Racconti e bozzetti

Part 30

Chapter 303,704 wordsPublic domain

Il signor Meravigli è chiamato a consulta. Egli tira fuori il capo dalla selva dei piatti che lo nasconde agli sguardi umani, e, pur dispensando la minestra alla Maria, vispa contadinotta che serve a tavola, rivolge la sua attenzione al grave problema. La signora Agnese parla il dialetto, e usa frasi poco parlamentari verso il turbolento figliuolo, piaga della sua vita.

— Che c'è da fare? — dice il signor Meravigli, alzando un po' troppo il cucchiaione della minestra, mentre la Maria avvicinava la zuppiera per evitare disgrazie. — Che c'è da fare? Mettiamolo pure a tavola, ma che sia buono. —

Detto ciò, il signor Meravigli padre uscì della stanza per rientrarvi col signor Meravigli figlio tirato per un orecchio. A quanto pare, quest'è precisamente il manico dell'ultimo rampollo della famiglia.

— Domanda scusa a tutti questi signori, — intuona solennemente il signor Antonio.

— Domando scusa, — ripete Toniotto con voce nasale e con una singolar cantilena.

— Domanda scusa in particolare al signor Bartolommeo, — soggiunse il padre.

Il signor Alieni diè un balzo sulla seggiola e parve assai conturbato di sentirsi tirare in campo, mentre egli non anelava che a poter pranzare in silenzio.

— Domando scusa in particolare al signor Bartolommeo, — tornò a dire con aria di canzonatura il ragazzo. E vi aggiunse di proprio un _Cu! Cu!_ che non entrava menomamente nella giaculatoria paterna.

— Non importa, non importa, caro Toniotto.... ottimi amici come prima; — si affrettò a sclamare il signor Alieni, facendo cenni con la mano che volevano significare — Tenetelo più lontano che sia possibile. — Nello stesso tempo si sforzò di sorridere, ma non gli riuscì, e fece una smorfia come se avesse inghiottito un chiodo.

Il tacito, ma ardente desiderio del poveruomo non fu secondato, perchè il recalcitrante fanciullo venne fatto sedere nel posto vuoto, che, come avvertimmo innanzi, era pressochè dirimpetto a quello del signor Alieni. Una nube di profonda tristezza si stese sulla fronte del fabbriciere.

Io ero il coppiere di Romilda. Ella mi diceva sempre, mentre io le versavo il vino nella tazza: — Un _ditino_, nulla più che un _ditino_. — Però questi _ditini_ mi tenevano in perpetue faccende, giacchè la poetessa sorseggiava continuamente il bicchiere.

La qualità caratteristica del banchetto non era la squisitezza delle vivande, ma l'abbondanza delle porzioni. V'era qualche cosa di omerico nei pezzi di carne che i commensali divoravano con suprema disinvoltura. Al giungere d'ogni pietanza io vedevo fissi sopra di me gli sguardi dei coniugi Meravigli, i quali venivano in aiuto delle cortesi insistenze della fantesca. Il signor Antonio diceva invariabilmente:

— Prenda, signor cavaliere, prenda senza complimenti. —

La signora Agnese dal canto suo osservava al marito con aria compunta: — Se non prende, vuol dire che non aggradisce. —

Ed io, per aggradire, mi rimpinzavo.

Grazie al cielo, non tardai a sperimentare la verità della teoria svolta dal Torelli nella sua _Fragilità_ circa gli alleati impreveduti. Qualche cosa di assai morbido venne a cacciarmisi fra le gambe, e io vidi con indicibile compiacenza che gli era un gatto. Nè la mia soddisfazione provenne soltanto dalla stima grandissima che ho per l'egregio animale che fu confidente del Richelieu e amico del Chateaubriand, ma ben anco dall'essermi subito venuto in mente ch'egli poteva riuscirmi di grande sollievo nelle mie strette. In fatti, pur continuando a dialogare con la poetessa Romilda e coll'economista Osteolo, io seppi dispor le cose in maniera che di tratto in tratto qualche grosso pezzo di carne scivolasse nella bocca del quadrupede, il quale, per alcun tempo, come fosse d'intesa meco, divorava la sua parte in silenzio. Non oserò dire che la cosa fosse conciliabile col _Galateo_, ma nessuno ha l'obbligo di schiantare.

Sennonchè, come disse il Petrarca:

Cosa bella mortal passa e non dura.

