Racconti fantastici

Chapter 2

Chapter 23,889 wordsPublic domain

--È strano, giacchè egli si è formato in quasi tutti gli Stati d'Europa e in molte delle provincie degli Stati Uniti una terribile reputazione. Egli è considerato come l'uomo più fatale di cui si abbia memoria, la sua presenza segnala dovunque una sventura immancabile, egli si è trovato sempre sul teatro delle calamità più terribili, ha assistito ai disastri più spaventosi. Egli si trovava nell'America del Sud allorchè bruciò la chiesa di S. Jago in cui perirono più di mille persone; egli viaggiava or fanno due anni sulla ferrovia del Pacifico allorchè avvenne quello scontro in cui perdettero la vita più di trecento viaggiatori; egli era a Pietroburgo allorchè rovinò il palazzo del principe di Jakorliff in cui tante nobili dame e tanti dignitari dello Stato trovarono la morte. Nelle miniere irlandesi e in quelle di Alstau Moor in Scozia--luoghi che egli ha spesso visitati--il suo nome non viene ascoltato mai senza spavento; ogni sua visita ha segnalato qualcuna di quelle catastrofi che sono tanto frequenti e tanto temute nelle miniere. Il conte di Sagrezwitcth è stato già parecchie volte in Italia; vuolsi che egli si trovasse a Torino all'epoca della convenzione allorchè avvennero i fatti luttuosi di settembre, ma nessuno, per quanto io sappia, ve lo ha veduto.

--E voi lo conoscete?

--L'ho incontrato quattro volte ne' miei viaggi. Voi sapete che io ho percorso come artista e come impresario teatrale, quasi tutta l'Europa e una buona metà del Nuovo Mondo. È forse perciò che ho potuto essere edotto dell'esistenza di quest'uomo straordinario, e conoscerlo personalmente. La prima volta che lo vidi fu a Berlino dove esordii nel capolavoro di Mozart colla parte di D. Giovanni. Lo incontrai poscia in una sala di caffè a Nuova York, allorchè ferveva ancora in America la guerra di secessione, e precisamente alla vigilia dell'ultima disfatta dei separatisti, e la terza volta che mi imbattei con esso fu di nuovo a Berlino....

--E di che paese è egli?

--Alcuni vogliono americano, alcuni polacco. Nessuno ne conosce con certezza la patria, forse nemmeno il nome. In America si faceva chiamare coll'appellativo di Duca di Nevers, in Europa conservò sempre il nome di conte di Sagrezwitcth; i minatori scozzesi lo chiamano _l'uomo fatale_. Egli parla correttamente molte lingue, ha le abitudini e i costumi di tutti i paesi che ha visitato; in Italia è italiano, in Inghilterra è inglese, e in America è americano modello...

--E che età può avere?

--Mostra cinquant'anni, ma i suoi capelli e la sua barba nerissima non hanno ancora alcun segno di canizie. È un uomo di statura mezzana, di aspetto antipatico, benchè le sue fattezze sieno regolari e in qualche modo leggiadre. Porta quasi sempre nell'inverno un berretto di pelo a foggia di turbante, e suol vestire volontieri i costumi dei paesi in cui si trova. A giudicarne dallo sperpero che egli fa ordinariamente del suo danaro, lo si direbbe assai ricco; nondimeno fu visto parecchie volte alloggiarsi in osterie di second'ordine, e tenere un regime di vita molto economico. A Nuova York, per esempio, era bensì alloggiato all'albergo del _Fifth-Avenue_, quel colosso di marmo che ha mille e duecento stanze, ma vi occupava un letto della sala di riposo concessa ai viaggiatori che dispongono di mezzi assai limitati. È fama che egli abbia coscienza della sua fatalità, e che si compiaccia di esercitarla. Quel suo recarsi continuo da un capo all'altro del mondo non può essere senza uno scopo. Del resto si sa che egli non ebbe mai affetti, non amicizie, forse nemmeno conoscenze, toltene alcune poche e superficialissime. Coloro che ne conoscono la potenza lo sfuggono per progetto, quelli che la ignorano, per istinto.--Che vi sieno persone che gli negano questo potere, questa specie di missione arcana e terribile, riprese egli vedendo che alcuni di noi sorridevano con aria di incredulità, è cosa naturalissima. Nessuno può provare che le sciagure avvenute nei luoghi ove egli si è trovato, e negli istanti in cui vi si è trovato, abbiano avuto una causa nella sua volontà, o in ciò che noi chiamiamo la sua influenza. Egli è d'altronde un uomo come tutti gli altri; parla, veste, opera come tutti gli altri; volendo è affabile e gentiluomo, vi è nulla a che opporre; ma parmi cecità il negare cosa che la maggior parte degli uomini ha ammesso, il negare perchè non si comprende.

