Racconti e bozzetti

Part 26

Chapter 263,751 wordsPublic domain

Ella si svincolò, e disse con voce rotta e velata: — O Dio, si soffoca. — Fece alcuni passi verso la porta smarrita, confusa; poi si arrestò ad un tratto e ruppe in un pianto dirotto.

— Giulietta, Giulietta, che avete mai? — sclamò Ugo, correndo a sostenerla.

Fece un debole tentativo per allontanarlo da sè, ma quindi ristette come persona sfiduciata delle proprie forze e si lasciò condurre sul divano.

— Giulietta, Giulietta, perchè piangete? — continuava a chiedere Ugo, piegandosi su di lei e sfiorandole con la bocca i capelli.

Ella sollevò alquanto il viso, egli si abbassò un poco di più: le loro mani s'erano intrecciate, le loro labbra stavano per toccarsi; quand'ecco.... il più virtuoso e impertinente raggio di sole che si sia mai cacciato nei fatti altrui, inondò d'un tratto la stanza.

Una bomba che scoppia in mezzo a un gruppo di soldati non produce un effetto più subitaneo. Quasi nello stesso punto Giulietta ritrasse il viso vergognosa, sgomenta, supplichevole, e Ugo rizzandosi con la persona lasciò andare la mano di lei ch'egli teneva nella sua mano. Molti e molti anni dopo egli mi confidava i pensieri che gli erano passati nell'anima in quell'istante solenne. Vi sono di questi momenti che decidono dell'avvenire, e nei quali le impressioni più disparate si succedono, si accumulano, si combattono nella mente con la rapidità della folgore, lasciandovi un solco che il tempo non potrà scancellare. E benchè la vecchiezza inesorabile lo abbia raggiunto, infiacchendogli le membra, imbiancandogli la chioma, Ugo rivive ancora a quei sentimenti, a quelle impressioni. Egli la vede ancora, la donna bellissima, com'ella era in quel giorno, spaventata, indifesa contro le seduzioni ch'ella infantilmente aveva evocate, la vede ancora con la chioma disordinata, con gli occhi pieni di lagrime, di voluttà, di terrore, con le labbra scolorite, tremanti, che parevano dire: — Se tu non hai pietà di me, io non ho più forza per resistere. — Ugo rammenta ancora la lotta breve, ma terribile ch'egli dovette durare, quando a fronte della sperata ebbrezza dei sensi egli pensò all'ignominia, di cui stava per macchiarsi, sorprendendo la virtù di una soave ed ingenua creatura; al disprezzo eterno ch'egli avrebbe provato di sè medesimo se avesse tradito l'ospitalità di un amico d'infanzia, al lutto che sarebbe piombato per colpa sua in quella casa. Due voci gli parlavano al cuore: l'una gli diceva — _osa_, — l'altra lo ammoniva — _fuggi_. — Beato lui che ascoltò la voce più onesta, beato lui che, composto il volto a una dignità dolce a un tempo e severa, potè fisar con ferma pupilla la smarrita giovinetta, e prendendole ambe le mani, sclamare: — _Perdonate!_ — Uscì frettoloso di quella stanza senza più guardar dietro a sè, e sceso nello studio dell'amico suo subì pazientemente la lettura della sua Memoria sulla legislazione mineraria, facendo le viste di approvarla, quantunque avesse ben altro pel capo. Il tempo minaccioso aveva fatto metter da parte la gita ideata, onde Ugo ed Alberto s'intrattennero a lungo di vari argomenti. Non oserei dire che le risposte d'Ugo fossero tutte a proposito, ma l'altro era così dolcemente maravigliato di poter discorrere de' suoi soggetti favoriti, che non s'accorgeva nemmeno delle distrazioni del suo interlocutore. Il fruscìo d'una veste femminile interruppe quel colloquio, e una vaga e spigliata personcina comparve sulla soglia. Era Giulietta. Ugo impallidì, ma, quand'ebbe posto gli occhi sulla donna leggiadra, vide ch'ella non serbava più traccia del passato turbamento, ch'ella era tornata la semplice e leale Giulietta del tempo addietro. E si propose di non esser da meno di lei. Ella si fece strada in mezzo a quella grande confusione di seggiole, e venne direttamente verso suo marito che, infatuato nella discussione com'era, avrebbe avuto una voglia matta di corrucciarsi, ma fu disarmato dalla bellezza di lei e da un certo che di malinconico che v'era nel suo sorriso.

