Racconti e novelle

Part 2

Chapter 23,612 wordsPublic domain

Suo primo istinto fu quello di avventarsi al cappone che stava in mostra sul banco... Ma oltrechè Joseph era dotato di atletiche forze, e vi era pericolo a lottare con lui, Franz, dal suo lato, non era uomo da sorpassare a quei principii di giustizia e di onestà che formavano, malgrado la inflessibilità del suo genio commerciale, le basi del suo carattere.

I suoi occhi dilatati divoravano il cappone. Poi si chiusero--poi di nuovo si apersero... Alla fine, il povero affamato balzò in piedi, e gridò con eroica disperazione:

--Venticinque mila lire--la metà del mio avere per quella roba!

--No! rispose Joseph, addentando la polpa del volatile--nessuna transazione è possibile--i miei generi hanno subìto un non lieve rialzo durante la notte, e tu stesso me ne dai prova--in verità, sarebbe strano che consentissi ad un ribasso... Il mio ottimo maestro ed amico Franz avrebbe ragione di ripetermi, più tardi, che io sono un cattivo commerciante, il quale non sa approfittare delle occasioni... Il mio prezzo rimarrà stazionario--Cinquanta mila lire, nè più nè meno.

Franz uscì dalla grotta per sottrarsi alla vista ed alle esalazioni del cappone tentatore.

Joseph gli tenne dietro.

--Tu mi vedrai morire! gli disse l'altro con voce già fioca e rantolosa.--E forse egli contava sui buoni istinti del suo compagno di emigrazione, e sperava intenerirlo.

--Morire! esclamò Joseph--ma sai tu che faresti un cattivo affare! No... un negoziante par tuo non sarà mai per commettere un tale sproposito! Non vedi tu, che morire significa perdere i cinquantamila franchi e con essi la vita?

Franz si avviò barcollando alla grotta, si raccolse nel cappotto, e si sdraiò sul terreno-Joseph gli tenne dietro per sorvegliare le sue merci.

Per tutta la giornata Franz non si mosse--tratto tratto egli esalava qualche gemito affannoso che voleva imitare il rantolo della morte.

Pur troppo, il cuore d'Joseph era pietrificato dal calcolo. In sul far della sera, dopo essersi divorata con infernale compiacenza una bella coscia di cappone, egli fece l'atto di riporre nel sacco le sue mercanzie...

--Ferma! gridò Franz, balzando in piedi e stendendo le braccia, che in quel momento somigliavano alle zampe della pantera affamata.. Sei tu ancora disposto a vendermi quella roba per cinquantamila franchi?

--Mercato concluso! rispose Joseph.

--Eccoti il portafogli--a me il cappone e la pagnotta....!

--Un momento!...

Joseph si fece a numerare lentamente i biglietti di banco, e trovata le somma completa, dopo aver consegnata la merce, intascò il portafogli in aria di trionfo.

Ma la gioia di Joseph non durò a lungo.

Perchè mai, dopo due giorni di digiuno, l'amico indugia tanto a spezzare il suo pane, ed a mettersi in bocca qualche frammento del grosso volatile?

A tale pensiero, abbassando istintivamente lo sguardo sulle proprie imbandigioni, Joseph con sorpresa e terrore si avvide che del suo bel pollo quasi più non gli rimaneva che il carcame... La pagnotta aveva presa la forma di un quarto di luna.

Frattanto l'amico aveva spiccata la testa al cappone, e dopo aver rinchiuso il restante nella valigia, andava suggendo le cervella e rosicchiando lentamente le ossa del cranio, come un epulone già sazio che si diverta coi residui obliati.

La situazione dei due reclusi era molto cangiata, e Joseph non tardò molto a comprenderlo.

--Se vuoi spegnere il lume... disse Franz.

--Ma ti pare?--rispose Joseph col labbro serrato. Fino a quando tu non abbia finito il tuo pranzo...

--Il mio pranzo è finito, disse l'altro, tritolando fra i denti il becco del pollastro--ora si può dormire.

Joseph soffiò sulla candela, e si rannicchiò nel suo covo in preda ai più foschi pensieri.--In verità la sua situazione, malgrado i cinquantamila franchi intascati, era divenuta assai buia.

