Racconti e bozzetti

Part 4

Chapter 43,800 wordsPublic domain

Era cosa naturalissima che nel villaggio di *** non vi fossero libri. Il solo stampato reso di pubblica ragione era il giornale ufficiale di ***, il quale era letto da tre persone per tre differenti motivi. Il dottore lo scorreva per istare in giorno delle faccende politiche, il deputato comunale per iscarico di coscienza, e il farmacista, che aveva un figlio nella carriera de' pubblici impieghi, vi cercava la rubrica delle nomine.... Pur troppo il foglio ufficiale era molto scemo, e se i contadini non avessero avuto prospettiva di miglior lettura potevano far a meno di andare alla scuola. Questa condizione deplorabile suggerì al conte un pensiero arditissimo: quello cioè di fondare una biblioteca popolare ad uso de' suoi coloni. Si procurò a poco a poco alcune operette semplici ed istruttive, alcuni romanzi morali, e gli andava prestando a quelli tra i villici che ne mostrassero desiderio, offrendosi ad un tempo a spiegar loro quelle cose che non potessero intendere. Non fu opera d'un giorno il destar l'amore della lettura in quegli spiriti rozzi, usi a volgari sollazzi; ma chi propugna una causa buona non può fallire allo scopo quando abbia pazienza, giacchè il bene ha in sè una virtù indistruttibile che lo fa germogliare alla lunga ne' terreni più sterili e più disadatti. E la lettura d'un buon libro pone in movimento tante corde dell'anima, che chi ha cominciato a prendervi gusto non può vincere il fascino e smettere la contratta abitudine. Veder de' contadini con un libro in mano è cosa sì rara, ed era una novità di tal fatta nel paese di *** che se ne fecero mille commenti. — Guarda che dotti, — dicevano; — adesso sì che lavoreranno la terra per bene. — Ma che brava gente, — bisbigliava un altro; — prima maestri di musica, adesso dottori. L'è proprio la strada per diventar contadini di garbo! — Però a queste accuse rispondeva trionfalmente la florida condizione della tenuta, la quale e per la varietà delle culture e per la quantità dei prodotti era raddoppiata di pregio, dacchè il conte l'aveva avuta in retaggio. E quando fu annunciata un'esposizione agraria in una città non molto discosta dalla villa, il conte Alberto volle egli pure concorrervi, quantunque nel paese non vi fosse idea veruna di siffatte cose, e nessun altro prima di lui avesse mandato i suoi prodotti ad alcuna esposizione. Ed anche nella città di *** parve singolarissimo che venisse un espositore da ***, e più singolare ancora ch'egli fosse degno di premio: onde nel conferirgli la medaglia i giudici si rallegrarono vivamente col giovane signore per la coraggiosa iniziativa. Il conte nel parlarne a' suoi contadini: — È una lode, — disse, — che viene in gran parte a voi, mentre tutte le mie idee sarebbero morte infeconde se mi aveste negato l'opera vostra. E ormai ch'io spero avervi convinto delle necessità di dare un altro indirizzo all'agricoltura, della necessità di non respingere i nuovi trovati, è mio intendimento di lasciare in vostra mano gran parte di questa faticosa bisogna, e a quelli tra voi che vorranno tentare la prova io concederò in affitto parte delle mie terre. Vi sono dei paesi ove lo stato di fittaiuolo è oltre misura lieto e vi si ammassano fortune notevoli: ivi l'agricoltura è tenuta in onore, e le campagne non sono meno incivilite delle città, perchè si è compreso come la diffusione dei lumi giovi tanto ai superbi quanto agli umili, e come in ogni sfera sociale _sapere è potere_. Io desidero che per merito vostro questa sentenza si avveri anche fra noi, e mi stimerò ricompensato a dovizia delle mie fatiche se, saliti a miglior fortuna, vorrete avermi ancora per consigliero ed amico. — La profferta del conte inanimò all'esperienza alcuni di quelli che avevano raggranellato qualche danaro, e conforto tutti nella speranza d'un migliore avvenire. Tanto più che Alberto, ben sapendo quanto bisogno di capitali abbia una florida agricoltura, offrì di anticipare egli medesimo, contro un tenue interesse, le somme necessarie, e appianò quindi il formidabile ostacolo che suole rendere inutili le assidue fatiche dei campagnuoli, la mancanza del credito. Nè a questo male grandissimo si ripara efficacemente cogli aristocratici istituti di credito fondiario: conviene scendere un gradino più basso, conviene oltre ai possidenti assistere i fittaiuoli. Se no, è un bel dire: o perchè non fate questo, o perchè non seguile l'esempio della Scozia, dell'Inghilterra? Nerbo di tutto è il capitale, e se gli agricoltori non han modo di procurarselo, bisogna turarsi la bocca e lasciar che le cose vadano di male in peggio.

