Racconti e novelle

Part 20

Chapter 203,759 wordsPublic domain

Il Rubly frattanto entrava in una cameretta al primo piano, e, deponendo sovra un candido letticciuolo la gracile creatura che non aveva parlato sin là--qui starai bene--diceva--qui vivrai felice, Maria! Domattina verranno gli uccelletti a svegliarti come il giorno ... ti ricordi?--Fu appunto in una stanzetta come questa che noi ci siamo destati all'indomani del nostro matrimonio... Tu hai schiuse le finestre allo spuntare dell'alba ed hai esclamato: come il mondo è felice!

Maria aperse gli occhi--portò la mano alla fronte di Paolo, e, accarezzandogli i capelli--è tempo che tu ti riposi, gli disse, son due notti che non dormi--va!--domattina sarai tu che aprirai le finestre; sarai tu che farai entrare nella stanza la bella luce dell'alba. Se dormo, svegliami... Vedrai come sarò bella... come sarò allegra domani!

La tisi ha un presagio infallibile di morte, la gioia. Quando il povero Rubly si destò all'indomani, quando ebbe schiuse le finestre per dar adito alla luce, chiamò dolcemente per nome la sua Maria, ma questa non rispose. La chiamò una seconda volta baciandola in fronte, ma le sue labbra sentirono in quel bacio i geli della morte. Dalle finestre si versava nella stanzetta il tripudio mattutino della natura; ai riflessi di quell'alba, il mondo pareva ancora felice, ma nell'anima del Rubly entrava la notte e la disperazione. A Padova, a Venezia, si disse per alcun tempo che il professore di tromba del teatro la _Fenice_ aveva smarrita la ragione. Era altresì corsa voce ch'egli si fosse suicidato sulla tomba della sua donna. Fatto è che dopo la morte di Maria, il Rubly divenne invisibile nel paesello dov'era accaduta la dolorosa catastrofe; nessuno ebbe più nuove di lui; non vi era quindi chi fosse in grado di darne agli altri.

All'approssimarsi del carnevale, l'impresario della Fenice stava in forse di scritturare un altro professore di tromba per sostituirlo a questo assente misterioso, che non dava più segno di esistere; ma ecco sopraggiunge una inattesa lettera diretta al presidente del teatro--è il Rubly che annunzia il suo prossimo ritorno a Venezia, che promette di trovarsi al suo posto la sera della prima prova d'orchestra.

Il Rubly, all'ora fissata, entrò nel teatro e si assise dinanzi al leggio senza far motto ai colleghi. La sua nobile fisonomia, improntata di mestizia serena, attraeva irresistibilmente gli sguardi. Nessuno osava interrompere quel misterioso silenzio, nel quale si rivelava un profondo cordoglio e una speranza sublime.

Ma ciò che sorprese, ciò che scosse di ineffabile meraviglia i professori dell'orchestra, fu il primo squillo che il Rubly evocò dalla tromba--un squillo potente, febbrile, convulso, ma pieno di dolcezza.

La prova fu sospesa per un istante. Tutti i professori si alzarono come un sol uomo per fissare in volto l'artista.

Il Rubly comprese il suo trionfo, e senza levarsi dallo sgabello salutò i colleghi con uno sguardo irradiato di gioia.--Poi, come uno che parli a sè stesso: non basta ancora, mormorò sommessamente--ma quattro o cinque mesi di esercizio costante mi renderanno onnipotente.

In quel carnevale, la tromba del Rubly divenne famosa a Venezia, e i frequentatori del teatro la Fenice, ad ogni nuova rappresentazione, notavano nell'artista un sensibile progresso. Le signore di temperamento delicato, al prorompere di quegli squilli, impallidivano--gli uomini di carattere appassionato si sentivano compresi da una tristezza inesplicabile, e qualche volta erano costretti a fuggire dal teatro, come si fugge, per istinto, da ciò che affascina e soggioga.

Il Rubly era additato nelle vie come una eccentricità della specie umana. Egli passeggiava sempre solo: suoi occhi si affissavano, con rapida vicenda ora al cielo ed ora alla terra, mutando ad ogni tratto espressione. I più lo dicevano pazzo.

In quell'anno, uno spettacolo insolitamente grandioso si allestiva al teatro di Padova per la fiera del Santo. La stagione doveva aprirsi coll'opera _Roberto il diavolo_, concertata e diretta da Angelo Mariani.

