Racconti e bozzetti

Part 29

Chapter 293,732 wordsPublic domain

— Non favellarmene, o babbo, — proruppe ella con uno scontorcimento che voleva essere grazioso; — a voi altri che non sapete alzarvi un _pocolino_ più in su delle vostre _faccenduole_ può anche parere, ma chi chiude in seno anima d'artista qui deve morir d'asfissia.... Già prevedo che questa sarà la mia fine. —

E così dicendo lasciò cadere la testa come un limone

Troppo grave al picciuol che lo sostiene,

e incrociò le braccia sulle ginocchia in atteggiamento di vittima.

I coniugi Meravigli parvero dolorosamente colpiti da questo lugubre pronostico e mi guardarono quasi chiedessero conforto a me.

— Però — io osservai alla povera Saffo — la solitudine è propizia agli studî, ed ella, che ama la poesia, può attendere al culto delle Muse meglio qui che tra i clamori di una gran città.

— È quello che mi scriveva ier l'altro anche.... (e nominò un letterato italiano di qualche grido) — ma questa non è la solitudine. Oh così pur fosse! Qui mi sembra di essere a Recanati come il gran Leopardi che vi logorò la sua anima. —

Povero Leopardi, io pensai, che similitudine lusinghiera per te!

— Veda, — interpose il signor Meravigli, — io potrei anche adattarmi a mutar paese; ma oltre che difficilmente troverei un luogo ove fossi così ben voluto da tutti, autorità e cittadini, come son qui, gli è che non so dove andare. I miei poderi gli ho in questi dintorni, gli altri due miei figliuoli che, pur troppo! non hanno il talento di Romilda, si compiacciono in questa vita mezza di campagna e mezza di città....

— Via, via, smettiamo; — disse Romilda con un sorriso smorto e con l'aria di persona che è sempre avvezza a sacrificarsi per gli altri. — E lei, signor Garleni, coltiva pure le lettere? E, se è lecito, si occupa di poesia lirica, didascalica, o epica? —

Mi affrettai a rispondere ch'io non ero altrimenti un vate, ma solo scribacchiavo di tratto in tratto qualche bagattella, e per lo più in prosa.

— Ah! la prosa, lo confesso, mi pare non basti alle anime di fuoco. Le mie _cosuccie_ io le ho sempre scritte in versi.

— E gli farai sentire qualcheduno de' tuoi lavori al signor cavaliere, non è vero, Romilda? Son certo ch'egli ne avrà piacere. —

Messo così fra l'uscio e il muro, sfido io a risponder di no. I paladini della sincerità ad ogni costo mi fanno una rabbia da non dirsi. Se a questo mondo si dovesse spiattellare tutto quello che si pensa, io credo che non vi sarebbe cittadino, il quale potesse passar ventiquattr'ore senza essere picchiato. Non nacqui con la voluttà del martirio e debbo umilmente riconoscermi reo di alcune piccole transazioni. Non mai a fine inonesto, lo giuro; non mai una lusinga mi fruttò onori o ricchezze. Detto ciò a scarico di coscienza, tiro innanzi.

— Il signor Meravigli si è bene apposto, — io risposi, mettendo insieme una frase cruschevole per essere all'altezza della situazione. — Se la signora Romilda volesse aver la bontà.... —

La signora Agnese dopo i primi complimenti era rimasta muta come un pesce. In quel momento però ella stimò opportuno di rompere il ghiaccio. Avvicinò la sedia a quella della Romilda, e, passandole un fazzoletto sulla fronte, uscì in queste parole:

— Mi sembra che tu _sei_....

— _Sia_, — disse Romilda.

— Che tu sia un po' sudata, — continuò la signora Agnese senza scomporsi. — Sarebbe forse meglio che _ti_ leggessi più tardi....

— _Tu_, — proruppe la giovinetta con mal celata impazienza.

— Per esempio, dopo pranzo.

— Sì, sì, — esclamò il signor Meravigli, — è verissimo; adesso fa troppo caldo. Dopo pranzo ci sarà anche qualchedun altro.

— Fate voi, — disse Romilda. — Del resto son _cosine_, sa. Fu troppo buono il.... (e pronunziò il nome d'un altro letterato), il quale me ne scrisse quasi entusiasticamente. Anzi credo d'aver la lettera nel taschino del vestito. —

Com'era naturale, l'aveva e me la porse.

