Racconti e novelle

Part 16

Chapter 163,749 wordsPublic domain

--Che bella compagnia! grida Roccadura, dominando colla sua gran voce e colla sua gran barba l'intera assemblea. Questo si chiama inaugurar bene l'anno scolastico! Veggo che il nostro _matricolino_ ha belle disposizioni... Questi _punchs_ sono eccellenti! Viva gli amici degli amici!

--Viva! urlano ad una voce gli altri studenti.

--Poichè s'è cominciato, tant'è che si finisca allegramente! Se invitassimo a prendere il _punch_....... Ah!.... vediamo se le due Caruccelli stanno ancora qui dirimpetto...?

--Chi sono le Caruccelli?

--Due ragazze... due modiste... di buona volontà... vere figlie dell'amore... amiche degli studenti... matte per il _punch_ e pel vino d'Asti.... due ballerine _numero uno_! Ah! vi giuro, se io posso indurle a passare la serata con noi, me ne avrete all'indomani infinite obbligazioni.

--Presto, si chiamino le Caruccelli...

--Io mi incarico di snidarle dal loro coviglio e condurvele innanzi belle e spiumate.

Roccadura esce per pochi istanti, quindi rientra accompagnando le modiste, che non sono nè giovani, nè belle, nè amabili, e nullameno vengono accolte dagli studenti con una esplosione di applausi fragorosi.

--Presto! una tazza di _punch_... alle donne... Bella Marietta... adorabile Carolina...

Libare a nappo amico Spero che a voi non gravi!

--Il _punch_ mi fa male, risponde Carolina.

--Preferirei un bicchiere di vino d'Asti... soggiunge l'altra strega.

--Vino d'Asti! Annibale, presto! si mandi a prendere del buon vino d'Asti... Al caffè qui sull'angolo... ve n'ha di squisito... Onore, gloria e servitù al bel sesso!

Le due donne si accovacciano in un angolo della camera. L'una si diverte a masticar caffè tostato, l'altra, per preparare lo stomaco al vino d'Asti, trangugia d'un fiato un bicchiere di rhum, che Annibale le offre recitando una stroffetta di Metastasio.

Poco dopo, Roccadura entra colle bottiglie. La vista del liquore spumante rianima la festa, cui, per dir vero, la presenza delle Caruccelli non aveva aggiunto alcun brio. Carolina e Marietta s'affrettano a vuotare parecchi bicchierini; le loro guancie si colorano di porpora, gli occhi sfavillano cisposi, le lingue si snodano, e ai tanti complimenti, alle tante dichiarazioni e proteste da cui sono assediate, rispondono anch'esse colle espressioni più amabili e più sentimentali, ingemmando i loro discorsi di tutte le eleganze e le grazie del dialetto pavese.

--Ora vediamo di utilizzare queste donne a beneficio di tutti, esclama Roccadura. Io direi che si rinculassero i tavolini e gli altri mobili inutili, e qui senz'altri apparecchi, si improvvisasse una festa da ballo. All'orchestra ci penso io. L'amico Bogni suonerà l'ottavino, io corro a prendere il mio bombardone, e vi giuro che noi due soli faremo tanto fracasso da far ballare anche le pareti della casa. Annibale, tu bada a tener accesa la macchina.

--Dopo il vino d'Asti, queste signore non rifiuteranno di prendere anche il punch..... Io conosco il mal delle bestie... Su! snodate le gambe! e viva l'allegria!

In meno di due minuti la sala è preparata per la festa. Bogni e Roccadura ritornano co' loro strumenti, montano sul letto, mettono la piva in becco, e i ballerini si slanciano, mandando urli frenetici, e facendo traballare il pavimento.

Annibale è pazzo dalla gioia. Il _punch_, il vino d'Asti, il caffè, il contatto di quelle donne, che sebbene non abbiano le forme ed i vezzi di Venere, hanno però quanto basta ad esaltare l'immaginazione d'un giovinotto di sedici anni, cioè una gonnella e quattro sottane inamidate; la gioia di trovarsi libero da ogni sorveglianza; il frastuono, il ballo, le grida, il polverìo che si solleva dai mattoni, tutto concorre ad infiammargli il cervello. Le due Caruccelli lo esortano a bere, ballano sovente con lui, e nel fervore della danza gli stringono di tempo in tempo la mano in segno di predilezione. Egli ad ogni _valzer_, ad ogni _galoppe_, diventa più ardito; fa mille dichiarazioni d'amore in tono patetico e sentimentale, e dopo aver giurato eterna fede ad ambedue le sorelle, promette sposarle appena compiuto il corso degli studi.