Il Rubly fu chiamato a far parte dell'orchestra.

Tutti ricordano la fantastica evocazione di Beltrame nel convento di Santa Rosalia: tutti sanno come in quella stupenda ispirazione fantastica predomini lo squillo della tromba. Il Rubly, nell'accentare le potenti frasi del sublime maestro, divenne a sua volta sublime.--Quanti assistevano alla prova si sentirono, a quegli accenti, correre per le vene un brivido di terrore.

Il direttore dell'orchestra impallidì--egli non ricordava di aver udito mai tanta potenza di suoni; gli pareva che quello squillo di tromba rappresentasse qualche cosa di sopranaturale, di divino.--E poichè nessuno alla fine di quel pezzo si levò per applaudire, tanto era lo stupore e lo sgomento di tutti, il Mariani, nel cupo silenzio della sala, si volse al Rubly:--«Quando Iddio avrà bisogno di una tromba per evocare dagli avelli i trapassati e chiamarli al finale giudizio, non potrà affidare meglio che a voi la solenne missione--voi siete predestinato ad essere l'arcangelo del giudizio universale.»

A tali parole, insorse dall'orchestra e dal palco scenico un grido di approvazione.--Il Rubly non si mosse dal suo posto. Solamente affissò il direttore dell'orchestra colla espressione del dubbio e della speranza.--Poi abbassò il capo, e, stringendosi al petto lo strumento col trasporto d'un amico che abbraccia l'amico--ora, a noi due, esclamò sospirando--il momento è venuto!

All'indomani, gli artisti del teatro erano convocati alla seconda prova--il Rubly non comparve. Al direttore dell'orchestra fu presentata una lettera nella quale era detto: «perdonate se oggi manco ai miei impegni--io sono chiamato altrove da una necessità prepotente--se non torno fra ventiquattro ore, non contate di rivedermi più mai.» È egli necessario di aggiungere che quella lettera portava la firma del Rubly?...

E voi avete già indovinato, o lettori, quale via abbia preso il povero suonatore di tromba.--Non chiamatelo pazzo--questa parola rappresenta la nefanda calunnia con che lo scettico mondo pretenderebbe demolire tutte le grandi e generose passioni. Il Rubly era dominato dall'esaltazione dell'amore.

Arrivò nel paesello a un'ora di notte--visitò divotamente la camera dove era morta la sua Maria; poi andò tutto solo a vagare nei campi infino a quando dalle ville, dalle colline non si intese più suono di voce umana.--Il di lui volto, come il modo di camminare, nulla presentava di strano. Era calmo, sereno. Portava sotto le ascelle la sua tromba involta in una tela verde.

Innanzi che battesse la mezzanotte, per una stradicciola obliqua, egli si diresse verso il piccolo Campo Santo che sottostava alla collina.

Il paesello bianco, illuminato dalla luna, era muto. I viventi dormivano come i morti--le case non erano più animate delle tombe.

Si accostò al muricciuolo--si guardò intorno--poi in un lampo lo sorpassò--Le croci erano scarse in quell'ultimo asilo dei poveri--ma una ve n'era, più bianca delle altre e costeggiata da un'ajuola di fiori.--Il Rubly si diresse a quella. Là, da circa un anno, giaceva la sua Maria.

Si inginocchiò dinanzi alla croce, e curvata la testa, parlò sommessamente, come un giovane parla all'orecchio della sua innamorata. Dei suoni indistinti, dei susurri quasi impercettibili si alzavano dalle zolle.--Forse quella ardente fantasia di innamorato credette udire degli accenti conosciuti.

«Io sono venuto, Maria!... Perdonami se mi sono fatto aspettare... Io ho sofferto al pari di te. Ma oramai non è più possibile che noi viviamo disgiunti--o tu verrai meco o io non partirò più da questo luogo.»

Batteva la mezzanotte.--Il Rubly si alzò in piedi, e levato l'involto alla sua tromba, la portò alle labbra, e cominciò ad emettere degli squilli pieni di un fascino sovrumano. Non si può descrivere l'effetto di quei suoni, lanciati così improvvisamente a traverso i silenzi della notte, e ripercossi con varie gradazioni dagli echi delle case e delle colline.