All'indomani, verso l'alba, i due colleghi facevano colazione. Franz macinava flemmaticamente coi denti il collo del volatile.--Joseph, abbandonandosi al suo fiero appetito, consumava gli ultimi avanzi della pagnotta... Non gli restavano, pel pranzo, che le ossa spolpate del carcame.

Trascorsero parecchie ore... Franz non abbandonava il suo posto, non profferiva parola, non si permetteva il più leggero movimento. Obbedendo ai dettati della scienza, egli si guardava da qualunque atto potesse alterare l'economia della sua vitalità. Egli sapeva troppo bene che l'inerzia e il silenzio ammortiscono l'appetito.

Sul far della sera, il suo orecchio fu colpito da uno strano rumore. Rabbrividì--sorse in piedi...

--Oh! sta a vedere, che gli zappatori arrivano in mal punto a guastare i miei calcoli!

--Così parlando uscì dalla grotta per esplorare...

Era il povero Joseph che si apprestava l'ultimo pranzo, macinando fra due pietre il carcame del pollastro...

A quella vista gli occhi di Franz sfavillarono.

Poco dopo, Joseph rientrò nella grotta, e avvolgendosi nel cappotto, non potè reprimere un accento di desolazione:

--Tutto è finito!

--Ed io ne ho per dieci giorni! rispose dall'antro opposto una voce lugubre.

Joseph portò la mano al portafogli, e lo serrò presso al cuore, come una madre stringerebbe un figliuolo minacciato.

Quella notte fu lunga e travagliata per entrambi.

--Se domani è abbattuta la valanga, il mio tesoro è salvato!--pensava Joseph tra i fremiti del terrore.

--Se gli zappatori, calcolava l'altro fra gli spasimi, tardano due giorni a liberarci, le mie cinquantamila lire sono redente!

La notte trascorse--venne il mattino--una eterna giornata di digiuno torturò le viscere del povero Joseph--e la grotta non si aperse. Nessuna oscillazione della neve, nessun rumore lontano che annunziasse l'approssimarsi dei liberatori.

Joseph rientrò disperato nella grotta, e, prima di coricarsi, si lasciò sfuggire la parola fatale:--ho fame!

--Ed io n'ho d'avanzo!--rispose dall'antro opposto la solita voce--posso servirti?

--Mi rimetto... alla tua discrezione.

--Diecimila lire per un quarto di pagnotta e quaranta mila lire per una coscia di pollo-totale: lire cinquantamila.

--No... usuraio!... no, assassino! gridò Joseph dal suo covo.

--Joseph! in commercio si fanno dei prezzi e delle transazioni ... ma io ti ho insegnato, col mio esempio, a risparmiare le ingiurie.--Calmati--rifletti--io ti do tempo fino a domani.

Joseph non disse più parola, e si accovacciò come un leone in febbre.

Verso mezzanotte, Franz uscì dalla grotta per le sue esplorazioni. Tese l'orecchio.... Gli parve udire fra le tenebre dei suoni indistinti... La massa della neve tratto tratto oscillava...

--Ohimè! gli zappatori si avvicinano.... Io sono perduto!...

Rientrò affannato nella grotta... Poche ore gli rimanevano per ricuperare il suo capitale...

Accese un moccolo--trasse dalla valigia i commestibili, e, schieratili in bella mostra sovra un macigno, si pose a mangiare...

Joseph si levò... I suoi occhi, tutti i suoi sensi parvero affascinati ... Egli afferrò con una mano la coscia del cappone, coll'altra mano gettò il portafogli ai piedi di Franz. Fu una scena muta--un vero quadro coreografico della grande epoca _Catte-Ghedini_.

E Joseph non aveva ancora terminato il suo pasto--e Franz finiva appena di numerare i suoi biglietti di banco, che un suono di voci e di ferrei stromenti riscosse gli echi della grotta.

--Ah! gridò Franz accorrendo.--ecco i nostri liberatori!.... vieni, Joseph! La valanga è spezzata.... che Iddio sia benedetto!

Joseph, con un tozzo di pane nella destra e un osso di cappone nella sinistra, si affacciò alla imboccatura dello speco. A vederlo, pareva inebetito.