Il mio collaboratore, imbaldanzito della deferenza mostratagli, mi poneva ogni momento le due zampe anteriori sulle ginocchia. Non era cosa gradevole; pur non me ne dolsi, finchè una volta, avendo per inavvertenza abbassato troppo la mano, l'intelligente animale vi mise sopra le ugne con uno di quei movimenti subitanei e aggraziati, di cui il gatto ha il segreto. Il giovinetto spartano che, avendo rubato una volpe, seppe tenerla nascosta in seno senz'alzare un lamento, abbenchè ella gli dilaniasse le viscere, era un eroe, un eroe ladro, se vuolsi; ma le leggi di Licurgo non guardavano tanto pel sottile, e anzi giudicarono degno di premio l'atto audacissimo. Io sono un galantuomo, nè ruberei una volpe per tutto l'oro del mondo. Ma se giungessi a tale, e la bestia mi cacciasse i denti nelle carni, protesto che la lascerei andare pe' fatti suoi. La graffiatura del gatto mi fece alzar vivamente la mano, e mi strappò di bocca un _Ahi!_ I miei vicini di tavola intesero il mio lamento. — Il micio! il micio! — proruppe Romilda in tuono patetico. — Che animalaccio! Via, che lo chiudano nella sbrattacucina. — I coniugi Meravigli balzarono in piedi con doloroso stupore. — E le ha proprio fatto male? Che fatalità! Per amor del cielo, perdoni. Maria, Caterina, via il gatto.... Ma scusi, sa.... Ha bisogno di lavarsi la mano?... Veda, fa sangue. —

In mezzo alla commozione universale destata dalla mia disavventura, il piccolo Toniotto rideva sgangheratamente senza che lo sguardo fulmineo del genitore potesse metter freno alla sua ilarità. Con la condiscendenza propria dei vigliacchi, il signor Alieni per ingraziarsi il suo dirimpettaio faceva anch'egli il bocchino da ridere. Certo in questo incidente egli ravvisava un diversivo a qualche martirio inflittogli dall'_enfant terrible_ della casa. E infatti io mi ero accorto che il degnissimo signor Bartolommeo faceva di tratto in tratto uno di quei movimenti rapidi, convulsi che si fanno, quando si sente la punzecchiatura d'un insetto. Era invece il naso del fabbriciere preso di mira da certe pallottole di mollica di pane preparate accuratamente dall'amabile Toniotto, e slanciate con una precisione che avrebbe fatto di lui un ottimo tiratore di fionda.

La nobil donna signora Prassede Altamura fece udire la sua voce.

— È un bel gatto, — ella disse con l'aria di persona che se ne intende; — ma il più bel gatto, di gran lunga il più bel gatto, un gatto magnifico era quello del defunto conte Gaspare mio fratello, sia pace all'anima sua. Si dice che le bestie non si commuovano, ma io so che il giorno in cui morì mio fratello, l'ultimo maschio degli Altamura, il gatto si cacciò sotto il letto, e non volle prender più cibo, e dopo due giorni seguì il suo padrone. — E a questo punto si passò il rovescio della mano sugli occhi, non si sa se piangendo l'ultimo maschio degli Altamura, o il gatto fedele.

— Era nobile il gatto? — chiese il dottor Trigli.

L'erede dei feudatari si strinse nelle spalle infastidita.

— In fin dei conti — osservò il professor Romoli — anche dagli animali domestici si potrebbe trar partito per l'educazione. Ma — soggiunse toccandosi la fronte con le dita — a che vale che vi siano le idee, se non v'è il mezzo di porle ad effetto? Che cosa fa il Governo, o piuttosto che cos'è il Governo? Per me lo Stato libero non dovrebbe essere che un gran campo sperimentale, sul quale gl'ingegni fossero messi in grado di svolgere i loro concetti. Senza di ciò, quale è il prezzo della libertà? Niente.

— Niente — disse assentendo il farmacista — ossia niente e molto; niente, perchè non rende, molto, perchè costa. E io la tassa della ricchezza mobile non la posso mandar giù.... —

Il professore parve assai poco soddisfatto dell'appoggio datogli dal signor Storni.

— Non è questo, non è questo; — borbottò egli, scrollando le spalle.

