Racconti e bozzetti

Part 24

Chapter 243,828 wordsPublic domain

— Che! Voi sapete meglio di me come una donna di garbo possa prender parte agli studî di suo marito senza perder nulla della grazia e della semplicità nativa. Tutto sta che la sua trasformazione le sia dettata dall'affetto verso il consorte, e non dalla smania di sdottorare con gli altri: chè in quest'ultimo caso non avete già dinanzi a voi una persona colta, ma una noiosa pedante sul fare di quelle che si vedono spessissimo nella società italiana, così diversa dalla società inglese e tedesca, ove l'eleganza dei modi, le aspirazioni ad un ideale elevato sono le cose più naturali e spontanee del mondo.

— Ma voi parlate sempre degli obblighi della donna: l'uomo non ne ha dunque nessuno?

— Sì che ne ha; ma io vi ragiono dal lato della felicità e della pace coniugale. E vi dico con la convinzione più profonda che l'uomo, anche se fallisce a' suoi obblighi, può trovar nella gloria, nell'ambizione, nel buon successo mille compensi; ma la donna, se non sa crearsi la felicità nel tetto domestico, non vi trova che la sventura o la colpa.

— Di che frasi sonore mi rintronate il capo! La colpa! Le donne virtuose sanno rimaner tali anche nell'infelicità.

— Nell'infelicità sì, — rispose vivamente il signor Maurizio, sorridendo a fior di labbro, — e quando un grande dolore, quando un grande disinganno occupa l'animo, io credo che la donna abbia in questo disinganno e in questo dolore una salvaguardia contro le tentazioni. Nel _Paolo Forestier_ dell'Augier v'è un tipo di donna, la quale, per vendicarsi dell'uomo che adorava e che l'ha abbandonata, si getta nelle braccia di un altro ch'ella disprezza, appunto nel giorno e nell'ora, in cui deve accadere il matrimonio del suo primo amante. È un concetto bizzarro che si fonda sopra l'ipotesi d'un fatto possibile forse, ma non verosimile. Ciò che invece, a mio parere, mette la donna sempre al limitare della colpa si è quella condizione malaticcia dell'animo che non è la gioia e non è il dolore, vaga, indefinita, vaporosa come il crepuscolo, piena di desiderî che non sanno acquistar forma e contorno, piena di malinconìe che non hanno nome e non saprebbero spiegarsi a sè stesse. Una donna che dice — _sono incompresa_, — molte volte comincia col non comprender sè stessa, ed è in quello stato di perplessità che costituisce un eterno pericolo. Chi non sa che cosa si voglia accetta facilmente gli esperimenti, perchè suppone che l'ideale sognato possa capitare quando meno si crede. Gli è appunto il caso della vostra Evelina. L'è sfuggita una frase ch'io colsi benissimo: — Capisco — ella disse — che fra lui e me non c'è modo d'intendersi. Ora, questa frase, sia che racchiuda un profondo scoramento o una smisurata superbia, rivela in vostra nipote l'intenzione di lasciare che le cose vadano per la loro strada. La sua anima non è più occupata da suo marito....

— Ma chi vi dice queste cose?

— Lasciatemi finire. Il suo cuore è una casa vuota, e una casa vuota può sempre trovare un pigionale nuovo.

— Oh! Maurizio, — sclamò la signora Anna alquanto risentita, e facendo atto di alzarsi in piedi. — Basta di ciò. Voi sapete quanta libertà abbiate in questa casa, e come io vi consideri più che di famiglia: ma ogni confidenza ha un limite, e io non posso concedervi queste supposizioni sul conto di Evelina. Sermoneggiate me quanto vi piace, ma lasciate stare quell'angiolo.

— Via, non siate cattiva, — rispose il vispo vecchietto, tenendo la signora Anna pel lembo dell'abito, e non permettendole di muoversi dalla seggiola. — Rispetto la vostra tenerezza di nonna, e non vi dirò per questa sera nulla più sul conto di Evelina. Ma, senza insistere sul caso speciale, vi ripeto che degli angeli ne ho visti perder l'ali parecchî, e molte virtù naufragare, e molte altre salvarsi per un accidente; che so io? per un soffio di vento o per un raggio di sole.

— Che cosa c'entrano il vento ed il sole?