Era un panegirico.

— Vedo ch'ella ha il suffragio di critici distintissimi....

— Oh! non mi gonfio per questo. So di far male e desidero la censura. Nessuno è più tollerante di me verso la critica. Non mancarono i biasimi alle mie poesie. Chi le trovava oscure, chi esagerate, chi una cosa e chi l'altra. _Poveracci!_ Come s'io non avessi uno stile perspicuo, e non mi studiassi soprattutto di esser naturale. Dicano pure quello che vogliono, ma ch'io non sia chiara, ch'io sia esagerata!... —

Così la signora Romilda Meravigli dava prove luminose della sua tolleranza.

Il dialogo andava languendo. O la dotta giovane si era disingannata sul mio conto, o ella era occupata nella gestazione di qualche capolavoro. La madre di lei colse l'opportunità per uscire del suo silenzio e dirmi a bassa voce, in un linguaggio che avrebbe lasciato largo campo alle osservazioni della figliuola, quanto ella fosse superba di Romilda, e quanto dissimile da quel portento fosse l'altra sua prole.

— Non a tutti è concesso essere uguali, — diss'io filosoficamente.

— È quello ch'io ripeto sempre a Romilda. —

Non potendo dimenticare lo scopo della mia gita a X***, mi permisi di rinfrescarne la memoria al padrone di casa.

Egli si drizzò tutto d'un pezzo come quei fantocci, sotto cui si fa scattare una molla, e mi disse:

— A sua disposizione, signor cavaliere. Basta prendere il cappello ed andarsene. —

Com'io mi alzavo in piedi, Romilda si scosse, arrovesciò alquanto il capo sulla spalliera della seggiola e mi porse languidamente la destra con un fare sentimentale. — A rivederci, signor Garleni. —

La signora Meravigli venne ad aprirmi l'uscio, si lasciò stringer la mano con la stessa annegazione di prima e mi disse elegantemente: — _Si conservi._ —

Mutar noia è, fra le disgrazie, una delle minori, e quando io uscii di quella stanza mi parve di respirare. Il cortile era deserto, e solo una gallina passeggiava su e giù con grande prosopopea, sostando di tratto in tratto come a far le sue riflessioni, poi scrollando vivamente il capo e tirando innanzi. Forse ella pensava alle compagne che, poco addietro, applicavano seco il metodo peripatetico, ed ora bollivano nella pentola in mio onore.

Il pretore era un uomo molto loquace, il quale mi porse tutte le informazioni che mi occorrevano; ma mi fece perdere in ciarle tre quarti d'ora, abbenchè io ad ogni pausa tentassi d'andarmene. Perchè il degno funzionario aveva tra gli altri meriti quello di tener le mani sul vestito dei suoi interlocutori, sia levandone qualche filo bianco che vi si trovasse per avventura, sia afferrandoli per la falda acciocchè non partissero. Ogni volta ch'io accennavo a fare un movimento sulla seggiola, egli prendeva un lembo del mio soprabito, ond'io dovevo acconciarmi all'immobilità per non mettere a repentaglio una parte così importante dei miei indumenti.

Mentre l'egregio funzionario parlava, il signor Meravigli ascoltava con aria di soddisfazione, e non già per riverenza ch'egli avesse di quel personaggio, ma sibbene perchè quel personaggio cantava le lodi di lui su tutti i tuoni. Ed io appresi in questo modo che il signor Meravigli era comandante della Guardia Nazionale, e ch'era stato sindaco e tale avrebbe potuto essere ancora, solo che lo avesse voluto, ma era troppo modesto.

— Gran virtù la modestia, — soggiunse il pretore; — ma in uomini come il signor Meravigli la modestia è un peccato. —

Il signor Meravigli strinse con effusione la mano del suo panegirista.

— Del resto — disse il signor pretore, socchiudendo gli occhi con maliziosa importanza — del resto le cose municipali qui non vanno bene. Bisognerebbe che tutti fossero come il nostro signor Antonio. —

Il signor Antonio fece un mezzo inchino biascicando un lunghissimo _Oh!_

— Abbiamo già avuto in due anni cinque crisi municipali, provocate tutte da un monumento.

— Un monumento! — esclamai.

— Sicuro; d'un nostro concittadino fucilato nel 1849 dagli Austriaci. Non c'è stato mai verso di mettersi d'accordo sul luogo, in cui collocarlo.