— Ecco, — osservò il conciliativo signor Meravigli: — mi pare che vi sia una via di mezzo. Che il Governo abbia torto a non prendere in considerazione uomini del valore del signor Romoli, questo è fuori di dubbio.... —

Un mormorìo adesivo si fece intendere tutto intorno alla tavola.

— Ma che dall'altra parte possa sostenersi che la libertà non giova a nulla, mi sembra esagerato. Non dico per me, che, trattato con ogni deferenza dalle autorità locali, non oserei affermare di aver ricevuto particolari favori dal Governo centrale....

— Se è quello che ho sempre detto, — interruppe il farmacista; — si profondono onori a tutti, e una degna persona come il nostro signor Antonio non deve ancora esser nominato cavaliere....

— Silenzio, Storni, — gridò severamente il signor Meravigli, — non impiccioliamo in questa maniera le grandi questioni. Dato anche, e non concesso, che il Governo mi avesse un po' trascurato, dovrei forse per questo cambiare la mia bandiera politica? In fin dei conti, udo dei primi obblighi del cittadino non è quello di sacrificarsi? Eh, signori, la mia fede è troppo antica.... Esaltato mai, liberale sempre!

— Verissimo, — esclamò lo Storni.

— No, no, caro Storni, non c'è da farsene vanto; ma vi ricordate come spesso, durante il dominio straniero, io esternassi nella vostra farmacia idee sovversive. Il signor Alieni era allora un poco perplesso nello sue opinioni.... —

A sentir pronunciare nuovamente il suo nome, il signor Alieni fece un salto a guisa di pesce gettato ancor vivo nella padella, e rosso come un gambero balbettò in tuono piagnucoloso: — Ma, caro amico,... io perplesso.... non mi fate questo torto.... non vorrei che i signori credessero.... —

Il signor Meravigli aveva intanto smarrito il filo del discorso e non trovava più modo di raccapezzarsi. Onde il professor Romoli prese egli la parola, e sciorinò una lunga perorazione in favore delle istituzioni repubblicane.

— In teoria sono repubblicano anch'io, — disse il signor Meravigli; — e chi non è repubblicano? Ma in pratica, oh! in pratica non sono davvero.

— Ah! io comprendo soltanto le repubbliche di Grecia, — esclamò Romilda, — e per me il mondo non ha fatto che peggiorare d'allora in poi.

— Sommessamente non sono del suo parere, — esclamò il cavaliere Osteolo, tenendo sospesa la forchetta, — per me credo al progresso. Il commercio aumenta, le verità economiche si fanno strada, l'industria....

— Che industria? che verità economiche? che commercio? — urlò come un ossesso il signor Falco. Monopolio, intrigo, contrabbando!...

— Oh! oh! — disse il signor Osteolo.

— Oh! oh! oh! — soggiunse il signor Meravigli.

— L'ho detto e lo confermo in barba ai moderati.

— Bene! — interruppe il signor Romoli.

— La società presente è condannata a perire. I Governi sono ladri, ladri i Ministri, ladri i negozianti più o meno cavalieri.

— Signor Falco! — gridò il cavaliere Osteolo — ha ella voluto offendermi? — E senza lasciar tempo all'altro di aprir bocca, rispose da sè medesimo alla propria inchiesta. — Non lo ha voluto? Tanto meglio. Prendo la questione dall'aspetto generale, e sostengo che la classe dei negozianti è onestissima. — E così dicendo, agitava furiosamente una coscia di pollo arrosto.

— E io sostengo che una rivoluzione sociale è imminente e che la _Comune_ aveva ragione. —

Il signor Meravigli, che voleva far da paciere, si arrestò inorridito dinanzi a questa parola della _Comune_ e si nascose fra i suoi piatti.

La maggioranza dei commensali disapprova il linguaggio del signor Falco. La signora Prassede si fa il segno della croce e si copre il viso col tovagliuolo; Romilda mi prega di spruzzarle un po' d'acqua sulla fronte, io temo che nasca un precipizio:... ma, come seppi dappoi, il signor Falco è un uomo inoffensivo che va soggetto periodicamente a queste esplosioni, e che poi si calma da sè.