— Oh se c'entrano! — soggiunse il signor Maurizio, stropicciandosi le mani — volete proprio che ve la racconti la storia d'un raggio di sole? —

La signora Anna sorrise, diè una rapida occhiata all'orologio che stava sulla _consolle_ e segnava le 10½, e poi, voltasi al suo interlocutore: — Avete una voglia matta — rispose — di narrare una delle vostre storielle che sono assai più numerose de' giorni dell'anno. Posso concedervi tre quarti d'ora. Ma patti prima, mio caro. Voi avete l'abitudine delle impertinenze, e io non ne voglio; avete certi frizzi di cattivo genere, e io non amo sentirli; onde, o voi state nei termini, o andate a raccontare le vostre frottole al caffè od al casino.

— Accetto le condizioni. E anzi perchè non vi sia il caso che io le dimentichi, vi prego, ogni volta ch'io stessi per uscire di strada, di richiamarmi all'ordine come se voi foste il presidente di un'assemblea. — Si guardò attorno, e, adocchiato sul tavolino un paio di forbici, le sospinse fino alla signora Anna, dicendole: — Questo sarà il vostro campanello. Quando voi alzerete queste forbici, capirò che bisogna ch'io renda più castigate le mie espressioni.

— Siete pure il gran fanciullone, — sclamò la signora Anna. — Ora parlate.

— Adagino, adagino. Ho pur io una condizione da imporvi.

— Sentiamola un po'.

— Che quando io serbi quei modi di gentiluomo che mi prescrivete, voi mi lascerete andare sino al fondo della mia storia, anche se per avventura si trattasse di cosa che vi fosse già nota.

— O come potrebbe essere?

— Chi sa? Non è poi impossibile che l'abbiate udita raccontare da qualchedun altro.

— E in questo caso vi sta proprio a cuore di farne la seconda edizione?

— Mi sta.

— Ebbene, sia pure come vi aggrada.

— Ho la vostra parola?

— Ma sì, ma sì: vi occorre altro?

— Datemi la mano?

— Dio buono! Quante formalità! Si direbbe che voleste iniziarmi a qualche loggia massonica. Eccovi la mano. —

La signora Anna porse al Dardi una manina che l'età non aveva nè troppo dimagrata, nè troppo ingrassata; una manina giovane, se si potesse usare questa frase, tanto n'erano ben tornite le forme, e morbide e delicate le tinte, e pieni di una nervosa irritabilità i movimenti. Il lepido vecchio parve molto compiacersi di quella stretta, e poich'ebbe tenuta per alcuni secondi nella sua destra la destra della signora Anna si soffiò due volte il naso, e si raschiò la gola come chi si accinge a una perorazione accademica. Ella intanto, da avveduta massaia, accendeva la macchina del tè, dicendo scherzosamente: — Perchè non accada ch'io pigli sonno durante la vostra chiacchierata, mi preparo a bevere una nuova tazza.

— Questa disgrazia non accadrà, maligna che siete, me ne fo mallevadore. E comincio. Vi avviso però che quello ch'io faccio è il racconto d'un racconto. Un amico, a cui la faccenda è toccata, me la narrò in tutti i suoi particolari. È una storia vera, capite?

— O che bella verità, passata per due filtri; quello dell'amico e il vostro.

— La storia risale a poco meno di quarant'anni addietro, — continuò il signor Dardi senza occuparsi dell'interruzione. — Il mio amico che ora è vecchio come me.... e come voi, era allora giovane e bello com'era io.... e come eravate voi in quel tempo.

— Questo non ha che fare.