--Noi non neghiamo, gli diss'io, dubitiamo. Ma, a proposito, avete dimenticato di dirci dove l'avete incontrato la quarta volta.

--Ah! riprese egli un poco rassicurato dalle mie parole. Quest'ultimo incontro ha una data molto recente. Io lo vidi due mesi or sono a Londra, allorchè vi bruciò il teatro della regina. Seppi anzi che egli aveva intenzione di passare presto in Italia, e se egli ha scelto questa stagione per venirvi, vi è nulla di più probabile che le feste del carnovale lo abbiano condotto a Milano.

--A Milano!

--Sì, e desidererei che lo vedeste. Non so dirvi il motivo di questo desiderio, pure mi sembra che al solo vederlo potreste comprendere il perchè di tante cose che io non posso spiegarvi; mi pare che non potreste più dubitare della verità della mia asserzione.--Osservereste, riprese egli dopo qualche istante, una cosa assai rimarchevole nel suo abbigliamento, voglio dire la freschezza e la finezza de' suoi guanti che egli suole mutare più volte in un sol giorno, per modo che nessuno l'ha mai veduto a mani scoperte; e un'altra singolarità non meno notevole nella sua persona, cioè la potenza del suo sguardo, un non so che di magnetico e di inesplicabile che vi è in lui, e che vi sforza quasi a guardarlo e a salutarlo vostro malgrado.

--A salutarlo! esclamammo noi sorridendo.

--Sì, a salutarlo.

--Oh! vorrei vederlo!

--Davvero!

--Vorremmo vederlo!

In quell'istante--potevano essere le due dopo mezzanotte--si aperse l'uscio del caffè, e un uomo pingue e tarchiato entrò nella sala. Al ritratto che ci era stato delineato poco prima, al berretto di pelo, alle mani calzate da guanti freschissimi, all'espressione singolare del suo volto, noi non tardammo a riconoscere in lui l'uomo di cui si era parlato. Allora, o fosse meraviglia, o fosse confusione di idee prodotta da quella sorpresa, ci alzammo unanimemente a salutarlo. Egli portò la mano al berretto con atto di cortesia schietto ma moderato, e si sedette all'altra estremità della stanza.

Io non posso esprimere la confusione, la meraviglia, il dispetto che s'impadronì di noi in quell'istante. Comprendevamo di esserci mostrati deboli verso di lui, verso di noi stessi, di esserci mostrati fors'anche ridicoli. Ciascuno era rimasto assorto in questo pensiero, nè aveva osato riprendere la parola. Il silenzio aumentava la nostra confusione.

L'incognito chiese una tazza di _punch_ che bevve avidamente. Gettò sulla guantiera uno scudo d'argento, e respinse al cameriere il residuo del prezzo della sua bibita. Il cameriere nell'allontanarsi inciampò del piede nell'estremità della sua sedia e cadde; la guantiera essendogli scivolata di mano, percosse del volto sui cocci della tazza che si era spezzata, e si ferì in modo che il viso gli si coperse in un istante di sangue.

A quella vista ci alzammo tutti come mossi da una sola volontà, e uscimmo a precipizio dalla sala.

* * * * *

Nei primi giorni della mia residenza a Milano aveva dovuto quasi mio malgrado, stringere conoscenza con una famiglia, la quale per mediazione di amici, mi aveva reso anni prima alcuni servigii assai utili. Abitava essa una di quelle casupole grigie e isolate che fiancheggiano il naviglio dalla parte occidentale della città--una vecchia casupola a due piani che il tetto sembrava comprimere e schiacciare l'uno sull'altro come una cappa pesante di piombo, tanto erano bassi ed angusti. Correvanle tutto all'intorno alcuni assiti neri e tarlati su cui si arrampicavano delle zucche nane e dei convolvoli malati di clorosi.

