Part 19
Che fare?--Il suo vecchio maestro di musica Samuele Klauss si era incaricato di rispondere alla terribile domanda. E la risposta, muta di parole, era stata eloquente.
Klauss avea preso per mano il suo allievo diletto, e, condottolo nella piccola sala dove tante volte avevano diviso insieme i fantastici diletti della musica, gli aveva additato la piccola cassetta dove il violino stava rinchiuso come un essere vivente in una tomba obbliata.
Quel cenno apriva a Franz Sthoeny una nuova carriera. Vendute le mobilie e le suppellettili della casa, l'artista era partito per Parigi in compagnia del suo maestro ed amico.
Prima che Paganini avesse dato al teatro dell'_Opera_ i suoi meravigliosi concerti, Franz si era fatta, per una serie di esperienze e di raffronti, una convinzione superba ed un proposito irremovibile.--La convinzione era questa: di ritenersi superiore a tutti i più rinomati violinisti ch'egli aveva uditi nella capitale della Francia--il proposito era di spezzare il proprio istrumento, e con esso la sua esistenza, qualora non fosse riuscito a tenere il primo posto fra i suonatori dell'epoca. Il vecchio Klauss si compiaceva di quel nobile orgoglio, e credeva, lusingandolo, di compiere in buona fede una sant'opera.
Ma prima di prodursi al cospetto del pubblico, Franz aveva aspettato con trepida impazienza che il tanto decantato italiano facesse le sue prove a Parigi. Il nome di Paganini era stato, per alcuni mesi, una spina rovente al cuore di Franz--un incubo, un fantasma minaccioso allo spirito del vecchio Samuele.
Sì l'uno che l'altro aveano più volte tremato per quel nome di artista--sì l'uno che l'altro avevano presagito sinistramente della sua venuta a Parigi.
Chi può descrivere le ansie, gli spasimi, gli atroci entusiasmi di quella nefasta serata?--Franz e Samuele, alle prime arcate di Paganini, avevano rabbrividito. Il maestro e l'allievo, compresi da un entusiasmo che era per entrambi angoscia tremenda, non osarono guardarsi in faccia, non che ricambiarsi un accento.
A mezzanotte, dopo il concerto, rientrarono muti e lugubri nel loro appartamento.
--Samuele!--disse Franz gettandosi sovra una seggiola con portamento disperato--va!... noi altri non siamo buoni a nulla--hai capito?--a nulla!... proprio a nulla!...
Le rughe del vecchio maestro divennero livide.--Dopo breve silenzio, Samuele riprese con voce cupa:
--Eppure tu hai torto, Franz--io ti ho insegnato quanto si può insegnare da un maestro, e tu hai tutto imparato ciò che l'uomo può imparare dall'uomo. Qual colpa ci ho io, se questi dannati italiani, per primeggiare nel regno dell'arte, hanno ricorso alle ispirazioni del diavolo ed agli obbrobri della magia?...
Franz fissò gli occhi nel vecchio maestro con espressione sinistra:--quello sguardo parea dire: «ebbene! a che mai tanti scrupoli?... pur di elevarmi a tanta potenza nell'arte, ed io pure mi darei al diavolo, anima e corpo!»
Samuele indovinò quell'atroce pensiero, e riprese la parola con calma simulata:
--Tu conosci la storia miseranda del celebre Tartini. Egli morì in una notte di sabbato, strangolato dal suo demonio familiare che gli aveva insegnato la maniera di dare anima al violino, incorporando in esso lo spirito di una vergine. Paganini ha fatto di più. Paganini, per comunicare al proprio istromento i gemiti, i gridi desolati, le note più strazianti della voce umana, si è fatto assassino dell'uomo che più gli era affezionato sulla terra, e coi visceri della sua vittima ha composto le quattro corde del suo violino fatato. Eccoti il segreto di quel fascino, di quella potenza irresistibile di suoni, che tu, mio povero Franz, non potresti mai uguagliare, se prima...
E il vecchio troncò a mezzo la frase.
La sua voce era paralizzata da uno sgomento misterioso.
Franz, abbassando gli occhi, uscì dopo alcuni minuti in questa domanda:
--E tu credi, Samuele, che arriverei anch'io ad ottenere gli effetti inauditi, a suscitare gli entusiasmi di Paganini, qualora le corde del mio istromento fossero composte di fibra umana?