— Can che abbaia non morde, — mi disse dopo pranzo il dottor Trigli. — Il feroce signor Falco è un _comunista_ ricco, che in fin dei conti è molto più conservatore di me, e che nelle elezioni amministrative vota coi clericali. —

In mezzo a tutte queste escandescenze demagogiche il pretore nella sua qualità di pubblico funzionario s'era tenuto in un prudente riserbo. — Avrei potuto protestare contro le eresie del signor Falco, — egli mi osservò dopo tavola; — ma sono d'un temperamento tanto focoso che sarei certo diventato un basilisco. E allora si fa peggio. Io devo sempre tenere a mente che quello che dico e che faccio compromette il Governo! —

Quanto al signor Alieni, dopo aver preso la parola, come direbbero, _per un fatto personale_, egli si era studiosamente astenuto dalla discussione. Il suo pensiero era altrove. Al bombardamento regolare ch'egli sopportava in silenzio dallo sgarbato Toniotto, s'era aggiunta una nuova tribolazione. Fosse malignità della fantesca, o puro caso, fatto si è ch'egli era sempre l'ultimo servito. I suoi occhi seguivano con ansietà melanconica i piatti che andavano in giro, e quando vedeva ritardare il suo _turno_, la sua fisonomia assumeva l'atteggiamento che deve aver avuto quella del profeta Geremia, mentre contemplava le rovine della città _già così piena di popolo_.

Il pranzo procedeva verso il suo termine, e secondo il costume diveniva sempre più animato.

Alle frutta si versò lo sciampagna. Era il momento dell'eloquenza.

Il professor Romoli prese la parola per primo e propinò alla salute della famiglia Meravigli, cogliendo la bella opportunità per intercalare nel brindisi l'esordio del suo discorso _Sulla rinnovazione intellettuale in Italia_. Il signor Osteolo bevette alla prosperità dei commerci aventi a guida il decoro e il bene del paese. — Questo — egli concluse alzando il calice — questo fu sempre il commercio da me amato e praticato, ed i più pingui lucri non avrebbero potuto darmi ugual compiacenza. —

Era ben naturale che il signor Meravigli facesse il suo discorsetto. Narrò come, sempre, contro i suoi meriti, egli fosse stato ben veduto in paese dai cittadini e dalle autorità; come questa benevolenza fosse il maggiore suo conforto, la sua maggiore dolcezza. Soggiunse che, da quando la fortuna aveva voluto largirgli una figliuola del merito di Romilda, egli aveva stimato necessario di aprir la sua casa a tutte le persone cospicue che venivano in X***, e a questo proposito tessè i miei elogî, annunziò ch'io ero quasi suo parente, e continuò per alcuni minuti nella onesta ricerca di un punto fermo, che non gli fu dato trovare.

Liberarsi dal rispondere era impossibile. Ma ho promesso al lettore di non riprodurre il mio brindisi, e non mancherò certo alla data parola. Dirò soltanto che citai tre versi di Dante, uno del Petrarca, e uno giocoso del Guadagnoli, che paragonai il signor Meravigli all'Arabo ospitale che accoglie lo straniero nella sua tenda, che feci un'allusione galante a Romilda e che conclusi col proporre un viva alla salute della città di X***, e de' suoi abitanti.

L'effetto prodotto dalla mia arringa fu inarrivabile; il signor Meravigli corse ad abbracciarmi, Romilda dichiarò che mi avrebbe risposto se la commozione non glielo avesse impedito. Ma i suoi nervi erano così delicati, che tutto li metteva a soqquadro. Il professore Romoli, e il mio vicino, cavaliere Osteolo, mi diedero segni non dubbî del loro alto aggradimento.

Calmatasi questa effervescenza così lusinghiera al mio amor proprio, m'accorsi di qualche curiosa novità. Il capo stazione, che aveva serbato fino allora un contegno singolarmente tranquillo, era soprappreso da una ilarità repentina ch'egli sfogava intercalando parole francesi nei suoi discorsi e chiamando la fantesca _Mademoiselle_. — _Eh bien! qu'est-ce que tu as, Marie? Est-ce que tu ne crois pas à mon amour? Je bois à la santé de Mademoiselle Marie, la belle servante de la maison Meravigli!_ Signori, crederebbero forse ch'io fossi ubriaco, _ivre?_ Ah! s'ingannano, _vous vous trompez_; non è vero, Maria, _ma chatte?_ —

E nel pronunciare queste frasi egli era in piedi tenendo la domestica per un lembo del vestito, mentre con l'altra mano alzava il calice dello sciampagna e ne versava il contenuto sulla testa della signora Agnese Meravigli, la quale riceveva quest'abluzione come se avesse fatto la cura idropatica.