Un setificio vicino l'avvolgeva notte e giorno in un'atmosfera di fumo, l'umido del naviglio aveva prodotto qua e là alcune rifioriture nell'intonaco esterno delle pareti, e le aveva rivestite di muffa e di piccole pianticelle di acetosa; nubi di moscherini entravano per la bocca e pel naso al primo affacciarsi alla finestra; e il cicaleccio, e lo sbattere, e il canticchiare delle lavandaie che risciacquavano, e sciorinavano su quegli assiti e su quelle zucche produceva da mattina a sera un baccano continuato e assordante.

Non vi sono forse a Milano cento persone le quali abitino nel centro della città, e conoscano con esattezza quella parte de' suoi dintorni. Milano è la miniatura esatta di una gran città; ha in piccole proporzioni tutto ciò che è proprio delle grandi capitali. Quel lembo estremo di case che costeggia il naviglio da Porta Nuova a Porta Ticinese è ciò che è la Marinella a Napoli, ciò che è il Temple a Parigi, ciò che è Seven-dials a Londra.

Avverso, mezzo per istinto, mezzo per progetto, a conoscere nuove cose e nuove persone, io ho sempre considerato una conoscenza nuova come un peso nuovo aggiunto alla mia vita--non aveva avuto però a dolermi di quella. Era una famiglia di onesti negozianti arrichitasi mediocremente nel commercio, e venuta ad alloggiare in quella casa solitaria per godervi in pace la piccola fortuna che aveva raggranellato.

Silvia l'unica erede di quella fortuna, era una delle più splendide bellezze che io avessi mai veduto, e non aveva che diciasette anni allorchè io la conobbi. Non era una di quelle beltà fine e delicate che preferiamo spesso alle beltà robuste--l'amore ha fatto da alcuni anni un gran passo verso lo spiritualismo--ma la sua bellezza, benchè ineffabilmente serena benchè fiorente di tutti i vezzi della gioventù e della salute era temperata da qualche cosa di gentile e di pensieroso che non hanno ordinariamente le bellezze di questo genere. Nè io potrei dirne di più; ciascuno di noi porta in sè un ideale diverso di bellezza, e quando si è detto d'una donna: è leggiadra, si è detto tutto ciò che si può dirne. Un pittore, uno scultore potrebbero darne nella loro arte un immagine meno incompleta, la letteratura non lo può--le altre arti parlano ai sensi, la letteratura alle idee. Ho veduto due incisioni di Jubert, due angeli simboleggiati da due giovinette nude, paffute, rosate, per ciò che è colorito e pienezza di forme, due vere popolane; eppure l'artista aveva saputo dare a quei volti tanta spiritualità che incantavano e non si potevano guardare senza restarne rapiti. Nelle madonne del Carraccio ho osservato lo stesso contrasto. La bellezza di Silvia era di questo genere, risolveva in certo modo lo stesso problema--la spiritualità della materia.

Essa era una di quelle anime semplici, pie, modeste che non sanno aver mai alcun rancore colla vita, ricche di quella cara fatuità che la natura ha dispensato con tanta larghezza alla donna, felici nell'ordine e nella quiete che la loro semplicità medesima ha creato intorno ad esse, e che l'assenza delle loro passioni non può mai turbare.

Durante le mie prime visite, aveva conosciuto in quella famiglia un cugino di Silvia, certo Davide, giovine maturo e positivo che era giunto da poco a Milano, e che era stato un tempo interessato negli affari commerciali di quella casa. Pericoloso come tutti i cugini--non so se parimenti fortunato--non m'era stato difficile accorgermi che egli amoreggiava la fanciulla. Come tutti gli altri uomini non era nè bello, nè brutto--la bellezza dell'uomo è una cifra di cui non si è ancora trovato il valore, anche per la maggior parte delle donne non è che una cosa insignificante; noi cerchiamo nell'uomo un carattere, le donne vi cercano semplicemente un uomo--sono esse che hanno creato quel noto aforismo: un uomo è sempre bello.