Quegli echi parevano la risposta dei sepolti, il gemito della umanità tutta intera che da un sonno profondo e misterioso si riscuote ai terrori della vita.

Il villaggio sovrastante al cimitero si destò ai primi squilli--le finestre si illuminarono--si vedevano, attraverso la luce, agitarsi delle creature umane che avevano l'aspetto di ombre.

Il Rubly, già stranamente impressionato dagli effetti sonori della propria tromba, parve ravvisare in quella reale agitazione di viventi il miracolo della risurrezione. Le upupe e le strigi, che spaventate battevano le ali mandando strida sinistre, crescevano le illusioni di quella scena fantastica...

Vi fu un momento in cui gli squilli della tromba divennero spaventevoli. Le case dei viventi risposero con un grido di terrore.

La era l'ultima crisi di un sublime delirio. A poco a poco, i suoni rallentarono; la disperazione parve placarsi, gli accenti illanguidirono e l'ultima voce limpida e amorosa, come la nota di un flauto, fu simile all'ultima favilla di una face che si spegne.

Gli abitatori del villaggio chiusero le finestre, e si ritrassero nelle loro stanze.

All'indomani, verso l'alba, il curato ed il sacrista entrarono nel Campo Santo, e quivi trovarono il povero Rubly abbracciato ad una croce di marmo. Lo chiamarono a nome, lo scossero leggermente. Quella nobile fronte era piena di sorriso e di luce, ma irrigidita dalla morte.

La promessa di due anime innamorate si era compiuta.--Maria non era tornata al suo Paolo, ma questi era andato a lei.

Le vergini di Nyon

I.

--Una lettera da Nyon--disse il cameriere, bussando sommessamente all'uscio della mia camera.

--Chi scrive?... Quel matto di Francesco. Leggiamo:

«_Amico carissimo_,

»Se mai nel corso della vita ebbi ragione di maledire la precoce canizie e le rughe che mi hanno difformato il volto, fu appunto nel giungere in questo romantico paesello della Svizzera. Spiega sul tavolo la carta geografica; cerca coll'occhio e colla mano quel punto quasi impercettibile ove trovi scritto _Nyon_, e figurati di vedere un gruppo di case pittoresche, sorgenti dal lago, circondate da colline e poggetti ameni a vedersi, un cielo sempre sereno ed azzurro--un angolo insomma del paradiso terrestre.

»Ma quello che non puoi avere inteso, e che neppure sapresti imaginare, si è, che le più belle ragazze create da Dio a consolazione dei mortali, albergano in quelle case, passeggiano sulla riva di quel lago, e vengono ogni sera a respirare quell'aria balsamica.

»Sette sono le cospicue famiglie di Nyon; voglio dire le ricche--perocchè, anche qui come in tutti i paesi del mondo, la ricchezza costituisce il primato.--E in quelle famiglie vivono, crescono e sospirano d'amore dodici ragazze, ciascuna delle quali presenta un tipo distinto di quella celeste bellezza, che i poeti descrivono negli erotici delirii della fantasia; che i pittori impastano con tanto gusto sulle tele--che noi tutti abbiamo tante volte sognata nel nostro letto di collegio, all'età di quindici anni. Or bene, lo crederesti? In un paese tanto fecondo di bellezze femminili, tu non trovi un solo giovinotto il quale possa destare in cuore di fanciulla il più lieve sussulto d'amore. Coll'animo lacerato io ti dico adunque: le dodici ragazze di Nyon hanno perduto ogni speranza di trovarsi un marito nel proprio paese. Imagina la disperazione delle madri, dei padri, dei tutori e più ancora delle povere figliuole, che non trovano, per quanto girino gli occhi d'attorno, un viso d'uomo che ispiri fiducia.

»Appena qui giunsi un vecchio dabbene mi narrò con le lagrime agli occhi questa grande calamità del paese; perchè anch'egli è padre di due ragazze bellissime, alle quali (riporto testualmente le sue parole) spuntano già evidentissimi gli istinti del matrimonio E cercando io qualche provvedimento a tanto infortunio, risolvetti di volgermi a te, onde, a mezzo dei giornali, tu faccia appello al pubblico cortese perchè coloro che desiderano una bella e ricca moglie si rechino in questo paese tanto favorito, dalla natura.