L'intemperante allegria degli studenti ha già portato qualche guasto nei mobili. Lo specchio è caduto dalla tavola da notte, ed ha mandato in frantumi una diecina di bottiglie vuote, la catinella ed il vaso dell'acqua. Marietta colla coda delle sue sottane s'è tirata dietro la guantiera con dieci o dodici fra chicchere e bicchieri colmi di _punch_. Roccadura, battendo la misura col piede, ha spezzato le assi del letto, che dividendosi in quattro parti, sprofonda i due suonatori fra i guanciali ed il pagliericcio, rinversando in pari tempo il vaso da notte.

Due studenti liberatisi dal paletot, si involgono nello scialle delle modiste; queste indossano il paletot degli studenti, e appena Annibale ha finito di aggiustarsi sul capo la cuffia di Marietta e farsi col sughero due enormi mustacchi, la porta si apre inaspettatamente, e l'avvocato Griffanti comparisce in sul limitare.

Annibale rimane interdetto, immobile, pietrificato. Le donne vanno a nascondersi dietro le cortine; malauguratamente, in quella rapida evoluzione, una d'esse spinge col gomito la bottiglia dell'alcool, che, versandosi in sulla macchinetta, prende subito fuoco e cola sul pavimento come una lava.

L'avvocato Griffanti contempla per qualche minuto senza dir parola quello spettacolo di disordine e di devastazione; poi con voce tranquilla, senza avanzarsi d'un passo dice al figliuolo:

--La vettura, con che io doveva recarmi a Milano, è ribaltata in un fosso a due miglia dalle porte; come tu vedi, ho dovuto retrocedere, e questa notte resterò ancora in Pavia. Quando hai sbrigate queste tue faccende, vieni a trovarmi all'osteria della Croce bianca, dove vado ad attenderti.

--Si, papà... risponde Annibale fregandosi colle dita i mustacchi e levandosi coll'altra mano la cuffia di Marietta.

E mentre l'avvocato Griffanti si allontana a lenti passi va mormorando:--Alla sua età ho fatto anch'io lo stesso e forse peggio.. e con tutto ciò sono dottore. Ah! siamo pur ridicoli, noi altri papà!.....

Ciò che si vuole

I.

Chi ha moglie, non legga. Le scene che qui trascrivo non possono interessare che gli innamorati e i fidanzati, quei felici che sono ancora in tempo a sfuggire il fatal laccio. I mariti non hanno che a rassegnarsi e a pregar Dio che ammollisca o sdruscisca le loro catene. Che potrebbero essi apprendere di nuovo, qual frutto ricavare dal riflesso di questi bozzetti?

Ecco in qual modo Valentina Cornalbo, alla vigilia delle sue nozze, scriveva a Clotilde Bellocchio:

«_Mia tenera amica_,

«Domani nella chiesa di San Bartolomeo, in presenza degli uomini e del cielo, io diverrò sposa di Cristoforo Montorio, agente comunale della nostra borgata, ricco possidente, segretario della fabbriceria, capo della confraternita, direttore della banda civica, membro onorifico della _Società d'incoraggiamento per l'ingrasso dei campi_, ecc. Questo matrimonio, come ti dissi altre volte, fu progettato e condotto a compimento dalla mia buona zia Carmelinda, la quale mi ha sempre raccomandato di preferire uno sposo costumato e dovizioso ad uno di questi azzimati bellimbusti, che hanno molta apparenza e poca sostanza. Cristoforo non è bello, pure ha molte qualità interessanti, e sebbene il suo aspetto non risponda all'ideale delle mie fantasie giovanili, spero col volger del tempo corrispondergli quella tenerezza e quell'amore, che fino ad oggi non seppe ispirarmi. Se tu vedessi i bei regali da nozze! Quando io penso che domani tutte queste perle brilleranno sui miei capelli....! Oh, il mio Cristoforo è un uomo ... adorabile. Il vestito da nozze è di una magnificenza..... di una eleganza... E i braccialetti! Figurati... quattro braccialetti.... l'uno di forma di serpente, colle spire screziate a mille colori e gli occhi di diamante; l'altro... una ghirlanda di viole colorita da mille pietruzze; il terzo... un gran medaglione su cui spicca il ritratto di Montorio... in abito di presidente della confraternita ... Oh il mio Cristoforo! Io sento che un giorno o l'altro sarò costretta a volergli bene... anche a lui. E i libri di preghiera, legati in velluto, con mille rabeschi d'argento! E il ventaglio! E questo magnifico orologio d'oro..... con una catena lunga dieci braccia! Che posso desiderare di più? Domani mi metterò addosso tutte queste belle _forniture_. Domani!.. Ah Clotilde!.... come io bramerei che tu mi vedessi così _bardata_! Mio marito, dopo la cerimonia, vuol condurmi a fare un viaggio... fino a Milano; al mio ritorno verrò a farti una visita. Io non intendo di rimanere a lungo imprigionata in codesto villaggio... Ho bisogno di muovermi... di prender aria... di correre un poco anch'io questo bel mondo, di cui finora non conobbi che l'oscuro angoluccio dove son nata. Sì.... Clotilde... noi verremo a trovarti.... e allora ti dirò il resto... Frattanto, mentre auguro anche a te un buon marito, aggradisci un bacio della tua compagna di collegio, ed amica