— Egli aveva di poco finito i suoi studî all'Università, lasciandovi fama d'ingegno piuttosto vivace che peregrino, di coltura piuttosto varia che profonda. Comunque sia, in un tempo che alle Università si studiava pochissimo, egli poteva ragionevolmente passare tra i giovani più valenti, e quelli che erano tali davvero lo accoglievano a braccia aperte nei loro crocchî, ove il suo buon umore costante contribuiva a tener allegra la brigata. E, fra parentesi, vi contribuiva anche un po' la sua borsa, perchè egli era ricco e gli studenti ricchi possono contarsi come le mosche bianche. In complesso l'era davvero una eletta brigata di giovani, disseminatasi poscia qua e là secondo le necessità della vita o i capriccî dei caso. Per una di quelle bizzarrìe che non sono sì rare, il mio amico s'era legato di più intimo affetto con quello che, fra tutti gli altri del gruppo, si discostava maggiormente da lui pel carattere. Quanto egli era festevole e spensierato, altrettanto l'amico suo era serio e meditabondo, nè la tempra del loro ingegno era meno dissimile di quella della loro indole. L'uno andava qua e là succhiando il miele da tutti i fiori, amava la poesia, la musica, la pittura; l'altro coltivava con assiduità piuttosto germanica che italiana gli studî filosofici, giuridici, storici. Ma, singolare a dirsi eppur vero, quegli che possedeva una natura d'artista aveva un fondo di scettico incorreggibile, l'altro sotto le gelide apparenze celava una buona fede da non potersi immaginar la maggiore. Quanto alla severità della sua indole, e alla rigidezza claustrale de' suoi costumi, vi basti sapere che non c'era mai stato caso mentre eravamo studenti insieme all'Università ***.

— O che cosa c'entrate voi?

— Avete ragione. Adopero la prima persona credendo di far parlare il mio amico.

— Che amicizia! La vi fa persino dimenticare la vostra identità personale, come dicono nei giornali di giurisprudenza di mio marito. Proprio come Oreste e Pilade!...

— Via, mi fate perdere il filo con le vostre malignità. Che cosa dicevo? Ah! dicevo che gli sforzi fatti per addomesticarlo erano falliti, che non era stato possibile di renderlo soggetto alle debolezze della sua età! A ventitrè anni egli era.... —

La signora Anna mosse un momento le forbici e il signor Maurizio cambiò tuono.

— Ma ciò poco importa. Nemmeno le questioni politiche, e qui spero che mi lascerete parlare, l'occupavano più che tanto. In quel tempo singolare, nel quale dalle poesie del Baffo e del Buratti (oh! non fate smorfie, perchè le avrete lette anche voi) si passava alle liriche del Berchet; e alla porta dei tepidi teatri e delle sale sfoggiate vi aspettava talora la sedia di posta che doveva condurvi allo Spielberg; in quel tempo, in cui pareva non esservi posto nella vita che per la _farsa_ e per la tragedia, il nostro originale era riuscito a tenersi ugualmente lontano dalle seduzioni del mondo elegante e da quelle allora assai più nobili, ma assai più pericolose, delle società segrete. E non era diffidenza, chè, come dissi, il suo animo era alieno dai sospetti, e non era viltà, chè egli non aveva sortito natura codarda; era soltanto quella sua grande passione dello studio che soverchiava in lui gli altri affetti e gli altri pensieri, e lo rendeva noncurante di molte cose che esercitavano un fascino sulla comune dei giovani.

Potete immaginarvi come rimanessero i suoi compagni, quando seppero un giorno ch'egli era perdutamente innamorato. Come! E di chi? Queste domande correvano di bocca in bocca, e per uno o due giorni tutti malignavano dicendo: — Sta a vedere che grossa corbellerìa egli ha commesso!

— _Egli!_ — interruppe la signora Anna. — Abborro gli anonimi.

— Volete proprio che ci mettiamo in regola con lo stato civile? Ebbene: il mio amico lo chiameremo Ugo, e all'amico del mio amico imporremo il nome di Alberto. Alberto adunque, poichè di lui si parla in questo momento, non aveva commesso quella grossa corbellerìa che gli si attribuiva. Certo egli aveva avuto un gran torto ad innamorarsi sul serio, ma almeno non s'era appigliato nè ad una brutta, nè ad una civetta, nè ad una stolida; com'era pur verosimile in uomo che aveva sì poca pratica di queste faccende.

— O che non aveva forse gli occhi questo signor Alberto?

— Occhi da erudito, mia cara Anna, buoni da decifrar palimsesti, e capaci di fermarsi con maggior compiacenza sopra un'inscrizione in lingua sanscrita che sulle forme divine della Venere di Milo. A ogni modo, la fanciulla amata da Alberto era tale da affascinare qualunque anima d'artista. Non ve ne farò la descrizione. Mi basterà dirvi che gareggiavano in lei la bellezza, l'ingegno e la grazia. Era una grazia schietta, spontanea, che spirava da tutta la persona come profumo da fiore, era un ingegno vivo, elegante, poetico, era una bellezza piena a un tempo d'abbandono e di fuoco, di soavi malinconìe e di celesti sorrisi.... E quella fanciulla non aveva, io credo, che sedici a diciassett'anni....

