Racconti e novelle

Part 15

Chapter 153,695 wordsPublic domain

Il contino si inchinò profondamente, e, tornando alla propria abitazione, gli ricorse alla mente un testo latino ch'egli aveva appreso in collegio dai reverendi padri gesuiti: _calumniare! aliquid semper manet_.--Il qual testo parafrasato verrebbe a dire: quando volete rovinare un galantuomo, inventate pure le più incredibili calunnie--e il mondo crederà sempre!

Cugino e Cugina.

I.

In una bella sera di settembre (non so bene se splendesse la luna) partiva da Monza una carrozza diretta verso Milano.

Sedevano nell'interno quattro persone, tre maschi ed una femmina; e siccome la femmina era più vecchia e più brutta dei maschi, così per evitare la noia del corteggiarla, questi pensarono bene di addormentarsi.

--Come russano questi animali! borbottò fra le gengive la vecchia peccatrice. Poi, lanciando uno sguardo obbliquo al _cabriolet_, e raccolto il magro ossame in un gran _scialle_ di _chachemire_, cominciò a russare più sonoramente degli altri.

--La mamma dorme, mormorò Onorina.

--Mi pare che dormano tutti, rispose Federico. Onorina e Federico erano due ragazzi, la prima di dodici anni, l'altro di dieci, ed erano belli entrambi come due bellissime rose appena sbocciate. Il volto di Onorina, sebbene conservasse le tinte ancora freschissime, avea nondimeno perduta quella vernice infantile, che le donne bionde conservano talvolta oltre i quattro lustri.

I capelli acconciati con qualche ricercatezza, scendevanle, come due ale di corvo, dalla fronte fin sotto l'orecchio, dando alla sua fisonomia una espressione piuttosto severa. Quando una fanciulletta di dodici anni si pettina come una donna di venti, ed assume il contegno d'una piccola matrona, è indubitabile che ella ha già perduta buona dose d'innocenza battesimale. O la notte ne' sogni, o il giorno nei fanciulleschi sollazzi, per qualche malcauta paroluzza sfuggita alla governante in un momento di cattivo umore, ad Onorina si erano già svelati certi misteri, la cui completa ignoranza mantiene sulle guancie degli adolescenti il sorriso dei cherubini. Oh, come è funesta la scienza del bene e del male ad un'Eva di dodici anni!

I garzonetti, meno precoci nello sviluppo delle facoltà organiche ed intellettuali, si dedicano più tardi a certi studi fisiologici, cui il nostro malvagio istinto ci trae naturalmente. Federico, sebbene educato in collegio, non aveva fino a quel giorno sospettato che sulla terra vi fossero altri sollazzi oltre il giocare alla palla e percuotere un paleo. Egli amava Onorina come si ama una gentile cuginetta, la sola che dividesse i suoi trastulli nei mesi delle vacanze. Talvolta, senza malizia veruna, se la faceva montare a cavalcioni sulla groppa, e, sotto una tempesta di frustate che la cattivella non lasciava mai di somministrargli, correva.... correva anelante pe' viali del giardino, finchè sfiniti di forze rotolavano entrambi sull'erbetta. Quel giocherello pericoloso non esercitava sull'anima di Federico veruna influenza morale. Troppo egli sapeva investirsi della parte che rappresentava: per Onorina egli era un cavallo e nulla più; tantochè, affaticato dalle corse, e dogliosetto per le frustate ricevute, ogni sera egli si separava da lei per dormire saporitamente, e ricominciare all'indomani gli interrotti sollazzi.

II.

La vacanza era finita; Onorina e Federico tornavano quella sera a Milano in compagnia dei parenti, che come ho detto più sopra, si divertivano russando nell'interno della carrozza. I due fanciulli occupavano il _cabriolet_, e pareva non avessero alcuna voglia di dormire e tanto meno di starsene zitti; perocchè l'aria della sera e il moto della carrozza, che ai vecchi dà sonno, ravviva all'incontro lo spirito degli adolescenti, che simili ai verginelli fiori si drizzano e rinverdiscono alla frescura delle rugiade.

--Come le vacanze passano presto! sospirò Onorina, levando gli occhi al firmamento.

--Fra pochi giorni torneremo al collegio...

--Dieci mesi di reclusione.... e di studio!

--E tu studii, Federico, quando sei in collegio?

