Racconti e bozzetti

Part 28

Chapter 283,756 wordsPublic domain

Io ero ancora troppo fievole per continuare il colloquio, ma fissavo con occhi intenti quel suo volto pensoso, e quand'ella si alzò nuovamente, e dinanzi allo specchio ricompose alquanto il suo abbigliamento e ravviò sulla fronte i capelli disordinati, io le tenevo sempre dietro con lo sguardo e, più ancora, con l'anima. E pensavo agl'incidenti di quella notte, e ad un'altra esistenza isterilita in gran parte per colpa mia. Sì, v'era un'altra persona che s'avvicinava a quello stadio della vita, in cui le maggiori dolcezze non sono più che una memoria ed un desiderio; v'era un'altra persona che per me aveva logorato i suoi anni più belli, compressi i suoi palpiti più ardenti, anticipato l'età, in cui ogni passione si spegne naturalmente.... Oh! babbo: ho bisogno di dirtelo? Quella persona eri tu. Espiare i miei torti, riparare a due sventure in un tempo, qual nobile impresa non era la mia? Quanto più io ero stata fino allora sospettosa, egoista, tanto più sentivo corrermi l'obbligo di essere ormai il buon angelo della casa, di farmi uno stromento di quella felicità che avevo voluto impedire. Ebbene, babbo, da quell'istante io non ebbi altro pensiero. Ciò che tu provassi per la signora Fanny ormai io lo sapevo....

— Ma tu t'inganni, Clarina, ma tu deliri; — proruppe il signor Emilio, visibilmente commosso.

— No, non m'inganno e non deliro, e nulla potrebbe sradicare questo convincimento dall'animo mio. Quello ch'io non potevo sapere ancora con ugual sicurezza era ciò che pensasse la signora Fanny. Da quell'istante, usando un'arte ond'io non mi credeva capace, spiai accortamente ogni suo atto, ogni parola, ogni sguardo.... e infine....

— Infine, che cosa? — chiese il signor Emilio, mal potendo nascondere la sua agitazione.

— Zitto! — gridò Clarina, tendendo l'orecchio.

Il campanello di strada aveva suonato, il gatto Artaserse con un immenso e incivile sbadiglio si era ritto sulle quattro zampe arcuando portentosamente la schiena, tanto da parere un dromedario, l'Angelica s'era scossa ella pure, dicendo con rara ingenuità: — Oh!... hanno suonato.... Ero lì lì per addormentarmi.... — intanto s'intese aprire e poi chiudere l'uscio della scala, e un passo di donna si fece sentire nell'andito.

— È proprio la signora Fanny che viene a farci la sua solita visita, — disse Clarina, muovendosi in fretta per andarle incontro.

— Bada, Clarina, — interpose serio serio il signor Emilio, — che non voglio fanciullaggini. E tutta la cicalata di questa sera dev'esser come non avvenuta.... Già, io uscirò di casa.... E si alzò in piedi, inquieto, turbato.

— Un momento, un momento, — susurrò la vispa ragazza con accento deciso.

Era appunto la signora Fanny, vestita a bruno, e con una fascia di lana violetta intorno al capo e alla bocca.

— Come siete rossa in viso, signora Fanny! — sclamò Clarina, aiutandola a levarsi d'intorno lo scialle e la fascia. — Fa proprio freddo fuori?

— Si gela.

— Ebbene; mettetevi presso al camminetto. Su, Angelica, falle posto. —

La zittellona si levò un po' brontolando, e tenendo fra le braccia il preziosissimo micio che dava segni non equivoci di disapprovazione.

Mentre la signora Fanny stava per sedersi, la Clarina disse con indifferenza e come se si trattasse d'una cosa da nulla:

— A proposito, signora Fanny, la sapete la notizia?

— Quale?

— Che il babbo è sul punto di riprender moglie. —

Queste parole caddero nella stanza come un fulmine, e gli effetti da esse prodotti ebbero un carattere di _contemporaneità_ che non si può rendere nella narrazione.

— Misericordia! — gridò l'Angelica esterrefatta, lasciando cadere il pingue Artaserse, che, sorpreso dell'insolito trattamento, corse a rifugiarsi sotto la credenza soffiando in un modo affatto ostile.