— Ma scusi, — obbiettai, — non si va a' voti?

— Sì signore; ma non essendovi nel nostro regolamento comunale alcun articolo che vieti di riproporre in Consiglio le cose già votate, il giorno dopo una decisione presa in un senso i fautori del partito opposto si presentano compatti, rimettendo all'ordine del giorno la loro proposta, e trionfano.

— Così la non si finisce più, — diss'io.

— È precisamente quello che ho sempre detto.

— E nemmeno i giornali vanno mai d'accordo, — osservò il signor Meravigli.

— Ah! si stampano anche qui giornali?

— Sicuramente; due: il _Riscatto_ e la _Rinnovazione intellettuale_. Il primo esce la domenica ed è governativo; il secondo si pubblica il giovedì, e quantunque non si occupi di politica, si vede che tende all'opposizione. Non si possono soffrire, ma vanno a gara per inserire nelle loro colonne i versi della signora Romilda. —

Il signor Meravigli s'inchinò.

Felicissimi abitanti di X***! dissi fra me, che possono leggere nelle loro due effemeridi i parti poetici di sì illustre scrittrice.

Quando a Dio piacque, ci fu dato muoverci. Compresi che il pretore era anch'esso uno dei commensali, e che tali sarebbero pure altre persone ch'io non avevo vedute e che rappresentavano l'eletta del paese. Non ti dispiaccia, o lettore, se cominciando da quel momento io ruminai un brindisi, che però prometto e giuro di non trascrivere su queste pagine.

Le bellezze di X*** non mi trattennero gran fatto. Il signor Meravigli, mentore assiduo ed infaticabile, mi condusse nella cattedrale, nel teatro, nel casino di società, nell'accademia dei _Ben Pasciuti_, nel viale di platani ove tre volte per settimana suonava la banda cittadina, e ove almeno c'era un po' di moto e d'allegria.

Fatta questa gita, nella quale io manifestai il mio alto aggradimento delle cose vedute, ci avviammo nuovamente verso casa Meravigli.

Erano fermi sulla soglia due degl'invitati, il farmacista Storni e un personaggio nuovo, il dottore Trigli. Se i cappelli avessero una fisonomia, io direi che il lucidissimo cilindro del farmacista pareva altrettanto sorpreso di trovarsi su quella testa, quanto pareva la testa di portar quel cappello. Il povero Storni aveva sempre le mani in moto per rassettarselo, e le due ciocche rossiccie, che spuntavano con tanta grazia di sotto all'usato berretto, si trovavano invece a disagio con quell'insolita acconciatura. Era evidente che al signor Storni, come a Napoleone III, non conferiva il _coronamento dell'edificio_. Nulla dirò adesso del dottore: mi parve tosto parlatore facondo ed era di fatto, nè aveva la maldicenza meno pronta della parola.

Nel salotto ove, a mo' di presentazione, mi fu sciorinata una filastrocca di nomi, i raccolti si dividevano in due gruppi. Da una parte, intorno a Romilda, gli uomini dotti; dall'altra, intorno alla signora Agnese, i personaggi di minor rilievo. Fra questi mi colpì primo un fanciullo dai dieci agli undici anni, ch'era quello appunto ch'io aveva visto il mattino far le boccaccie dietro una porta. Gli stava presso una ragazzina forse tredicenne che si lasciava sermoneggiare da una donna di mezza età, la nobile signora Prassede Altamura, discendente dagli antichi feudatari d'un borgo vicino, e risoluta di non maritarsi fintanto che un patrizio d'alto lignaggio non volesse offrirle la sua mano e un nome che valesse quello degli Altamura. Non essendosi presentato nessuno, ella conservava il bene prezioso della sua verginità, tanto più secura da ogni insidia, in quanto che ella era brutta e senza quattrini. All'altro lato della signora Agnese sedeva un signore attempatello con pochi capelli grigi aderenti alle tempie, senza un pelo di barba, con certi occhi scimuniti che parevano scattare fuori dell'orbita e con ciglia rade e quasi invisibili. Quella fisonomia così squisitamente imbecille mi restò impressa per lungo tempo. La mi ricordava qualche cosa ch'io non sapevo definire, finchè, giorni fa, al pranzo di nozze d'un amico, visto imbandire un grandissimo pesce lesso, balzai sulla seggiola con un moto invincibile di riconoscimento. Era ben desso, era il signor Baldassare Alieni, possidente di X***; o se non era lui, era per lo meno il suo fratello di latte.