I due colleghi riprendevano poco dopo il sentiero della montagna.

All'ingresso del villaggio, sul punto di separarsi:

--Spero bene che tu non mi serberai rancore per ciò che è passato, disse Franz al compagno.

--No... abbiamo agito tutti e due da perfetti commercianti... La sorte ha voluto favorirti...

--Permetti che io te lo dica francamente, soggiunse Franz: tu hai commesso anche questa volta degli sbagli finanziari... Per essere perfetto commerciante. non basta profittare delle occasioni e saper rincarire a tempo le proprie merci: bisogna anche avere dell'ordine e dell'economia. Se tu non avessi divorato in due giorni il tuo cappone e la tua pagnotta, oggi saresti padrone delle cinquantamila lire.

--Che Dio te le converta in reumatismi! soggiunse Joseph a bassa voce.

E su questo si salutarono.

Una partita in quattro

Ho passato otto giorni a Tartavalle. (Nessuno dei miei duemila lettori ignora, che a Tartavalle v'è una fonte di acque ferruginose, intorno alla quale si adunano nel luglio e nell'agosto i sedicenti malati e gli ipocondriaci delle nostre provincie).

Non temete. Io non intendo descrivervi il luogo, nè magnificarvi la bontà delle acque, nè darvi l'elenco di tutte le donne isteriche, di tutti gli originali che quest'anno ho veduto agglomerarsi nella piccola valle. Ad altri cedo pure l'incarico di riprodurre i pettegolezzi e gli aneddoti più o meno esilaranti della stagione. A' miei lettori, poco amanti di ciò che è comune, io riserbo la primizia di una novella, che ebbi la fortuna di raccogliere io stesso ad un banchetto di amici, venuti sul luogo per cercarvi l'oblio di non so quali noie della loro esistenza domestica.

Tre amici dell'epoca più avventurosa--un poeta. un ingegnere ed un medico--amici già quasi dimenticati, sebbene a Milano, dal 1846 al 1854, avessero diviso le vivaci peripezie della mia matta giovinezza.

Da quindici anni non ci eravamo più veduti--e quando il caso mi condusse presso il tavolino, ov'essi stavano pranzando, avvenne una di quelle esplosioni di meraviglia e di gioia che d'un tratto sembrano ringiovanirci.

Quella esplosione cominciò naturalmente con una scarica di nomi e cognomi.

--Antonio!.... Eugenio!.... Lamberti!.... Rambaldi!....

E tutti, per alcun tempo, ristemmo sulla punta dei piedi, e le nostre braccia si incrociarono in una stretta amichevole al di sopra di un cappone fumante, il quale pareva attonito di vedersi così presto negletto, dopo l'accoglimento festoso che gli amici gli avevano fatto al suo primo apparire.

Per ammorzare questi subitanei entusiasmi dell'amicizia non ci vuole gran che. Basta talvolta una parola, un monosillabo inaspettato, qualche cosa che riveli un tratto ignorato e poco piacevole delle rispettive biografie.

Il primo a lasciarsi sfuggire una di queste esclamazioni deprimenti fu l'amico Lamberti.

Quand'egli, con un accento che nessuna musica potrebbe tradurre, ebbe profferita questa parola così semplice e complicata ad un tempo: «ammogliato!» tutti i volti parvero allungarsi, tutte le mani intrecciate dall'entusiasmo si allentarono. Ciascuno ricadde Sulla propria seggiola, e gli sguardi si ritorsero mestamente al cappone obliato.

In quella comitiva, che altre volte aveva rappresentato a Milano la schiuma degli scapigliati, non v'era alcuno che potesse vantarsi di aver resistito al contagio. Tutti eravamo ammogliati.

* * * * *

Io sedetti alla piccola mensa; e poichè le vivande e un eccellente vino di Valtellina ci ebbero alquanto rianimati, l'amico Lamberti si levò in piedi nuovamente, e, alzando il bicchiere al di sopra delle teste, si fece a gridare: Evviva le nostre mogli! evviva il matrimonio!--Fu un lampo. Subito dopo, il povero Lamberti ripiombava sulla seggiola come affranto da uno sforzo sovrumano.

