Part 5
— Eh! lascia andare, Teresa, che nessuno può darle più la sua casa e i suoi genitori. —
La stanza aveva nella sua semplicità un aspetto seducente davvero. Una carta messa di fresco rivestiva le pareti, il soffitto era dipinto d'un ceruleo chiaro con qualche arabesco turchino, le cortine ed il letticciuolo erano bianchi di bucato. Sopra il letto pendeva un bel ritratto a fotografia della madre dell'Angelina. La Teresa andava mormorando fra i denti che a quel posto ci sarebbe stata meglio un'immagine sacra, ma la Matilde le dava subito sulla voce:
— Non ti pigliar tanti affanni: ognuno la pensa a suo modo, e so che l'Angelina avrà più piacere così. —
Il pianoforte era messo tra l'intervallo delle due finestre, e le altre suppellettili, che consistevano in un armadio, uno scrittoio, un piccolo tavolino da lavoro, uno specchio e qualche seggiola di noce, erano disposte in bell'ordine tutto intorno alla stanza. Le finestre riuscivano sull'ultimo lembo del borgo, in cui era situata la casa Mauri, e dominavano anche un vasto tratto di campagna. Il fiume che attraversava la città, entrava appunto da quella parte: dall'argine sinistro una strada fiancheggiata di platani ne seguiva le volubili giravolte, e si perdeva nella pianura; a destra le rive erano più basse e formavano nel mattino il convegno animatissimo delle lavandaie che venivano a farvi il bucato, e dei carrettieri che vi abbeveravano i loro cavalli. Tutto intorno il terreno era frastagliato di case e d'ortaglie: lontan lontano una striscia fuggente di fumo e un fischio acutissimo annunziavano parecchie volte al giorno il passaggio di un convoglio di strada ferrata.
Quando parve alla Matilde che la stanza fosse in perfetto ordine, le diede un'ultima occhiata di compiacenza, poi ne uscì insieme colla Teresa, e col passo leggiero e saltellante di chi è contento di sè, scese una scala di pochi gradini, spinse leggermente un uscio socchiuso, ed entrando con mezza la persona in un salottino, fece un cenno col capo e parve chiamar fuori qualcuno.
Di lì a pochi secondi, una nobile e svelta figura di giovinetta tutta vestita a bruno risaliva insieme colla Matilde il breve tratto di scala, e preceduta da lei entrava nella stanza, che abbiamo veduto or ora prepararsi per la nuova ospite.
L'Angelina, chè tale era il nome della fanciulla abbrunata, gettò nella camera un rapidissimo sguardo, e poichè la vide addobbata con sì amorevole cura, e ravvisò sopra il suo letto la dolce immagine materna, sentì inondarsi gli occhi di lagrime e, abbandonandosi fra le braccia della Matilde, esclamò con voce commossa:
— Qui c'è stato un angiolo.... e tu sei quello. —
Era commovente il vedere quelle due giovinette così avvinte in dolcissimo amplesso. Nell'età ch'è tutta sogni e speranze, nell'età, in cui si parla del dolore come di un paese remoto che s'è inteso nominare appena da qualche venturoso pellegrino, nell'età che ride e folleggia, que' due cuori battevano pure di compassione e d'angoscia. L'Angelina, maggiore d'età e più alta della persona, nascondeva nel seno della cugina la sua soave fisonomia malinconica, e per le gote della Matilde scendevano non rattenute grosse lagrime, che davano un'insolita espressione al suo volto fiorente di gioventù e di salute. In quell'istante stringevasi forse un tacito patto fra loro, un patto di sovvenirsi di vicendevole aiuto nelle traversìe della vita, di ricambiarsi secondo gli eventi le parti di confortata e confortatrice. E chi avesse detto loro: il destino insidierà la vostra gentile alleanza e, senz'ombra di colpa, una di voi spargerà di fiele l'esistenza dell'altra, sarebbe stato respinto da entrambe come un demone tentatore.
Intanto si bussò all'uscio. Era la Filomena che tutta lagrimosa veniva a prender commiato dalla padroncina. L'Angelina frugò nell'armadio, e ne trasse un paio d'orecchini, che diede per memoria alla vecchia fantesca.
— Ci rivedremo, non è vero, mia buona Filomena?
— Oh! s'immagini, padroncina.... — rispose la povera donna; poi, abbassando la voce in modo che la Matilde non la sentisse, soggiunse: — Tutto sta che questi qui di casa mi vogliano. La signora Clara mi pare una certa donna....
— Zitta, Filomena, — interruppe l'Angelina, mettendole il dito indice sul labbro e guardandola con un tuono fra la preghiera e il comando.
— Basta, basta, voglia il Signore ch'ella si trovi bene; — borbottò l'altra. E, rinnovati gli amplessi, si avviò verso l'uscio singhiozzando, non senza notare in cuor suo che l'armadio non teneva perfettamente il mezzo della parete, che il letto sarebbe stato meglio dalla parte opposta, e che il pianoforte era due dita troppo distante dal muro.
