelle due ore, e se ne sentì atterrito; ma non fu che un lampo--egli ricadde ben presto nel dominio di quella volontà che lo dirigeva a sua posta.

Tornò a ripetersi le parole che aveva dette poc'anzi; «Io vengo a dormire con lei, signor barone.» E delle nuove memorie si suscitarono nella sua anima; erano memorie doppie, cioè le rimembranze delle impressioni che uno stesso fatto lascia in due spiriti diversi, ed egli accoglieva in sè tutte e due queste impressioni. Tali rimembranze però non erano simili a quelle che aveva già evocato sotto la pergola; quelle erano semplici, queste complesse; quelle lasciavano vuota, neutrale, giudice una parte dell'anima; queste l'occupavano tutta: e siccome erano rimembranze di amore, egli comprese in quel momento che cosa fosse la grande unità, l'immensa complessività dell'amore, il quale essendo nelle leggi inesorabili della vita un sentimento diviso fra due, non può essere compreso da ciascuno che per metà. Era la fusione piena e completa di due spiriti, fusione di cui l'amore non è che una aspirazione, e le dolcezze dell'amore un'ombra, un'eco, un sogno di quelle dolcezze. Nè potrei esprimere meno confusamente lo stato singolare in cui egli si trovava.

Passò così circa un'ora, scorsa la quale si accorse che quella voluttà andava scemando, e che le due vite che parevano animarlo si separavano. Discese dal letto, si passò le mani sul viso come per cacciarne qualche cosa di leggiero... un velo, un'ombra, una piuma; e sentì che il tatto non era più quello; gli parve che i suoi lineamenti si fossero mutati, e provò la stessa sensazione come se avesse accarezzato il viso di un altro.

V'era lì presso uno specchio e corse a contemplarvisi. Strana cosa! Non era più egli; o almeno vi vedeva riflessa bensì la sua immagine, ma vedeala come fosse l'immagine di un altro, vedeva due immagini in una. Sotto l'epidermide diafana della sua persona, traspariva una seconda immagine a profili vaporosi, instabili, conosciuti. E ciò gli pareva naturalissimo, perchè egli sapeva che nella sua unità vi erano due persone, che era uno, ma che era anche due ad un tempo.

Allontanando lo sguardo dal cristallo, vide sulla parete opposta un suo vecchio ritratto di grandezza naturale, e disse: «Ah! questo è il signor barone di B... Come è invecchiato!»--E tornò a contemplarsi nello specchio.

La vista di quella tela gli fece allora ricordare che vi era nel corridojo del castello un'immagine simile a quella che aveva veduto poc'anzi trasparire dalla sua persona nello specchio, e si sentì dominato da una smania invincibile di rivederla. Si affrettò verso il corridojo.

Alcune delle sue cameriere che vi passavano in quell'istante furono prese da uno sgomento ancora più profondo di prima, e corsero fuggendo a chiamare le livree verdi che stavano assembrate nell'anticamera, concertandosi sul da farsi.

Intanto nel cortile del castello si era radunato buon numero di curiosi: la notizia delle follie commesse dal barone si era divulgata in un attimo nel villaggio, e vi aveva fatto accorrere il medico, il magistrato ed altre persone autorevoli del paese.

Fu deciso di entrare nel corridojo. Il disgraziato barone fu trovato in piedi d'innanzi ad un ritratto di fanciulla--quella stessa che era sparita mesi addietro dal castello--in uno stato di eccitamento nervoso impossibile a definirsi. Egli sembrava in preda ad un assalto violento di epilessia; tutta la sua vitalità pareva concentrarsi in quella tela; pareva che vi fosse in lui qualche cosa che volesse sprigionarsi dal suo corpo, che volesse uscirne per entrare nell'immagine di quel quadro. Egli la fissava con inquietudine, e spiccava salti prodigiosi verso di lei, come ne fosse attratto da una forza irresistibile.

Ma il prodigio più meraviglioso era che i suoi lineamenti parevano trasformarsi, quanto più egli affissava quella tela, ed acquistare un'altra espressione. Ciascuna persona riconosceva bensì in lui il barone di B., ma vi vedeva ad un tempo una strana somiglianza coll'immagine riprodotta nel quadro. La folla accorsa nel corridojo si era arrestata compresa da un panico indescrivibile. Che cosa vedevano essi? Non lo sapevano: sentivano di trovarsi d'innanzi a qualche cosa di soprannaturale.

Nessuno osava avvicinarsi,--nessuno si moveva;--uno spavento insuperabile si era impadronito di ciascuno di essi: un brivido di terrore scorreva per tutte le loro fibre...