Vorrei trattenermi in questo crocchio abbastanza comico, dove la signora Agnese trovandosi lontana dalla sua Romilda parla il dialetto; vorrei esaminare lo sgarbatissimo Toniotto, disperazione de' suoi genitori; vorrei soprattutto studiar davvicino la Eloisa, sorella minore della sapiente Romilda, tenuta in poco conto dalla famiglia, eppure dall'aspetto simpatico, e pieno d'una malinconia soave.... ma l'astro della casa mi chiama: eccomi a' tuoi piedi, o Romilda!

— Il direttore della _Rinnovazione intellettuale_ desidera una speciale presentazione, — disse la dea, additando con aria di regina un uomo di mezzana statura, vestito di panni neri, alquanto sgualciti. — Il dottor Augusto Romoli si occupa specialmente di questioni didattiche, — ella soggiunse; poi inchinò alquanto il capo, appoggiando la fronte su due dita della mano sinistra, e sospirò: — Oh le venture generazioni! —

Posto in tal modo il problema educativo, si tacque.

Se io avessi veduto nella città di X***, nonchè un fiume, un corso d'acqua qualunque, avrei creduto fermamente che il signor Romoli ne fosse uscito in quel punto. La chioma nera, lunga e distesa, la barba pur nera che gli adombrava buona parte del viso e i cui peli scendevano in linea convergente fino ad unirsi in un pizzo a quattro dita sotto il mento, i vestiti lucidi per tarda età ed attillati alla persona, tutto insomma gli dava l'aspetto di un annegato.

Non istetti molto ad accorgermi che il signor Romoli era di opinione repubblicano.

— Miserrima Italia! — egli sclamò — che credi di esser libera ed una. —

Osservai rimessamente che, dacchè avevamo anche Roma, quanto all'unità non c'era obiezione possibile.

— Che unità! che unità! — gridò egli accendendosi in volto. — Unità di schiavitù! unità di vergogna! Dov'è il rispetto agl'ingegni onde vanno segnalati i popoli degni d'avere una patria? Eh, signore! Io lessi quattro anni fa un discorso sulla _Rinnovazione intellettuale in Italia_, lo mandai ai quattro Ministri dell'istruzione pubblica che si sono succeduti.... crede ella che se ne siano nemmeno accorti? Eppure insigni uomini, a cui trasmisi quel mio lavoro, gli fecero lusinghiere accoglienze, come può vedersi anche nell'ultimo numero del mio periodico, che mi pregio di offrirle insieme con un esemplare del mio discorso. —

Così dicendo, mi porse entrambi i preziosi oggetti. Sfogliai il giornale che si pubblica in fascicoli di otto pagine, e mi fu argomento di non lieve maraviglia il vedere che gli articoli s'intitolavano quasi tutti allo stesso modo: _Della rinnovazione intellettuale, discorso letto dal professore Augusto Romoli all'Accademia dei Ben Pasciuti il 4 maggio 1867. — Giudizî d'illustri Italiani_; oppure: _Sulle idee pedagogiche del professore Romoli — lettera al Direttore_; o infine: _Sulla necessità di riformare l'istruzione in Italia secondo le idee esposte dal professore Romoli nel suo discorso del 4 maggio 1867_. Onde mi persuasi sempre più dell'esistenza dei _ruminanti intellettuali_. Chiamerei con questo nome coloro, e non sono pochi, i quali avendo un giorno della loro vita esternato un'idea, o messo in carta quattro righe, o pronunziato in un'adunanza poche parole, fanno di quell'idea, di quello scritto, di quelle parole il perno della loro esistenza e vi tornano su le migliaia di volte, tanto per riuscire a persuadere anche gli altri che hanno realmente o detto o fatto qualche cosa di grande. Costoro abusano della facile condiscendenza degli uomini illustri, che, quando si sentono lodati, lodano, e si cacciano attorno ai potenti ed ai celebri mendicandone lettere e dichiarazioni lusinghevoli, di cui si fanno sgabello per mettere in mostra la loro stolida vanità. E i potenti ed i celebri, pur di levarsi la seccatura, profondono a cotali pigmei incoraggiamenti, onde il campo degli studî si popola di miserabili ortiche. Che il professore Augusto Romoli non abbia trovato ascolto presso il Governo, è per me oggetto di gradevole meraviglia, e proporrei una lapide commemorativa con la seguente epigrafe:

AI QUATTRO MINISTRI DELL'ISTRUZIONE PUBBLICA CHE NON DIEDERO RETTA AL PROFESSORE AUGUSTO ROMOLI IL POPOLO ITALIANO RICONOSCENTE.