--Pur troppo!--esclamò il maestro con singolare espressione--ma per ottenere l'intento, non basta che le corde sieno composte di fibra umana; è necessario che questa fibra abbia fatto parte di un corpo simpatico. Tartini comunicò la vita al proprio violino, introducendo in esso l'anima di una vergine--ma quella vergine era morta di amore per lui; e il satanico artista, assistendola nelle ultime agonie, a mezzo di una cannuccia, avea fatto passare nello istromento lo spirito della moribonda. Quanto a Paganini, t'ho già detto che egli assassinò il migliore dei suoi amici, la persona che più gli era legata di benevolenza--e la assassinò per strappargli le viscere e per convertirle in altrettante corde da suono.
--Oh! la voce umana!--il miracolo della voce umana, proseguì Samuele dopo breve silenzio.--Credi tu dunque, mio povero Franz, che io non ti avrei insegnato a produrla, se questa si potesse ottenere coi mezzi dell'arte, di quell'arte nobile e santa che vuol vivere di sè stessa, che vuol risplendere della sua propria luce, che disdegna le bassezze e le ciurmerie, che ha in orrore i delitti?
Franz non ebbe forza di proferire un accento. Si levò in piedi con una pacatezza sinistra che rivelava la più profonda agitazione--prese in mano il violino--fissò nelle corde un'occhiata sprezzante e minacciosa--e poi, afferratele con impeto convulso, le strappò dallo istrumento.
Il vecchio Samuele mandò un grido. Le corde ridotte a gomitolo erano state lanciate nelle brage del caminetto, e quivi si contorcevano stridendo, come al contatto del fuoco un gruppo di serpenti assiderati.
Samuele tolse dalla tavola un candeliere, e si avviò alla sua camera da letto senza salutare l'allievo.
Passarono settimane--passarono mesi. Una cupa malinconia si era impossessata di Franz. Il violino, vedovo delle corde, pendeva dalla parete, polveroso e negletto. Samuele e Franz pranzavano insieme ogni giorno e ogni sera stavano assisi l'uno di fronte all'altro, nel medesimo salottino--ma l'uno non osava rivolgere all'altro la parola--si guardavano in silenzio come due muti. Dal momento che il violino non ebbe più corde, anche quei due esseri animati parvero smarrire l'uso della favella.
--È tempo che ciò finisca!--esclamò finalmente il vecchio Samuele. E quella sera, prima di ritirarsi nella camera da letto, si accostò all'amico per imprimergli un bacio sulla fronte. Franz si riscosse dal suo triste letargo, e ripetè meccanicamente le parole del maestro--«È tempo che ciò finisca!»
Si separarono--e ciascuno andò a coricarsi.
All'indomani, quando Franz aperse gli occhi alla luce del giorno, si meravigliò di non trovare vicino al suo letto il vecchio maestro che era solito levarsi prima di lui.
--Samuele! mio buono... mio ottimo Samuele!--gridò Franz balzando dalle coltri per slanciarsi nella camera del maestro.
Franz fu atterrito dalla propria voce, ma più ancora dal silenzio lugubre che a quella rispose.
Vi sono dei silenzi profondi che annunziano la morte.
Presso al letto dei cadaveri e nel vano delle tombe, il silenzio acquista una intensità misteriosa che colpisce l'anima di terrore.
La severa testa di Samuele giaceva irrigidita sul capezzale--i contorni salienti di quella testa erano una fronte calva sfolgorante di luce e una barba grigia accuminata che pareva erigersi al cielo.
Alla vista di quel cadavere Franz provò una scossa terribile--ma la natura dell'uomo e la natura dell'artista si risentirono in lui ad un medesimo tempo, e in quella lotta di sentimenti, il dolore rimase ben tosto paralizzato. Le passioni dell'artista prevalsero sui più teneri istinti dell'uomo, e li soffocarono.