Il barone continuava intanto ad avventarsi verso il quadro; la sua esaltazione cresceva, i suoi profili si modificavano sempre più, il suo volto riproduceva sempre più, esattamente l'immagine della fanciulla... e già alcune persone parevano voler prorompere in un grido di terrore, quantunque uno spavento misterioso li avesse resi muti od immobili, allorchè una voce si sollevò improvvisamente dalla folla che gridava: «Clara! Clara!»

Quel grido ruppe l'incantesimo. «Sì, Clara! Clara!» ripeterono unanimi le persone radunate nel corridojo, precipitandosi l'una sull'altra verso le porte, sopraffatte da un terrore ancora più grande, e quel nome era il nome della fanciulla sparita dal castello, la cui immagine era stata riprodotta dalla tela.

Ma a quella voce, il barone di B. si spiccò dal quadro, e si slanciò in mezzo alla folla gridando: «Il mio assassino, il mio assassino!» La folla si sparpagliò, e si divise. Un uomo era in terra svenuto--quello stesso che aveva gridato--il giovane guardaboschi su cui pendevano sospetti per la sparizione misteriosa di Clara.

Il barone di B. fu trattenuto a forza dalle sue livree verdi. Il guardaboschi rinvenuto domandò del magistrato, cui confessò spontaneamente di aver uccisa la fanciulla in un eccesso di gelosia, e di averla sotterrata in un campo, precisamente in quel luogo dove, poche ore innanzi, aveva veduto lo sfortunato barone sedersi e mangiare le coccole del lampone.

Fu data subito al barone di B. una forte dose di emetico che gli fece rimettere i frutti non digeriti, e lo liberò dallo spirito della fanciulla.

Il cadavere di essa, dal cui seno partivano le radici del lampone, fu dissotterrato e ricevette sepoltura cristiana nel cimitero.

Il guardaboschi, tradotto in giudizio, ebbe condanna a dodici anni di lavori forzati.

Nel 1865 io lo conobbi nello stabilimento carcerario di Cosenza che mi era recato a visitare. Mancavangli allora due anni a compiere la sua pena; e fu da lui stesso che intesi questo racconto meraviglioso.

PENSIERI

L'AMORE.

L'amore è Dio, Dio è l'universo, e l'universo è amore.

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I giovani che non si sono trovati per gran tempo al contatto della società, a cui lo studio e il ritiro hanno conservato qualche cosa di vergine nella loro natura, concepiscono raramente degli affetti colpevoli. Il loro primo amore è sempre un amore purissimo, talora tutto ideale, sdegnoso di un pensiero che lo contamini, e spinto al puritanismo più rigoroso; oltre a ciò l'amore non sembra proprio che dell'età dell'innocenza--epoca in cui si ama tutto e non si odia nulla--e coloro che non amarono in quell'età, amarono difficilmente nel resto della vita. Vediamo non meno come gli stessi uomini corrotti non si astengano mai dal rendere un omaggio all'amor puro e costante, e tutta l'umanità operi, e parli, e scriva di esso o per esso dacchè è sulla terra, e lo consideri come la religione più nobile e più sublime dell'anima umana; Da tutto ciò par poter dedurre una cosa, la natura celeste di questo sentimento.

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La maggiore efficacia dell'abitudine apparisce nella durabilità degli affetti. L'amore può sorgere da cause svariatissime, non di rado potenti, ma la sua forza non l'attinge mai che dall'abitudine. È dessa che rafforza i vincoli della famiglia, che accomuna e armonizza caratteri opposti, che conserva alle nostre affezioni, anche cessate, quel non so che di esigente, di doveroso, di inesorabile, a cui ci sottoponiamo senza resistere, ma di cui non sappiamo darci ragione. Molte creature si amarono per tutta la vita, pel solo motivo che ebbero la forza di amarsi da principio per un pajo di mesi: e sentiamo tuttodì esclamare: come abbandonarci? è impossibile, è tanto tempo che ci amiamo!..

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Si suol dire che l'amore non mira che al possedimento e che con esso finisce, e non si distingue tra la passione e l'amore. È la passione che si uccide col possedimento, ma l'amore incomincia con esso e perdura. L'una cosa è dei sensi, l'altra dell'anima. Si dovrebbe dire degli amanti: si piacciono--dei coniugi: si amano.

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Questo amore che si rafforza col progredire della vita, e sembra tanto più ingigantire quanto più si distacca da essa, ci fa fede della sua continuazione al di là della morte. Il dolore che accompagna il morire, il rimpianto che lo segue, il desiderio che lasciamo di noi morendo sembrano dirci che una sola cosa portiamo con noi dalla terra, l'amore.