* * * * *

Era omai tempo di abbordare francamente la quistione. Ciascuno sentiva il bisogno di spiegarsi, o piuttosto di giustificarsi dinanzi a quel piccolo tribunale di amici.

* * * * *

Per comprendere il nostro imbarazzo, è d'uopo sapere che, tanto io come quei tre amici della sventata giovinezza, avevamo professato, in altri tempi, delle teorie così avverse al matrimonio, da ritenerlo un delitto contro natura. A quell'epoca, un marito rappresentava per noi l'animale più ridicolo della creazione. L'amico Eugenio, il poeta, aveva scritto in odio del matrimonio una dozzina di satire e un volume di epigrammi. Molte volte, nei nostri spensierati ritrovi, era stato proclamato che il primo di noi il quale avesse ceduto al volgare appetito di ammogliarsi, verrebbe ritenuto un apostata, e come tale, messo al bando dalla società. Avverandosi l'incredibile fatto, gli amici si riterrebbero sciolti da ogni riguardo verso il povero delinquente. Ciascuno si sarebbe adoperato ad infliggergli quel castigo, che suol essere, quando le mogli si prestino all'uopo, la punizione ordinaria di tali delitti.

* * * * *

Meno male che il delitto era stato commesso da tutti. Noi ci trovavamo nell'identica situazione di quelle brave _pétroleuses_ della Galilea a cui Cristo avrebbe permesso di lanciare la prima pietra. Riconoscendoci tutti colpevoli, era dunque naturale che, superata quella prima fase di turbamento e di vergogna, alla fine, noi prendessimo il partito di ridere.

* * * * *

Eugenio fu il primo a dare l'esempio: «Degeneri colleghi della mia giovinezza, riprese l'amico coll'enfasi de' suoi begli anni; a che serve guardarci l'un l'altro con questa ebete espressione di stupore e di vergogna? Anni sono, noi eravamo sommersi nelle utopie. Noi ci illudevamo di essere più forti e più scaltri che la comune degli uomini. Oggi dobbiamo confessare che tutti gli individui della specie umana sono uguali in faccia... alla donna. Perchè le nostre utopie avessero a realizzarsi, conveniva seguire un altro cammino. Il nostro massimo torto fu quello di illuderci che avremmo potuto sottrarci alla moglie, seguendo, come sempre abbiamo fatto, le orme della donna. Ora, chi segue la donna, o tosto o tardi deve inevitabilmente cadere nella moglie.--Evidentemente, fra le nostre teorie anticoniugali e le nostre aspirazioni di istinto, c'era una contraddizione ed una lotta. Noi ci eravamo collocati in una situazione assurda, dalla quale non era possibile uscire, se non a patto di rinunziare alle più dolci emozioni della vita. Rileviamo le nostre fronti avvilite! Guardiamoci in faccia l'un l'altro colla franchezza dell'uomo intemerato. Nessuno di noi ha da vergognarsi di aver tradito un principio. Noi abbiamo costantemente protestato e reagito. La nostra sconfitta non provenne da debolezza e da viltà, ma soltanto da un errore strategico. Che ve ne pare? non ho ragione?...

--Se ci fossimo attenuti, riprese cupamente il Rambaldi, alla savia massima di non fare la corte che alle donne maritate, a me sembra che, senza rinunziare alle più dolci emozioni della vita, non ci troveremmo oggi tutti quanti al duro passo di dover giustificare le nostre transazioni... Grazie alle provvide leggi dei nostri padri, una donna non può avere due mariti--chi dunque ama le donne degli altri, segue la strada più sicura e più comoda per iscansare il precipizio.

--E se io vi dicessi, interruppe Eugenio vivamente, se io vi dicessi che fu appunto questa falsa massima che mi ha trascinato alla perdizione, e che io non sarei forse mai precipitato negli abissi del matrimonio, se non avessi ceduto al peccaminoso desiderio di assaggiare la donna d'un altro!

--In verità, la dev'essere una istoria curiosa e bizzarra, dissi all'amico.

Nè più nè meno della vostra; e se tutti ci facessimo a riannodare le fila di questa trama capricciosa dove nostro malgrado ci troviamo impigliati, ne uscirebbero indubbiamente delle assai bizzarre novelle.

--Vogliamo provarci?...