Il signor Emilio diè un balzo, prorompendo in tuono di rimprovero: — Clarina! —

Ma intanto la signora Fanny era divenuta bianca come un lenzuolo, e aveva afferrato convulsamente con una mano la spalliera della seggiola, mentre si passava e ripassava l'altra mano sugli occhi, come per diradare la nebbia che vi si andava addensando.

Clarina le fu addosso in un attimo, e gettatele le braccia al collo (la signora Fanny s'era lasciata cader sulla scranna) le disse con lagrime dirotte: — Oh! perdona; lo sapevo che tu dovevi essere la mia mamma. Era il babbo, cattivo! che, pur volendoti bene, non si persuadeva a niun costo di ciò ch'io avevo indovinato.... —

La signora Fanny mise un grido ineffabile, e questa volta svenne davvero.

Le furono tutti attorno: l'Angelica che non capiva sillaba dell'avvenuto, il signor Emilio, ormai inabile a simulare, e di null'altro sollecito che di confermare le indiscrezioni della figliuola, e la Clarina finalmente, giuliva, trionfante, come un generale che ha vinto una battaglia.

Il resto ve lo potete immaginare. Solo vi dirò che, al finire di quella sera così piena di commozioni, il signor Emilio, abbracciando teneramente Clarina, le disse: — Sai che il tuo si può chiamare un _colpo di Stato?_

— Lo so, ma se fossero tutti di questo genere, il mondo non avrebbe a lagnarsene. —

La nuova famiglia è felicissima. L'Angelica tenne alquanto il broncio al nuovo ordine di cose, ma infine vi si è _ralliée_, come direbbero in Francia. Il più riluttante fu il gatto Artaserse, che per parecchi mesi si rinchiuse in un superbo _Non possumus_ a simiglianza del Santo Padre, e non si riconciliò che per merito di un piumino assai soffice, sul quale la signora Fanny gli permise di fare il suo chilo. Quanto alla Clarina, ella ha adesso diciannove anni e mezzo ed è tuttora fanciulla. Non so s'io mi illudo, ma mi pare che non dovrebbe essere antipatica, e qualcheduno dei gentili lettori potrebbe farla sua moglie. Pel preciso indirizza rivolgersi.... ah! ma questa sarebbe un'indiscrezione, non voglio commetterla.

_1870._

IL COGNATO DELLA COGNATA.

BOZZETTO.

— È arrivato nessun telegramma all'indirizzo _Fausto Garleni_? — chiesi, entrando nell'ufficio del capo stazione.

(Qui l'autore apre una parentesi per avvertire che chi parla qui in prima persona non è lui, ma un suo amico che gli raccontò questa storia.)

Il capo stazione discorreva con un signore tra i quaranta e i cinquanta, vestito da provinciale, ma non senza pretensione, che appena mi vide entrare si ritirò in disparte con un umile inchino come di chi vuol propiziarsi. Allorchè io pronunziai il mio nome, questo signore fece un gesto di piacevole sorpresa; pur non gli diedi retta, aspettando la risposta del funzionario da me interrogato. Questi, grosso, corto, con gran fedine nere, diede un'occhiata sul tavolino, chiamò l'impiegato del telegrafo, e mi domandò:

— Il dispaccio doveva proprio essere fermo in stazione?

— Certamente.

— Allora non v'è nulla.

— Ebbene, — diss'io, — pazienza. —

E feci atto di andarmene, riprendendo l'ombrello e il microscopico sacco da viaggio che aveva deposto in un angolo. Io non mancavo da casa mia che da pochi giorni, e dovevo ritornarvi appunto colla corsa della notte. Ma per una certa faccenda, che non ha nessuna importanza, avevo lasciato l'ordine che mi telegrafassero a X***, se per avventura m'era necessario di prolungar la mia assenza.

— Se capita, — soggiunse il capo stazione, — dove devo farglielo avere? —

Ah! non ci avevo pensato. E, in verità, essendo la prima volta ch'io mi recavo nella piccola X***, e non conoscendovi alcuno, ero proprio imbarazzato. Ma il signore, che parlava prima col capo stazione, volle togliermi d'impiccio e movendomi incontro:

— Mi perdoni, — disse: — ella è proprio il signor cavaliere Fausto Garleni?

— A' suoi comandi. — (Che cosa volete? Sono cavaliere senza mia colpa. Fui nominato su proposta del Ministro dell'istruzione pubblica per aver sanificato alcuni terreni paludosi e presentato delle magnifiche barbabietole a un'Esposizione di orticultura.)