— Ih! come vi riscaldate: si direbbe che parlaste di una vostra innamorata di ieri.

— Cara mia, le cose paiono vicine o lontane secondo che sono più o meno scolpite nella memoria....

— Parlerete, io spero, della memoria del vostro amico.

— Certamente, — rispose il signor Maurizio con disinvoltura, quantunque quella inchiesta suggestiva lo avesse un po' sconcertato. — Ma io m'investo de' casi suoi.

— Siete pure il prezioso amico, — notò con un filo d'ironia la signora Anna. — Ma, a proposito, il nome di questa Dea?

— Chiamiamola Giulietta.

— Oh! c'è un Romeo?

— Può darsi; non precipitate.

— Già capisco tutta la vostra storia peregrina. È uno dei soliti innamoramenti.

— Ma per carità, mi avete promesso di non interrompermi. Lasciatemi adunque tirare innanzi. La bella Giulietta, sorpresa dalla dichiarazione di un giovane ch'ella aveva conosciuto il dì innanzi, cominciò coll'esserne sgomenta; ma poi quella sua anima delicata e gentile non potè a meno di rispondere a un affetto così vivo ed onesto, così rispettoso nella sua violenza, e così lusinghiero per l'amor proprio di lei. In generale anche lo donne leggiere e che non vanno pazze per l'ingegno piegano il capo dinanzi al buon successo: e Alberto era fra i giovani più celebrati della Università e tra quelli, a cui si augurava un più splendido avvenire. L'indole severa del suo intelletto e dei suoi studî non era invero tale da affascinare una giovinetta sedicenne; ma dall'altra parte come respingere un uomo del suo valore? Come ributtarlo da sè, s'egli, tra mille, aveva scelto lei, modesta ed oscura? Ecco perchè la fanciulla, pur non partecipando all'entusiasmo del suo amante, porse orecchio benevolo alle sue parole e promise a sè stessa che col tempo lo avrebbe ricambiato di uguale trasporto. Come si rimovessero gli ostacoli frapposti dalla famiglia, come il matrimonio si concludesse, quando Alberto aveva appena ricevuta la laurea, sono cose, di cui non mette conto tener parola. Eppoi sapete ch'io non posso scendere a troppo minuti particolari per non tradire il segreto che mi è confidato. Questo bensì vi dirò, che gli amici di Alberto, dopo le sue nozze, si sentirono sollevati da un gran peso sullo stomaco, perchè egli gli aveva noiati fuor di misura coi racconti della sua gelosia, de' suoi dubbî e delle sue escandescenze. In alcune anime l'amore scende come una pioggia benefica sulla terra preparata a riceverla; le compie, le rallegra, le avviva, le fa capaci di spargere intorno a sè una gioia pacata e serena: in altre invece esso irrompe come l'uragano sopra un suolo granitico, in cui l'acqua non filtra lentamente, ma s'arresta alla superficie formando larghe pozze e rigagnoli: anzichè assimilarsi al loro organismo, l'amore crea in queste anime uno stato inquieto, morboso e toglie alle loro manifestazioni quel gentile riserbo, quella verecondia soave che le mostra ricordevoli, oltre che del proprio pudore, anche del pudore dell'essere amato. Alberto era, nelle sue confidenze, pettegolo, indiscreto, qualche volta persino brutale; tanto lo sgomentava la trasformazione esterna che s'era operata in lui, tanta era la disarmonia, da lui non perfettamente compresa, fra questa passione e il resto dell'esser suo.