VALENTINA CORNALBO, _domani_ MONTORIO.»

_Seregno_, 18 _Ottobre_ 1837.»

II.

Risposta di Clotilde alla lettera precedente:

«_Mia buona Valentina_,

«Quando riceverai questa lettera tu sarai già sposa. Mentre ti ricambio mille auguri di felicità, mi affretto ad annunziarti che fra quindici giorni anch'io sarò unita all'uomo che adoro..... unita per sempre. Il mio fidanzato non è ricco, nè insignito di cariche illustri.... Egli è un giovine poeta, che da sei settimane venne, per ragioni di salute, ad abitare nei dintorni di Varese. Questo nome di _poeta_ ti farà sorridere, mia Valentina; forse tu ti sovverrai del Cambiaggio nell'opera i _Falsi monetari_, a cui assistemmo insieme. Pure il mio poeta non ha nulla di comune con don Euticchio. Figurati un bel giovine di venticinque anni, pallido in volto, due occhi neri pieni di tristezza, un labbro vellutato da un bel pajo di mustacchi nascenti, un portamento nobile ed elegante, l'insieme della persona aggraziato e gentile. Quando verrai a trovarmi, io ti narrerò tutta la storia di questo amore, che fu il primo e sarà anche l'ultimo della mia vita.--Quanti ostacoli prima di ottenere da' miei parenti il bramato consenso! Mia madre ha perorato in nostro favore, ed ha vinto. Il giorno stesso ch'io ricevetti l'ultima tua lettera, fu anche deciso il mio matrimonio con Alfredo Leoni--Alfredo Leoni! Che ti pare di questo nome? Non somiglia a quei nomi, che sovente abbiamo letto nei romanzi o nei drammi francesi? Ma il mio fidanzato (perdona se io ti parlo sempre di lui) è veramente un personaggio da romanzo, uno di quegli esseri che io credeva non esistessero se non nella immaginazione degli scrittori.

»Il nostro matrimonio verrà celebrato senza pompa. Il povero Alfredo non può fare di grandi spese per me; nè io lo pretendo. Egli ha ottenuto un impiego, a Milano, dove ora si è recato per farvi ammobiliare un modesto appartamento. Subito dopo il matrimonio, ci recheremo colaggiù a vivere dei prodotti del suo impiego e della piccola rendita che mio padre mi ha stabilita per dote, felici del nostro amore, che durerà quanto la vita. Verrai tu ad assistere alle mie nozze? Oh! come te ne sarei grata! Saremo in piccolo comitato di parenti e di amici; alla mattina ci recheremo alla chiesa; poi, si farà un pranzerello in casa di mio padre; Alfredo reciterà dei versi, tu suonerai una dozzina di _polke_; balleremo, canteremo, si farà un po' di baldoria e poi ci separeremo.... per rivederci..... Dio sa quando.... A proposito di versi, sai tu che la è una gran bella cosa.... l'esser amata da un poeta! Se tu lo sentissi, quand'è in vena, od è, come si suol dire, infiammato dall'estro! Io mi starei tutta la giornata ad ascoltarlo. Per verità in quelle sue lunghe tirate io non ci comprendo gran cosa; ma l'espressione del suo volto, l'accento della sua voce, quei gesti, quel fuoco, quell'enfasi.... tutto in lui mi rapisce e mi esalta. Egli paragona i miei occhi a due stelle; dice che il mio _sorriso_ è un'aura di _paradiso_, e che non sarà mai più da me _diviso_; che quando io _canto_, lo sforzo al _pianto_, che quando _io rido_, il cor _gli uccido_.... e tant'altre cose tutte belle.... tutte piacevoli ad udirsi. Oh! io voglio che tu lo veda.... che tu lo senta.... Verrai, non è vero? verrai a trovarmi il giorno delle mie nozze. Pensa che senza di te la festa non sarebbe compiuta.