— Ma quando lei è il signor Fausto Garleni, — continuò l'incognito con voce più insinuante, — io sono Antonio Meravigli,... vale a dire, scusi, perchè capisco che non è spiegarsi bene,... vale a dire ch'io sono un po' suo parente. —

Invero questo nome di Meravigli non m'era nuovo, ma io non rammentavo più nè come nè quando avessi udito farne menzione.

— Vedo ch'ella non si raccapezza, — egli ripigliò imperturbato, — e mi spiego. Io sono cognato di sua cognata. Mia moglie è sorella della signora Angela che ha sposato il suo signor fratello, avvocato nella Pretura di ***.

— Ah! ora capisco, — risposi. — Senza dubbio ebbi occasione di sentir parlare di lei; ma sono così smemorato!

— Ed è un pezzo che non vede il suo signor fratello?

— Parecchi mesi. Siamo entrambi pieni di faccende.

— A ogni modo — disse il signor Meravigli con un accrescimento di officiosità, e strappandomi a forza di mano il sacco da viaggio — a ogni modo, ella mi permetterà di congratularmi di questo lieto caso che mi fa fare la conoscenza di una persona così distinta, e lascerà ch'io mi metta a sua disposizione piena ed intera in quanto possa occorrerle in questo paese. Intanto, se viene il dispaccio, si porterà a casa mia. Grazie al cielo, — soggiunse poi pavoneggiandosi un poco, — mi è lecito dire che sono qui ben visto da tutti, autorità e cittadini. Non è vero, Roberti? — E si rivolse al capo stazione.

— Verissimo, — riprese l'altro, ch'era conciso quanto il signor Meravigli era prolisso.

— Senta, signor Meravigli, — dissi io un po' sconcertato da quell'onda d'offerte e desideroso solo di liberarmi da siffatto eccesso di cortesia: — ella può credere s'io sia lieto di aver fatta la sua conoscenza (non ero punto, ma son cose che si dicono); però lo scopo, pel quale io mi trovo qui, è assai semplice e non permetterò certo ch'ella si scomodi per cagion mia. Ove mi occorra davvero, non dubiti ch'io farò conto delle sue gentili profferte. —

E così dicendo mi chinai per riprendere il mio sacco, ch'era divenuto il perno della battaglia.

— Ah! nemmeno per idea, nemmeno per idea; — interruppe il degnissimo signor Meravigli, schermendosi con abilissima tattica. — Non sarà mai detto che il fratello di mio cognato si trovi qui senza ch'io lo abbia introdotto presso mia moglie e la mia Romilda. —

Misericordia! pensai fra me e me, questo è un colpo di fulmine. E con molto poca galanterìa risposi: — Sarebbe un onore; ma, com'ella sa, mi trovo qui per affari, e sarò occupato tutte le ore del mio breve soggiorno.

— Ma come? Se mi disse testè che non si tratta che di una bagattella.... Via, via, sia buono. E intanto mi conceda di offrirle la mia carrozza per andare in città.... Ci sono quasi due miglia, e c'è un sole che abbrucia e una polvere che sale fino al ginocchio. —

Così dicendo, il signor Meravigli mi prese per un braccio e, condottomi ad una finestra che riusciva sulla strada, alzò un momento la tendina verde che vi faceva riparo. Vista orribile! La strada si protendeva in linea retta, bianca, senz'alberi, animata soltanto da qualche nugolo di polvere sollevato dal vento. Un unico veicolo si trovava fermo dinanzi alla stazione con un cocchiere mezzo addormentato, e un ronzino che andava cacciandosi di dosso le mosche coi moti impazienti delle zampe e del capo.

Quella era senza dubbio la carrozza del signor Meravigli.

L'_omnibus_ era partito subito dopo l'arrivo della corsa, e lo stesso dicasi dei pochi _fiacres_ che si trovavano colà.

Era colpa mia. Quella disgraziata fermata in stazione mi aveva rovinato, e oramai lo schermirsi era impossibile. Inoltre una passeggiata di tre quarti d'ora sotto un sole di giugno mi dava non poco sgomento.

Accettai quindi l'offerta della carrozza, sperando di levarmi d'impiccio con una visitina a madama Meravigli e a quella Romilda, ch'io non sapevo ancora chi fosse.

