Racconti e novelle

Part 17

Chapter 173,745 wordsPublic domain

--La luna, il sole, le stelle si ponno godere a buon mercato, Luigia mia; eppure anche queste bellissime cose in città non sono tanto belle come qui all'aperta campagna. Se io fossi ricco, mi guarderei bene dal circoscrivere la mia esistenza entro il limite impuro di una capitale.

--Oh certo, se fossimo ricchi.... io... lo saprei ben io... come si fa per vivere felici.

--Supponiamo che il signor lotto ti favorisca un centinaio di mila lire; vediamo qual uso ne faresti.

--Cento mila lire! tu vedi bene, amico mio, che questi sono sogni; la piccola somma ch'io rischio ogni settimana non potrà mai rapportarmi tanto. Contiamo sul positivo....

--Di positivo in questo momento non havvi per noi che una dozzina di lire, e domani, giungendo alle porte di Milano saremo tutti e due senza un obolo. Poichè siamo in sul fantasticare, tanto è che disponiamo di larghi capitali. Metti dunque ch'io sia un tuo banchiere; per ora ti concedo centomila lire: quando altra somma ti abbisogni, ricorri alla cassa.

--Tu vedrai come io sia buona massaia. La nostra abitazione, per esempio, vorrei fosse posta al piede di quella collinetta là in fondo. Due piani di due camere ciascuno; abbasso la cucina ed una piccola sala; di sopra il tuo gabinetto da studio e la camera da letto. Dal lato destro una gradinata di marmo pulito, che scendesse fino al lago, e al fianco di quella gradinata una folta siepe di rose e gelsomini. A sinistra, un giardino, protetto da alte muraglie e da alberi frondosi; quindi una fertile ortaglia irrigata da un ruscello, che scendendo dalla collina, carezzasse in passando le erbette ed i fiori, e noi rallegrasse col suo mormorio.

--Non dimenticare che l'anno si divide in due stagioni (altre volte in quattro), e convien pensare seriamente a procurarci qualche comodità anche nel rigido inverno. Questo paese è dominato dai venti.

--Da una parte ci protegge la collina, dall'altra faremo alzare un gran muraglione alto dieci metri più della casa..

--E per tal modo non godremo più la vista del lago e delle campagne...

--Non ci pensava. Dunque, abbasso il muraglione!... quando il vento soffierà gagliardo, chiuderemo le imposte delle finestre, e staremo nelle nostre stanze accanto al camino. Le nostre camere saranno mobigliate con molta semplicità; un letto, un piccolo divano, una dozzina di scranne, gli attrezzi per la cucina, e basta. Nel vestire eviteremo ogni superfluità di lusso; per me, quattro gonnelline di lana e due di seta pei giorni festivi; per te...

--Un cappotto e un pajo di brache di panno bigio l'inverno e la state; con questa sola differenza, che in estate il cappotto e le brache rimarranno tutto il giorno nella guardaroba...

--Quanto al vitto...

--Perdono, Luigia, ma è tempo di ricorrere alla cassa; le centomila lire sono già esaurite nelle prime spese d'impianto. Il proprietario del fondo, l'architetto, i muratori, il mercante di mobili, il tappezziere, il sarto e la modista si sono portati via ogni cosa; anzi, quando avrai ben calcolato, vedrai che ti rimane qualche debituzzo. Se tosto non ti procuri nuove somme, io temo che noi saremo ridotti a morire di fame nel nostro delizioso casino. Via! Eccoti altre centomila lire; usane moderatamente e con profitto.

--Che? Non ricaveremo noi alcun frutto dal denaro che abbiamo impiegato nella compera dell'ortaglia e nella costruzione della casa? Più volte ho inteso ripetere che centomila lire danno una rendita annua di cinquemila.

--Ciò potrebbe realizzarsi quando tu ti risolvessi ad affittare camere mobigliate, od a portare ogni mattina al mercato l'insalata ed i ravanelli della nostra ortaglia. Ma siccome questo casino dev'essere abitato da noi, e tu non aspiri a cangiare la tua professione di modista in quella di erbivendola, converrà pure che tu accetti le centomila lire che io ti offersi, e le impieghi o in compere di terreni, o in qualche speculazione commerciale, perchè ci rendano tanto da provvedere agli altri nostri bisogni. Non farmi la ritrosa; prendi quanto ti occorre, e tiriamo avanti!