II.
Ora, per istringere conoscenza con altre due persone della famiglia Mauri, andremo nel salotto, dal quale abbiamo visto uscir poco fa l'Angelina. Lettore, non t'è mai accaduto di studiare le relazioni che esistono fra l'addobbo d'un quartiere e la gente che vi abita? Il color delle stoffe, la natura delle litografie che pendono dalle pareti, la qualità dei gingilli che ornano le _étagères_, non t'hanno mai parlato allo spirito, non t'hanno aiutato a proferire un giudizio sui padroni e soprattutto sulle padrone di casa? Fa ora il conto di venir meco nel salotto da pranzo di casa Mauri, e di vedervi un sofà di damasco giallo a rabeschi vicino a sedie di lana violetta; cortinaggi bianchi a festoni color del mare, che danno alla stanza l'aspetto d'un uomo con gli occhiali verdi; un camminetto con sopra due candelabri di bronzo e una statuina di terra cotta rappresentante un arciere svizzero; e tutto all'intorno in certe cornici di legno, alle quattro dita, i ritratti di re Vittorio e del Garibaldi accomunati con quelli di Sua Santità, di monsignore reverendissimo vescovo della diocesi, e della celeberrima Diana di Poitiers: e poi dimmi se ti pare che la signora Clara Mauri abbia ad essere una donna assestata. Che se poi ti cadono sott'occhio i bicchieri grandi e piccini, e le stoviglie, messe in mostra nella credenza, e le massiccie posate d'argento che fanno sfoggio dì sè sulla tavola preparata accanto a tovagliuoli, i quali sembrano fregiati dell'Ordine della _Giarrettiera_, non potrai a meno di esclamare: — Qui ci dev'esser danaro, ma non ci sono abitudini di eleganza e di buon gusto, ma la ricchezza non ha dirozzati gli spiriti. —
Vedi, lettore, come siam poco compiti! Abbiamo esaminato con una curiosità minuta tutte le suppellettili della stanza senza por mente a due donne che, sedute l'una di faccia all'altra ad un tavolino da lavoro, sono occupate caritatevolmente a dir male del prossimo.
La signora Clara Mauri, ch'è la più attempata tra le due, è una portentosa mole di femmina. A cominciare da' capelli, che, tra suoi e non suoi, le fanno una montagna sulla fronte, per finire col piede che voluttuosamente riposa sopra un piumino, tutto è in lei grandioso, sovrabbondante. Il singolare si è che con questa esuberanza di forme la signora Clara si è fitta in capo di essere romantica e sovente trae profondi sospiri dal petto, il quale in siffatti suoi eccessi di sentimentalismo si contrae e si gonfia a guisa d'un mantice, producendo una rivoluzione nelle numerose pieghe del vestito ch'ella vorrebbe liscio e aderente alle membra come una buccia di cocomero, e che invece per colpa della sarta è sempre ondeggiante come Il fogliame d'un cavol fiore. La signora Clara è incrollabile nella convinzione di aver trentacinque anni e ama far cadere il discorso su questo argomento, e dice con aria compunta: — Non son più giovane; ho trentacinque anni. — Per mantenere le proporzioni di età, la Nella, che è la primogenita della famiglia, ha dovuto arrestarsi sui diciotto, con grande stupore della Matilde, la quale non sa intendere come in un paio d'anni ella diverrà coetanea della sorella maggiore, e con non meno grande meraviglia del signor Bernardo, che s'avvede d'esser solo a invecchiare nella casa. La signora Clara a' suoi tempi poteva passare per una bella donna. E invero il signor Bernardo che, mingherlino com'era, amava le femmine massiccie, l'aveva presa proprio per inclinazione. A sentir le male lingue, quel suo matrimonio era stato fatto _honestatis causa_, e per dare un editore responsabile a certa bambina che s'era presa la libertà di nascere senza il consenso de' superiori; ma noi non porgeremo benevolo ascolto alla maldicenza. Comunque sia, la Nella, ch'era appunto la bambina in discorso, si è ormai posta in regola col Codice civile, e queste investigazioni sul passato son vere indiscretezze. La Nella che, ufficialmente, ha 18 anni, ne conta invece 23 sonati ed è una ragazza tutta smorfie e caricatura, sempre a due dita dallo svenimento e dalle convulsioni, alta, smilza, pallida, di fisonomia piuttosto poco simpatica che brutta. È bionda, cogli occhi un tantino cisposi, e una bocca così grande che par la linea dell'equatore. Del resto con un po' di buona volontà si potrebbe metterla fra le donne passabili, se l'affatturato di ogni sua posa e d'ogni movenza non disgustasse profondamente. Tra madre e figliuola regna un accordo perfetto, in ispecie quando si tratti di dichiarare che nessuno le uguaglia in delicatezza di sentimenti.
— È fredda, anzi freddissima, — esclamava con accento convinto la signora Clara. — Io nelle sue condizioni avrei preso una malattia di tre mesi....