Il generale Moltke non sarà stato più superbo della riuscita de' suoi concetti militari che non fosse il signor Meravigli della mia sommissione.

— Sia lodato il cielo! — egli esclamò con volto raggiante, porgendomi la mano che gli restava libera. — Può dirsi che nessun forestiere di riguardo sia venuto a X***, senza mangiare una zuppa in casa Meravigli e conoscere la mia Romilda, e non ci sarebbe voluto altro che una persona, la quale mi è quasi parente, fosse passata di qui inavvertita. —

La situazione si aggravava fuor di misura. Non era più una visita da fare, ma una zuppa da mangiare; insomma un pranzo bell'e buono fra gente sconosciuta e, secondo tutte le apparenze, ridicola in grado superlativo.

Deliberai di tentare un ultimo sforzo in carrozza, sperando che quand'io fossi seduto troverei quell'energia che mi mancava quand'ero in piedi.

Intanto, ricambiato un saluto col capo stazione, al quale il signor Meravigli bisbigliò qualche parola all'orecchio, mi avviai o piuttosto mi lasciai condurre dal mio ospite verso il modesto veicolo che stava ad attendermi. Il cocchiere dormiva profondamente, e il cavallo ne aveva profittato per tirar la vettura verso il margine della via, dove c'era un po' d'erba da rosicchiare.

Uno spintone al braccio ed una chiamata sonora di _Luigi! Luigi!_ scossero il sonnacchioso auriga. Egli aprì una bocca enorme ad un enorme sbadiglio, si rizzò sulla cassetta della carrozza, mi guardò con occhio di curiosità senza nemmeno toccarsi il berretto, e prese in mano le redini che aveva abbandonate e che penzolavano sul dorso del tranquillo quadrupede.

E così, dopo alcune delle frasi solite: _Passi Lei — Anzi Lei — Oh la prego_, ec. ec., mi trovai proprio nella vettura del signor Antonio Meravigli a fianco di questo degno cittadino.

Che debbo dire? Faceva caldo, io ero un po' stanco dal viaggio di strada ferrata, e nell'assidermi sui guanciali della carrozza provai un sentimento insolito di benessere. Riflettei meco stesso che nemmeno un pranzo in casa Meravigli sarebbe stato il finimondo, e i miei propositi di resistenza andarono via via indebolendosi. Tutt'al più avrei combattuto per l'onore delle armi.

— Oh! che fortuna per me — disse il signor Meravigli, stropicciandosi le mani per la contentezza — di poter condurre dinanzi a Romilda un uomo come il signor cavaliere Fausto Garleni. —

E vedendo ch'io mostravo di non capir troppo chi fosse questa Romilda:

— Ah! scusi, — proseguì; — siccome siamo quasi parenti, mi pare impossibile che non ci conosciamo un po' più. La Romilda, diamine! è mia figliuola. —

E lo disse in modo da far vedere che se ne teneva grandemente.

— Un bel nome! — interposi, tanto per non restarmene mutolo.

— Ah! ecco, — soggiunse il signor Meravigli un po' imbarazzato. — Il vero nome della mia figliuola non era questo. La si era battezzata per Orsola (capisce quei riguardi che si hanno in famiglia; era il nome della mia povera madre), ma la fanciulla, appena fu giunta all'età di ragione, mostrò una grande antipatia per esser chiamata così, e andava sempre gonfiandosi la bocca di certi nomi, belli se vuole, ma disusati, come Ermengarda, Ildegonda, Elettra, Antigone e simili. Finalmente s'incapriccì di questo di Romilda, e deliberammo secondarla. Le assicuro io, una figliuola che non si trova l'uguale a cercarla col lumicino. Già il suo forte è lo studio. Per le faccende di casa la non ci ha gusto, ma scrive come un angelo.... In versi poi.... Tutte le prime celebrità d'Italia ne sono estatiche.... Insomma ho un gran piacere ch'ella la conosca.... —

La pazienza asinina, con cui io andavo acconciandomi alla mia sorte, fu alquanto turbata da questo nuovo incidente. E in vero i mali mi si accumulavano sul capo con la rapida progressione delle tragedie greche. L'incontro del signor Meravigli era una noia, il demone della ospitalità che lo possedeva era una grave molestia; ma l'accademia di poesia estemporanea, che mi si presentava oramai allo spirito come una cosa inevitabile, era una sciagura bella e buona. Mi dichiarai onorato grandemente di far la conoscenza di sì maravigliosa donzella; ma tentai di abbreviare il supplizio, dicendo al mio Anfitrione:

— Se non le dispiace, quando io avrò fatto il mio dovere con la sua famiglia mi permetterò di prendere licenza per isbrigar la faccenda che mi condusse in questo paese.