Una lettera all'indirizzo di Franz giaceva sulla tavola da notte.--Il violinista l'aperse tremando:
«_Mio caro Franz_,
«Al momento in cui leggerai questo scritto, avrò compiuto il più grande e l'ultimo sacrifizio che io, tuo maestro e tuo unico amico, poteva fare per la tua gloria.--La persona, che al mondo ti amava sopra ogni altro, non è più che un corpo insensibile: del tuo vecchio maestro non rimane oggimai a te dinanzi che la materia organica impassibile. Io non ti suggerirò ciò che ti resta a fare.
»Non lasciarti atterrire da scrupoli vani o da stolte superstizioni.--Io ti immolo il mio cadavere perchè tu abbia ad usarne per la tua gloria--ti macchieresti della più nera ingratitudine rendendo vano il mio sacrificio.--Quando tu avrai ridonate le corde al tuo violino--quando queste corde si comporranno della mia fibra, e avranno la voce, il gemito, il pianto del mio fervido amore--allora, o Franz, non temere di nessuno,--allora prendi il tuo istrumento, mettiti sulle orme dell'uomo che ci ha fatto tanto male--presentati nel campo dov'egli superbamente ha potuto imperare fino a questo giorno--gettagli in volto il tuo guanto di sfida! Oh! sentirai come la nota di amore uscirà potente dal tuo violino, quando tu, accarezzando le corde, ti sovverrai che desse furono parte del tuo vecchio maestro, che ora ti bacia per l'ultima volta e ti benedice.
_Samuele_.»
Due lacrime sgorgarono dagli occhi di Franz, ma tosto parvero essiccarsi per effetto di una vampa latente. Le pupille del fantastico suonatore, fisse nel morto, lampeggiavano come quelle della strige.
La nostra penna rifugge dal descrivere ciò che accadde in quella stanza di morte, dacchè i medici ebbero praticata l'autopsia del cadavere.--A noi basti accennare che le ultime volontà dell'eroico Samuele vennero compiute, che Franz non esitò punto a procacciarsi le corde fatali onde egli sperava dar anima al suo violino.
Quelle corde, di là a quindici giorni, erano distese sullo stromento. Franz non osava guardarle. Una sera volle provarsi a suonare, ma l'arco gli tremava nella mano come lama di stocco nel pugno di un assassino esordiente.
--Non importa! esclamò Franz, rinserrando il violino nella cassetta--questi sciocchi terrori spariranno quando io mi troverò in presenza del mio potente rivale. La volontà del mio povero Samuele vuol essere compita... sarà un grande trionfo per me e per lui... se riescirò ad uguagliare... a superare Paganini!
Ma il celebre violinista non era più a Parigi. A quell'epoca Paganini dava al teatro di Gand una serie di concerti.
Una sera, mentre il diabolico artista sedeva a mensa circondato da una eletta compagnia di musicisti, Franz entrò nella sala dell'albergo, e muovendo all'indirizzo di Paganini, senza dir motto, gli consegnò un biglietto di visita.
Paganini lesse--lanciò sullo sconosciuto una di quelle occhiate fulminee cui l'occhio più temerario non può sostenere--ma vedendo che l'altro teneva fermo e pareva a sua volta sfidarlo colla impassibilità dello sguardo: Signore, gli disse con voce secca, i vostri desiderii saranno esauditi!--E Franz, salutando cortesemente i convitati, uscì dalla sala.
Due giorni dopo, nella città di Gand era esposto un avviso che annunziava l'ultimo concerto di Paganini. Nelle ultime linee del programma, stampato a lettere cubitali, spiccava una nota singolare che eccitava in sommo grado la pubblica curiosità, ed era oggetto di mille commenti!
_In detta sera, diceva la nota, si produrrà per la prima volta l'egregio violinista alemanno signor Franz Sthoeny, il quale si è recato espressamente a Gand per gettare il guanto di sfida all'illustre Paganini, dichiarandosi pronto a competere con lui nella esecuzione dei pezzi più difficili. Avendo l'illustre Paganini accettata la sfida, il signor Franz Sthoeny dovrà eseguire, in confronto dell'insuperato violinista, la famosa_ FANTASIA-CAPRICCIO _che si intitola_ LE STREGHE.
L'effetto di quell'annunzio fu magnetico. Paganini, che in mezzo alle agitazioni ed ai trionfi, non perdeva mai d'occhio il punto luminoso della speculazione, credette bene, per quella occasione, di rincarire del doppio il prezzo dei biglietti.--È inutile dire ch'egli aveva calcolato perfettamente. Tutta la città di Gand, quella sera, parve riversarsi in teatro.