»Le dodici ragazze di Nyon sono tutte infra i sedici e i venti anni. Educate nei primarii collegi di Francia, parlano il francese, l'italiano, il tedesco, e un po' l'inglese--suonano il pianoforte a due mani, ed anche a una sola, secondo il bisogno--disegnano paesaggi, farfalle, mosche ed altri animali, compresa la figura umana--sono espertissime nei ricami, e scrivono con buona calligrafia, ed hanno poi un'ultima dote--una dote, che io reputo la più interessante, la più magnetica--una dote di circa cinquecentomila franchi per ciascuna.

»Amico.--Spero vorrai compiacermi di questo lieve favore... Non si tratta che d'un semplice annunzio nei giornali più accreditati di costì.--Nè credo necessario spiegarti per quali ragioni io prenda un interesse sì vivo a queste povere figliuole... A suo tempo saprai tutto, e vedrai che, come sempre, ho agito per scopo umanitario.

_Tuo devotissimo_ FRANCESCO R.»

--Ed io rimango in questa maledetta pozzanghera, a godermi un vento sì nemico alla salute degli uomini ed alla pudicizia delle donzelle!--A Nyon! A Nyon! Corriamo a respirare quell'aria imbalsamata d'amore....--Pretenderebbe egli, quel matto di Francesco, che io additassi agli altri la strada del paradiso, per rimanermene a cento leghe di distanza? Sarei pure il dabben uomo s'io seguissi un tale consiglio.

È inutile dire che il giorno istesso partii da Marsiglia alla volta di Nyon.

II.

Le ragazze di Nyon non rappresentano alla mia fantasia i tipi più omogenei.... per una moglie.... E quand'io mi decidessi a un tal passo--il passo più buffo e più serio della vita umana, che si chiama il matrimonio--forse vorrei rifletterci due volte prima di accordare la mia mano e l'altre estremità del mio individuo a fanciulle che troppo a lungo desiderarono.--Io vorrei una moglie alla buona, nè tanto dotta da addormentarmi colle sue dissertazioni, nè tanto sciocca da costringermi a farle da pedagogo. Non esigerei che mia moglie parlasse quattro lingue, ma vorrei conoscesse l'italiano a perfezione, e che, poco curando la calligrafia, nello scrivere non dimenticasse i punti e le virgole, nè trascurasse gli accenti e le consonanti doppie ove si richieggono.--Pretesa ben minima in apparenza, quantunque alcuni amici miei, esperti in tali materie, mi assicurino che una donna la quale parli bene la propria lingua e scriva colle regole della ortografia, sia fenomeno raro a trovarsi. Nè mi andrebbe a sangue veder la mia donna occupata tutto il giorno in disegni, ricami, intrecci di lane e simili frascherie; ma vorrei all'incontro che ella fosse esperta nel far calze e camicie, nel friggere una cotoletta, nell'improvvisare un buon intingolo. Da ultimo, vorrei bandito dalla mia casa il pianoforte; perchè una moglie che suona il pianoforte è la più pericolosa delle mogli, che sono pur tutte pericolose assai.--La musica tira in casa molta gente; vengono i dilettanti, si combinano i sestetti, poi i terzetti, e si finisce coi duetti, composizione terribile inventata a danno dei mariti.--Da quanto ho esposto, ciascun vede che le ragazze di Nyon non fanno per me, e che io mi reco in quel paese coll'unico scopo di verificare le strane asserzioni del mio Francesco, non essendomi discaro poter ammirare il bel volto di quelle dodici figliuole; perocchè ho ferma opinione che il contemplare anche da lontano una bellissima donna valga meglio che l'abbracciarne una brutta.

III.

Il sole stava per nascondersi dietro le montagne, quando dall'alto della diligenza vidi fumare le tettoie di Nyon. Domandai al conduttore di por piede a terra, onde fare modestamente il mio ingresso.

L'aria spirava dolcissima--sereno il cielo, le collinette d'un bel verde azzurro; gli augelletti svolazzavano fra gli alberi cinguettando; ond'io fui tosto commosso da voluttuosa melanconia. E tutti sanno come la melanconia disponga soavemente all'amore.