— Cioè.... prender licenza.... spieghiamoci. Son io che mi farò un piacere di accompagnarla. Non faccio per vantarmi, ma conosciuto favorevolmente come sono io presso tutti gli uffizî, credo che potrò agevolarle di molto il suo incarico.... E, se non sono indiscreto, di che cosa si tratta? —

Glielo dissi in breve con malinconica rassegnazione.

— Alla Pretura! — egli esclamò battendo le mani. — Ma allora, si figuri, è presto fatto. Il pretore è amicissimo mio. — Guardò con prosopopea il suo orologio ch'era attaccato ad una catena d'oro grossa due dita, e soggiunse:

— Sono le dieci. Adesso il pretore non ci sarà all'ufficio. Andremo verso l'una. —

In mezzo a queste chiacchiere eravamo entrati in città. Il signor Meravigli dava prove evidenti della sua famigliarità coi proprî concittadini, salutando ad ogni piè sospinto i passanti o quelli che stavano ingannando l'ozio sulla soglia della bottega. In questo ricambio di saluti, nei quali il signor Meravigli manteneva una certa aria di protezione, io pure ricevevo per lo più delle dimostrazioni di ossequio. A un punto ci arrestammo. Credetti giunto il momento funesto di presentarmi alla poetessa di casa Meravigli, e intesi tutta la gravità del mio stato. Polveroso, sudato, istupidito dal caldo e dalla noia, io ero senza dubbio destinato a fare una ben misera figura. Mi ravviai nondimeno i capelli, tastai il nodo della cravatta.... ma non avevamo toccata ancora la mèta.

Da una farmacia all'insegna del _Coniglio_, situata sotto un porticato, uscì frettoloso e dimenando i fianchi un uomo di mezza età, piccolo di persona, con un berretto nero, sotto cui spuntavano alle tempie due ciocche di capelli rossicci, e il signor Meravigli, rivoltosi a lui ed a me, col suo più beato sorriso fece la seguente presentazione:

— Il nostro signor Angelo Storni, chimico e farmacista. Il distinto cavaliere Fausto Garleni fratello di mio cognato, l'avvocato Alessandro Garleni.... Capite, caro amico, — soggiunse quindi parlando al farmacista, — che quando si ha la fortuna di avere in X*** una persona di tanto merito non gli si risparmia una zuppa in casa Meravigli. Anzi, a questo proposito — egli continuò offerendo una presa di tabacco al signor Storni che era fermo allo sportello della carrozza, tenendo con la mano sinistra il berretto sollevato alquanto sul capo e guardandomi come una bestia rara — a questo proposito sapete bene che in siffatte occasioni vi è sempre posto per voi alla mia tavola. Alle quattro e mezzo in punto, secondo il solito. Avvertitene anche il dottore Trigli. Ah! non mi ricordavo. Il cavaliere ha una faccenda da sbrigare alla Pretura. Potete dirgli voi s'io sia amico del pretore.

— Eh! amicissimo, — rispose l'altro.

— Vede, signor Garleni, che a me non si sfugge. Sarei ingiusto verso il mio paese se non mi compiacessi della benevolenza che tutti hanno per me, certo senza mio merito....

— Oh, che dice mai?... Anzi meritissimamente, — proruppe il farmacista.

— Un caro uomo il nostro Storni, — riprese con aria di superiorità il signor Meravigli; — ma un adulatore. Se lo lasci dire, un adulatore. Si figuri ch'egli non sa darsi pace ch'io non sia stato fatto ancora cavaliere.

— Sicuro — sclamò il signor Storni — sicuro che non so darmene pace. È una ingiustizia, è una....

— Zitto, zitto, — interruppe il modesto signor Meravigli, mettendo una mano sulla bocca all'oratore. — Non vi lasciate trasportare dall'amicizia. —

E, ordinato al cocchiere che si movesse, salutò con un cenno della mano il signor Storni e poi bisbigliò a mezza voce:

— Che originale! Io cavaliere! E con che meriti? — Non trovandomi in grado di rispondere a tale inchiesta, abbassai il capo in atto riflessivo.