--Quand'è così... disporrò anche di queste cinque mila lire di rendita. Sai tu che cinque mila lire, quando si ha una casa ed una ortaglia del proprio, sono perfino di superfluo?--Ecco adunque come io intenderei di regolare i nostri pasti. Alla mattina (ci leveremo allo spuntar dell'alba), alla mattina, caffè, burro e qualche frutto dell'orto; a mezzo giorno un pranzo frugale di tre piatti e la zuppa: alla sera una cenetta di uova e legami secondo la stagione. Faremo la colazione e la cena, sempre a l'aria aperta, sotto l'ombra dei castani, al chiaro della luna, fra il gorgheggio degli uccelli e il mormorio delle onde...

--Il chiaro di luna, il canto degli uccelli, il mormorio dell'onda, torno a ripeterlo, son tutte cose che si hanno a buon mercato, quindi non devono entrare nei nostri calcoli. Frattanto, Luigia mia, sappi che io non ti permetterò mai di passare l'intera giornata presso i fornelli a invigilare le pentole e i tegami, nè vorrei che tu ti occupassi di spiumacciare i letti e scopare le camere. Io voglio che le tue mani conservino la freschezza della neve, la candidezza dell'alabastro, la voluttuosa morbidezza del velluto.

--Una cameriera è dunque indispensabile. Troveremo una contadinella che sia giovane, bella e di mite carattere; con cinque mila lire di rendita possiamo mantenerci noi ed anche una donna di servizio....

--E di soprappiù un cane, un gatto, e se vuoi, anche un papagallo.

--Eccoci adunque installati nel nostro piccolo Eden....

--Togli quella parola _installati_; mi suona male all'orecchio.

--Eccoci adunque ricoverati nel nostro delizioso romitaggio, in mezzo al silenzio ed alla pace dei campi; liberi, indipendenti, felici, come due tortorelle innamorate.

--Quale esistenza deliziosa!... Peccato che dugento mila lire di capitale non bastino ancora... Sai tu che accade alle tortorelle innamorate, quando hanno vissuto insieme parecchi giorni?

--Volano pei campi, salgono sui rami degli alberi, scherzano, folleggiano, cantano, si beccano, e poi...

--Poi, viene il giorno in cui una delle tortorelle depone le uova.

--Vedo a che mira il tuo discorso... Tu pensi dunque che noi avremo dei figli...

--Non solo ci penso, ma li desidero con tutto il cuore. I figli sono il vincolo sacro che annoda eternamente due anime innamorate. Talvolta, col lungo convivere insieme, due persone, marito e moglie, per esempio, inaridite le rose della giovinezza o intiepiditi gli istinti del piacere, si addormentano nella indifferenza e nella noia; quindi a poco a poco si scostano, si fuggono, si disgiungono, e l'amore più fervido ed appassionato degenera in reciproca antipatia, sovente anche in odio. Un figlio soltanto può impedire questo doloroso divorzio dei due cuori. Sì, o Luigia; se tu vuoi che il nostro amore duri tutta la vita, implora dal cielo il favore di divenir madre. Forse un giorno, vicini a separarci per sempre, il nostro figliuolo si lancierà in mezzo a noi lacrimoso; ricongiungerà la tua mano alla mia, e mi trasmetterà, come pegno di pace e di conciliazione, il bacio che tu avrai deposto sulle sue labbra innocenti.

--Oh si!... voglio avere un figliuolo!

--Uno?... e se ne avessimo dodici, Luigia mia?

--Dodici figli! Misericordia!... Ciò non è possibile...--È tanto possibile l'averne dodici come l'averne uno. Prendiamo la cifra media; supponiamo che essi non oltrepassino la mezza dozzina. Ad ogni modo, il nostro casino non sarebbe abbastanza capace....

--No, certo. Io non vorrei che i miei figliuoli stessero ammucchiati l'uno sull'altro, come i passerotti nel loro nido.... Ciascuno dovrebbe avere la propria cameretta o il proprio letticciuolo.

--Io veggo che ci converrà fabbricare di bel nuovo... e la sarà una fabbrica un po' dispendiosa. Dimmi: ti bastano altre duecento mila lire?

