Part 23
In quella, mi giunse all'orecchio un suono di passi affrettati. Si bussò alla porta; corsi io stessa ad aprire. Un cameriere mi consegnò una lettera al mio indirizzo, sopra cui stava scritto _urgentissima_. Veniva da Londra: era _sua_. Non vi so dire quel ch'io provassi: so che la lettera ch'io attendevo da tanti giorni era nelle mie mani, e che io non aveva il coraggio di porvi gli occhi. Nondimeno, fattami forza, ne infransi il suggello, e ne scivolò un piccolo bigliettino che andò a cadere a' miei piedi. Lo raccolsi avidamente nascondendolo in seno, giacchè prima di apprendere la mia sentenza io volevo vedere se Gustavo mi avesse reso l'ultimo servigio, di cui lo avevo pregato. E invero Gustavo nella sua lettera aveva pressochè trascritto le mie parole: cattivo augurio per me. Allora, quasi lacerandolo con le dita tremanti, apersi il bigliettino: non conteneva che tre righe: — _Avete ragione: sono indegno di voi. Il destino ha voluto dividerci; ma voi, lo so, non potete, non dovete perdonarmi. Eccovi la lettera che desiderate: l'affido alla vostra lealtà._ — Mi sfuggi un grido, onde il notaio mi fu tosto vicino, e mio padre, che non poteva vedermi a cagione di un paravento tra il suo letto e l'uscio, chiamò due volte angosciosamente: — Adelaide! Adelaide! — Ripigliai possesso di me, e fingendo che la mia commozione derivasse da soverchio di gioia, risposi: — Babbo, c'è una lettera di Gustavo! — Indi, fattami al suo letto, e abbandonandomivi quasi con la persona, abbenchè mi si velasse la voce e le pupille mi si annebbiassero, lessi tutto di seguito: — _Cara Adelaide, ciò che ti si disse di me è falso. Non isposerò altra donna che te. Io ti ho amata sempre, io non ho mutato propositi e sarò presto in Italia e ti farò mia. Che il tuo genitore rassereni lo spirito e non dubiti che tu non abbia ad esser felice col tuo Gustavo._ —
Mio padre, che in questo frattempo s'era ritto sui guanciali facendosi puntello di un braccio, mi strappò la lettera di mano esclamando: — Vuoi tu ingannarmi? — Poscia gridò con voce affannata: — Un po' di luce, un po' di luce! —
Il notaio, appressatosi alla finestra, ne sollevò alquanto la tendina, dimodochè un raggio di sole attraversò la stanza, venendo a morire nella corsìa del letto dalla parte opposta a quella in cui io mi trovavo. Due volle il malato si soffregò le palpebre col dosso della mano sinistra, mentre la destra teneva aperto il foglio avvicinandolo agli occhi. Il sudore che gli stillava dalla fronte rendeva testimonianza di quanto gli costasse quello sforzo supremo, quella lotta della volontà contro i sensi ormai riluttanti all'antico ufficio. Era uno spettacolo angoscioso che teneva sospese in me tulle le potenze dell'anima, che m'impediva in quell'istante di pensare ad altro, di veder altro, di rammentare altra cosa nel mondo. Tutto ad un tratto un sorriso celeste trasfigurò il volto dell'infermo; egli aveva distinto le parole della lettera: _sarò presto in Italia e ti farò mia_, e le ripeteva con accento ineffabile. E, come parlando fra sè, soggiungeva: — Gustavo, mi hai fatto molto soffrire, ma oggi ti perdono, e muoio felice. — Grazie, — sclamai, cadendo in ginocchio a' piedi del letto, e nascondendo la faccia tra le coltri, — grazie per _lui_. — Le mani di mio padre si posarono sul mio capo, e non so perchè il loro contatto mi facesse rabbrividire. Alzai gli occhi; le pupille di lui brillavano di una luce che non era terrena, la sua testa era piegata alquanto dalla mia parte con una immobilità spaventosa. Misi un urlo di raccapriccio.... Il notaio lasciò cadere il lembo della tendina ch'egli tenea sollevato: una mezza oscurità verdognola come il colore dei cortinaggi involse la stanza e il letto del malato, rendendone più sinistro il pallore.... L'Anastasi mi trascinò nell'anticamera e adagiatami sopra un sofà, esclamò: Povera Adelaide, _egli_ è morto _credendovi_ felice! — Felice! Ed io torcevo ancora fra le dita convulse il bigliettino che segnava irrevocabilmente la mia condanna.
Le forze umane hanno un limite, e quel limite le mie forze lo avevano toccato. Orbata del padre, tradita dal fidanzato, e a ventisett'anni sola nel mondo, oh era questo un cumulo di sventure che avrebbe prostrato omeri più vigorosi de' miei!