--Oh bella! convien studiare per forza; in caso diverso il rettore mi condanna alla dieta di pane ed acqua... e mi batte con uno staffile....

--Come io, quando si gioca al _cavallo_.

--Oh! le tue frustate hanno ben altro sapore.... Fra noi si fa per divertirsi....

--Eppure.... mio bel Federico.... bisogna studiare... se vuoi farti uomo. Fra pochi anni non giocheremo più al _cavallo_.... allora tu sarai un giovane, ed io non sarò come adesso.... una bambina.... Bisognerà pensare a maritarsi.

--Maritarsi... e perchè dunque?

--Perchè le ragazze si maritano? Bella domanda.... Ma tu devi aver freddo... mio bel Federico...--E in così dire Onorina gli gittò sulle spalle un lembo del proprio mantelletto; e tutti e due si tacquero per pochi minuti.

--Chi sa... Ho qui in mente un gran pensiero... Se noi... ci sposassimo... Federico?

--Hai tu inteso dire che i ragazzi si sposino?...

--Non dico che ci sposiamo adesso.... ma in seguito... più tardi... quando saremo grandi...

--Oh! sì.... sì... ci sposeremo... Una volta sposati, non ci manderanno più al collegio...

--Quando un uomo e una donna si sposano, gli è per vivere sempre insieme...

--Ed io starò sempre con te, Onorina?...

--Sempre... sempre... fino alla morte!...

--E giocheremo ancora al _cavallo_?

Onorina sorrise, e si tacque.

La carrozza fece il suo ingresso in Milano, arrestandosi poco dopo alla porta di una modesta casa in contrada Sant'Andrea. I quattro dormienti si riscossero.

--Presto, Federico, siam giunti, disse il papà diradando la nebbia degli occhi. Gli sportelli della carrozza si aprirono. Federico strinse la mano di Onorina, e baciolla in fronte; alla luce del gaz, avresti veduta una lacrima brillargli nelle pupille. Onorina non piangeva; in età sì giovanile ella conosceva già l'arte della dissimulazione.

--A rivederci.... l'anno venturo!

La carrozza da cui Federico e suo padre erano discesi, si allontanò rapidamente; Onorina dall'alto del _cabriolet_ sventolava in segno di addio il suo bianco fazzoletto.

III.

Sei anni dopo, nel villaggio di Lambrate, Onorina si univa in matrimonio ad un ricchissimo ex-droghiere milanese, il quale a forza di convertire il cacao in cioccolatte, s'era comperato non so quante pertiche di terreno, e si godea tranquillamente in campagna una rendita annuale di circa trentamila lire. È inutile dire che l'amore non si era per nulla mescolato in quel faustissimo imeneo. Una fanciulla appena uscita di collegio non può innamorarsi di un fabbricante di cioccolatte, che non si distingue dagli altri uomini se non pel suo prosaico nome di Pasquale, e per un ventre enorme, simile ad un otre pieno di stoppa mal digerita. Onorina aveva letto dei romanzi; ella vagheggiava un Arturo o per lo meno un Enrico; ma siccome gli Arturi ch'ella aveva incontrati nel mondo non possedevano altra ricchezza fuori di un bel nome e di una bella capigliatura inanellata, i parenti le ingiunsero di sposare un Pasquale con trentamila lire di rendita.

IV.

Passarono tre anni ancora. I due sposi, se non felici, viveano per lo meno tranquilli. Onorina si era abituata al soggiorno della campagna; coltivava i fiori, educava le tortorelle, conversava colle galline e coi gatti, rassegnata ad una vita di annegazione e di solitudine, per la quale nei primi giorni di matrimonio sentiva della ripugnanza. Pasquale, dal canto suo, cercava di soddisfarla in ogni desiderio; egli avea introdotta qualche riforma nelle proprie abitudini; vestiva con ricercatezza, si pettinava di tempo in tempo i favoriti, ed aveva educati, a forza di lardo, un bel paio di mustacchi rosso-bigi, ch'erano la delizia della moglie. S'egli non avea tutt'affatto l'aspetto d'un Arturo o d'un Enrico, nessuno in vederlo avrebbe supposto ch'egli fosse Pasquale Bertoni, il droghiere del vicolo delle Galline.

Cionullameno i due conjugi pativano ancora un difetto; dopo tre anni di matrimonio erano tuttavia senza prole. Onorina per distrarsi dalle noie della campagna, oltre ai gatti ed alle galline, avrebbe amato assai di educare un gentil bamboletto.