Giulietta pose una mano sulla spalliera della seggiola, e guardando gli scartafacci pieni di scancellature che stavano in disordine sul tavolino, chiese: — Si potrebbe sapere che cosa hai scritto di bello questa mattina? —

Egli si girò con mezza la persona, e fissando sua moglie con faccia sorridente, le porse l'ultimo foglio che aveva vergato, e le disse: — Guarda.

— Oh, Dio buono! — sclamò Giulietta — chi vuoi che possa capir nulla in mezzo a tutti questi sgorbî?

— E bisogna pur che capiscano, — rispose Alberto, — perchè questo manoscritto, come tu lo vedi, deve andare a Firenze.

— Impossibile, impossibile; ce ne va di mezzo il tuo decoro.

— Carina mia, convien fare di necessità virtù. Sai pure che non ho segretario. —

Giulietta si chinò verso suo marito, e bisbigliò a mezza voce: — E se mi provassi io medesima a copiare questi tuoi geroglifici? Tu lodavi tanto la mia calligrafia. —

Alberto la guardò trasognato. — È la prima volta che tu mi fai una di queste offerte.

— Perchè è la prima volta che tu mi fai una di queste confidenze.

— Ma parli proprio sul serio?

— Serissimamente. —

Alberto, egoista come tutti gli uomini affaccendati, non se lo fece dire due volte, ma dando anzi una più larga interpretazione alle parole di lei, soggiunse vivamente: — Sei la più cara e gentile sposina del mondo. Dunque sarai proprio il mio segretario?

— Veramente non avevo detto questo, — osservò ella con grazia; — ma, insomma, non voglio dire di no.

— Ah! mio caro Ugo, — proruppe Alberto fuori di sè per la contentezza, — quando tu capiti in casa mia, ogni cosa mi va a seconda. —

Ugo scrollò le spalle un po' infastidito di questo complimento, e la Giulietta si fece di porpora. Ma Alberto, da buon marito, non vi pose mente, e fu per tutto il giorno d'una festività insolita ed esemplare, manifestata in ispecial modo nella disinvoltura, con cui lasciò mettere in canzone da Ugo i suoi difettucci d'erudito. E in Ugo, si vedeva a mille miglia, l'allegria non era mica di schietta lega. Mordace per indole, egli condiva in quella occasione i suoi frizzi con qualche granellino di dispetto. Bisogna scusarlo. Certo egli si era levato con onore da una grande difficoltà, certo egli doveva, per esser imparziale seco medesimo, confortarsi nel plauso della propria coscienza; ma via, siamo sinceri, alla sua età le non son già quelle le vittorie che si accolgono con entusiasmo. A quella guisa che le città non fanno luminare per ricevere un esercito, il quale si sia ritirato spontaneamente da un assedio ingiusto, i giovanotti di venticinque a ventisei anni non menano troppo scalpore d'un'avventura lasciata andare per riguardi di moralità. Malissimo, direte voi, e avrete ragione; ma il mondo è così e non si cambia.

Si accomiatò da Giulietta con una cordialità senza affettazione e con un riserbo senza imbarazzo. Aggiunger parole sarebbe stata una goffaggine, e nè dall'una parte nè dall'altra si fece allusione all'accaduto.

Però Ugo lasciò scorrere parecchi mesi prima di rivedere i suoi amici, per quanto Alberto lo sollecitasse con lettere frequenti, e si maravigliasse del suo strano contegno. Finalmente, non senza peritanza, cedette all'invito. Alberto era sempre lo stesso; espansivo, affettuoso, ma in pari tempo pieno di sè e de' suoi studi e della sua crescente riputazione, e beato di poter lasciare sdrucciolare fuori delle tasche del soprabito o dei calzoni le lettere degli uomini illustri che mantenevano seco una corrispondenza epistolare. Giulietta invece appariva grandemente mutata. Forse ella era meno florida e men bella di prima, ma una calma più soave le si diffondeva sul volto; forse il suo sguardo era meno affascinante, ma più fermo e più sicuro. Si capiva ch'essa non ondeggiava più fra cento immagini vaporose e sfumate, ma mirava invece a una mèta, a uno scopo.