--Agli ordini vostri, rispose Eugenio--e purchè tutti promettiate l'uguale sincerità, io sarò il primo a darvi l'esempio.

--Sta bene.

E l'amico Eugenio si fece senz'altro a raccontarci la sua istoria.

* * * * *

«--Or fanno quindici anni, allorquando il mio cattivo genio mi diè la prima spinta su questa maledetta carriera delle lettere, dove non ho raccolto che malanni, io versava nelle più gravi strettezze. I primi prodotti del mio genio mi venivano pagati a cinque lire per ogni foglio di stampa--i miei guadagni non sorpassavano le ottanta lire al mese.

Io abitava una stanzetta più vicina al cielo che alla terra.

Un bel mattino, sento bussare alla porta. Nessun altro fuorchè un creditore avrebbe osato salire a tanta altezza.--Avanti!--A quell'epoca i creditori non mi facevano paura; mi rendeva forte, al loro cospetto, la certezza di non avere con che pagarli.

Sventuratamente, quella mattina non si trattava d'un creditore. Era il primo anello della grande catena conjugale che veniva ad introdursi nel mio libero domicilio, sotto le sembianze di un idiota.

Appena io mi ricordava d'aver veduto una o due volte quel fatale personaggio. Bel giovine, del resto, tutto profumato e azzimato--uno di quei figuri a cui il mal di fegato o qualche altro vizio degli intestini suol dipingere il volto di quel pallore, che alcune donne sogliono chiamare la vernice del sentimento. La sua bruna capigliatura stillante di cosmetici, l'occhio grande ed incavato, il languore del collo, il cascante abbandono della persona, davano a lui una cert'aria di genio sventurato che, a vederlo da lunge, lo rendeva interessante. Vi ho già detto alla prima presentazione che egli era un idiota, ed ora credo bene ripetervelo, perchè non vi facciate sul di lui conto alcuna illusione.

--A che debbo il piacere... l'onore.

Il mio visitatore stralunò gli occhi, e sorrise, stendendomi la mano in atto di cordiale benevolenza.

Poi, innanzi di profferire parola, si tolse dalle tasche un portafogli, ne levò fuori un pajo di lettere profumate, e, dopo averle guardate senza aprirle con una espressione di compiacenza misteriosa che attirava alla superficie del suo volto tutto l'ebetismo del suo cervello, finalmente sciolse la favella:

--Ella deve sapere.... cioè a dire.... che essendo noi tutti giovani..... cioè a dire..... che siccome vi hanno delle donne... e siccome tutte le relazioni cominciano per via della via....»

E, proseguendo su questo tono per un buon quarto d'ora, egli riuscì a farmi capire come ei fosse innamorato d'una bella ed elegante signora, la quale dopo molte dimostrazioni di indifferenza e di ritrosia, si era alla fine lasciata sedurre a rispondere alle sue lettere. E parendogli che quelle lettere fossero scritte con una eleganza di stile ed una elevatezza di idee non comune, aveva pensato di rivolgersi a me, perchè lo aiutassi nel suo epistolario, dettandogli delle risposte _commoventi, infuocate, irresistibili_, mercè le quali egli si teneva sicuro di vincere in breve tempo le esitanze dell'_angelo adorato_. Nella mia qualità di segretario amoroso, io avrei percepito il vistoso emolumento di lire quattro per ciascuna lettera. Il proprietario d'un foglio teatrale, dove a quell'epoca io faceva le mie prime armi nella critica, non mi dava tanto per una appendice di dieci colonne.

La strana proposta eccitava in sommo grado la mia curiosità. Quell'epistolario aveva per me tutte le attrattive di un romanzo; e, siccome le due lettere dell'incognita dama rivelavano propositi di virtù e di resistenza ad ogni costo, io mi sentiva piccato da un satanico desiderio di misurare con quella fiera ed appassionata Penelope la forza del mio stile e la efficacia del mio lirismo amoroso.

Accettato l'incarico, mi diedi subito all'opera. Il mio cliente si assise allo scrittoio; ed io gli dettai una lettera di quattro pagine, così esuberante di passione, così gonfia di ampolle, che l'altro tratto tratto balzava dalla seggiola come scosso dall'elettrico.