All'ora terribile del cimento, Franz si recò nella sala del ridotto, dove Paganini lo aveva preceduto.
--Bravo figliuolo! avete fatto bene ad anticipare la vostra venuta--disse Paganini--sarà bene che noi invertiamo l'ordine del programma. Mi preme di sbrigare questa faccenda, per non essere disturbato nella esecuzione degli altri miei pezzi.--Siete voi pronto?
--Io sono ai vostri ordini, rispose Franz pacatamente.
Paganini fece alzare il sipario e tosto si presentò al proscenio fra un uragano di applausi e di grida frenetiche.
Non mai l'artista italiano, nell'eseguire quella diabolica composizione che si intitola le _Streghe_, aveva rivelato una potenza così diabolica. Le corde del violino, sotto la pressione delle falangi scarnate, si contorcevano come viscere palpitanti--l'occhio satanico del violinista evocava l'inferno dalle cavità misteriose del suo istromento.--I suoni prendevano forma, e, intorno a quel mago dell'arte, parevano danzare oscenamente delle figure fantastiche. Nel vuoto del palco scenico una inesplicabile fantasmagoria formata dalle vibrazioni sonore rappresentava le orgie invereconde e gli osceni connubi del Sabba.
Quando Paganini potè finalmente ritirarsi dalla scena, ove ad ogni tratto lo richiamavano le strepitose acclamazioni del pubblico, nella sala del ridotto incontrò Franz che aveva finito di accordare il violino, e già muoveva per slanciarsi nell'arringo.
Paganini rimase stupito nel mirare l'impassibilità del suo competitore, e l'aria di sicurezza che gli brillava nel volto.
Franz si avanzò verso il proscenio, accolto da un silenzio glaciale. Soggiogati dal fascino di Paganini, gli spettatori guardavano il nuovo arrivato come si guarda un povero ebete, che affronta un assurdo cimento.
Nullameno, alle prime arcate di Franz, l'attenzione degli spettatori si fece vivissima.
Franz era un esecutore abilissimo, uno di quegli esecutori pei quali la difficoltà non esiste. Il vecchio Samuele non aveva mentito il giorno in cui gli aveva detto: io ti ho insegnato tutto ciò che si può insegnare, e tu hai imparato tutto quello che si può apprendere.
Ma ciò che Franz aveva sognato di ottenere per effetto delle corde simpatiche; il gemito della passione, il grido straziante dell'agonia, il ruggito della foresta e l'ululo dei dannati--ciò che il vecchio Samuele avrebbe voluto comunicare al suo allievo ed amico, immolandogli se stesso e dotando di corde umane lo strumento di lui--tutto questo edifizio di illusioni, di speranze, che nell'anima dell'artista alemanno si erano tramutate in fede sicura--tutto svanì in un istante..
Sotto il colpo di un terribile disinganno, Franz smarrì il coraggio e le forze.... Invocò sommessamente il nome del defunto maestro--lo pregò... lo maledì nel segreto dell'anima sua--lo gridò traditore, scellerato. Poi, stanco della prova, disperato dell'esito, strappò dal violino le corde fatali, le gettò al suolo, e si fece a calpestarle con rabbia feroce.
--È pazzo! è pazzo!--fermatelo... soccorretelo! gridarono cento voci dalla platea.
Franz si allontanò dal proscenio, ed entrato precipitosamente nelle quinte, andò a prostrarsi ai piedi di Paganini.
--Perdono! mille volte perdono!--gridò Franz con accento disperato--io aveva creduto... io aveva sperato...
Paganini stese le braccia a quel povero sconfitto; lo sollevò da terra, e, abbracciandolo come un fratello, gli disse:
--Tu hai suonato divinamente... tu sei un grande artista... ciò che ti manca...
--Oh! so ben io ciò che mi manca--esclamò Franz singhiozzando; ma il vecchio Samuele mi ha tradito!....
E Franz narrò a Paganini l'istoria delle corde umane, esponendogli ingenuamente le illusioni a cui si era affidato.