Stava assai di rado nel suo antico salottino e invece soleva trattenersi lunghe ore nello studio di Alberto che oramai aveva bisogno di lei. E quello studio aveva cangiato interamente aspetto. Non v'era più lo spaventevole disordine del tempo addietro, nè le sedie con le gambe all'aria, nè i libri sparsi in confusione sul tavolino come le rovine d'una città devastata, nè la parete tutta piena di macchie d'inchiostro. Un occhio attento, una mano discreta avevano saputo riparare a questi guai, e rimettere i libri nei loro scaffali, e ridar pace e simmetria alle sedie, e regolare i bruschi movimenti della penna di Alberto, che quando si trovava fra le sue dita aveva un fremito nervoso e mandava spruzzi d'inchiostro da tutte le parti. Insomma in quella stanza si sentiva il soffio vivificatore della donna.

E la donna c'era; raccolta, composta, per lo più taciturna, quantunque serena; ella era lì aiutando suo marito senza ostentazione e senza pedanteria, e assegnando a sè una parte femminile e modesta: quella del buon angelo della casa. Il suo ingegno naturalmente perspicacissimo s'era nudrito di nuove cognizioni vivendo in quell'atmosfera di studî; ma ella non lo lasciava parere, e nulla aveva perduto della semplicità d'una volta.

Allorchè il mio amico fu per prender congedo, Alberto gli strinse la mano, e gli disse:-Fra sette mesi ci sarà una persona di più in casa nostra. Ricordati che tu devi esser padrino al neonato.-

Ugo esitò un istante, ma quando s'incontrò nello sguardo tranquillo e sicuro di Giulietta capì che il passato era svanito per sempre, che _quel cattivo quarto d'ora_ non sarebbe mai ritornato. Se la sua vanità ne fu punta, la sua coscienza ne rimase più tranquilla, e rispose di sì.... Ah! cara Anna, ma se non ci fosse stato quel raggio di sole?... Oh! nel corso della sua vita ormai lunga e volgente al suo termine, se sapeste quante volte l'amico mio si è fatta questa domanda; se sapeste quante volte egli ha benedetto quel raggio di sole che salvò lui dalla colpa e una cara persona dall'onta, che gli permise di guardare l'amico suo senza vergogna e di stringergli la mano senza rimorso! —

La signora Anna, ch'era stata silenziosa ed immobile per alcun tempo, si scosse, e disse con una certa commozione: — Ma al vostro amico non è mai venuto in capo che la virtù di quella donna potesse resistere anche senza l'aiuto d'un raggio di sole? Egli la stima sì poco da voler ascrivere a un caso fortuito s'ella non macchiò il suo onore, s'ella non tradì la sua fede?

— Cara Anna, — rispose il signor Maurizio, — voi avete nella vostra piccola biblioteca un romanzo ch'è tra i più belli che si pubblicassero in questi ultimi anni. _Monsieur de Camors_. Rileggetevi l'episodio della signora Lescande, buona, vereconda, tenerissima di suo marito, eppur così miseramente caduta. Non sempre la purezza dell'animo e la severità dei principî bastano a salvare la donna, che è tanto meno preparata alla difesa, quanto più è inconsapevole del male. La donna sregolata cerca la colpa, ma s'avvede quand'ella viene; la donna onesta la fugge, ma non riconoscendo nè gli aspetti ch'ella riveste, nè le sorprese ch'ella prepara, la incontra talvolta per via, allorchè stima d'esserne le mille miglia lontana. Date per compagna alla virtù una operosità feconda e contenta di sè, e ne avrete fatto una ròcca inespugnabile.

— Or via — disse la signora Anna con un garbato movimento del capo, e prendendo la mano al suo interlocutore — or via, gettiamo la maschera. Voi avete voluto darmi una lezione rifacendo, un po' a vostro modo, una storia di quarant'anni addietro. La mia memoria è meno felice della vostra, e vi confesso che molti degl'incidenti da voi narrati, o mi sono sfuggiti, o non mi sembrano d'una scrupolosa esattezza. Nondimeno la lezione io me l'era meritata, e ve ne ringrazio. La Giulietta, di cui parlate, può aver avuto un momento di debolezza, ma non ebbe e non avrà mai difficoltà di confessare i propri errori. La Dio mercè, essi non sono di quelli che hanno bisogno d'esser ravvolti d'un pietoso mistero. Ella non si rammentava d'essere stata salvata da un raggio di sole, ma si rammenta bensì che non trovò la pace dell'animo, finchè non diede uno scopo alla propria esistenza, un sicuro indirizzo ai propri pensieri. È vero, Maurizio; sotto la vostra buccia di scettico si nasconde un animo nobile ed elevato, e non è la prima volta ch'io debba far tesoro dei vostri consigli. È vero, i pericoli che minacciavano Giulietta quarant'anni fa, minacciano forse oggi Evelina, e non tutti gli uomini possono aver la lealtà del vostro Ugo....