--Via! si faccian le cose senza risparmio; queste nostre creature non devono soffrire alcun disagio; non basta metterli al mondo, i figliuoli, bisogna anche pensare a renderli felici.

--La loro educazione mi preoccupa seriamente. L'educazione è la prima base d'ogni felicità umana.

--E come si fa in questo romitaggio ad avere dei buoni maestri? Io vorrei che le ragazze fossero istruite di buon'ora in ogni donnesco lavoro, che apprendessero l'italiano, il francese, la musica, il ballo, il disegno; e tutto ciò sotto la sorveglianza della madre. Ai maestri confiderei l'incarico della loro coltura intellettuale, ma il cuore di quelle mie creature vorrei educarlo io.

--E i figli maschi?... onde crescano sani, robusti, degni della stima universale, decoro ed ornamento della famiglia, e quanto si possa desiderare virtuosi e felici, molte cose devono apprendere. Cominciamo dagli esercizi ginnastici: il ballo, la scherma, l'equitazione, sono arti che esigono un istitutore speciale per ciascheduna, e, ben calcolati i vari rami dello scibile umano in che i nostri figliuoli dovrebbero essere versati, la loro educazione verrebbe a costare circa ventimila lire all'anno.

--Questi tuoi calcoli mi spaventano. Basta per oggi; abbandoniamo le regioni immaginarie; rinunziamo al nostro bel casino, ai piaceri della vita campestre... e torniamo alla realtà. Io credo che la vera beatitudine sia riposta nell'amore. Per amarsi non è necessario di possedere un casino in riva al lago, nè una rendita di cinque mila lire. La vera felicità, anzichè un riverbero degli oggetti che ne circondano, è una emanazione di noi stessi, che ha la sua sorgente nell'intimo dei nostri cuori. Amiamoci; e una povera soffitta nuda d'ogni ornamento, esposta alle intemperie delle stagioni, fredda, oscura, tappezzata di ragnateli, sarà per noi un paradiso di delizie!

Luigia mi gettò al collo le braccia, poi, dopo breve silenzio.... Amico, mi disse... quand'è che ci sposeremo?....

--Quando sarò padrone di quattrocentonovantanove mila novecento ottantotto lire, che aggiunte alla somma che oggi possediamo, faranno appunto un capitale di L. 500.000.--Concedo che due amanti possano vivere beati anche in una soffitta; ma un marito ed una moglie...

--Alfredo Leoni non ha forse detto a sua moglie che la sola poesia, nello stato coniugale, mantiene sempre vivo l'amore?

--È vero; ma per mantenere questa poesia, ci vogliono per lo meno ventimila lire di rendita all'anno. Vuoi tu sapere come sia finita la istoria di Alfredo e di Clotilde? Io ti servo sul momento; leggiamo quest'altra lettera:

VI.

_Clotilde Leoni a Valentina Montorio._

«La mia salute non è gran fatto migliorata. Il medico cerca rassicurarmi con buone parole; ma il suono della sua voce, l'espressione del suo volto, ed il regime che ieri mi ha prescritto, tutto mi fa credere che pochi giorni mi rimangono di vita.

»Non accorarti, mia buona Valentina; io ho già provato quanto vi ha di bene e di male in sulla terra; ho vissuto abbastanza.

»Rammenti la prima lettera che ti scrissi dopo il mio matrimonio con Alfredo?--Allora io ti diceva: «La vita che noi conduciamo potrebbesi paragonare ad un giardino incantato, ove, appena colta una rosa, tosto un'altra ne sbuccia più fresca ed olezzante. Ho paura di esser troppo felice.»--Qual vi è mai creatura umana, che cercando nelle memorie del passato, vi trovi otto giorni di felicità completa e non interrotta? Credilo, Valentina; il sovvenire di quegli otto giorni ha sparso un profumo di felicità sul resto della mia esistenza, e le sciagure che in appresso intorbidarono il sereno della mia anima furono mai sempre consolate da un raggio di felicità: la certezza che Alfredo mi ha amata e mi ama tuttavia.