XII.

I modi del conte Alberto; la saviezza de' suoi consigli, l'operosità intelligente con cui egli presiedeva alle più minute bisogne, la sua costanza nell'istruire il popolo e nel beneficarlo senza avvilirlo, non potevano a meno di guadagnargli alla lunga la stima e l'affetto de' suoi coloni, a malgrado dei pregiudizî ch'egli aveva feriti, a malgrado dell'ire ch'egli aveva attizzate nei retrivi e nei pigri, i quali non la perdonano mai a chi con l'attività e la pertinacia mette in maggior risalto la loro indole molle, la loro inerzia fastosa.

Ma pareva che il conte dovesse eternamente appagarsi del ristretto campo della sua tenuta, pareva che fra lui e il villaggio avesse a sorger perenne una insuperabil barriera, quando un avvenimento, di certo mollo doloroso, giunse a rompere il ghiaccio, a vincere tutte le prevenzioni che tenevano sospesi gli animi di que' rozzi contadini. Era un autunno squallido assai pegli ardori eccessivi del caduto agosto; l'aria era grave e pesante, la natura, ci si conceda la frase, pareva invecchiata innanzi tempo. E in mezzo a quella malinconia di suolo e di cielo cominciò a manifestarsi in *** un'epidemia, la quale, rincrudelita dal caro dei viveri, dal difetto dell'acqua, minacciava di mietere a larga mano le vittime. I vari signori delle vicinanze, quantunque ascritti a un'infinità di confraternite pie, non indugiarono un momento a darsela a gambe, il deputato comunale morì, nè v'era alcuno che provvedesse con sollecitudine ai bisogni del popolo, dove le processioni e lo scampanìo ordinato dal parroco non si credano mezzi sufficienti ad arrestare la diffusione d'un morbo. Il conte Alberto, stimolato dalla gravità del caso a non domandar licenza a chicchessia, prese in mano le redini di quel povero comune abbandonato; cercò con serî provvedimenti di ovviare al contagio; richiamò dalla città un medico di vaglia perchè assistesse il dottore del luogo, obbligandosi a pagarlo egli medesimo; dispose che ogni giorno per tutta la dorata del morbo i più poveri del villaggio avessero dalla sua fattoria una libbra di buona farina, e non esitò a deviare per un istante da' suoi rigidi principî circa la carità.

Una donna giovane e bella, la quale perchè moglie e madre mirabilmente intendeva l'ufficio di consolatrice, non peritavasi di entrare nelle case degl'infermi, prodiga di beneficî e di dolci parole; e il suo apparire era salutato come l'apparir d'un raggio di sole fra le tenebre, poichè la bontà è una luce perpetua, è un perpetuo sorriso. Questa donna era la contessa Matilde. Com'ella assistesse i malati, come confortasse gli afflitti, lo dicevano l'amore e la riverenza di que' poveri campagnuoli, i quali, appena il morbo scomparve, si associarono per farle un presente, nè certo la buona signora ebbe regalo più gradito di quello. Nello stesso tempo non appena si trattò di rieleggere il deputato comunale, che moltissimi misero innanzi il nome di Alberto; e sebbene la consorteria retriva menasse un clamore d'inferno, pure non potè far prevalere la propria influenza, e il conte fa acclamato a grande maggioranza di voti. La commozione del sacrestano fu tale all'udir la dolorosa novella, che per due giorni consecutivi egli dovette abbandonar le campane in balìa dei ragazzotti del villaggio, i quali ne facevano il più mal governo del mondo. Il parroco, che essendo nato neutro non aveva la possibilità di diventare apostata, complimentò il nuovo eletto con la stessa effusione che avrebbe manifestato pel Khan dei Tartari, ove questi fosse sorto alla prima dignità politica del paese. Quanto all'organista, convertito ormai all'idee liberali, egli applaudiva a questa nomina come ad una propria vittoria e, a chi gli ricordava le sue opinioni d'un tempo, rispondeva che forse le apparenze lo avranno fatto giudicare a sproposito, ma che nel fondo dell'anima egli aveva sempre amato, desiderato e servito il progresso. I maligni ne dubitavano.