V.

Un bel mattino, ecco entrar nel cortile un _tilbury_ elegante. Onorina si affaccia al balcone; un giovinotto di circa vent'anni, biondo di capelli, e senza un pelo al mento, la saluta con dolce sorriso.

--Oh! io t'ho ben riconosciuta.... io... Come ti sei fatta bella!

--Che?.... voi.... siete dunque?

--Voi?.... voi?... Che significa questo voi?

--Federico!....

--Onorina!

I due cugini si riconoscono, e corrono per abbracciarsi. L'una precipita dalle scale, l'altro ascende con molta fretta... s'incontrano.... si urtano; e Pasquale, correndo dietro alla moglie, grida a tutta gola:

--Che furia è codesta? Chi è entrato nel cortile? Chi si è degnato di visitarci?

--Mio cugino Federico.

--Un cugino! ben giunto! Quale onore!.... Presto! Sgozzate due capponi.... e intanto, se il signore vuol prendere un cioccolatte....

La parola cioccolatte fa arrossire Onorina. Federico stringe la mano di Pasquale; questi con mille parole e mille gesti gli esprime la sua cortesia, poi corre a dar gli ordini, perchè si allestisca un pranzo sontuoso.

La giornata trascorre rapidamente; Federico intrattiene Pasquale con mille piacevoli baje; parla di politica, di teatri, di scienza, di musica, non lasciando di volgere qualche occhiata alla bella Onorina, che lo contempla e lo ascolta meravigliata. Il pranzo fu servito sontuosamente.

--Oh! qui in campagna si vive pur bene! esclamava il giovinotto con certa affettazione sentimentale. Per un uomo, quale io mi sono, stanco del mondo e delle sue pazze gioie, non vi è soggiorno preferibile a questo.

--La mia casa è a vostra disposizione, s'affrettava a rispondere il buon droghiere. Se vi degnate di rimanere qualche tempo fra noi, sarà per me e per mia moglie un vero favore.

--Basta! Vedremo. E volse furtivamente alla cuginetta una scelleratissima occhiata.

VI.

Finito il pranzo, Pasquale fu il primo a levarsi da mensa.

--Voi mi perdonerete, signor Federico, se vi lascio per poche ore. Mia moglie vi terrà compagnia. Presto, Onorina! Perchè non accompagni il cugino... a vedere la vigna?

Federico balzò in piedi, offerse il braccio alla bella cuginetta, e tutti e due se n'andarono a passeggiare nella vigna.

Giunsero ad un magnifico pergolato, ov'erano due sedili di marmo coronati di ellera e di muschio.--Sedettero.

--L'ultima volta che ci siamo veduti, disse Federico, eravamo fanciulli. Dieci anni sono già trascorsi. Qual cambiamento in dieci anni! Hai tu dimenticata quella notte... l'ultima che abbiamo passata insieme? Ci recavamo a Milano... in compagnia dei nostri parenti... i quali erano nell'interno della carrozza.

--Mia madre dormiva...

--Dormivano tutti..

--Noi eravamo nel _cabriolet_, l'uno accanto dell'altra. Io avevo freddo... tu mi copristi con un lembo del tuo mantello.

--Che età felice era quella!...

--Tu mi dicevi: Federico, ho qui in mente un gran pensiero... Se noi ci sposassimo!

--E rammento che tu mi rispondesti...

--Ebbene? qual fu la mia risposta?

Onorina sorrise, e tacque.

Un'ora dopo, i due cugini, l'uno al braccio dell'altro, rientravano in casa lentamente. Pasquale finiva in quel momento di saldare non so quali partite ai suoi affittaiuoli.

--Ebbene, diss'egli a Federico, che ne dite della nostra vigna?

--Superba... deliziosa, incantevole!

--Resterete voi qualche tempo presso di noi?

--Purchè mi promettiate di trattarmi senza cerimonie...

--Tutti i giorni come oggi, Federico. Io attenderò ai miei affari, voi attenderete ai vostri... senza che l'uno dia impaccio all'altro. Sta bene?

--A meraviglia!

VII.

Federico si trattenne circa un mese alla campagna, ed Onorina fu molto lieta di visitare tutti i giorni la vigna col suo bel cuginetto. Rammentando i bei giorni dell'infanzia, i primi innocenti sollazzi, le illusioni, le speranze, le promesse, è probabile ch'essi provassero infinito piacere, giacchè più volte rimasero nel favorito boschetto fino a notte avanzata.