»Eppure (io n'ho il triste presentimento) quando sarò partita dalla terra, i maligni non lascieranno di scagliare sul mio povero amico i più orrendi anatemi. Taluni spingeranno la calunnia fino ad incolparlo della mia morte precoce.--Povero Alfredo! Sull'orlo della tomba io leverò la mia debole voce in sua difesa; perocchè il suo cuore è onesto e sensibile, e tutti i mali che ci colpirono, furono conseguenza necessaria dell'avermi egli troppo amata--d'un amore, che la corrotta società in mezzo a cui viviamo dovea necessariamente combattere.

»Da quanto ho potuto rilevare dall'ultima tua lettera, la storia de' miei dolori ti è in parte nota. Nulladimeno, perchè non sia indotta in qualche erroneo giudizio sul carattere di Alfredo e sui nostri reciproci rapporti, staccherò una pagina dal libro del mio cuore e te la porrò dinanzi, quasi ultimo ricordo di una amica, che fra poco sarà per sempre divisa da te.

»Alfredo non ha altro torto in faccia alla società se non d'aver sortita dalla natura un'anima eminentemente poetica. La poesia, nel secolo in cui viviamo, è lo stigmate precursore del martirio. Quando ci unimmo in matrimonio, noi non consultammo che il cuore, beati nell'ebrezza di un amore corrisposto, fidammo nelle nostre forze, nella nostra fede, nella santità delle nostre aspirazioni. Elevandoci col pensiero al di sopra delle nubi, abbiamo dimenticato che i nostri piedi erano incatenati alla terra.

»Vivemmo otto giorni felici, nella solitudine del nostro piccolo appartamento. Fin quando l'occhio dei profani non giunse a penetrare nel santuario dei nostri amori, credemmo si potesse per noi realizzare sulla terra la felicità del paradiso.

»Un giorno, Alfredo uscì solo al passeggio. Al suo ritorno lui parve che una leggiera nube gli oscurasse la fronte.--Clotilde, egli mi disse, questo metodo di vita non si può continuare senza esporci al ridicolo del mondo. I maligni interpretano sinistramente il nostro volontario isolamento: dicono che io sono un pazzo geloso, un despota, un tiranno. Vivendo nel mondo, convien concedere qualche cosa ai suoi capricci ed alle sue esigenze. Ho affittato un palco al teatro Re pella stagione corrente, associandomi ad un mio giovane amico, il quale da pochi giorni si è ammogliato. Oggi ha luogo la prima recita; tu mi vi accompagnerai, e d'ora innanzi assisteremo ogni sera allo spettacolo.--Come ti piace, mio buon amico.--E poco dopo, uscimmo per andare al teatro.

»Il dramma era buono, gli attori eccellenti, il nostro palco onorato di parecchi visitatori; la serata fu abbastanza piacevole. Pure... nella mia cameretta, fra i miei ricami, sola con Alfredo, conversando con lui senza testimonii, libera d'ogni atto, d'ogni parola... io mi sarei trovata assai meglio.

»All'indomani, Alfredo era pensieroso e preoccupato.--Clotilde, mi disse, la _toilette_ della signora M..., che era con noi nello stesso palco, brillava più splendida ed elegante della tua. Io non posso permettere che tu rimanga eclissata dalla tua compagna: tu devi brillare come le altre donne.--Io volli opporre qualche osservazione economica, ma Alfredo con un bacio mi chiuse le parole sul labbro. Da quel giorno io dovetti rivaleggiare in lusso colle dame più eleganti di Milano.

»Venne il carnevale; cominciarono i balli, le feste, i giocondi ritrovi. Io ripeteva ad Alfredo: «Il tempo che noi sacrifichiamo al mondo, è sottratto alle gioie più intense del nostro amore; torniamo alla nostra solitudine: i piaceri, che la società ci ha offerti, son forse paragonabili a quelli che l'amore creava per noi ne' primi giorni del nostro matrimonio? Poi... ricordati, Alfredo, che non siamo ricchi ... e procedendo di tal passo saremo condotti a brutti guai.

»I miei pronostici si avverarono, ahi! troppo presto....

»Quando il primo frutto delle nostre nozze, la mia dolce Carolina, venne alla luce, Alfredo ed io versavamo nelle più allarmanti strettezze. Povera innocente creatura! unica figlia dell'amor mio! nello stringerti per la prima volta al seno, alla mia mente si affacciò nel suo più orribile aspetto il pensiero della nostra miseria imminente. Il primo battesimo che tu ricevesti furono le lacrime dei tuoi genitori desolati.