Io confesserò che quella scoperta era stata uno dei motivi essenziali che m'avevano indotto a trascurare la conoscenza di quella famiglia. Io non aveva posto occhio nè sulla dote, nè sulla bellezza di Silvia, ma aveva compreso che l'amore di Davide che io credeva corrisposto mi poneva d'innanzi a lui in una certa quale inferiorità di cui mi sentiva umiliato. In ogni uomo che avvicina una donna si suppone il desiderio di corteggiarla; in due uomini che l'avvicinano a un tempo si suppone quasi il dovere di lottare per ottenerne la preferenza. Almeno la società ed il cuore umano hanno ancora di tali pregiudizii: abbiamo mutato vocaboli, ma non abbiamo mutato cose e passioni: presso ogni circolo di donne vi è ancora una piccola corte d'amore intima dove si combatte ad armi cortesi per l'affetto di una dama preferita. E poi io mi sono sempre sentito sì meschino dinnanzi ad un uomo positivo, che non mi bastò mai l'animo di impegnarmi in una lotta qualunque con un nemico siffatto. Che cosa è egli un dotto, un letterato, un sapiente al confronto di ciò che noi chiamiamo un uomo di mondo? È pur poca cosa l'ingegno! Come gli uomini ignoranti, col loro buon senso borghese, grossolano, triviale ci avanzano nella scienza e nella pratica delle cose! Noi non facciamo che inciampare come fanciulli a tutti i più piccoli scogli della vita!

Questa coscienza della mia inferiorità aveva dunque reso meno frequenti le mie visite--io ho ora nella stessa città in cui abito conoscenza di famiglie che mi reco a visitare ogni tre o quattro anni, come tornassi da un viaggio di circonvoluzione attorno al globo--e più tardi, morto il padre di Silvia, che era delle persone della famiglia quella cui era più specialmente obbligato, ne aveva preso pretesto per troncarle completamente.

Era trascorso così pressochè un anno allorchè, pochi giorni dopo quella singolare comparsa del conte di Sagrezwitcth al caffè Martini, m'imbattei in Davide che non aveva più veduto da quel tempo e che mi parve molto mutato.

Egli mi strinse le mani e mi guardò con espressione triste e turbata--quell'espressione mista di ritegno e di confidenza che hanno coloro i quali vogliono farvi comprendere di avere un segreto doloroso, e di non volervelo confidare.

--Non vi si è più veduto in casa di mia cugina, mi diss'egli, la vostra assenza improvvisa ha prodotto una sorpresa un poco penosa in quella famiglia. Perchè voi sapete che mia zia aveva molta confidenza in voi, e poi... si era presa l'abitudine di vedervi. Se sapeste! sono avvenute nuove sciagure in quella casa; Silvia sta per morire....

--Per morire!

--Sì, la poveretta è travagliata da una malattia di consunzione, una malattia misteriosa che i medici non sanno nè conoscere nè definire più esattamente, ma che hanno dichiarata inguaribile. Essa doveva prender marito....

--Voi forse?

--Non io, diss'egli tristamente, un ricco forestiero a cui mi ha posposto, e pel quale ha concepito una passione di cui non l'avrei mai creduta capace. Essa doveva sposarlo allorchè cadde malata, e queste nozze, ancorchè le si facciano ora come credo che abbiano risolto, non potranno aver più alcuna influenza sulla sua salute. Dubito che la felicità abbia potere di farla vivere più lungamente, ma ad ogni modo sarà almeno felice per quei pochi istanti di vita che le rimangono. Sarà felice anche senza di me, aggiunse egli con amarezza. È facile avvedersi che ella deperisce ogni giorno, e che è impossibile arrestare il processo di questo deperimento così rapido e così misterioso.

--Come! io dissi, ella sposerà dunque quel giovane ancorchè tanto inferma come mi dite? Davide scosse la testa con aria di disapprovazione, e rispose:

--Che volete! Hanno deciso così, anzi è lei stessa che ha deciso. Del resto la sua malattia non è una di quelle che costringono al letto, piuttosto una di quelle di cui diciamo: si muore in piedi. Ma perchè non venite a vederci? Son certo che mia zia ne avrebbe gran piacere, e anche Silvia.

--Ci andate ora?

--Ora.

Mi accompagnai con esso. Potevano essere le dieci di sera quando ponemmo piede in quella casa. La zia di Davide, una buona vecchia--la vecchiaia e l'infanzia si toccano, i vecchi sono sempre buoni come i fanciulli--mi accolse con gioia schietta e cordiale, ma temperata da un poco di rimprovero e di mestizia.