Eccomi alle porte di Nyon--ho attraversato la contrada principale--le case sono belle e paiono appartenere a persone agiate; ma dove sono le dodici ragazze? Non un bel visetto che sporga dalle finestre, non una voce flautata che si parta dalle abitazioni. L'amico mi avrebbe ingannato?--Ma ecco che egli mi viene incontro e con poche parole mi leva ogni dubbio.

--Io era ben certo di vederti a Nyon!

--Ti giuro che l'intenzione di prender moglie...

--Fermo là coi giuramenti! tu ignori la gravezza del pericolo...

Nel mentre abbracciavo l'amico e mi intratteneva con lui, mi accorsi che, dalla casa vicina, due grandi occhioni, stupidi e gonfi d'acquavite, due occhi da servitore mi stavano squadrando dal capo al piede.

Quell'uomo, appena fummo entrati nella locanda, venne nel mezzo della piazza, e facendo i più strani gesti, si chiamò intorno gli abitatori del paese.--Che è? che non è? La folla circonda il banditore con rispettoso silenzio, finchè questi con grande solennità annunzia ai circostanti che:

_Un giovane civilmente vestito è entrato in Nyon!!!_

La novella percorre in breve ora tutte le case, e dalle cantine ai granai passa rapida come baleno.--Tutti parlano _del giovine civilmente vestito_--Chi è? Donde viene? _Cur? quomodo? quando?_

Ciascuno fa i suoi commenti; vengono in campo le induzioni più strane, il rumore cresce a dismisura.

Io ceno di buon appetito; do un colpo di spazzetta al mio soprabito, quindi a braccio dell'amico scendo a passeggiare sulla spianata che costeggia il lago. La luna splende bellissima in un cielo di zaffiro. Appena mossi alcuni passi, noi ci troviamo al cospetto di due bellissime fanciulle, vestite in bianco. Esse procedono l'una al braccio dell'altra; il papà e la mamma le seguono a poca distanza, siccome vuole la prudente costumatezza dei tempi nostri.

_Ecco il giovine civilmente vestito_!--Queste parole furono scambiate sommessamente fra quella piccola comitiva, e le ragazze abbassarono modestamente gli occhi, dopo avermi ben ben squadrato dalla testa ai piedi.--È inutile aggiungere che il papà e la mamma con moto simultaneo appuntarono contro di me il naso e gli occhiali.--Nello stesso modo io dovetti subire l'esame di altre dieci ragazze, e di non so quanti padri, zii e tutori; perocchè, lode alla sincerità del mio Francesco, le belle ragazze di Nyon erano dodici appunto. E debbo ancora aggiungere per debito di verità, che ciascheduna di esse porgeva un tipo di sì perfetta bellezza, che nè io, nè Francesco, nè Paride redivivo, avremmo saputo a cui dare il pomo di preferenza.

Stature alte e mezzane; capelli biondi, neri, castani; occhi _neri, azzurri, bigi_; fisonomie melanconiche e gioconde, modeste e procaci, ingenue e voluttuose.--Io credo che mai in un serraglio dell'Oriente si adunassero ad un tempo tante beltà femminine.

La _toilette_ era però uniforme; il vestito bianco parve fosse adottato quella sera ad unanime voto; forse perchè il candore più si convenga ad oneste fanciulle, o forse ancora perchè nel fondo bruno della sera facesse meglio spiccare le forme bellissime di quei bellissimi corpicciuoli.

Io passeggiava come assorto in estasi divina; parevami essere nel giardino delle fate, e confesso di aver provato in quel punto un vago desiderio di prender moglie... Le avrei sposate tutte dodici, senza scrupolo di sorta.

Verso le 9 ore, l'aria che dapprima era fresca, divenne a poco a poco freschissima, quindi fredda; e come per segreta convenzione, le bellissime fanciulle si allontanarono silenziosamente, ed entrarono ciascuna nella propria casa.--Ed ecco, non appena trascorsi due minuti, rischiararsi d'improvviso le finestre, ed uscirne i più deliziosi suoni che io mai avessi udito. Di là una fantasia di Thalberg, di qua una melodia Belliniana, più avanti una grande sinfonia a quattro mani, insomma una vera inondazione di musica in tutti i toni e in tutte le misure.

--Che significano questi suoni? Che vogliono esprimere queste melodie ora languide, ora concitate, che dal villaggio di Nyon si inalzano al cielo?