— E poi — rispondeva in tuono compunto la figliuola — anche con noi non ti pare che dovrebbe essere più espansiva? Vedersi accolta con questa premura!... Invece appena risponde, appena ci guarda.
— Ma se non ha nemmeno notato ch'io mi son vestita a bruno da capo a piedi per andarle incontro.
— E quando le ho offerto di respirare un'ampolla di essenze, mi ha appena ringraziato coi denti stretti....
— Eh! Nella mia, a questo mondo si semina il bene e si raccoglie il male.... Non tutti sentono nella stessa maniera....
— Ehi! si va a pranzo si o no? — Questa domanda prosaica era mossa dal signor Bernardo che si trovava nell'andito.
— Quel benedetto uomo di tuo padre è sempre lo stesso, — sclamò la signora Clara, rivolta alla figlia; — per me il pranzo è l'ultima cosa, per lui la prima.
— Oh! padrone mie riveritissime, — esclamò con voce gioviale il signor Bernardo entrando nella stanza, in cui credeva di veder radunata l'intera famiglia. Ma quando s'accorse che non v'erano se non sua moglie e la Nella, allungò il muso e, cambiando registro, chiese: — Ove sono la Matilde, l'Angelina e l'Amalia?
— Verranno, verranno, datevi pace, — rispose la degna consorte; — o che vi fa male trovarci sole?
— Per carità, non mi fate delle vostre solite, chè non ho punto voglia di piagnistei.
— Belle maniere, ammirabili.... Auff! che uomo!... Almeno in queste giornate dovreste avere un po' più di riguardo.
— Eh? — proruppe con un accento di vera meraviglia il signor Bernardo, che non poteva intendere tanta afflizione della moglie per la perdita della cognata. Poi alzando le spalle si avviò verso l'uscio. Sennonchè in quel momento l'arrivo della minestra, e l'aspetto giocondo dell'Amaliuccia, che saltellante veniva dietro alla serva, mutarono il corso alle sue idee. Di lì a pochi secondi entrarono nella stanza anche la Matilde e l'Angelina, e tutti sedettero a tavola. L'Angelina prese posto fra la Matilde e il signor Bernardo. Aveva asciugato le lagrime e ravviati i capelli sulla fronte; era accurata del vestito e composta della persona, chè il dolore non poteva toglierle la grazia nativa. Ben se ne avvidero la signora Clara e la Nella, e si bisbigliavano all'orecchio: — Che lusso! — La Nella s'era accostumata a non credere più avvenente di lei la Matilde, e a giudicare effetto di quel suo fare poco rimesso gli sguardi che le rivolgevano a preferenza gli studenti della città nel passar sotto le finestre di casa Mauri per recarsi in campagna; ma la superiorità dell'Angelina era così visibile che ella non poteva, se non riconoscerla, non presentirla. Forse col tempo e con l'opera di sottili ed arguti ragionamenti la si sarebbe persuasa, come sempre, di esser la più bella e la più garbata tra le fanciulle del paese; ma adesso l'Angelina si atteggiava come una rivale pericolosa, ed è agevole immaginarsi se la Nella potesse farle buon viso. E madre e figliuola tacitamente consentivano di non risparmiarle, in quanto fosse da loro, umiliazione veruna.
Il pranzo procedette silenzioso: l'Angelina mangiava pochissimo, e rispondeva solo con qualche cenno del capo alle domande che le venivano mosse. Sennonchè, quando si fu alle frutta, non so quale facezia del signor Bernardo, che usava ogni amorevolezza alla nipote, valse a rischiararle per un momento la fronte e a farla sorridere a fior di labbra. Aveva diciotto anni!
Ma la benevola zia, che teneva in pronto lo strale, stimò giunto l'istante di slanciarlo e, rivolta al marito, gli disse:
— Come siete delicato, Bernardo! Vi paion giorni questi da tormentare l'Angelina co' vostri scherzi? —
La povera giovinetta intese il senso maligno di quelle parole; si fece rossa rossa in viso, allontanò con una mano il piatto di frutta che le stava dinanzi, e si pose l'altra sugli occhi per rattenervi le lagrime che ne scendevano copiosamente.
— Vedete che cosa ci avete guadagnato, l'avete fatta piangere; — disse la signora Clara al marito, alzandosi di tavola, mentre la Nella estraeva di tasca la sua solita bottiglia di essenze.
— Che colpa ci ha il babbo? — chiese ingenuamente l'Amalia, e il signor Bernardo proruppe anch'egli:
— Mi pare che potreste un po' tacere, mia cara signora moglie, e non farmi perdere la pazienza
— Che uomo! che uomo! — borbottò la signora Clara, e uscì della stanza con la Nella, chiudendo dispettosamente l'uscio dietro a sè.
La Matilde non aveva proferito parola; ma lo sguardo di rimprovero da lei lanciato alla madre palesava a sufficienza ciò che si passasse nell'animo suo.
III.