Addio, o piuttosto a rivederci presto, mia buona Valentina. Mille saluti al tuo sposo che desidera vivamente di conoscere.

La tua CLOTILDE»

«_Varese_, 18 _ottobre_ 1837.

III.

La sera del 15 ottobre dell'anno 1837 prendevano alloggio all'albergo d'_Europa_, allora locanda di _San Paolo_, in Milano, il signor Cristoforo Montorio e sua moglie Valentina, in compagnia di alcuni parenti ed amici che avevano seguiti i due coniugi in quella _spedizione di piacere_. La numerosa e lieta brigata cenò di buon appetito, poi tutti se ne andarono al teatro della _Scala_, con sommo dispiacere del signor Montorio, il quale, per sue particolari ragioni, avrebbe preferito d'andarsene a letto. A un'ora dopo mezzanotte la comitiva tornò alla locanda. Montorio si fece recare un brodo all'uovo, quindi accomiatandosi dai compagni, che non cessavano dal perseguitarlo con mille celie e mille equivoci motti, si chiuse in camera colla sposa.

All'indomani, verso le sette del mattino, Valentina era già desta ed abbigliata per uscire. Ella volle salire sulla cupola del duomo, con nuovo rammarico del signor Montorio, che avrebbe preferito di fare una gita in carrozza. Valentina, leggiera e volubile come una capriola, saliva gli scalini a quattro a quattro, visitava ogni angolo, ogni nicchia, correva dall'una all'altra estremità del grandioso edificio. Montorio la seguiva ansante, cogli occhi fuori dell'orbita, la lingua gonfia e schiumosa; ad ogni tratto egli si fermava per riposare su qualche scalino e si asciugava il sudore, mentre Valentina gli gridava dall'alto: Che fai Montorio? Presto! Io son già quasi alla sommità della cupola maggiore! Che? Dove è andato il tuo coraggio? Hai tu già perduta la lena?--E il poveretto si alzava da sedere, e s'arrampicava per quelle scale tortuose, come un giustiziato salirebbe i gradini del patibolo.

I due coniugi soggiornarono a Milano una settimana. Il povero Montorio era visibilmente dimagrato. L'ultimo giorno, quando Valentina gli propose di salire sull'arco del Sempione, egli senti davvero mancare il coraggio. Confidò la infaticabile compagna al servitore di piazza, e, sdraiandosi sulle erbette, rimase per ben due ore immobile come corpo morto.»

La sposa dall'alto del monumento lo chiamava a gran voce:

--Montorio! Montorio! Io ti credeva men pigro e più robusto....

Il ritorno al villaggio fu men gaio che la partenza. Valentina parve noiata, e, durante il tragitto, per dispensarsi da ogni conversazione, pretestò una forte emicrania. Montorio, al primo muoversi della vettura, si addormentò profondamente; i parenti e gli amici che lo accompagnavano, non lasciarono di notare che, durante il sonno, la sua testa pendeva dal lato opposto a quello della moglie.

Quando i due sposi furono soli nel loro appartamento, Montorio disse a Valentina:

--Sono stanco dal viaggio; io vado a dormire nel mio gabinetto. A Milano abbiamo fatto tante salite!

Rispose la moglie:

--Sta bene. Buona notte!

Verso mezzanotte, una voce di tenore, accompagnata da una chitarra, cantava melanconicamente in lontananza:

Fin dall'età più tenera Tu fosti mia, lo sai; Tu mi lasciasti, ahi misero! Anche infedel.... t'amai....

Valentina era ancor desta; Montorio, russando sonoramente, pareva che dal suo gabinetto secondasse quella canzone con un accompagnamento di contrabasso.

IV.