Esser deputati comunali d'un magro villaggio non è certo tal carica da insuperbirne. Ma del bene si può farne dappertutto, e chi sdegna di fecondare un piccolo lembo di suolo dicendosi nato a coltivar intere contrade, o trova un comodo appiglio, o presume follemente di sè. Ma, gran Dio! perchè vi sentite l'attitudine a qualche azione grandissima, non farete una opera buona? Gli è come se alcuno non volesse salvare un uomo che affoga, e si scusasse dicendo: — _Se fossero due!_ —

Nel suo ufficio il conte si adoprò ad utili scopi. Ripose su migliori basi la scuola; provvide al miglioramento delle strade esistenti ed alla costruzione di strade novelle; ottenne che la Cassa di Risparmio d'una città vicina affidasse al comune una specie di succursale; istituì una società di mutuo soccorso e una banca mutua fra' contadini, quantunque l'amministrazione avesse estreme difficoltà; estese insomma a tutto il villaggio la propaganda nobile ed illuminata, ch'egli aveva fatto sino allora nella sua tenuta. Fu per le sue sollecitudini che un tronco di strada ferrata venne a passare a poca distanza dal villaggio; fu per suo impulso che parecchî possidenti di que' dintorni si unirono per fondare una società di credito agrario; fu infine per merito suo che sorse nel paese una piccola bottega di caffè, ove un foglio di migliori intendimenti suppliva alla papaverica gazzetta. Guai al nostro lettore se dovessimo descrivere per lungo e per largo tutte le difficoltà che incontravano questi provvedimenti in apparenza sì semplici: la non si finirebbe più. Lo _statu quo_ è così dolce, certe idee hanno così profonde radici, che chi vuol combatterle deve prepararsi a lunghe ed ardue battaglie.

XIII.