LA DONNA.

La donna è un capolavoro abortito, il grande errore della creazione.

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Le donne non hanno un carattere proprio finchè non amano; non hanno che un istinto provvidenziale di piegarsi, d'informarsi a quello dell'uomo. Per ciò esse sono quasi sempre quali gli uomini le fanno.

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Ciò che gli uomini amano ed ammirano sopratutto nella donna, senza saperlo, è la loro fatuità.

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La bontà nella donna è debolezza, nell'uomo carattere; però più frequente in quella che in questo.

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L'uomo può portare nei suoi affetti, nei suoi doveri, nelle sue azioni, molte forze che la natura non ha dato alla donna. Il difetto essenziale della donna è l'incompletazione, dell'uomo l'esuberanza.

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Il legame più potente che ci unisce alla donna è quello della maternità.

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Quasi tutti i grandi uomini non hanno sentito potentemente nè gli affetti, nè i vincoli della famiglia, perchè la loro mente e il loro cuore avevano di mira tutta quanta l'umanità. Cristo rispondeva a sua madre: «donna, che v'ha di comune tra me e te?»

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Le donne non annettono teoricamente alla loro virtù un atomo di quella importanza che vi annettono gli uomini semplici e coscienziosi. Esse conoscono meglio di noi il valore di ciò che danno. È difficile che un uomo onesto possa essere tanto ammirato e desiderato da esse come un libertino.

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La nostra società ha fatto della donna un puro strumento di piacere. Ogni donna non è considerata oggi mai che sotto questo punto di vista. Esse stesse mostrano di non considerarsi sotto un aspetto diverso. Non si pretende da esse nè ingegno, nè virtù, nè amicizia, non si chiede che dell'amore e del piacere. Apprezzamento triste e degradante che esse tuttavia non temono, o non comprendono.

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Tutti i mali della società dipendono da ciò, che si amano le donne o troppo o troppo poco.

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In molta parte delle donne la resistenza è vanità, o mancanza d'opportunità, o artificio; prova evidente di ciò, che cedono quasi sempre alla sorpresa.

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L'ingenuità nella donna è più pericolosa della malizia.

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Non vi è uomo sì abbietto, che non vi possa esser donna più abbietta di lui; non vi è uomo sì nobile, che non vi possa esser donna più nobile.

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A che scopo dolerci delle donne? Noi possiamo mostrare loro di conoscerle, di saperle apprezzare nel loro valore, di tenerle anche in ispregio; esse sono tuttavia ben certe che noi le ameremo sempre.

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Nelle religioni di tutti i paesi, nelle tradizioni di tutti i popoli la prima notizia che si ha della donna accenna ad una seduzione. Le tradizioni bibliche sono in ciò piene di molta sapienza. La prima donna si fa sedurre, la prima volta, dal più vile degli animali, da un rettile.

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L'essenza di tutti i libri, di tutte le tradizioni, di tutte le storie, si riduce a questo: una moglie che inganna il marito, un marito che inganna la moglie, o una moglie e un marito che si ingannano a vicenda.

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Gli uomini portano una maschera--le donne due.

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Le donne hanno interesse a mostrarsi incapaci di sentire l'amicizia; mettono gli uomini nella necessità di non chieder loro che dell'amore.

FELICITÀ E DOLORE.

Gli uomini non ripongono mai la loro felicità in ciò che sono, ma in ciò che sperano di divenire; e non so se sia per questa illusione che essi non possono mai raggiungere la felicità, o se, appunto perchè sanno di non poterla mai raggiungere, la ripongono volentieri in questa illusione.

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Per quanto ci è dato argomentare dalla festività e dalla quiete apparente di tutti gli animali, il dolore morale sembra retaggio esclusivo dell'uomo. E suo retaggio esclusivo sono quindi il riso ed il pianto; d'onde parci poter dedurre che il sorriso non sia meno delle lacrime un'espressione del dolore.

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Vi è sempre nel fondo del cuore una segreta malinconia che ci sforza a piangere. Se gioja v'è, o apparisce, è la socievolezza che la produce come la scintilla l'attrito, ma è una gioja fugace com'essa:--ogni uomo che è solo e triste. Non bisogna osservar l'uomo nella società, dove la società stessa e l'orgoglio nostro impongono la dissimulazione, dove dalla dimenticanza altrui si è tratti a dimenticare sè medesimi, ma è duopo osservarlo quando egli è solo, quando pensa, opera, parla, medita, cammina, e si agita come un essere che soffre, e che espia. Io non so se la infermità della mia natura che mi ha tolto sì per tempo ogni gioja, mi tragga ora in inganno, ma io non conobbi mai cosa più triste del sorriso umano, e l'allegria degli uomini fu sempre tal vista che mi strinse il cuore di pietà e m'indusse talora alle lagrime. Il dolore mi parve sempre più vero, più naturale, e aggiungerei quasi, più sereno.