»D'allora in poi fu per me e per Alfredo una serie non interrotta di sciagure.

»La miseria!--Un giovine scapolo può ben sopportarla con rassegnazione, e riderne talvolta in compagnia di sollazzevoli amici, ma un marito.... ed un padre! Appena questa lurida nemica penetra nel vostro tetto, colla sua gelida mano ella sfronda ad una ad una le rose della vostra corona nuziale. Svegliandovi ad un tratto dal sogno ridente delle vostre illusioni, voi vi trovate in un abisso di calamità.

»Era il primo anniversario del nostro matrimonio, quando io, Alfredo e la piccola Carolina, abbandonando il nostro elegante appartamento in contrada dei Bigli, ci ritirammo in una oscura stanzuccia al quarto piano nei sobborghi di Porta Vercellina. Oh qual'orribile esistenza da quel giorno in appresso! Alfredo, per non angosciarsi alla vista della nostra miseria, si assentava parecchie ore del giorno, e spesse volte usciva al mattino per non tornare che alla sera a dividere colla sua piccola famiglia una cena frugale. Dal nostro desco era sbandito il sorriso della gioia; dolci colloqui d'amore non rallegravano più le lunghe serate; l'orrore della nostra situazione presente, le incertezze dell'avvenire spandevano intorno al nostro talamo una nuvola tenebrosa, che soffocava ogni piacere.

»Alfredo cercava distrarsi in mezzo alle gioconde brigate de' suoi amici; le ore ch'egli passava al mio fianco erano per lui le più tristi, le più noiose. Gli mossi qualche rimprovero; mi sorsero nell'animo tremendi dubbi sulla sua fedeltà; non potendo spiare i suoi passi, nè osando manifestargli apertamente i miei sospetti per tema di accrescergli noia, io divorava in segreto i miei patimenti. Oh quanti giorni passati nel pianto!

»Quante volte rientrando a tarda ora di notte nel suo tetto coniugale, egli mi trovò sola, intirizzita dal freddo, ad attenderlo sulla soglia dell'oscura cameretta, colla mia figliuola fra le braccia, solo testimonio delle mie lacrime disperate!

»Io caddi malata. Da sei mesi non posso abbandonare il letto. Alfredo passa i giorni e le notti al mio fianco, ed egli pure ha molto sofferto nella salute L'occhio ardente del giovane poeta si è spento nelle lagrime; il riflesso della miseria ha scolorita la sua nobile fronte; si direbbe ch'egli vegeta accanto al mio letto, come un pallido fiore presso una croce del Campo Santo.

»Frattanto, che si dice nella società? Questa perfida cortigiana, al cui capriccio noi abbiamo immolata la nostra felicità, ora per cento bocche versa il vitupero sul nostro capo.--Alfredo è un dappoco, un mentecatto, che secondando i capricci della propria moglie, ha attirato su lei l'infortunio.--Coloro che per pietà gli risparmiano il titolo di mentecatto, lo trattano da libertino, da uomo debole o nullo; nè mancherà, come io più sopra ti ho detto, chi fra pochi giorni andrà ripetendo sommessamente: egli ha ucciso la propria moglie.

»Iniqua, mostruosa calunnia! Sai tu, Valentina, qual fu la vera, la sola cagione dei nostri mali?--Abbiamo creduto che nello stato coniugale bastasse, per essere felici, il colorire la nostra esistenza di una luce di poesia. Ma questa poesia, allorquando non si hanno sufficienti ricchezze per alimentarla, a poco a poco svanisce, e ci abbandona nella tristezza. Forse, in mezzo ai campi, in qualche romitaggio lontano dalla società, la poesia potrebbe supplire alle ricchezze, e l'amore ritrarre da lei un perenne alimento. Ma Alfredo non poteva vivere in un oscuro villaggio. Volendo mettere a frutto il proprio ingegno, onde provvedere ai bisogni della vita, gli fu forza di rintanarsi in queste bolgie cittadine. Egli venne... venne colla fede viva dell'avvenire..... sulle ali delle sue poetiche speranze. Ma il poeta è simile ad una farfalla, che dai fiori soltanto può attingere alimento. Guai se questa farfalla, sdegnando le libere aure dei campi e i fulgidi raggi del sole, si lascia sedurre dalla luce artifiziale delle lampade e delle faci! La povera illusa vi perde le ali screziate di mille colori, e perisce miseramente.