Mentre il signor Romoli mi spiegava il suo concetto di riforme, mi era seduto dall'altro lato il signor Guglielmo Osteolo, cavaliere de' Santi Maurizio e Lazzaro, uomo ricco, negoziante accorto, che si spacciava come protettore delle lettere e delle scienze. Egli approfittò della prima pausa del dottor Romoli per chiamare sopra di sè la mia attenzione.

— Veda, signor cavaliere, — egli mi disse, — io non so intendere coloro che, per essere negli affari, fanno divorzio dagli studî. Nei limiti delle mie forze ho sempre cercato, lo confesso, di coltivarmi lo spirito, specialmente per quanto riguarda le discipline economiche. E poi, per chi sappia guardar le cose un po' a fondo, il commercio non si associa egli benissimo con gli studî?

— Senza dubbio, — risposi.

— Certo che bisogna saperlo esercitare, bisogna metterci dentro qualche cosa che non sia il vile interesse. —

Guardai attentamente il signor Osteolo. Egli non mi aveva aspetto di filantropo.

— Posso dire senza ostentazione — continuò questo negoziante modello — che negli affari ho sempre cercato piuttosto il decoro che l'utile. Avrei potuto ritirarmi da molto tempo, chè, grazie al cielo, una discreta fortuna l'ho messa da parte; ma (che vuole?) l'idea di giovare al paese, di dare un buon esempio, mi ha consigliato a restare. Sono così pochi quelli che lavorano in Italia! E glielo assicuro in coscienza mia, quando vedo altre case che sorgono e mi contrastano il terreno, non ne ho dispiacere: tutt'altro. Purchè lo facciano con delicatezza, con onestà, sarei io il primo a stringer loro la mano, dicendo: — Bravissimi! Ben fatto, per Dio!... Sono così; non c'è merito alcuno, ma sono così. —

E nel pronunziare queste parole apparve tanto commosso della propria bontà ch'io sono sicuro che, se un uomo potesse baciar sè medesimo, il signor Osteolo in quel momento si sarebbe baciato con la massima effusione.

— Del resto il signor Romoli sa s'io faccio quanto posso per favorire i veri ingegni. —

Il signor Romoli s'inchinò in atto di approvazione, dicendo: — Così fossero tutti!

— Le mie occupazioni mi conducono in giro per la provincia, e posso assicurare che non v'è caffè dei villaggi vicini ch'io non abbia associato alla _Rinnovazione intellettuale_. Il giornale è buono, tende a rialzare la moralità e l'intelligenza pubblica; dunque va diffuso: questo è il mio ragionamento. E se ciò mi costa qualche sacrificio pecuniario, sia pure. Non dobbiamo tutti sacrificarci pei nostri simili? E poi, sono fatto così; non c'è merito, ma son fatto così. —

E il signor Osteolo e il signor Romoli si diedero una stretta di mano tanto vigorosa, che al negoziante scivolò di tasca un piccolo involto di carte.

— Scommetterei che sono fogli di pensione comperati al cinquanta per cento, — mi bisbigliò all'orecchio il dottor Trigli che stava ritto dietro la spalliera della mia seggiola.

La malignità umana è pur grande. Ecco un uomo che io mi sarei dipinto come un martire del lavoro e della benevolenza, se il ghigno amaro di Mefistofele non fosse venuto a cacciarsi tra me e la mia visione e non le avesse dato di botto le linee poco seducenti di uno strozzino.