Nel momento in cui Federico montava nel _tilbury_ per tornare a Milano, Pasquale, dandogli una buona manata sulla spalla: voglio sperare, gli disse, che questa primavera sarete ancora dei nostri.

--Ve lo giuro!

--Buon viaggio!

--Buon viaggio! ripetè Onorina con voce fioca.

Questa volta Federico si congedava colle pupille asciutte, mentre invece la cuginetta lasciava sfuggire dalle palpebre una lagrimuzza mal frenata. A vent'anni gli uomini perdono affatto l'abitudine di piangere; le donne sembra invece che l'acquistino.

Del resto, i due cugini si rividero la primavera seguente. Pasquale fu sempre il buono, l'ingenuo, l'onesto Pasquale; Onorina e Federico si recarono costantemente sotto il pergolato a pascersi di rimembranze infantili.

Mi viene assicurato che Onorina è al giorno d'oggi la più felice, la più invidiabile delle spose. Essa ha due figli, che pajono due bottoni di rosa, e pone in educarli ogni sua compiacenza. Pasquale li ama anch'egli coll'eguale tenerezza, e sovente, recandoseli in grembo, e compartendo a quelle guancie rubiconde i più affettuosi baciozzi, dice alla moglie:

--Si direbbe, che quel nostro cugino ci ha portato fortuna! Dal giorno ch'egli è venuto a trovarci la vigna ha prosperato, la raccolta dei bozzoli è andata bene, s'è fatta sempre buona quantità di frumento, e poi abbiamo avuto anche due figli, che sono belli quanto lui. Dimmi Onorina: non ti pare che gli somiglino?

--A lui?--risponde Onorina, sorridendo--guardali bene... e vedrai che sono il tuo ritratto.

Pasquale, sentendosi dar sul muso le naticuzze rotonde de' suoi due figliuoletti;--è vero, risponde--hanno proprio la mia faccia!

I primi passi alla scienza

Lo stradale che da Milano conduce a Pavia, al cominciare del novembre 1839, presentava l'aspetto di un corso. Era l'epoca nella quale gli studenti si recano all'Università per corroborare l'intelletto colla _scienza_, e lo stomaco col vino di Stradella e di Voghera.

L'avvocato Griffanti, il giorno cinque di novembre noleggiò dunque una vettura per accompagnare il proprio figliuolo Annibale fino alle porte dell'Ateneo. Il viaggio fu lungo, e le prediche dell'ottimo padre più lunghe ancora e forse più noiose. Annibale ascoltava, fingeva di ascoltare, interrompendo di tempo in tempo il buon vecchio con un: _sì, papà_, accompagnato da un leggiero chinar del capo.

--Figliuol mio, tu mi costi _un occhio della testa_. Dal giorno che io e tua madre ti abbiam dato alla luce, ho speso pel tuo mantenimento fisico ed intellettuale diecimila cinquecento trenta lire e sessanta centesimi. È inutile che io ti faccia notare che più cresci in età, e più danaro mi consumi. Ad _opera finita_ mi verrai a costare ventimila lire incirca; somma considerevole, che tu, quando avrai compiuto il corso degli studi, non saprai riguadagnare in vent'anni d'avvocatura. Comprendi tu l'importanza e la gravezza dei sacrifici paterni?

--Sì, papà.

--Io potevo destinarti ad un'arte volgare; e forse a quest'ora tu saresti un eccellente falegname, o un sarto, un parrucchiere, e guadagneresti di che vivere col frutto delle tue fatiche, ed io sarei esonerato da ogni dispendio. Tu desiderasti addottorarti in ambo le leggi: io non mi opposi alla tua _vocazione_. Bada però che siamo ancora in tempo a far un passo addietro, e se quest'anno non metti la _testa a partito_, se, trascinato dal tuo mal genio, o corrotto dalle _cattive pratiche_, non corrispondi alle speranze ch'io ho di te concepite, l'anno venturo ti mando senz'altro a bottega. Lo studio dell'avvocatura non presenta grandi difficoltà; a' miei tempi ho veduto addottorarsi certi pecoroni, che in zucca non aveano due grani di sale; eppure oggigiorno essi occupano cariche distinte, e sanno farsi pagar caro anche dai clienti che mandano in rovina. Ma io so che lo studiare non ti incresce, e da questo lato me ne sto tranquillo...