«Buona!.... sanguinosa!.... assassina!» esclamava il giovane ad ogni frase che io andava dettando. E quando veniva in campo una parola poco usitata e non compresa da lui, in luogo di chiedermi una spiegazione, portava la mano al cuore, o sbuffava un grosso sospiro che assomigliava a un grugnito.

La mia prima lettera era una confutazione di quelle venerande teorie di fedeltà coniugale, che noi non cessiamo di chiamare assurde fino al giorno in cui, impigliati dal matrimonio, comprendiamo il pericolo di professarle e di propagarle--era una tremenda requisitoria contro i mariti, la quale si chiudeva con un inno alla libertà ed alla assoluta indipendenza della donna, degno d'un comunalista.

Non è a dire con quale compiacenza, dopo aver letto e riletto quel mio squarcio di eloquenza, l'amico si fece a delinearvi la propria firma. Per conquistare i favori del bel sesso, oltre alle attrattive di un volto fiammingo, la fortuna aveva dato a colui un nome ed un cognome de' più interessanti.

Egli si chiamava Arturo della Valle. Pensate se una donna di immaginazione un po' viva avrebbe potuto resistergli!

* * * * *

La risposta della signora non si fece attendere a lungo, Di là a due giorni, il bell'Arturo tornò alla mia camera con un foglio color di rosa nella mano e il volto irradiato dalla gioia.

Nello scorrere lo scritto provai un leggero fremito d'orgoglio. La mia eloquenza aveva prodotto il massimo effetto. La signora confessava che le mie parole le avevano suscitata nel cuore una tempesta. La sua fede era scossa; i suoi propositi di virtù e di resistenza più non rappresentavano che una figura rettorica. Si dichiarava infelice come la Teresa dell'Ortis, come tutte le Terese che amano debolmente il loro consorte legittimo. Pregava l'amico di obbliarla, e dopo alcune linee invocava la sua protezione, confidava di trovare in lui un alleato nella lotta a cui andava incontro. A sua volta protestava contro la tirannide delle leggi sociali, deplorava la schiavitù della donna, ma al tempo stesso si riteneva colpevole per non aver opposta una più energica resistenza al sentimento che l'aveva dominata. «Scriviamoci, diceva essa, scriviamoci sovente: procuriamo di fortificarci e di animarci l'un l'altro alla dura battaglia che siamo chiamati a combattere... Io conto sulla tua alleanza come su quella di Dio... Mostriamo di saper soffrire, e il nostro amore diverrà una religione, nè potrà mai aver fine.»

* * * * *

Il bell'Arturo, quantunque idiota, comprendeva che quella lettera era promessa di un prossimo trionfo.

E frattanto il mio cuore era in preda alla più viva commozione.

Rare volte mi era accaduto di dover ammirare in uno scritto di donna tanta vivezza di immagini, tanta castigatezza ed eleganza di stile. Quella lettera avrebbe portato con onore la firma della _Donna Gentile_, e figurato superbamente nell'epistolario di Foscolo.

Io mi sentiva piccato di emulazione; e, quantunque si trattasse di causa non mia, e provassi una certa ripugnanza nel prestare il mio ingegno alla perdizione d'una donna di spirito ed al trionfo d'un imbecille, pure la novità del caso e quella certa compiacenza satanica che tutti proviamo nel veder svilupparsi uno scandalo, mi ispirarono una seconda lettera non meno eloquente della prima, e forse più calda e appassionata.

* * * * *

Non intendo descrivervi tutte le fasi di quell'epistolario. Vi basti sapere che, fosse effetto della mia eloquenza, fosse prepotenza naturale di simpatie, al quinto carteggio la signora promise un abboccamento.

Il convegno della coppia avventurata doveva aver luogo sul bastione fra porta Renza e porta Tosa, alle sei del mattino.

* * * * *

Difficile mi sarebbe esprimere ciò che io provai, all'avvicinarsi della catastrofe. Il mio turbamento era tale, che io non poteva a meno di chiedere a me stesso, se qualche cosa di somigliante all'amore si fosse impossessato di me. Nel mirare la gioia del bell'Arturo, nell'udire le sue esclamazioni grottesche, io sentiva uno spasimo non mai provato.