— Dite piuttosto che non sempre capita un raggio di sole così a proposito.

— Non ischerziamo: lasciatemi creder piuttosto che i due personaggi del vostro racconto avevano entrambi abbastanza virtù da arrestarsi sull'orlo del precipizio....

— Ma di che diamine andate discorrendo da mezz'ora a questa parte? — uscì a dire il professore Everardo, che aveva chiuso in quel punto una sapientissima dissertazione sull'_habeas corpus_ inglese, e che finalmente stava per alzarsi dalla seggiola.

— Oh bella, — rispose sorridendo il signor Maurizio, — si discorreva d'un milione di cose. E si diceva, oltre al resto, che il marito della tua nipote ha un grandissimo torto.

— E quale, di grazia? — soggiunse Everardo avvicinandosi.

— Quello di somigliarti,... di ricordarsi di tutto, fuorchè di avere una moglie.

— Ma io di mia moglie me ne sono ricordato.

— Ah! sì, — soggiunse la signora Anna, — da quando ella si è risoluta a farti da segretario.

— E perchè Evelina non potrebbe far lo stesso con suo marito?

— Lo farà, lo farà; vedrò io medesima di persuaderla. Me ne ha consigliato Maurizio.

— Pare impossibile, — osservò il professore; — Maurizio con quell'affettazione di spensieratezza ha sempre buoni consigli da dare.

— Sicuro, e se fossi stato in tempo di darne uno a te e a tuo nipote, vi avrei dato quello di non prender moglie.

— E perchè?

— Perchè siete bravissime persone, arche di scienza, membri di più Accademie, insigniti di più Ordini, ma non siete nati per fare i mariti. Via, non ti corrucciare, — concluse il signor Maurizio, levandosi da sedere, e mettendo una mano sulla spalla del professore Everardo; — gli uomini grandi vedono troppo da lontano, son presbiti, e invece per esser mariti bisogna veder da vicino, esser miopi.

— L'ho sempre detto anch'io, — osservò con gravità il commendatore Brullo, aspirando una grossa presa di tabacco.

— C'era da scommettere — borbottò il signor Maurizio — che l'aveva detta lui anche questa! —

Il dottor Belgini, imperturbabile come Farinata degli Uberti, disse dopo essersi raschiato in gola: — Del resto, caro professore, io non sono interamente della vostra opinione sul carattere e le origini dell'_habeas corpus_.... —

La signora Anna guardò alla sfuggita l'orologio e stimò opportuno di chiamare a raccolta: — Signor Belgini, del vostro _habeas corpus_ parlerete un altro giorno: intanto, se non vi dispiace, venite tutti a bevere una tazza di tè. —

Si avvicinarono al tavolino, e con dottrinale posatezza sorbirono la bibita aromatica preparata dalla padrona di casa.

Nell'uscire, Ugo si fece all'orecchio della signora Anna e con un tuono semiserio le disse: — Ricordatevi del raggio di sole. —

_1870._

IL COLPO DI STATO DI CLARINA.

NOVELLA.

Quando Clarina se ne avvide, cominciò coll'esserne maravigliata, poi gliene dispiacque, e finalmente, a forza di pensarvi, giudicò che la cosa era naturalissima, che doveva farsi, e doveva farsi anzi col mezzo suo.

— Se ne avvide? E di che? E che modo di raccontare è questo? —

Il lettore ha ragione. Mi pento, e comincio secondo le regole.

. . . . . . .

Il salotto da pranzo non è nè troppo grande, nè troppo piccolo, è ammobiliato senza lusso, ma con discreta eleganza: un lume a petrolio in mezzo alla tavola vi spande un sufficiente chiarore.