Come il conte Alberto e sua moglie potessero viver contenti sepolti là in quel paesuccio, senza rallegrarne almeno la solitudine con le feste e coi lauti banchetti, era un problema per molti. Esser ricchi e non isfoggiare il lusso di fastosi equipaggi, e non udire i trilli modulati delle _prime donne_, e non vedere i voluttuosi atteggiamenti delle ballerine; esser ricchi e non sentirselo dir mille volle al giorno dalla turba parasita dei cortigiani, e non profondere il suo negli specchî di Francia, nelle porcellane di Sèvres e nei vasi del Giappone, e non far la carità al suon di tamburi e trombe; esser ricchi e non andare almeno due volte all'anno a Parigi per ammirarvi i _boulevards_ che vengono su come funghi, e la costruzione del nuovo edifizio dell'_Opéra_, è invero un modo assai gretto di comprendere l'opulenza. Peccato che il conte Alberto fosse d'un diverso parere! — Egli diceva che allietare la propria tavola con la presenza d'un amico è cosa dolcissima, ma mutar la casa in _restaurant_ è un assurdo; diceva che le gambe delle ballerine e le gole delle cantanti hanno il loro merito, ma che non val la pena di mutar soggiorno apposta per esse; diceva che i cortigiani sono come le mosche, le quali si danno più pensiero delle vivande che delle persone; diceva che sfarzo non vuol dir eleganza, e carità non vuol dir benefizio; diceva finalmente che gli uomini non devono essere girovaghi come gli organi di Barberia, e che dopo aver viaggiato quanto basta per estendere le proprie cognizioni, fa d'uopo fermarsi stabilmente in un sito, giacchè se movendosi si reca diletto e utile a sè, soltanto stando fermi si giova agli altri. — Quanto alla Matilde, ella non diceva nulla.... ella era felice. Le sue gioie maggiori erano l'amore di suo marito e de' suoi tre figlioletti; le sue occupazioni erano divise tra le cure della famiglia, il dipingere, l'attendere in parte all'amministrazione della tenuta, l'educare le sue contadinelle. Passava ore dolcissime nel bello e vasto giardino, rallegrato a vicenda dalle limpide acque correnti e dall'ombra di piante vetuste e dall'aperto delle praterie smaltate di fiori. Oh! i fiori ella gli aveva tanto cari e li coltivava ella medesima con sollecito affetto, ma non li voleva spiccati mai dall'aiuole: erano così leggiadri a vedersi là sul loro gracile stelo, era così misteriosa quella lor vita d'un giorno! perchè renderla ancora più breve, perchè scolorire anzi tempo quei petali, su cui la luce si riposava sì varia? All'imbrunire la famigliuola soleva raccogliersi sul margine della riviera che traversava il giardino; i bimbi giocavano sul pendio d'una collinetta vicina, empiendo l'aria di grida festevoli e correndo di tratto in tratto presso i lor genitori a chiedere un bacio o un sorriso. Oh! senza dubbio, i venerabili predecessori d'Alberto, che avevano fatto della villa un convegno galante e qualche volta un nascondiglio delle loro sozzure, sarebbero rimasti a guisa di smemorati vedendo quel tenero idillio. Che cosa _bourgeoise_ è la vita domestica! Lo schiamazzo di fanciulli indomiti rintrona l'aria che anni fa mormorava dolcemente alle promesse d'amore: promesse sempre fallite, ma che importa? Fuori che nell'autunno, in cui qualche amico della città veniva a interrompere la solitudine di quel soggiorno, le sale, già echeggianti all'armonie del cembalo e alle cadenze regolate dei balli, risuonavano soltanto dei vagiti d'un bimbo in fasce e degli amplessi d'una madre che gli porgeva le poppe; e la sera, invece del baglior delle faci splendenti su cento bei volti, un'unica lampada concentrava tutto il suo chiarore sopra una tavola, ove una donna lavorava con l'_ago torto_ o un uomo era assorto in un libro. Ma qualche volta gli sguardi di quelle due persone s'incontravano, e un sorriso ne irradiava le fronti.... e pensare ch'erano marito e moglie.... che prosa! Eppure Alberto e Matilde vivevano felici. Le anime che vanno in traccia di grandi e continue commozioni, non sono, a nostro credere, le più ricche, ma le più povere. Se ci si concedesse l'immagine, vorremmo assomigliarle a camere disarmoniche, ove la musica più sublime passa inavvertita, senza risonanza, senza eco. Si, vi sono anime che non hanno risonanze. Nessuna impressione è in esse durevole, nessun affetto vi lascia un solco profondo; perciò si trovano sempre vuote e girano scapigliate pel mondo, implorando qualcosa che le scuota, che le ravvivi. L'implorano dai ghiacci del monte Bianco e dall'immensità dell'Oceano, dalle _grisettes_ di Parigi e dalle rovine del Campidoglio, dai gorgheggi della Malibran e dalle danze della Cerrito. Ma invano! Il mondo esterno ci appare come un cadavere, se l'anima nostra non sa comunicargli il suo fuoco: qual melodia potrà riprodursi da un'arpa, a cui mancan le corde? Se un giorno la patetica cornamusa non sapesse più rendere i semplici canti della sua Scozia, la crederemmo forse capace d'intuonarci la sinfonia della Semiramide? Oh! davvero chi lascia spegnersi la fiamma interna del cuore e dell'intelligenza e cerca altre fonti di vita, ci ricorda il re Davide che chiamava la bella Sulamite a scaldargli la coltrice, nè pensava che nulla tempera la rigidezza della morte. Quest'orrore d'una esistenza tranquilla, questa smania dell'apparato scenico non è piccola piaga per un paese. È essa che fa convergere tutte le forze verso le capitali, e assottiglia quella schiera d'uomini laboriosi senza schiamazzo che forniscono il loro ufficio coscienziosamente per iscarico d'un dovere, non per sete di plauso. A somiglianza degli edificî la società ha d'uopo soprattutto di fondamenti. Ora ella non si appoggia nè sui facondi avvocati, nè sui medici egregi, nè sui pubblici ufficiali, e nemmeno sugl'ingegni grandissimi. Gli archi maravigliosi del Partenone non rapirebbero d'entusiasmo il pellegrino, ove il genio della Grecia non avesse loro infuso l'attica grazia; ma e' non si reggerebbero sotto il peso di tanti secoli, se non fossero costruiti di solida pietra. Guai alle nazioni se, richieste delle loro glorie, non potessero rispondere che con una filastrocca di nomi; guai alle città se, oltre ai campanili, non potessero additare le case! Date a un popolo agricoltori intelligenti, negozianti ricchi d'iniziativa e d'onoratezza, industriali che abbiano lo spirito aperto alle nuove idee; dategli volghi illuminati che s'inchinino meno innanzi a sconcie superstizioni, ed abbiano una fede più viva nei loro destini, un senso più alto dei loro doveri; dategli donne che plebee o patrizie intendano il loro santo ministero d'amore, e avrete fatto davvero un popolo grande. Onoriamo intanto tutte le opere virtuose, onoriamo l'attività umana in qualsiasi campo ella si eserciti, quando le sia guida la rettitudine degl'intendimenti; bando ai superbi disdegni: come leggera polvere d'oro mista alle sabbie dei fiumi del tropico, forse v'è un filo di poesia in ogni cosa onesta, v'è una musica in ogni onesta parola. Sapete ove non è poesia e non è musica? In quel gelido scherno che anzichè sferzare l'adulazione, l'ipocrisia, la bassezza, getta a piene mani il ridicolo sulle nobili iniziative, e arresta i timidi e conturba i gagliardi: in quel gelido scherno che irride alle dolcezze della vita domestica, e finge ignorare che prima base delle virtù cittadine sono le virtù casalinghe, che soltanto dove la famiglia è rispettata, dove è inviolato il santuario dei lari, sorgono e durano le libere istituzioni: in quel gelido scherno, che mentre mette in celia le aberrazioni dei volghi grida ai pensatori — _Utopia_, — quand'essi con ardimento di eroi, con fede di martiri, si scagliano per rovesciare le vetuste carceri dell'intelletto e del cuore....