--Te lo dirò io, rispose il grande filosofo che mi dava di braccio.--Le dodici ragazze di Nyon, in tutti i toni, in tutti metri, in tutte le misure, non esprimono che un solo pensiero: Abbiamo _bisogno di marito!!!_

IV.

La notte del 24 maggio fu una terribile notte pegli abitanti di Nyon.--Mi coricai con triste presentimento.--Le varie emozioni del viaggio, le scosse e i trabalzi della vettura, e sopratutto la vista delle bellissime fanciulle mi avevano acceso un vulcano nella testa; i nervi ed i muscoli mi oscillavano, e una mano di piombo, pesandomi sul petto, pareva contrastarmi il respiro. Volgiti a destra, volgiti a sinistra, mettiti boccone o supino, tieni gli occhi chiusi o spalancati, quando il sonno non viene spontaneo a coronarti de' suoi papaveri, le invocazioni e le evoluzioni non giovano: ti convien vegliare a dispetto.

Fu una notte di spasimi--una notte di delirio.... per me, e per tutti gli abitanti di Nyon.

Le sentinelle e le guardie di finanza, che vegliavano le contrade, affermarono aver uditi nell'aere certi gemiti affannosi, certi sospiri e singulti d'equivoca espressione. Parve ancora a taluni aver vedute delle figure bianche e trasparenti disegnarsi nell'ombra, affacciarsi alle finestre, correre su pei tetti leggiere, leggiere...--poi disparire come nebbia.

Alle undici del mattino io dormiva finalmente il sonno dal giusto, sovra un letto che assomigliava ad un mare in tempesta, avviluppato, o per meglio dire intricato dalle coltrici che aveano preso forma di corde da bastimento. Francesco entrò nella mia camera, spalancò le imposte ed uno sfacciato raggio di sole mi percosse le palpebre d'improvviso.

--Presto! fuori dal letto! gridò l'amico--Tutte le ragazze di Nyon sono in volta coi più begli abiti da festa!

Io balzo dal letto; mi vesto, do di braccio all'amico, e scendo con lui sulla piazza--La vista del sole mi ha rallegrato il cuore.... e l'aria che spira dal lago ha ravvivati i miei sensi.

Eccoci di nuovo sulla spianata. Quanta gente! Aspettano l'ultimo richiamo delle campane per entrare nella chiesa.

La domenica ne' piccoli paesi è il più lieto giorno della settimana, ed anche il più propizio agli innamorati. Le crestaie e le lavandaie vanno in giro coi loro cartoni, coi loro panierini ed altri passaporti della professione, ed ho inteso dire da un grande filosofo che col

...Scendere e salir per l'altrui scale

le buone fanciulle lasciano su tutti i gradini una piccola porzione del loro cuore. Ma io non bado alle crestaie.... e molto meno alle lavandaie; in campagna ho bisogno di poesia... e di amore, e tuttociò che mi richiama al pensiero le mie fralezze cittadine, mi fa montare il rossore sul volto. Io cerco avidamente le dodici fanciulle dalla veste bianca e dal nastro azzurro.--Più si avvicina il momento desiderato, più aumentano le mie ansietà.

Ma le campane suonano l'ultimo richiamo, e la turba dei divoti entra confusamente nella chiesa, mentre io e Francesco restiamo nell'atrio ad attendere.--Esse debbono passare per di là, ed io potrò meglio contemplarne la bellezza. L'incerto lume della notte sovente inganna anche i più esperti osservatori; le nostri grandi dame di città, le quali appaiono sì belle al riflesso d'una lampada o d'un becco di gaz, perdono ogni attrattiva quando si mostrano alla schietta luce del giorno!

Io spero aver prodotto in quelle anime sensibili una dolce impressione. Non abituate alla vista di un _giovine civilmente vestito_, quelle fanciulle non potranno resistere alla seduzione del mio gilet di velluto e della mia cravatta di seta. Ma non ho io giurato di rimaner celibe? È vero; ma ho anch'io la mia piccola dose di vanità, e non ho a male se una donna mi riguardi con compiacenza. V'è tanta eloquenza negli sguardi d'una giovinetta che sente alle estremità dei nervi la prima prurigine dell'amore! Con un solo muover di ciglia essa dice ben più che non il Petrarca col suo grosso volume di sonetti.