--Povero Franz!--esclamò il violinista italiano con sarcastica pietà--tu hai dimenticato una circostanza per la quale le corde del tuo violino non potevano competere colle mie nella vivacità, nel calore, nell'impeto della passione... Non hai tu detto che il tuo vecchio maestro era tedesco?
--Senza dubbio--egli era tedesco come io lo sono....
--Ebbene: ecco appunto la circostanza sfavorevole--proseguì Paganini battendo sulla spalla del povero Franz.--Un'altra volta, quando vorrai comunicare al tuo violino l'anima, il fuoco, la passione, la vivacità che io possiedo, fa che le tue corde sieno composte di fibra italiana.
E aggiunse sottovoce: «E fa anche di procacciarti, se lo puoi, un'anima da italiano».
La Tromba di Rubly
Ogni giorno la cronaca dei giornali registra un suicidio per amore.
Eppure: sentiteli un po', questi imberbi filosofi dello scetticismo! Interrogatele, queste larve nuotanti nella seta e nei pizzi, queste mummie intonacate di cosmetico che si chiamano le donne del gran mondo!
Vi diranno che l'amore è una metafora da poeti, un mito ingegnoso e gentile, con che si piacquero gli idealisti raffigurare l'attrazione fisica dei due sessi.
E frattanto, i figli della ignobile plebe amano e si uccidono--e mentre una bella fanciulla del popolo, irradiata di innocenza e di giovinezza tacitamente e coll'estasi in volto, dà il fuoco ai carboni che devono addormentarla per sempre; un colpo di pistola annunzia la fine di un appassionato artista, di un povero operaio, di un bersagliere animoso, i quali lasciarono scritto col loro sangue queste due sante parole: ho amato!
Il suicidio è una grande follia, forse... un delitto; ma le follie e i delitti qualche volta rappresentano l'unico sintomo vitale di una generazione. Le anime candide e serene, che respirano l'amore, hanno bisogno, per rattemprare la loro fede, che qualcuno sparisca dal mondo per aver troppo amato. L'amore è la religione del cuore; è necessario che essa abbia i suoi martiri.
Era un giovane suonatore di tromba, nato--se non m'inganno--sulle coste della Dalmazia, e venuto adolescente a domiciliarsi in Venezia, dove all'età di venti anni aveva preso posto nell'orchestra del teatro la _Fenice_.
Paolo Rubly aveva sortito dalla natura una di quelle fisonomie caratteristiche, le quali, in chi le abbia vedute una volta, lasciano una impressione indelebile.
Mi ricordo di esser partito con lui da Venezia, nell'estate del 1857. Egli recavasi a Padova per suonare alla fiera del Santo; io doveva proseguire sino a Milano.
Appena lo vidi entrare nella sala d'aspetto, i miei occhi, il mio cuore, tutta l'anima mia furono assorti in lui e nella giovine donna che si appoggiava al di lui braccio.
La più parte dei viaggiatori, vedendolo entrare nella sala, rimasero ugualmente impressionati. Nel volto di tutti io lessi una commozione di vivissima simpatia.
--Chi sono?--domandai ad un signore veneziano che li aveva salutati.
--È il Rubly... un professore della Fenice.... un bravo professore di tromba; e la poveretta che gli sta al fianco è sua moglie--una sposina da tre mesi che forse non ne vivrà altrettanti.
--Voi credete, signore?
--Guardatela bene, e vedrete che non c'è luogo ad illudersi.... Là dentro ci lavora il _mal sottile_ da un pezzo.
Mentre noi parlavamo, il giovine, colla sua pallida compagna, si era posto a sedere in un angolo della sala.
Si tenevano allacciati per le mani con ingenua famigliarità, come due fanciulli--si parlavano cogli sguardi.... coi sorrisi.... come non è dato parlarsi colla voce--Ma i sorrisi erano brevi, e spegnendosi, non lasciavano traccia, o solo una traccia di dolore.
La campanella invitava i viaggiatori a salire nel convoglio; tutti si precipitarono verso la porta. Io feci come gli altri--e, lasciando dietro me quei due simpatici personaggi che tanto mi avevano interessato, andai in cerca del mio vagone di seconda classe.
Sbadatamente entrai in uno di quei compartimenti dove non è permesso fumare, e già io muoveva per uscirne, quando mi si affacciarono i due giovani sposi che accennavano di voler salire.