XIV.

E questa è forse la morale del nostro _Signore possibile_. Egli non ha vinto battaglie, non ha soggiogato popoli, nè impiccato ribelli; egli non ha ritratto con sublime pennello l'estasi dell'Assunta o la tenerezza materna della Madonna della Seggiola, non ha cantato la fame d'Ugolino o i begli occhi di Laura, non ha scoperto la rotazione della terra intorno al sole; ma ha fatto del bene, perchè credeva nel bene, perchè non gli era mai venuto in mente quell'aforismo: — _O esser tutto o esser nulla_; — gli è bastato essere qualcosa e giovare a' suoi simili. Perciò noi lo proponiamo a modello a tutti coloro che non possiedono nè l'indole di Tamerlano (citiamo esempi antichi per non comprometterci), nè l'ingegno di Dante, del Petrarca, del Tiziano, del Copernico; ma che pur sentono di poter essere in questo dramma della vita personaggi meno inutili de' _servi che non parlano_.

Che se tornassimo per un istante al nostro protagonista, diremmo ch'egli coll'andare degli anni vendette parte delle sue terre ad alcuni tra' suoi coloni più onesti e più abili, e a questa piccola proprietà, sorta per opera di lui, fu largo di consigli e d'aiuti; che al diffondersi di nuove macchine non tardò ad introdurle nella sua tenuta; che divenne membro d'una importante associazione agraria; che infine dopo avere, tra la sua famiglia, le sue occupazioni, i suoi studî, vissuto come molti non fanno, fece quello che fanno tutti, morì.... E se non fosse vissuto mai? Oh! allora il nostro scritto avrebbe almeno un elemento di originalità; anzichè essere la biografia d'un morto, sarebbe quella di un nascituro.

_1864._

ABNEGAZIONE.

NOVELLA.

I.

In un giorno piovigginoso di novembre un baroccio carico di masserizie era fermo dinanzi all'abitazione del signor Bernardo Mauri, onesto negoziante della città di***. Intento a ricevere la consegna di quelle suppellettili stava il signor Bernardo medesimo, e aveva seco una donna attempatella e piagnucolosa, che ogni occhio esperto avrebbe giudicato per una di quelle fantesche, le quali dal lungo vivere in una casa acquistano una certa aria di padronanza insieme con un affetto molto reale e molto efficace per coloro che hanno servito da tanti anni. Però la Filomena, come si vedrà, non era fantesca di casa Mauri. In quel momento ella vigilava lo scarico dei mobili con l'atteggiamento di generalissimo che vede schierarsi in battaglia un esercito, dava ammonizioni e consigli ai facchini del baroccio, senza che ciò le impedisse di parlar continuamente col signor Bernardo.