--Ci troverete molto mutati, mi diss'ella. Voi non venite più nella casa di un tempo... La povera Silvia....--E s'interruppe un istante come per soffermarsi sul pensiero di quella sventura--ma passate in questa stanza, la rivedrete voi stesso, ciò le farà piacere; e vi presenterò anche a mio genero.

Entrammo nella camera vicina.

Silvia era seduta sopra una sedia a bracciuoli, una gran seggiola a rotelle, tutta imbottita e tapezzata di velluto turchino; e presso a lei, sopra una seggiola più bassa il giovane sconosciuto che io aveva veduto al corso e al teatro. Egli aveva avvicinata la sua sedia a quella della fanciulla in modo da poter posare il capo sullo stesso bracciuolo su cui ella posava il braccio; e Silvia aveva inclinata la sua testa su quella del giovane con atto di tenerezza commovente.

Dio! quanto mutata! Appena era possibile riconoscerla. Quella fanciulla che io aveva veduto sì robusta, sì serena, sì vivace non era più che un'ombra del passato, non aveva più che un riflesso pallido e incerto della sua bellezza di un tempo. Non che la sua antica avvenenza fosse del tutto svanita, ma si era alterata; era ora un'avvenenza diversa, era la bellezza di un fiore sbocciato all'ombra, di un frutto maturato precocemente perchè roso dal tarlo. Il volto del giovine era pallido, ma quello di Silvia era bianco, più bianco dell'abito lungo e vaporoso che avvolgeva la sua persona, se non che gli zigomi delle guancie un po' asciutte erano leggermente rosati, ma senza sfumatura come se vi fossero state sovrapposte due foglie di rosa già scolorite. I suoi capelli avevano quel lucido morto che hanno ordinariamente i capelli degli infermi, e pendevano, non sciolti ma scomposti, sulla testa del giovine che la stava guardando con espressione di pietà inesprimibile.

Il pallore di lui, benchè estremo, non era di quel genere che danno le malattie, ma di quello che dà l'abitudine del pensiero e del dolore. Egli era ancora più bello di quanto mi fosse sembrato al teatro--e questa volta aveva potuto giudicarne davvicino--bello di una beltà più femminile che maschia, ma ad ogni modo assai bello. I suoi capelli biondi e quasi dorati facevano uno strano contrasto così confusi colle treccie nerissime della fanciulla. Io non aveva veduto mai un gruppo così stupendo, un quadro d'amore più spirituale e più puro.

I due amanti si riscossero allo stridere che fece l'uscio nell'aprirsi--essi erano soli nella sala.

--Guarda, Silvia, disse dolcemente la vecchia tenendomi per mano, guarda chi ci ha ricondotto tuo cugino.

E rivolgendosi allo sconosciuto ed a me, pronunciò prima il mio nome, poi quello del giovine che disse essere il barone di Saternez nativo di Pilsen in Boemia.

Ci inchinammo scambievolmente. Egli mi guardò con uno sguardo sì dolce che io gli porsi la mia mano quasi senza avvertirlo.

Scambiate alcune parole, la vecchia, forse per lasciar soli i due giovani, mi trasse presso di sè in un angolo opposto della stanza.

--Che ve ne pare di mio genero? mi chiese ella. E continuò senza aspettare la mia risposta:--un giovine a dovere, sapete, un giovine ricco come il mare; se vedeste i regali che ha fatto alla Silvia!... E poi, di che famiglia! Baroni, e dei più illustri di Boemia. Egli ha dovuto emigrare per affari di politica, credo che volesse far annettere la Boemia al granducato di Sassonia, figuratevi! Ma tanto era lo stesso, oramai egli non aveva più interesse a restare nel suo paese, giacchè era rimasto solo di tutta la sua famiglia. E guardate che bel giovine; non vi offendete--e mi guardò come per interrogarmi, io sorrisi--non vi offendete, ma non credo che ve ne sia al mondo un altro come quello. E pensare... La vecchia s'interruppe come colpita improvvisamente da un triste pensiero.

--Povera Silvia! riprese ella dopo qualche istante. Voi l'avete veduta prima d'oggi, vi ricordate come era! E adesso! Guardatela. Non sono più di quattro mesi che essa ha incominciato a deperire così; fu dal giorno in cui mio genero è entrato la prima volta nella nostra casa. Ora che avrebbe potuto essere così felice; essa che lo ama tanto, che ne è tanto amata! Ditemi, vi pare che potrà guarire?