--Sì, papà.

--Ciò che mi preoccupa maggiormente è il pensiero della tua condotta _economico-morale_. Ah! quella benedetta economia! Essa è il fondamento di tutto lo scibile umano. Io credo che, a' miei tempi, un giovane regolato, in Pavia, poteva passarsela assai bene con venticinque soldi il giorno, o poco più. È una città dove si vive anche oggigiorno a buon patto; vi sono delle trattorie dove per quindici soldi si hanno _due piccole, la minestra e il giardinetto_. Il vino (di cui però ti consiglio ad astenerti), costa a un dipresso sei soldi al boccale; come tu vedi, si può quindi con venti soldi circa fare un pranzo lautissimo. Anche gli alloggi sono a buon prezzo; io spero trovarti una camera decente per lire quindici al mese. Ecco dunque, pel prezzo di quaranta lire al mese, proveduto di pranzo e d'alloggio. L'altre spese di colazione, cena, lavatura di biancheria, libri, penne, ceralacca, zolfanelli, ponno ammontare ad altre quindici lire; si aggiungano altre due lire pei _minuti piaceri_, ed ecco con sessantadue lire te la passi da principe. Non ti pare che io abbia ben calcolato?

--Si, papà.

--Cionondimeno io voglio essere largo. Io ti ho destinata una pensione di lire ottanta, che riceverai regolarmente, di trenta in trenta giorni, dal mio corrispondente. Sai tu che a Milano, con ottanta lire al mese, vivono molti impiegati, i quali hanno moglie e figliuoli, e fanno una bella figura nel mondo?...

--Si, papà... fanno delle belle figure!... borbotta Annibale fra i denti.

--Nella valigia troverai una macchinetta per cuocere il caffè, la stessa di cui mi sono servito io quando studiava all'Università. Il caffè è una bevanda eccellente per isvegliare lo spirito dopo tre o quattro ore di profondo studio; nondimeno ti consiglio ad usarne con moderazione. Una tazza ogni mattina, due tre fette di pane, ed ecco hai fatta una colazione più che sufficiente. Durante il giorno non ti consiglio di farne uso, tranne in caso di indigestione; ma un giovane costumato e dabbene non deve andar soggetto alle indigestioni. Con un pranzo di venticinque soldi, si previene qualunque indisposizione di tal genere; nella valigia troverai tanto caffè e tanto zuccaro quanto ti potrà bastare per due mesi. Posso io sperare che non abuserai delle larghezze paterne?

--Sì, papà.

--Avverti bene, figliuol mio, che noi non siamo ricchi. Tu hai quattro fratelli e tre sorelle, alla cui educazione io debbo _pensare_. Alla mia morte d'altro non vi lascio eredi che d'un nome onorato; in altri tempi il nome era un _capitale_, al giorno d'oggi gli è quasi una _passività_. Oh! potessi prima di chiuder gli occhi all'eterno sonno, vedere i miei figli ben _avviati_! È l'unico compenso che io vi domando, in mercede del tanto che ho già fatto, e che farò per l'utile vostro. Annibale, tu devi precedere gli altri coll'esempio... tu puoi colla tua condotta essere il decoro ed il sostegno della nostra famiglia, o immergerla nella desolazione e nella miseria. Sovvengati della tua povera madre... dei savi consigli ch'ella spesso ti ripeteva ... e dirigi ogni tua azione come s'ella ti fosse presente.

--Sì, papà.

Annibale era commosso. La memoria della madre perduta fece in quel giovine cuore di diciannove anni maggior impressione che non i calcoli e le esortazioni precedenti. Egli profferì mentalmente la promessa di essere mai sempre costumato e studioso, e in pari tempo si asciugò una lagrima dalle ciglia. L'avvocato Griffanti, attribuendo la commozione del figlio all'effetto delle sue eloquenti parole, sorrise di compiacenza e d'orgoglio. Il padre e l'avvocato non avevano ottenuto mai un più grande trionfo.

Quando piacque al cielo, la vettura giunse alle porte di Pavia. Trovata una camera decente, Annibale vi fece trasportare la propria valigia, poscia in compagnia del padre si recò a pranzare in una modesta trattoria, dove malgrado tutte le osservanze economiche, vennero a spendere circa dieci lire.