--Qui dentro non si fuma? domandò languidamente la donna.
--No, Maria! E poi.... non c'è che un solo viaggiatore... e tu potrai adagiarti comodamente.
In luogo di discendere, io mi ritirai verso l'estremità della carrozza--i due sposi vennero a collocarsi sulla panchetta che stava di fronte alla mia, e, come se nessuno fosse là ad osservarli, la giovane donna abbandonò la sua pallida testa sulla spalla del marito, e questi la attirò a sè dolcemente, accarezzando i bruni capelli e baciando la pallida fronte.
--Ciò le farà bene--mi disse--vedrete ch'ella dormirà tosto.
E mi parlava come se io lo conoscessi da un pezzo, come se io, consapevole d'ogni sua disavventura e partecipe de' suoi dolori, avessi a ritrarre qualche conforto dalle sue parole.
Poco dopo (il convoglio era già uscito dalla stazione, e quell'uomo singolare non aveva mai levati gli occhi dalla sua donna) egli portò l'indice al labbro, e volgendosi a me colla espressione della più viva compiacenza «ella dorme!--mi disse--così giungerà a Padova senza avvedersene--non soffrirà! Osservate! Quando ella dorme, la sue guancie prendono un bel colore di rosa... Credete voi che la sua malattia sia grave?»
Io rimasi colpito da quella inattesa interpellanza, ma più ancora dall'ansia affannosa ond'egli attendeva la mia risposta.
Tentai di rassicurarlo. Gli feci osservare che il respiro della dormente era dolce e regolarissimo.
Per tutta risposta, egli mi strinse la mano--e stette parecchi minuti senza profferire parola.
Poi, contemplando con espressione ineffabile la povera malata--no! non è possibile!....--parlava fra sè--una donna non può morire quando è amata come tu la sei, o mia buona Maria!--E voltosi di nuovo a me «Io credo, mi disse, che se questa poveretta avesse a morire, ella mi trarrebbe seco inesorabilmente dopo pochi giorni, o io avrei tale potenza da farla rivivere!»
Queste parole mi afflissero come un lugubre vaticinio.--Ed ora, nel ricordarle, mi sento commuovere da superstizioso terrore, poichè la fine del povero suonatore di tromba fu quale egli stesso la aveva preconizzata in quel giorno.
Quel signore, che alla stazione della ferrovia aveva presagita la prossima fine dell'ammalata, non si era punto ingannato.
Quella debole fiammella, che era l'anima della povera Maria, a Padova si andava spegnendo di ora in ora. Finita la fiera del Santo, la malata espresse il desiderio di trasferirsi ad un paesetto in vicinanza dei colli Euganei,--dove--sperava ella--avrebbe respirato la salute e la vita. Una mattina fu veduta uscire dalla città una grande carrozza tirata da un solo cavallo che andava al passo. Dentro la carrozza, adagiata tra quattro guanciali, stava la pallida Maria sorridendo mestamente al marito che, seduto di faccia, la accarezzava con sguardi di madre.
Giunsero al paesello in sull'ora del tramonto. Dalle colline verdeggianti spirava il tiepido soffio della vita--da ogni parte un cinguettio, un tripudio, una festa. Le contadine uscivano dalle case, e vedendo passare quel lento convoglio, cessavano dal canto e guardavano attonite.
La carrozza si fermò presso una casetta di fresco costruita, bianca come una sposa.
Il Rubly scese a terra.
--Ah! siamo dunque arrivati! Grazie... Paolo!...come si sta bene qui ... Oh... qui... non si può morire.
--Vedrai... vedrai la bella stanzetta che ti ho preparata! No... non muoverti, Maria!... Lascia aprire la porta... e poi... Ecco... hanno aperto!... Ora vieni!...
Così parlando, il Rubly si prese fra le braccia la donna, e questa si abbandonò a lui come una bimba dormente--e così entrarono nella casetta, e salirono al piano superiore.
«Che Iddio le renda la salute»--esclamò una giovane donna, facendo il segno della croce.--I fanciulli, che erano accorsi festosamente all'arrivo della carrozza, d'un tratto ammutirono. Un vecchio prete crollò la testa mormorando: «Sarà bene che io non mi allontani!»