— Ah! signor Garleni, che cosa le pare? — chiese Romilda, nascondendosi il volto con ambe le mani.

Tentai confortarla, dicendole che è difficilissimo evitare in un pranzo cotal genere d'incidenti.

V'era però un altro spettacolo non meno degno di considerazione. Durante il mio brindisi il giovane Meravigli s'era cacciato sotto la tavola e s'era messo a tirare per le gambe il signor Bartolommeo, che, con l'usata mansuetudine, non faceva lagnanze, ma si contentava di starsene sulla difensiva, tenendosi stretto ai bracciuoli della seggiola. Se io fossi stato il commendatore Pasquale Stanislao Mancini, i cui discorsi cominciano all'alba e finiscono al tramonto, il pover'uomo avrebbe senza dubbio dovuto abbandonare la posizione; ma poichè io mi sono un ben più modesto oratore e la mia arringa non durò che pochi minuti, lo spiritoso ragazzo, accortosi di non poter più contare sulla distrazione dell'adunanza, lasciò la sua preda, e il signor Alieni potè riprendere il periclitante equilibrio con quell'aspetto di compiacenza infinita che la provvida natura fa succedere nell'uomo alle grandi tribolazioni. A ragione il Leopardi cantava:

.... Uscir di pena È diletto fra noi.

Una delle sentenze, con le quali è costume d'instillare negli animi l'idea della caducità umana, è quella che _ogni cosa che ha principio ha termine_. Era quindi naturale che anche il banchetto Meravigli finisse.

Romilda, ch'era la vera padrona di casa, diede il segnale d'alzarsi e tutti gli altri le tennero dietro, o, per maggiore esattezza di linguaggio, si provarono a tenerle dietro. Come avviene degli eserciti, che nelle marcie perdono sempre un buon numero di sbandati; così nel passaggio tra il salotto da pranzo e quello in cui si doveva bere il caffè, andò dispersa parte della comitiva. Il pretore e il farmacista appena alzatisi di tavola si abbracciarono senza un perchè al mondo, e rimasero alcuni secondi in questo atteggiamento patetico. Il signor Alieni, grave, obeso, con occhi piccini e col tovagliuolo al collo, mossosi a guisa d'un vascello che leva l'àncora, cercava a passi tardi una poltrona elastica ch'egli sapeva dovervi essere nel corridoio fra le due stanze, e, trovatala, vi si lasciò cadere con tutto il peso della sua persona, e in un attimo si addormentò, russando profondamente. Quanto al capo stazione, egli voleva a tutti i costi aiutare Maria a sparecchiare la tavola, e prendendola ogni momento per la cintura, gridava: — _Ah Marie, ma belle!_ —

Io, sanissimo e di mente e di corpo, come il lettore può credere, porgevo il braccio a Romilda, la quale, fosse effetto del pranzo o d'altro, vi si riposava con un certo abbandono che avrebbe potuto essere voluttuoso; il signor Meravigli accompagnava la nobil donna Prassede Altamura, che diceva come il conte Gaspero suo fratello solesse ripetere costantemente: essere lecito al nobile l'ubriacarsi, non al plebeo; la signora Agnese era per un momento rimasta sola, visto la distrazione del dottor Trigli e le voglie erotiche dell'altro suo vicino, il capo stazione; ma l'officioso signor Osteolo si era fatto un dovere di supplire alla manchevole galanteria dei due cavalieri accompagnandosi alla gentil dama, che gli faceva gli occhietti teneri.

Il caffè è già bevuto, Romilda è seduta sopra una scranna d'onore davanti a un tavolino, su cui sta un bicchier d'acqua, l'adunanza è atteggiata ad una aspettazione piena di rassegnazione, i coniugi Meravigli sono in faccende intorno alla figliuola, il terribile Toniotto è costretto a rimanere nel salotto durante tutta l'accademia, sia per inebriarsi nei parti poetici della sorella, sia per non tormentare i sonni del mansueto signor Alieni. Il pretore e il farmacista si sono sciolti dal loro amplesso e riuniti al grosso della comitiva. Sono però entrambi addossati allo stipite di un uscio e si tengono con le braccia intrecciate come i due Aiaci nell'opera _La belle Hélène_. Con le mani nelle tasche del panciotto, il signor Falco siede vicino alla nobil donna Prassede Altamura e fa delle boccaccie, che originariamente erano destinate ad esser sbadigli.