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Una prova che gli uomini ripongono l'importanza della loro felicità, delle loro piccole soddisfazioni, e perfino le esigenze del loro orgoglio e del loro amor proprio, in un grado più o meno favorevole di comparazione colla felicità e colle esigenze dell'orgoglio degli altri, è questa: che le calamità pubbliche non sono mai sì gravi a sopportarsi come le calamità private, e che le offese collettive sono tenute in nessun conto o lievissimo, le personali acerbamente vendicate o con molta umiliazione sofferte.

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Gli uomini giocano colla loro felicità come i fanciulli, perduta la rimpiangono come uomini.

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L'idea della felicità negli uomini non può esser derivata che dalla memoria d'un bene trascorso o dal presentimento di un bene avvenire--in una vita antecedente o in una vita futura--giacchè non vi è nulla quaggiù d'onde essi abbiano potuto attingere questo concetto.

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Pochi e grandi dolori fanno l'uomo grande, piccoli e frequenti l'impiccioliscono; un fiotto lava la pietra, una serie di goccie la trapassa.

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Allora si ha incominciato realmente a soffrire, quando si ha imparato a tacere il proprio dolore.

LA VITA.

Secondo l'ordine naturale delle cose nessuno muore ad un tratto, ma la natura (ove non le sia fatta violenza) ci distacca essa medesima dalla vita come un frutto maturo; ed è sì valente in questa bisogna che spesso ce ne infastidisce per modo da farci anelare alla morte come ad una dolcezza o ad una grazia. In ciò ella raggiunge due scopi: apparecchia noi a morire, e colle noie e colla pietà che inspiriamo altrui in quello stato, dispone gli altri a sopravviverci senza dolore.

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Quella misteriosa espiazione che tutti sentono di subire nella vita, diventa sempre più attiva e più travagliosa, quanto più la vita stessa si avvicina al suo termine--o sia che l'espiazione affretti e addolori di più il termine della vita, o che il volgersi più rapido della vita al suo fine rincrudisca esso stesso la espiazione.

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Se ciascuno guardasse con imparzialità agli avvenimenti della propria vita, e ne indagasse e ne ricordasse le cause, e a quelle sapesse poi riferire con giustizia le conseguenze che ne derivarono o presto o tardi nel tempo, vedrebbe che tutto era successo pel suo meglio, e che ogni cosa era ordinata ad un fine da una volontà altamente provveditrice e benefica. Ogni uomo osservatore ha potuto riconoscere da sè questa verità nel corso della sua esistenza.--È cosa assurda il supporre che mentre tutto succede per leggi fisse e immutabili, la sola vita dell'uomo proceda a caso, quasi non avesse di sè e delle sue opere un fine. Bensì il caso non sussiste in natura; e per quelle opere che dipendono dalla sua volontà, e per la applicazione di quelle che non ne dipendono, ogni uomo è mastro della propria fortuna.

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Le rivoluzioni più notevoli della vita avvengono verso la sua metà, come in quell'epoca in cui ella cessa di posarsi in un presente durevole, e distaccandosi dal passato, si libra un istante sulla sommità della sua curva, e si precipita verso l'avvenire. Allora l'ordine dell'esistenza è invertito; tutto ciò che era salito discende, tutto ciò che soleva imporsi subisce, tutto ciò che soleva subire s'impone; l'azione e la passività si scambiano; vi è un mondo che si distacca da noi e un mondo che ci si avvicina, e se fino allora si era stati amati e protetti, d'allora innanzi bisogna amare e proteggere. Quale di queste due metà della vita sia più dolce e serena, o meno faticosa non so: in una le dolcezze del piacere e quella vaghezza di spensierirsi che è propria della giovinezza, nell'altra le gioie più nobili del sacrificio e dell'abnegazione--l'una e l'altra accettabili forse, e forse meglio quest'ultima. Ma sciagurati coloro che, avanti che la natura lo esigesse, giovani ancora o fanciulli, sono stati gettati dall'isolamento o dall'abbandono nella seconda metà della vita, senza aver gustato dell'altra quelle dolcezze che sole possono confortarci di questa.