Allorchè egli divenne marito, le tendenze ingenite del suo animo e del suo ingegno ripresero il disopra. Come coloro che, dormendo, ricevono una impressione fisica che si mesce ai loro sogni, tantochè quando si svegliano, ogni altra parte del sogno svanisce fuori di quella impressione che è viva e reale; così Alberto, ritornato in sè stesso, vide dileguarsi l'incanto che lo avea posseduto e solo restargli a fianco, bella e gentile, più che desiderata compagna, la moglie. Ambizioso per indole, Alberto scorgeva in lei piuttosto un inciampo che un aiuto alla sua carriera, e gli mancava l'arte di nascondere affatto ciò ch'egli sentiva. Giulietta invece, la quale, come accade alle fanciulle virtuose, aveva, dopo il matrimonio, preso a voler più bene che mai all'uomo che aveala fatta sua, rimase profondamente mortificata di questo cambiamento; ma col riserbo misto di dignità ch'era il fondo del suo carattere non si faceva scorgere, o chiudeva in sè il suo dolore. Tanto inesperta da non prevedere ciò che era avvenuto, ella non sapeva per anco, a malgrado della sua intelligenza, scoprire i mezzi di ripararvi. Non sapeva ancora che, mescolandosi agli studî ed alle aspirazioni di suo marito, divenendo un valido sussidio de' suoi lavori, ella avrebbe potuto riafferrare quell'amore che le fuggiva. Le afflizioni senza lamento non hanno nemmeno la soddisfazione d'essere intese dagli altri, o, se sono intese, porgono un facile appiglio a chi vuol far le viste di non avvedersene. Chi non si lagna non soffre, dice l'egoista, e chi ha la vita troppo affollata di occupazioni è spesso egoista. Il tempo, che è la stoffa del lavoro e della produzione, è anche la stoffa dei sentimenti. Se chi nulla fa nulla aggiunge al capitale materiale della società, chi non riposa mai non aggiunge nulla al suo capitale di gentilezza e di simpatia. A ciò gli economisti non hanno pensato.

Non erano corsi due mesi dalle nozze, che Alberto e Giulietta vivevano in un'orbita diversa: egli tutto inteso a' suoi studî; ella in una solitudine malinconica che lasciava libero campo ai pellegrinaggi della sua fantasia. Quantunque non ne andasse pazza, avrebbe gradito i piaceri delle sue coetanee, i teatri, le feste, i convegni geniali; ma suo marito o non aveva agio di condurvela, o conducendola, si rincantucciava con tanto di muso in modo da toglierle tutto il divertimento. Nondimeno ella avrebbe potuto passarsene. Spirito culto, riflessivo, tranquillo, ella anelava essenzialmente a quella felicità che nasce dal continuo ricambio d'impressioni e di pensieri tra due persone che si apprezzano e s'amano, e, sposandosi, aveva creduto che questa felicità non dovesse mancarle. Veggendosi delusa nella sua aspettazione, si sentiva simile a chi s'accorge a mezzo il cammino d'avere smarrito la via, nè sa qual nuovo sentiero debba prendere per arrivare alla mèta. Intanto compieva da sè la manchevole educazione del chiostro, faceva disordinatamente, febbrilmente, accatastando lettura su lettura, gli studî ch'ella aveva sperati comuni con suo marito. Già libri non ne mancavano nella sua nuova dimora.

Aveva, più che le abitudini, gl'istinti dell'eleganza, e abbenchè uscisse di rado assai, era sempre accuratissima nel vestito e nell'acconciatura. Questa sua innata eleganza ella aveva saputo infondere non in tutta la casa, ma in uno stanzino che era il suo nido, il suo tempio. Era uno stanzino appartato del primo piano, a cui si giungeva anche per una scaletta laterale che da un andito contiguo metteva in giardino. Le pareti d'un azzurro chiaro erano fregiate di stucchi bianchi, e pure a stucchi era il palco leggiermente arcuato.... —

La signora Anna si scosse e chiese: — O come sapete voi tutti questi particolari?

— Oh bella! Me gli ha detti l'amico. Ma vi prego di non farmi perdere il filo del racconto. La finestra del gabinetto (ve n'era una sola, ma grande) dava sul giardino cinto da un muro basso e di là dal quale erano altri giardini più vasti, più signorili, con bellissimi abeti. In un punto la verdura era men fitta e lo sguardo indovinava un ampio orizzonte. I mobili.... debbo parlare anche dei mobili?

— Come siete noioso! Lasciateli lì i mobili, e venite al punto.... O se non volete venirci presto, smettiamo, chè già capisco che non val la pena di continuare.

— Via, non v'impazientite. L'avete forse udita già questa storia? A ogni modo dovete stare ai patti e lasciarmi dire. Sarebbe la prima volta che manchereste alla vostra promessa.