--Non vi è pur luogo a dubitarne, io risposi tanto per riconfortarla. Silvia era vissuta finora sì ritirata; sì quieta, sì calma che questo disordine insolito ne' suoi affetti ha gettato un po' di turbamento anche nella sua salute. Ma tutto sarà finito quando ogni cosa sarà rientrata in uno stato normale, quando essi saranno marito e moglie. A proposito, ho sentito da vostro nipote che ciò deve avvenire assai presto.

--Fra otto giorni, disse la vecchia, e spero che in quella circostanza sarete dei nostri. Son essi che hanno voluto così, e i medici non l'hanno disapprovato. Silvia è ancora abbastanza forte per sopportare il moto della carrozza fino alla Chiesa; d'altronde ne siamo a due passi.--Sarà una festa un po' triste, aggiunse ella stringendomi la mano, ma voi non rifiuterete di prendervi parte.

La ringraziai, e l'assicurai che vi sarei venuto. Passai tutto il rimanente di quella sera agitato da pensieri strani e tumultuosi, diviso tra la simpatia irresistibile che mi inspirava il fidanzato di Silvia, e la ripugnanza che faceva nascere in me l'idea di quella missione fatale che pareva esercitare. Giacchè non v'era più dubbio; quel giovine sì bello, sì dolce, sì attraente spargeva d'intorno a sè la desolazione e la sventura, lasciava delle traccie spaventose sulla sua via. Tutti gli esseri che egli prediligeva soccombevano a questa influenza; il fanciullo delle maschere, la signora del teatro, Silvia, quella stessa Silvia già così bella, così spensierita, così fiorente facevano fede di questo suo potere terribile. E ne fosse egli o no consapevole, questo potere non era meno reale e meno funesto; era dovere e pietà il prevenirne le vittime, il sottrarle all'influenza incomprensibile di quell'uomo.

Uscii da quella casa verso mezzanotte. Davide mi accompagnava. Il mio cuore era pieno. Ci avviammo senza profferir parola verso i bastioni.

La notte era fredda ma asciutta; gli ippocastani colle loro corteccie nere, coi loro fusti alti e slanciati parevano spettri di alberi; il cielo, come avviene nelle notti serene d'inverno, scintillava di miriadi di stelle. Non tardai ad avvedermi che anche l'animo del mio compagno era profondamente turbato.

--Sediamoci, gli dissi accennandogli un sedile di pietra, devo rivelarvi alcune cose che riguardano vostra cugina.

E gli narrai distesamente tuttociò che aveva osservato a proposito del barone di Saternez, non gli nascosi i miei sospetti, gli parlai del conte di Sagrezwitcth e dell'incontro che ne avevamo fatto al caffè Martini, e conchiusi consigliandolo ad adoperarsi per scongiurare la sventura che minacciava quella casa.

--Vi ringrazio, mi rispose egli dopo avermi ascoltato con molta attenzione; quelle nozze non si faranno, ve ne do la mia parola. Ho potuto esitare fin ora, ma adesso...

--E come intendete di opporvivi?

--Non so, vedrete. E aggiunse con voce terribile: no, quelle nozze non si faranno. Io, io stesso le renderò impossibili... perchè... esse non devono farsi. Perchè son io che dovea godere di quella felicità, perchè io lo detesto quell'uomo, perchè è lui che mi ha rapito l'amore di Silvia... perchè io l'odio!

* * * * *

Al domani mattina Davide venne per tempo a trovarmi in mia casa. Egli era calmo, ma di quella calma fredda e convulsa che si distende come un velo sulle fattezze quando la riflessione ha già concentrato tutta la lotta nel cuore. E delle tempeste del cuore umano come di quelle dell'Oceano: le meno apparenti sono le più profonde.

--Vengo, egli mi disse, a chiedervi alcune notizie riguardo alle rivelazioni che mi avete fatto ier sera. Ci ho pensato tutta notte e non ho chiuso occhio; avrei d'uopo sapere ove abita il conte di Sagrezwitcth, e s'egli è tuttora a Milano. Voi forse potete dirmelo.