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Tutto il meraviglioso dei sogni consiste in quell'ignoranza della verità, e in quell'impotenza di criterio che ha luogo per ciascuno in quello stato. Lo stesso può dirsi di quel dolce sognare dei fanciulli ad occhi aperti, e di quell'eterno vaneggiare e fantasticare che molti uomini semplici e immaginosi fanno anche in età più avanzata. Da ciò parmi poter dedurre che se la verità ed il senso pratico della vita rendono più leciti e più nobili i nostri piaceri, ne rendono però il numero più ristretto, e le varietà e le circostanze più castigate; e talora li inaridiscono per modo che non possiamo trarne altro conforto che quello di poter dire: sono veri!

LA FEDE.

Non si arriva alla fede che per una sola via, per quella del dolore.

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I prosperi e i fortunati sono raramente, o male, uomini religiosi. Gli sventurati soltanto corrono a gettarsi ai piedi degli altari e cercano nella speranza d'un'esistenza futura un compenso ai mali di questa. Io mi sono spesso rivolto una domanda angosciosa: È l'agiatezza che rende i prosperi ingrati alla divinità, o è la sventura che ha creato ai miseri il bisogno di fabbricarsi questa chimera e di credervi? La fede--poichè ella è solo degli infelici--non sarebbe che un inganno creato dalla sventura?

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Volete raffermarvi per sempre nella fede della divinità e dell'immortalità dell'anima? Sforzatevi di trovare argomenti per non credervi. O giusta o fallace è questa la via per cui tutte le intelligenze ragionatrici sono giunte alla fede.

Che cosa è questa forza che dubita, che interroga, che ragiona dentro di noi: Dove si va? d'onde si viene? che cosa vi è oltre la morte? Rivolgetevi queste domande in un cimitero. Le tombe hanno risposte piene di ribrezzo e di angoscia.

PENSIERI DIVERSI.

Non tutte le ingratitudini che si commettono dagli uomini debbono imputarsi esclusivamente alla loro volontà. Occorrono molte circostanze nella vita, in cui la natura o la società ci costringono ad essere ingrati, e sono assai rari quei casi in cui noi possiamo emettere un giudizio sincero e coscienzioso sopra un atto d'ingratitudine; poichè è questa fra tutte le azioni dell'uomo quella che è mossa da cause più molteplici e più imperscrutabili.

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Mi avviene talora di trovare una data, un nome o un pensiero, o inciso su corteccia di albero, o scritto su parete o su margine di libro, come troverei una croce o una lapide che mi additasse una solitaria sepoltura, ma con una commozione più dolce e più confortante.

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La grandezza è solitaria. Si direbbe anzi che la solitudine è condizione della grandezza. Tutte le intelligenze superiori, tutte le nature superiori sono isolate--l'aquila vive sola, il leone solo.

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La prudenza è la maschera dell'astuzia.--O nessuna delle due è virtù, o entrambe.

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Comprendere la vanità e il ridicolo delle cose del mondo è somma sapienza; riderne è somma forza.

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Strana cosa! Gli uomini piangono spesso del ridicolo.

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La giustizia di sè è nell'istante, quella degli uomini nel tempo, quella di Dio nell'eternità.

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I pensatori e i filosofi di tutte le epoche e di tutti i paesi parlano dei loro tempi, come di tempi eccezionalmente scellerati. È logico arguire che gli uomini siano stati scellerati in ogni tempo.

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Diffidate degli uomini che non hanno passioni.

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Confessare altrui i proprii difetti è assai meno doloroso che confessarli a sè stessi.

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La malignità è cattiveria impotente.

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Come gli uomini usano nell'età che precede o tocca la giovinezza, ed anche nell'età adulta, se rozzi, adoprare in ogni cosa la violenza, e farsi ragione da sè colla forza del braccio, ed ogni loro ambizione e coscienza di giustizia riporre nella maggiore o minore virtù di quello, così le nazioni giovani, o tralignate se adulte, costumano di fare; nè sanno altra cosa ambire che un esercito poderoso, nè d'altro curarsi che delle arti di guerra, nè in altro modo tutelare le leggi e la libertà che colla violenza e col sangue. L'una cosa l'infanzia degli uomini rivela, l'altra l'infanzia delle nazioni. Ma come quelli l'età e gli ammonimenti correggono, queste le tradizioni correggeranno ed il tempo; benchè l'esistenza dei primi sia breve e ci sia dato avvertirlo coll'esperienza, delle altre indefinita, nè possiamo dedurlo che dal senno nostro e dalle leggi immutabili dell'universale progresso.

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