Regna un silenzio profondo, interrotto soltanto dal crepitar della fiamma nel camminetto. In una poltrona vicina alla tavola è sdraiato il signor Emilio, bell'uomo che a vederlo non mostra più di quarant'anni, sebbene abbia già qualche capello grigio in testa, e qualche piega un po' risentita sulla fronte. Del resto, ha fisonomia, oltre che simpatica, intelligente e leale. Tiene in bocca il sigaro, in mano una gazzetta, ma nè fuma, nè legge.... _il rêve_, come dicono i Francesi, o _el fila caligo_, come si dice espressivamente in Venezia. Dirimpetto a lui, e fissandolo ad ogni tratto senza lasciarsi scorgere, è seduta la Clarina, avvenente ragazza sui diciotto, seppure gli ha, con occhi pieni a un tempo di vivacità e di dolcezza, labbretti di rosa fatti apposta per sorridere e per dare e ricever baci, e folli capelli di color castagno; colore che dai poeti (ad eccezione dell'Aleardi nell'_Ora della mia giovinezza_) non si vuol celebrare, ma che incornicia in guisa mirabile un leggiadro visino. È pallida alquanto, ma non datevi pensiero, io non ho punto intenzione di farvela morir tisica, e se la fu malata, oggi sta perfettamente. Infine mi onoro di presentarvi l'Angelica, zittellona che ha compìto ormai i nove lustri, che tiene il _quid medium_ tra la cameriera e la dama di compagnia, che ha visto nascere la Clarina e morir la povera mamma di lei, e che è trattata a buon dritto come un membro della famiglia. Oltre all'affetto sviscerato pe' suoi padroni, l'Angelica va distinta per tre qualità: un abborrimento smisurato pel matrimonio, una tenerezza grandissima per un pingue gatto soriano che porta il nome singolare di Artaserse (nome impostogli dalla padroncina in un momento di fervore per la storia di Persia) e un'abitudine inveterata di dormire tutte le sere d'inverno dalle sette alle otto col sullodato animale sulle ginocchia nella stanza ove stanno Clarina e suo padre, a cui l'Angelica dice di voler tenere compagnia. Altro che compagnia! Ella dorme come un serpente boa dopo che si è ben pasciuto. In questo momento però ella è tuttora svegliata, quantunque il capo cominci a divenirle grave, e il silenzio, in lei inusato, accenni all'approssimarsi di Morfeo. Artaserse con occhi semichiusi le sonnecchia in grembo, e solo di quando in quando mette fuori la lingua a leccarsi i baffi, umidi ancora di qualche ghiotto manicaretto. Le corse precipitose e un miagolìo erotico di altri gatti sul tetto delle case vicine rompono la quiete della stanza. L'Angelica dà un balzo sulla sedia con notabile incomodo del tranquillo Artaserse, il quale si sente minacciato nella sua posizione. Nondimeno la bestia, se oso chiamar così un quadrupede tanto stimato, ritrova presto il suo centro di gravità, e l'Angelica, cacciandogli la mano entro il morbido pelo e carezzandogli il muso con quell'espansione che non volle usare con nessun uomo al mondo, esclama: — Beato te, Artaserse, che non hai di queste seccature! — Il ben pasciuto animale non si dà pensiero dell'allusione offensiva, ma torna a socchiudere gli occhi e a russare. Il signor Emilio sorride fuggevolmente, e la fanciulla dà una scrollatina di spalle.

Suonano le sette all'orologio dell'andito. È l'ora che l'Angelica e il suo micio sogliono addormentarsi davvero, è l'ora delle confidenze tra padre e figliuola.

Ma stasera le labbra di entrambi sono suggellate. _Tic tac, tic tac_; battono i secondi, passano i minuti, le ultime bragie scoppiettano nel camminetto, i due dormienti empiono la stanza del loro grave respiro, ma la Clarina ed il signor Emilio non dicono una parola.

Finalmente Clarina si alza dal suo posto, comincia col dare un'occhiatina al termometro appeso alla parete vicino alla credenza, poi fa un rapido cambiamento di fronte, e sfiorando appena il tappeto co' suoi piedini leggieri, va a sedersi accanto al signor Emilio, gli mette un braccio intorno al collo, gli leva di bocca il sigaro e di mano il giornale e bisbiglia: — Babbo. —

Egli alza su lei il viso atteggiato a infinita dolcezza, le ravvia con la mano i bruni capelli sulla fronte, e dice: — Clarina mia, ti senti proprio bene stasera?