Pochi giorni dopo, Valentina riceveva da Clotilde la lettera seguente:

«_Mia buona amica_,

«Io ti aspettava il giorno delle mie nozze; invece mi pervenne un laconico biglietto, pieno di frasi tronche e sconnesse. Debbo credere che dopo quindici giorni di matrimonio.... tu sii già la più sventurata fra le donne? Via! Fu un quarto d'ora di cattivo umore....! Spero ricever presto un'altra lettera tutta ingemmata di gioconde ed amabile cose. Frattanto, se il sapermi felice può recarti qualche dolcezza, sappi che dal giorno delle mie nozze infino ad oggi, per me la vita fu un seguito di piaceri. Oh, come a torto il matrimonio fu chiamato da alcuni la tomba dell'amore! Se in Alfredo pochi giorni sono io amava il fidanzato, oggi in lui adoro il marito, e col succedersi dei giorni, delle ore, dei minuti, scopro in lui pregi, che vieppiù me lo rendono caro.

«Compiuta la cerimonia nuziale, noi ci recammo alla casa di mio padre, e dopo un lieto convito, a cui intervenne una scelta brigata di parenti e di amici, partimmo alla volta di Milano. Alfredo non volle che alcuno ci accompagnasse. Nulla infatti è più incomodo e più imbarazzante per due innamorati quanto la presenza di persone estranee. No, diceva Alfredo, noi non consentiremo all'avida curiosità dei profani lo spettacolo di queste prime, ineffabili gioie! Noi partiremo soli pel nuovo pellegrinaggio d'amore a cui Dio ci ha chiamati; l'oscena celia, l'equivoco motteggiare degli stolti contaminerebbe la purissima atmosfera che ne circonda, o sfoglierebbe le rose della ghirlanda che io ti posi sul capo.

«Mio padre, mia madre, tutti i nostri parenti ed amici si levarono dal banchetto, e ci accompagnarono alla vettura. Mia madre versò un torrente di lagrime; ella non si restava dal baciarmi e dallo stringermi fra le braccia; poi, volle abbracciare anche Alfredo, e, quando la vettura si mosse per partire, ella levò le sue scarne braccia in atto di benedirci.

»--Amatevi, amatevi sempre, figliuoli miei: tali furono le ultime parole della buona vecchia; Alfredo, fate felice la mia figliuola.

»Allora lo sposo mi avvinse fra le sue braccia, e così abbracciati sparimmo allo sguardo dei circostanti.

»Tu pure, o Valentina, avrai provate le celesti emozioni di quel primo abbandono, di quei primi trasporti d'amore. V'ha egli nella vita nostra un istante di maggior felicità? Amarsi, e trovarsi isolati dal mondo intero, liberi, senza paure, fidenti nell'avvenire! Sapere che l'uomo a cui consacrasti il tuo cuore, l'uomo, che stringi fra le tue braccia, sarà per te un compagno inseparabile, l'amico della tua giovinezza, il sostegno de' tuoi vecchi giorni; e intanto, respirare l'alito della sua bocca, fremere con lui di una ebbrezza voluttuosa, e levando gli occhi al firmamento senza trepidanza e senza rossore, poter dire coll'intima convinzione dell'animo: Queste nostre gioie fanno sorridere gli angioli, e lo spettacolo dei nostri amori rallegra gli abitatori del cielo!

»Giungemmo a Milano a due ore di notte. Quando la vettura si fermò presso la nostra abitazione, il portinaio e sua moglie, con un seguito di vispi fanciulletti, mossero ad incontrarci. Viva gli sposi! battendo palma a palma, gridavano i fanciulli. La portinaia ci accompagnò al nostro appartamento. Entrammo in una sala decorata modestamente, ma con molto buon gusto; di là passammo nella camera da letto.

»--Avete voi quanto vi fa di bisogno? chiese la portinaia in atto di congedarsi.

»--Si, rispondemmo ad un tempo Alfredo ed io.

»La buona donna se ne andò; Alfredo chiuse la camera, e noi restammo soli.

»Allora mi inginocchiai dinnanzi ad un'imagine, e proruppi in lacrime dirotte. Erano lacrime di gioia.

»--Vieni, disse Alfredo (e mi condusse nel gabinetto vicino), vieni a salutare mia madre....

»Levando gli occhi, vidi dinanzi a me il ritratto di una donna di circa trentacinque anni; una fisonomia dolce, melanconica--uno sguardo pieno di tenerezza e di bontà.

»--Eccoti, Clotilde, la sola persona che io abbia finora amato in sulla terra. La poveretta è morta da quattro anni. Ora, dinanzi a questa imagine adorata, rinnoviamo i nostri giuramenti.

»Noi ci inginocchiammo insieme, e proferimmo il giuramento, tenendoci stretti per mano, e terminando la frase con un lungo bacio.