— In parola d'onore, signor Bernardo, una ragazza d'oro. Così senza idee, brava in tutto.... Mah!... Ehi, lì, buon uomo, andate piano con quell'armadio. Io lo diceva sempre alla padrona buon'anima che gli era poco in sesto, ma lei eragli affezionata come a un vecchio amico di casa e non voleva staccarsene.... Adagino, adagino, mettetelo lì.... Ma, signor Bernardo, com'è andata quella famiglia!... A Ognissanti finirono tre mesi dalla morte del povero signor Antonio, suo fratello, che Dio lo abbia in gloria, e di lì a cinque settimane la signora si mise a letto, e non si alzò più... Ih! Ih!... Ehi, non vedete quello specchio come spenzola fuori del carro? Tiratelo giù a dirittura che non vada in frantumi.... Povera Angelina!... Io che l'ho vista nascere.... adesso doverla lasciare.... Oh! è una gran fatalità... meschinella che sono.... —

E la Filomena si mise a singhiozzare con tale un accento di verità, che il signor Bernardo ne fu commosso e le disse amorevolmente:

— Andiamo, Filomena, datevi pace, verrete spesso a trovarla, la non è mica fuori del mondo.... E noi non siamo punto il diavolo da farvi paura.

— Mi guardi il cielo dal pensarlo.... Ma l'è un'altra cosa, non l'avrò più dinanzi agli occhi da mattina a sera.... non la vedrò più venir su a poco a poco come un bocciuol di rosa.... Non posso proprio darmene pace. —

Nel mentre che la Filomena si andava così querelando, una bella e vispa ragazza di 16 anni era scesa dalle scale insieme con due omaccioni grandi e grossi che parevano pendere dai suoi ordini.

— Prendete su il pianoforte, — diss'ella con la sua voce argentina, — chè quando abbiam messo quello, la stanza è in assetto....

— Dio mio, Matilde, come sei trafelata! — esclamò il signor Bernardo con ansietà.... — Va pianino, mia cara, non c'è poi ragione che tu ci buschi un riscaldamento.

— Oh! babbo, non son mica smorfiosa io; — rispose sorridendo la cara fanciulla.

Quand'ecco da un'altra parte dell'androne nascere un gran parapiglia.... Prima uno strillo acutissimo poi delle grosse risate, poi un gatto nero sguizzar fuori in istrada scomponendo e atterrando i mobili, mentre i facchini battendo le mani gli gridavano dietro — acchiappa, acchiappa — e una bambina settenne tutta sconcertata aggrapparsi al vestito della Matilde.

— Ah! briccona dell'Amaliuccia, che cosa hai fatto? E dove t'eri cacciata, chè non ti si vedeva nemmeno? —

La fanciulletta rispose ch'ella era scesa prima senza far rumore, perchè il babbo non la sgridasse, che si era messa a frugar di qua e di là, e che finalmente da un canterale era sbucato fuori soffiando e arruffando i peli quel brutto bestione che le aveva fatta tanta paura.

Il racconto mise l'ilarità in tutti gli astanti, ad eccezione della Filomena, la quale n'ebbe anzi un raddoppiamento di affanno. — Che cosa c'è da ridere? — borbottava ella tra sè — povero Micio! povero Micio! Anche per te l'è finita.... non mi verrai più intorno alle gambe dimenando la coda, non passerai più le notti tranquillamente sulla tepida cenere del focolare!... —

Ora se al lettore non ispiace salire due scale, noi seguiremo la Matilde che, precedendo i due facchini, i quali portavano il pianoforte, era entrata in una stanza ampia ed arieggiata, ove una donna di servizio andava spazzolando frettolosamente la mobilia.

— Così va bene, — disse la Matilde con tuono di soddisfazione, quando vide anche il pianoforte al suo posto.

— Credo anch'io, — soggiunse la serva, — la signora Angelina deve starci da principessa.