— È vero. Proseguite, ma senza digressioni.

— Sarà difficile, perchè non è mio costume. La mia fantasia va sempre caracollando e non mai di galoppo. Ella ama far sosta qua e là, e cogliere i fiori pendenti dagli arbusti lungo la via: le corse precipitose alla Mazeppa non son fatte per lei.... Però torniamo a bomba, lasciando stare i mobili. Vi chiedo grazia soltanto per una biblioteca d'acero a lustro, piccina, graziosa, elegante, che era l'altare di quel tempietto, tutto silenzio e raccoglimento. La giovane vi teneva i suoi libri, una cinquantina di volumi al più, ma scelti e legati con ottimo gusto. Ed ella stava lì soletta le lunghe ore del giorno, ora leggendo, ora fantasticando alla finestra, certa, o quasi, di non veder giungere suo marito fino all'ora del pranzo. Visite ne faceva poche, e quindi poche ne riceveva, perchè le era troppo tedioso il sentirsi dire che una sposina non doveva fare una vita così ritirata, e perchè abborriva da quel sistema comodissimo che hanno tante mogli di lasciare sparlar dei loro mariti senza negar nè assentire.

Il mio amico, che abbiamo detto di chiamar Ugo, non abitava la medesima città, ma veniva di tratto in tratto a visitare il suo compagno di studî, ed era accolto festosissimamente anche dalla Giulietta, che vedeva una volta tanto una faccia aperta e gioviale. In quelle sue visite, che non solevano durar più di tre o quattro giorni, egli alloggiava sotto il tetto di Alberto, portandovi un soffio di vita, un'eco del mondo esterno, a cui quella casa pareva chiusa del tutto. Ugo era elegante, frequentava i teatri, le conversazioni, e quindi non gli mancavano mai argomenti da discorrere. Figuratevi! Erano quelli i tempi della Pasta e della Malibran, della _Norma_ e dell'_Otello_. La Giulietta, che amava tanto la musica, non aveva mai potuto persuader suo marito a uscir per una settimana da quella loro misera cittadina di provincia e condurla a vedere gli spettacoli della capitale. Onde, quando Ugo gliene parlava, ella sentiva venirsi l'acquolina in bocca, e pendeva da' suoi labbri con una curiosità piena di commozione. Non c'è da maravigliarsi di questa parola. A' quei tempi in Italia i trionfi musicali destavano un vero entusiasmo. Lo dissi già prima: non c'erano che due cose da fare: o cospirare, o divertirsi; o andare in carcere, o andare al teatro.... semprechè non si preferisse di andare in entrambi i luoghi. Alberto chiamava frivolezze questi discorsi; ma, in ogni modo, poichè egli aveva ottimo cuore, riceveva l'amico suo a braccia aperte, e quando questi gli diceva a quattr'occhi ch'egli aveva torto a trascurare sua moglie, giovane, bella, adorna di tutte le virtù, gli dava un mondo di ragioni, scusandosi soltanto col pretesto delle sue mille faccende e della serietà de' suoi studî. Comunque sia, la presenza d'Ugo, ch'era forse uomo un po' leggiero, ma certo vivacissimo e pronto d'ingegno, era una vera provvidenza per quella casa. Per la Giulietta egli non provava che una viva amicizia, e poi la sincera e devota affezione che lo legava ad Alberto avrebbe soffocato nell'animo di lui ogni altro sentimento. Quanto maggiore la sicurezza, tanto maggiore la confidenza: confidenza fraterna, e quasi infantile.... Io non capisco, mia cara amica, perchè andiate agitandovi sulla seggiola, mentre non mi sembra di dir cosa che sia o possa parervi sconvenevole punto. Perciò vi supplico che ve ne stiate buona e tranquilla, poichè la mia eloquenza, per mantenersi, vuole il raccoglimento dell'uditorio.

— Siete un grande originale, — rispose la signora Anna, sorridendo fuggevolmente. — E se vi déssi una tazza di tè, non mi risparmiereste la seconda metà della vostra storia?

— Accetto la tazza, ma continuo. —

La signora Anna diè una scrollatina di testa come se volesse dir nuovamente: _Che matto!_ e versò il tè al suo lepido interlocutore.