Io ho vicino a me la piccola Eloisa. Ella mi passò dappresso, mentre io prendevo il mio posto dirimpetto a Romilda, e la chiamai per nome.

Parve sorpresa, ma non turbata: si fece rossa, pur non si schermì affatto, e si lasciò prendere per la mano. In verità v'è nel suo portamento qualche cosa di sì composto e aggraziato, che il mio sguardo stanco della caricatura e volgarità dei signori Meravigli e de' loro ospiti non sa staccarsi da quella personcina modesta e vereconda, da quel volto non bellissimo, ma intelligente, e diffuso d'una cara espressione di gentilezza e di bontà malinconica. Eloisa porta il vestito corto come si usa dalle fanciulle, e in fatto ella è tuttora fanciulla; però in quel periodo della fanciullezza che confina con l'adolescenza. I suoi capelli d'un castagno scuro sono lisci e finissimi, e le scendono giù dalla nuca raccolti in due lunghe treccie....

— Eloisa, tirati in là, non dar noia al signor Garleni, — disse Romilda.

— Ma sono io che l'ho pregata di starmi vicino; è un mio gusto.

— Romilda fece una smorfia, come volendo dire: — Un gusto scipito! —

Intanto il signor Meravigli chiudeva la finestra dietro alla poetessa, affinchè il fresco non le facesse male, e la signora Agnese le porgeva un quaderno, rasciugandole col fazzoletto i sudori della fronte, e dicendole:

— _Fai a pianino_, cara, non _investirti_ troppo. —

Romilda fe' un gesto di languido assentimento, e prese il quaderno.... Ci siamo!... Ma le mancava ancora qualche cosa.

— Toniotto! Eloisa! — ella gridò in tuono imperativo — datemi lo _sgabellino_ che è lì in quel _cantuccio_. —

Prima che i nominati potessero muoversi, l'ordine era stato eseguito dai signori Romoli e Osteolo, slanciatisi sulla preda con nobile gara.

— _Disutilacci!_ — sclamò Romilda rivolgendosi al fratello e alla sorella — _Disutilacci!_ O che non potevate muovervi voi? Come siete tardi! Non si direbbe che ci corre lo stesso sangue nelle vene. —

Eloisa chinò il capo senza rispondere. Si capiva ch'ella era avvezza a queste rampogne e che stimava inutile ogni tentativo di giustificarsi.

Ts! ts! ts! La declamazione ha principio.

Nessuno fiata. Il primo canto è dedicato all'Italia. Come il Leopardi, l'autrice domanda armi:

A me pur date un brando, un moschetto!

— Che sentimenti! — disse il pretore che rientrava in sè.

— E che versi! — esclamò il professor Romoli.

Il signor Meravigli in punta di piedi fa il giro della stanza, e viene per di dietro a battermi sulla spalla.

— Che cosa le pare, eh?

— Ah! bellissimo, — rispondo io in sussulto.

Eloisa, che mi stava ritta vicino e ch'io teneva per mano, rivolse i suoi occhi espressivi verso di me, quasi per indagare la sincerità del mio elogio.

Silenzio! Si ricomincia. Dopo la poesia politica, la poesia elegiaca, sentimentale. Vi furono _il mesto salice_, _la candida luna_, _l'onda tremula_, _la pallida vergine_ e _il biondo menestrello_.

Alla qual parola, non so per che associazione d'idee, Toniotto diè in uno scoppio di risa così clamoroso che il padre, montato in furore, lo cacciò a forza dalla stanza, consegnandolo a Caterina.

Finalmente udimmo un sonetto _sulla morte di Cleopatra_, tèma pieno di attualità, un altro che voleva essere spiritoso _sul secolo di ferro_, e un terzo _sull'educazione_, ch'era ispirato dal discorso del professor Romoli, e commosse siffattamente l'esimio pedagogo da costringerlo a soffiarsi il naso parecchie volte per aprire un varco indiretto alle lagrime.

Terminata la declamazione tra unanimi applausi e grugniti accademici, i coniugi Meravigli abbracciarono la loro figliuola, le rasciugarono nuovamente il sudore e le raccomandarono di star quieta alcuni minuti e di ricomporsi. Indi la signora Agnese chiamò Eloisa e la condusse a dare un bacio alla sorella, dicendole: — Quand'è che _ti_ diverrai simile a Romilda? —