»Se la condotta di Alfredo non fu sempre irriprovevole, io sua moglie, sua amante ed amica, sento obbligo di assolverlo da ogni colpa. Egli mi ha amato, e le sventure a cui entrambi soggiacemmo non furono che la conseguenza necessaria di tanto amore.

»Quando io lo vidi per la prima volta, quando le nostre anime sorelle si ricambiarono il primo saluto, rammento che inginocchiata nella mia cameretta ho innalzato al cielo questo fervido voto: «Un bacio solo d'Alfredo e poi che il resto de' miei giorni si consumi pure nel pianto!» Quel voto fu esaudito. Io porto meco nella tomba il suo amore.--L'amore, o Valentina, è una ghirlanda di rose che abbellisce anche i sepolcri.

»Le mie ultime parole saranno parole di benedizione per lui. Chiuderò gli occhi nella certezza, che dopo di me, egli non amerà altra donna. Egli verrà a trovarmi nel Campo santo in compagnia della mia piccola Carolina; verrà parlarmi quel linguaggio divino, che i poeti soltanto sanno rivolgere alle donne...

»E quando alcuno al tuo cospetto oserà calunniare colui ch'io scelsi a mio sposo, digli pure che Alfredo fu il migliore dei mariti e che un solo bacio, un solo amplesso di un uomo come Alfredo, è bastato a riempiere il cuore di una donna di tanta felicità, da sopravanzargliene anche nei giorni più amari della vita, e perfino nel sepolcro.

Addio per sempre, e vivi felice!

La tua affez. CLOTILDE.»

_Milano_, 16 _settembre_ 1860.

VII.

_Lettera di Cristoforo Montorio a suo cugino Emanuele Montorio, medico di Saronno._

«_Carissimo cugino_,

»Domani ti attendo senza verun fallo. La tua visita mi è doppiamente necessaria, prima di tutto perchè sono ammalato d'un reuma alla schiena e di un forte raffreddore di testa; poi, perchè questa diavolessa di mia moglie ha bisogno di una tua severa predica, che la riduca al dovere. Altre volte ti ho parlato delle sue stravaganze, de' suoi capricci, delle sue esigenze. L'altra sera ella m'avea preceduto al talamo maritale, ed io poco dopo stava per coricarmi al di lei fianco, allorchè, rizzandosi come una furia e gridando con quanto fiato avea nella gola, mi respinse dal letto. Già da qualche tempo ella muove una guerra accanita al berretto di cotone ed alla flanella di lana che di notte soglio portare indosso fino dalla più tenera età. L'altra sera, essendomi dunque presentato a lei in quell'arnese, mi assalì con tanto impeto e tanta furia, ch'io ne rimasi spaventato;--Oramai non c'è più via di scampo, diss'ella per ultima conclusione; o tu rinunzii alla flanella ed al berretto di cotone, o non accostarti più a tua moglie.--Ma io sono abituato sino da ragazzo a coricarmi colla flanella!--Ora non sei più un ragazzo, rispose più inferocita la megera; scegli: o tua moglie o la flanella.--Anche questa volta ho dovuto cedere; e all'indomani, essendomi svegliato con un reuma alla schiena ed un forte raffreddore di cervello, fui confinato nel mio letto, d'onde non spero di rialzarmi tanto presto! Per pietà, attacca immediatamente la tua rozza al biroccino, e fa d'esser qui domattina. Debbo comunicarti altri segreti coniugali, che da qualche tempo mi tengono in apprensione.

»PS. Figurati che mentre io sono qui inchiodato nel letto con due cataplasmi sulla schiena e una benda sugli occhi, nel salotto inferiore si balla furiosamente! Mia moglie aveva invitati già da tre giorni ad una piccola festa di famiglia non so quanti parenti ed amici, ed oggi, benchè io sia gravemente malato, ella vuol ballare ad ogni costo. L'orchestra si compone di due violini, un trombone e due corni, con che ho l'onore di dichiararmi

Tuo affezionatissimo cugino CRISTOFORO MONTORIO.»

_Seregno_ 18 _settembre_ 1860.»

VIII.

_Alfredo Leoni a Valentina Montorio._