»--Vedi, disse Alfredo rialzandomi; non ti pare che sulle labbra di mia madre spuntasse un sorriso?

»E tornammo alla camera da letto.

»O Valentina: la vita che noi conduciamo da otto giorni potrebbesi paragonare ad un giardino incantato, dove, appena colta una rosa, un altra ne sbuccia più fresca ed olezzante. Ho paura d'essere troppo felice!....

»Non ho veduto ancora un teatro, nè ho visitato alcun monumento di questa bella città. Usciamo rare volte al passeggio, evitando le vie frequentate ed i corsi; Alfredo è occupato a scrivere sei ore al giorno; io gli sto d'accanto lavorando; di tratto in tratto interrompiamo le nostre occupazioni per iscambiarci quattro parole e quattro baci, poi ciascuno ritorna al suo posto. È la vita dei canarini!

»E sai cosa mi ripete Alfredo quasi ogni giorno!--Clotilde: nello stato coniugale, perchè si conservi l'amore, convien conservare innanzi tutto la poesia. La poesia è santa luce del cielo senza di cui ogni cosa scolorisce.

»Ho voluto ripeterti queste parole di Alfredo, perchè tu pure ne tragga profitto.

»Frattanto, abbi un po' di di indulgenza per questa mia lettera, forse troppo lunga e piena di dettagli troppo minuziosi. Ho sfogato il mio cuore, versando in quello di una tenera amica una felicità sovrabbondante.

»Attendo pel ritorno del corriere una tua lettera, che più sarà lunga, più mi riuscirà gradita. Caccia dall'animo i tristi pensieri, ed ama sempre

_La tua amica_ CLOTILDE LEONI».

Milano, 10 novembre.

V.

Ora mi si permetta una breve digressione.

La barchetta errava in balìa delle onde....

In qual anno? in qual mese? in qual'ora? Era di notte, o di giorno?--Si accomodi il lettore come gli aggrada meglio.

La barchetta errava in balìa delle onde, e il pallido raggio della luna, o se più vi piace il limpido chiarore dell'alba, rischiarava la fronte di Luigia.

Chi era Luigia? Una giovinetta di quattro lustri.--Troppo acerba, dirà taluno.--Aggiunga altri sei anni.--Troppo matura, dirà un altro.--Ne levi cinque.--V'è modo di appagare tutti i gusti.

E mentre in estasi d'amore io mi stringeva al cuore la sua mano, ella introdusse dolcemente l'indice e il pollice nella taschetta del mio _gilet_ (altri direbbe _panciotto_), e dopo averne frugate le più intime nicchie, ne trasse fuori una dozzina di monetuzze di vario conio; poi, liberandosi dal mio fervido amplesso, si diede a contarle sul palmo della mano.

--Dodici lire!

Erano proprio dodici lire.

--Gli è quanto basta per tornare a Milano.

--E noi torneremo a Milano?

--Si, mia Luigia; convien cedere alla necessità. Vedi; se una di queste monetuzze ci mancasse, noi saremmo nella imbarazzante posizione di dover o l'uno l'altra far tutto il cammino a piedi, ovvero restar qui in ostaggio fino a quando la fortuna non ci inviasse altro denaro: e tranne il caso poco probabile d'una vincita al lotto...

--Una vincita al lotto!.... Sono già due anni che il venerdì d'ogni settimana io palpito di questa dolce speranza. Un terno!... oh! un buon terno secco!...

--Cinquemila lire.... guadagnate senza fatica....

--Sai tu che la è una bella somma: cinque mila lire!... Se mai giungessi a possederle!...

--Via; sentiamo qual impiego ne faresti...

--Io amo tanto di fabbricare dei castelli in aria... In primo luogo, mi affretterei a prendere in affitto quattro stanzette al secondo od al terzo piano. La mia povera madre è sempre malata; mio padre fuma le otto ore al giorno, io stiro continuamente; è ben trista cosa lo starcene così appollaiati in una soffitta priva d'aria e di luce, corrotta dalle esalazioni del tabacco e del carbone! Vorrei che il mio piccolo appartamento sorgesse nelle vicinanze dei bastioni; che dalle mie finestre si vedessero gli alberi, la campagna e largo spazio di cielo; sicchè alla mattina, aprendo le imposte, i primi raggi del sole venissero a corteggiarmi; poi, alla notte, attraverso le invetriate, la luna... mi servisse di lampada quando vado a coricarmi.