Un'ora dopo, l'avvocato Griffanti ha risoluto di tornare a Milano. Annibale riceve colla massima compunzione le ottanta lire della pensione e un centinajo di consigli più meno seccanti; il padre ed il figlio si abbracciano teneramente; questi si avvia passo passo alla sua abitazione, e poco dopo s'affaccia alla finestra zufolando, unico mezzo di distrazione per chi non è abituato a fumare dieci o dodici zigari al giorno.

Ed ecco tre studenti vengono a passare sotto la finestra. L'un d'essi è un intimo amico di Annibale, un capo sventato, già celebre al liceo di Sant'Alessandro, per poca volontà di studiare e moltissima volontà di divertirsi.

--Buon giorno, Annibale!

--Oh! tu pure all'Università?

--Mio padre ha secondata la mia vocazione. Intendo applicarmi alle matematiche. E tu, da quando sei arrivato?

--Da sta mattina a mezzo giorno.

--Se permetti, vengo a farti una visita, in compagnia di questi buoni amici.

--Prenderemo insieme una tazza di caffè.

I tre studenti salgono rapidamente le scale, entrano nella camera d'Annibale, e sedendo chi sulle scranne, chi sul letto, cominciano a conversare lietamente delle faccende loro. Annibale, per fare onore ai suoi ospiti, dà fuoco alla macchinetta, e prepara il caffè.

--È permesso?

--Avanti.

--Si può far conoscenza coi nostri vicini?

--Con chi ho l'onore di parlare?

--Con un anziano, che da quattordici anni studia le scienze mediche.

--Ben giunto! Presto; un altro bicchier d'acqua e due cucchiai di caffè.

Il nuovo arrivato è un uomo di circa trentadue anni, di professione studente, grasso, rotondo, barbuto, un naso fatto a guisa di peperone, che a forza di immergersi nelle scodellette del vino piemontese, in sulla punta è divenuto pavonazzo. Nell'entrare egli stringe la mano ai quattro _matricolini_, ed assumendo un tuono autorevole e misurando a gran passi la stanza, improvvisa una predica, i cui concetti morali sono press'a poco del tenore seguente:

--Voi cominciate, ed io ho quasi finito. Gli anni più belli della vita son quelli che si passano all'Università! guai a chi non sa profittarne! Gli studi sono un pretesto, un eccellente pretesto per emanciparsi dalla sorveglianza, dalla tirannia dei parenti. Allegri dunque, figliuoli! A scuola meno che possibile; la vera scienza si acquista nelle osterie, fra buoni compagnoni, con un fiasco di vino sulla tavola. A Pavia, checchè ne dicano taluni, si può passarsela allegramente; il vino è a buon patto, vi hanno osterie eccellenti, trattorie e caffè dove si paga metà a chiacchiere, metà a pugni, e le donne.... per chi sa snidarle... sono belle ed amabili anche qui come negli altri paesi del globo. Penetrato da siffatte verità, io non mi sono affrettato di troppo a domandare l'alloro dottorale. Ho già veduto due generazioni di studenti passarmi dinanzi, ed ho sorriso di compassione nell'osservare con qual ansia affannosa corrano taluni verso una meta, che è il principio di tutte le calamità. La laurea dottorale è la tomba della giovinezza. Figliuoli, io vi metterò sulla buona strada. Le vostre menti ancora intorpidite hanno bisogno di una scossa. Tutto dipende dai primi passi, dalle prime lezioni. Slanciatevi senza paura, e sarete salvi. Io non dubito che voi abbiate delle disposizioni eccellenti per fare una buona riuscita... Ercole Roccadura, il decano degli studenti di medicina, vi stende la mano, e promette scortarvi coi propri lumi, colla propria esperienza.

Annibale e i suoi compagni son commossi di entusiasmo, e, facendosi intorno all'oratore, con un misto di confidenza e di venerazione, gli dicono ad una voce:

--Qual fortuna d'aver fatta la vostra conoscenza!

--A scuola meno che è possibile!

--Viva l'allegria! viva le donne... ed il vino!

--Viva gli studenti! Viva il decano Ercole Roccadura!

In meno di un quarto d'ora, nella stanza del giovane studente è un vero baccanale. Roccadura invita a salire tutti gli amici che passano nella via; Annibale gli accoglie colla cordialità del perfetto gentiluomo; la macchinetta suda perennemente a preparare il caffè per ogni nuovo arrivato, e dopo aver preparato il caffè, suda di bel nuovo per l'ebollizione dei punchs.