Discorrere di tutti i personaggi che si trovavano nel salotto mi parrebbe superfluo. Oltre a quelli già menzionati v'era il capo stazione, a cui il signor Meravigli dimostrava la necessità di avere un sindaco, schermendosi delle offerte che gli venivano fatte, acciocchè accettasse egli medesimo la carica. Due signori che m'erano stati presentati, ma il cui nome m'era sfuggito, subivano le dissertazioni del signor Romoli e intesi che l'uno di essi diceva:

— È chiaro; così non si può andare innanzi. —

La signora Agnese e la sua vicina, avendo probabilmente esaurito ogni soggetto di dialogo, guardavano insieme il soffitto, la Eloisa si era dileguata, il signor Baldassare Alieni teneva l'occhio rivolto con una impazienza mal celata dalla timidezza verso l'uscio, da cui doveva venir l'annunzio del pranzo, e Toniotto era accovacciato dietro la seggiola di questo signore con una tranquillità che pareva pochissimo conforme alla sua età e alla sua indole.

Finalmente s'intese la parola aspettata: _È in tavola_.

Sorgo, offro il mio braccio a Romilda, e sto per aprire la marcia. Un mugolìo lamentevole si leva dall'angolo, ov'è seduto il signor Alieni. Cielo! quel simpatico cittadino sarebbe colto da improvvisa indisposizione? Fatto si è ch'egli non può alzarsi. Si accorre in suo aiuto. Il signor Alieni è accuratamente legato alla seggiola.

— Ecco, — dice il mansueto uomo con voce tremula, — forse mi sarò legato io stesso giocherellando sbadatamente col vestito.

— Che vestito! Se c'è un gomitolo di spago.... —

Il signor Meravigli padre si spicca dal braccio della nobil donna Prassede Altamura, e ghermisce per un orecchio il signor Meravigli figlio, il quale era seduto placidamente sopra uno sgabello come se il fatto non fosse suo.

Romilda, che è tuttora a braccetto a me, congiunge le mani ed esclama: — Dire ch'è mio fratello! —

Il signor Meravigli figliuolo subisce la strappata d'orecchi con rassegnazione spartana, e guardando fiso il signor Alieni gli fa con la mano quel segno che vuol dire: — Aspetta che me la pagherai. —

Se il lettore è un poco filosofo non istupirà che il signor Toniotto Meravigli, dopo aver legato alla seggiola il signor Alieni, voglia anche fargliene pagare le conseguenze, perchè queste son cose che si vedono tutti i giorni.

Quanto al signor Alieni, egli, crescendo in mansuetudine con le circostanze, dice:

— Lo lasci stare, caro Antonio, lo lasci stare, non è stato lui, credo d'essere stato io medesimo; sono tanto sbadato!... —

Ma il signor Antonio non abbandona la preda, e, anzi, chiedendo licenza, passa avanti di tutti, e porta il delinquente fuori di stanza, rincarando la dose con alcuni scappellotti, che però strappano appena un sordo muggito alla vittima.

Romilda si copre gli occhi con la mano per non vedere questa vergogna domestica, e il signor Romoli osserva che, se i ragazzi fossero educati col metodo suggerito dal suo discorso, non accadrebbero siffatte cose.

Siamo a tavola. Ho alla mia destra Romilda e dall'altra parte il signor Osteolo. Il professore Romoli è alla destra della poetessa ed ha per vicino il farmacista Storni. La nobile signora Prassede Altamura è fra lo Storni e il pretore. Dirimpetto a noi sta la signora Agnese, avente per suoi cavalieri da un lato il capo stazione, dall'altro il dott. Trigli. Segue il personaggio, il quale nel colloquio col signor Romoli aveva dichiarato che così non si può andare innanzi e che seppi chiamarsi il signor Falco. La ragazza Meravigli, la cui fisonomia mi riesce sempre più simpatica, è fra questo signore e suo padre. Il signor Alieni è invece alla sinistra del capostazione, e l'idea di essere a tavola lo ha trasfigurato. Egli si frega lo mani in silenzio dopo di aver passato un lembo del tovagliuolo sotto il colletto. Il signor Antonio, che, come si addice al padrone di casa, è a capo di tavola, si trova cinto e quasi nascosto da monti di piatti e zuppiere d'ogni dimensione.... Vedo un posto vuoto a breve distanza da me e quasi in faccia al signor Alieni. La spiegazione non si fa attendere. Entra in salotto da pranzo la Caterina (che è la fantesca di nostra conoscenza) e chiama la signora Agnese. Quella si alza e viene a confabulare con l'autorità culinaria della casa. Sono a pochi passi da me e colgo questo dialogo:

— Signora, Toniotto ha già rovesciato due casseruole, pensi adunque che cosa si deve farne, perchè in cucina non lo voglio sicuramente. —