Di lì a un paio di minuti eccoci a una casa bianca con le persiane abbassate, che il signor Meravigli mi dice essere la sua. Entriamo per un portone laterale e ci arrestiamo in una rimessa, ove un contadino viene ad aprire lo sportello, e una fantesca rubiconda con le maniche rimboccate si avanza verso il portone con diplomatica solennità. Nascosto dietro un uscio un fanciullo in giubboncino corto fa delle boccaccie e dei gesti poco rispettosi verso di me, ma il signor Meravigli non se ne accorge.

Mentre il signor Meravigli dà in fretta alcuni ordini alla tarchiata fantesca che sembra il capo di stato maggiore della casa, e sta ad ascoltare le disposizioni del suo padrone con le braccia arrovesciate sui fianchi, io mi scuoto la polvere del vestito, consegno il mio sacco e il mio ombrello al contadino e mi preparo docile come un agnello a subir la grave penitenza che mi è destinata.

Finalmente, con mille scuse pel piccolo ritardo, mi si invita a salire un brevissimo ramo di scala che dal cortile mette al così detto pian terreno dell'abitazione.

— Agnese! Romilda! Agnese! — gridò l'eccellente uomo, introducendomi in un salottino e pregandomi di attendere, finchè egli fosse andato a chiamare le sue signore.

La stanza non aveva nulla di particolare, nè io perderò il tempo a descriverla. E poi queste descrizioni sono un esercizio di lingua che noi non Toscani non facciamo mai impunemente, nemmeno tenendo aperto dinanzi a noi il libricciuolo del Fanfani: _Una casa fiorentina da vendere._

Rimasto solo, guardo le litografie appese alle pareti e sto per mettere la mano sopra un _albo_ di ritratti, quando un fruscìo di vesti mi annunzia l'approssimarsi delle Dee.

L'uscio si spalanca, il signor Meravigli precede affannoso, trafelato. Seguono le due donne.

— Mia moglie, mia figlia, il cavaliere Garleni. —

La signora Agnese Meravigli indossa un vestito di mussolino color pistacchio, porta un _fisciù_ nero al collo, e le maniche a sbuffi di velo bianco che lasciano scorgere due braccia poco meritevoli di essere effigiate in marmo dallo scalpello di Fidia. Ha circa quarant'anni, è magra, appuntita, nè grande, nè piccola, di carnagione olivastra, di capelli scuri, piuttosto radi, che cominciano a inargentarsi qua e là. La sua fisionomia è volgarissima, il suo sorriso insulso, porge la mano tutta d'un pezzo, obliquamente, nel modo che i barcaiuoli sogliono immergere il remo nell'acqua, e appena data la ritira, con una certa furia e come se volesse dire: — Via, anche questa è fatta. — Parla.... ah! è graziosissima, vorrebbe parlare la lingua e non sa, parlerebbe il dialetto e non può.... sua figlia glielo impedisce....

Sì, senza dubbio, la divinità della casa è Romilda.

La musa, che non è ancora ventenne, veste un abito bianco, succinto, accollato, con le maniche abbottonate ai polsi: ha capelli neri che le scendono a ricci sulle spalle e sul collo, il naso piuttosto grande, e occhi che non sarebbero brutti se non cercassero troppo sovente di parere ispirati. È magra come ben si addice ad una che si ciba di poesia, ha statura giusta, e cammina con una singolare affettazione tenendo sollevato con la mano il lembo anteriore del vestito, e appoggiando appena la punta del piede quasi sdegnasse ogni contatto con la terra. Parla con lentezza, calcando le doppie e facendo grande abuso di diminuitivi. Allorchè apre la bocca lei, i suoi genitori tacciono e rimangono estatici. Se la signora Agnese intromette qualche frase nel discorso, la dotta Romilda è sulle spine, e quando la genitrice si lascia sfuggire una sconcordanza (lo che avviene sovente), la giovinetta è piena di fremiti grammaticali, che talora si rivelano con una correzione detta a fior di labbro, ma stizzosamente.

— Ed è la prima volta che viene in questo _paesuccio_? — chiese Romilda con una intonazione patetica.

— La prima, — io risposi, — e mi pare molto allegro.

— Oh mio Dio! polvere e fango, un soggiorno impossibile.

— Tu sei molto severa pel tuo paese, — osservò timidamente il signor Meravigli.