— Come un pesce. O perchè sono un po' pallida mi crederesti ancora malata?

— Dunque non c'è proprio più nulla, nulla?

— Ma nulla affatto. Vuoi vedermi ballare?

— Eppure, via, non me lo nascondere, non sei del tuo umore consueto.

— Oh bella! A vederti così serio gli è naturale. Me ne sono accorta, sai....

— Di che? — interruppe il signor Emilio, arrossendo subitamente.

— Del tuo cangiamento d'umore, — rispose Clarina, facendosi rossa anch'ella.

— Ah!... — sclamò egli, come se fosse sollevato d'un peso. — T'inganni, Clarina.

— No, babbo, è così.... Oh! ma io non sono indiscreta; so che non ami di essere interrogato su questo proposito, e mi taccio.... È un tuo difetto, ma ci vuol pazienza. Del resto, è vero, non son ilare nemmeno Io.... Penso....

— A che cosa?...

— Non saprei spiegarlo, è una folla di pensieri che mi si accumulano in mente.... Ma, prima di tutto, penso ad _una_ che non ho conosciuta....

— A tua madre, povera Clarina?

— Si, babbo, e quando rifletto che sei rimasto così solo....

— Solo, bimba mia? Non ci fosti sempre tu?

— Oh! l'è un'altra cosa, — mormorò la fanciulla, chinando gli occhi a terra, e mettendosi un dito sul labbro. — Chi sa ch'io non sia invece un inciampo?...

— Clarina, — proruppe con accento severo il signor Emilio, — t'ho io mai dato il diritto di parlarmi così? Vaneggi forse stasera?

— Babbo, babbo, non prendere in mala parte le mie parole; — disse supplichevole la vezzosa giovinetta, chiudendogli la bocca con un bel bacio. — Credimi, ho tanti peccati verso di te.... Voglio dire.... ma mi lasci proprio cominciar da principio?

— Su, parla, la singolare fanciulla che sei.

— Son quindic'anni e più, non è vero? da _quella sera_. La povera mamma così bella e buona e giovane domandava di me. — _La Clarina dorme_, — le dissero. Ella sorrise con mestizia, susurrò a fior di labbra: — _Or ora dormirò anch'io_; — si volse dolcemente sul fianco, portò la mano sotto il capo, e si _addormentò_.... per sempre.... Nella stanza contigua, pargoletta di due anni e mezzo, dormivo io pure, ma d'un sonno diverso.... Ero io pure piegata da un lato, avevo io pure la mano sotto la testa, precisamente come _lei_.... Me lo disse tante volte l'Angelica.... Tu, poichè tentasti invano di rianimar co' baci quella tua cara, ti trascinasti fino alla mia cameretta, e là, abbandonata la persona sopra una sedia vicino al mio letticciuolo, posasti il capo stanco sulla mia coltrice, cercando nelle linee del mio viso le sembianze della povera estinta, e sentendo nel mio respiro un alito della sua vita. L'Angelica, occupata in più tristi cure, non venne mai nella stanza, tanto solitaria, tanto fievolmente rischiarata, quanto la stanza vicina era piena di moto e di luce sinistra. L'alba, penetrando attraverso le persiane, trovò me dormente e te vigile accanto, e quand'io mi svegliai, fu per te il mio primo sorriso che, subito dopo, per quel che mi assicurano, si mutò in pianto dirotto. Vedendo poscia altri bimbi in condizioni simili, mi parve capire che in quell'età la sventura non s'intende, ma s'indovina.... non si sa perchè si pianga, ma si sente bisogno di piangere.... Tutti questi particolari io li ebbi in parte da te, in parte dall'Angelica; se non son veri, dimmelo....

— Sono verissimi; ma non so perchè tu mi faccia questo discorso.... Sono ricordi penosi....

— Devi permettermi di parlare: ho il cuore che mi trabocca.... Quando siamo rimasti così, tu ed io, tu avevi venticinque o ventisei anni: t'eri ammogliato giovanissimo. Eri bello, gagliardo, intelligente, operoso; potevi avere il mondo per te, potevi ricominciare la vita come si ripiglia una strada un momento interrotta.... ma c'ero io, così piccina, così gracile, eppure così insuperabile intoppo....

— Oh! Clarina....