Or che accadesse di me io non so dirvi se non per quello che me ne dissero gli altri, tanto ho di quel tempo una confusa visione, una reminiscenza confusa. Come io abbandonassi quella stanza funerea, come da quelle solitudini alpine ritornassi a Milano, come languissi colà malata più mesi, ve lo giuro, o Lina, io non sarei in grado di narrarvelo. A me parve di uscire da un lungo sonno, d'essermi addormentata ancora giovane e bella per destarmi vecchia e cadente e grinzosa. L'Adelaide vispa, petulante, leggiadra se n'era ita per sempre: in vece sua v'era una donna oppressa dal peso delle memorie, col cuore tanto disingannato da non poter provare un novello amore, col volto così sfiorito da non ispirarne. A ventott'anni io ne mostravo poco men di quaranta, a ventott'anni qualche capello bianco m'inargentava la chioma. Talora io chiedevo a me stessa come l'età mi avesse sorpresa, e come le gioie di sposa e le dolcezze di madre, e tutto ciò che dà pregio all'esistenza femminile, fossero cose ch'io dovevo ignorare per sempre. Nella mia casa, che il mio scarso peculio aveva resa ancor più modesta, io non vedevo, per così dire, che il notaio Anastasi. Fedele alla promessa da lui fatta a mio padre moribondo, egli mi teneva in conto di figlia, e veniva a passar la sera, addormentandosi sovente, bisogna ch'io lo confessi, mentre io leggevo un libro o attendevo a un lavoro. La bontà squisita dell'animo suo e le prove d'amicizia verace ch'io ne avea ricevute, rendevano quell'uomo sacro per me: ma il suo dialogo non bastava a dissetare il mio spirito, nè ad alleggerire il tedio che mi pesava sul capo. Egli aveva ripreso la vecchia abitudine di parlare delle sue faccende e de' suoi clienti, e per quanto io cercassi di dare un'altra piega al discorso, egli con mille giravolte artificiose sapeva ritornare al suo tema prediletto. Procedendo di questo passo sentii ch'io sarei diventata una mummia; temetti, vi dico la verità, di perdere sino il desiderio d'una vita meno monotona, meno vuota d'affetti, e sovra ogni altra sventura mi atterrì il pensiero di questo intorpidirsi dell'ingegno e del cuore.
Intanto l'Anastasi venne a morire, e mi si fece intorno un vero deserto.
Fu allora che, per un'avventurosa sorte, ebbi agio di conoscere la vostra famiglia. Vidi i vostri genitori, coppia mirabile per sensi dilicati e gentili, vidi voi che in quei tempi eravate una bionda e gracile pargoletta, e mi rammento come si stringesse presto amicizia fra noi due, e come spesso correste festosa a pigliarmi pel lembo dell'abito e a nascondere fra le mie ginocchia la vostra testina ricciuta. E rientrando in casa mia, le stanze mi parevano più fredde, più squallide, più deserte che mai, e io mi corrucciavo di quel silenzio, e tornavo a chieder ricetto nella vostra dimora, come torna al suo nido la rondine.
La vostra mamma, scorgendo la simpatia che legava voi e me, mi disse una mattina, con quella sua cara schiettezza: — Signora Adelaide, voi che siete tanto.... (e qui c'era un complimento ch'io non voglio ripetere) sareste disposta ad assumervi l'educazione della mia Lina? —
Io risposi di sì, e.... il resto voi lo sapete. Ero rimasta senza famiglia, ed ebbi la vostra; ero senza uno scopo nell'esistenza, e il pensiero di svolgere in voi le facoltà dell'animo e dell'ingegno riempì il vuoto del mio cuore; ero senza ambizioni, ed ebbi quella della vostra riuscita. Ai molti disinganni della mia giovinezza potei contrapporre l'affetto vostro costante, la fiducia, non ismentitasi mai, di chi vi confidò alle mie cure. Ora voi mi lasciate, e m'è tolta con voi sì larga parte di consolazioni e di compiacenze. Ma ho imparato frattanto che anche le vecchie zittelle possono trovare un posto nel mondo, quando invece di chiudersi nel guscio dell'egoismo, sanno spendere quei tesori d'affetto che si raccolgono in cuore a ogni donna. Ai miei quarantatrè anni, che a prima vista paion sessanta (state quieta con quella vostra testina che fa segno di no), io mi sento meno desolata, men vecchia di quello ch'io non fossi a ventotto ed a trenta, e poichè di questo mutamento io vo debitrice a voi ed ai vostri, vedete se potevo far meno, per ricambiarvene, che raccontarvi la mia storia.
— Ma.... e _di lui_, — chiese sommessamente la giovinetta, — avete mai saputo nuova?
— Oh Lina! Egli è salito assai alto, e salirà ancora di più, perchè non gli manca nè l'ambizione che aspira ai grandi successi, nè l'ingegno che sa conseguirli. Io non l'ho riveduto. Però, sono ormai undici anni, in una delle nostre gite a Milano, essendo con voi fanciulletta ai Giardini Pubblici, fui colpita dalla leggiadria di due bambini vestiti con rara eleganza. Uno d'essi correndo venne a urtare contro di me, onde la governante, una francese, lo ammonì severamente. Io le chiesi chi fossero quelle vispe creaturine che la tenevano in tante faccende. Ella ne proferì il nome. Era il nome di _lui_.... Avrebbero potuto esser miei figli!... Il dì seguente noi partimmo di Milano.... —
La signora Adelaide proferì queste parole con voce tremula e velata, e si alzò repentinamente dalla sedia per non lasciarsi vincere dalla commozione.... — O la splendida sera! — soggiunse tosto levando gli occhi al firmamento. Ed era infatti una splendida sera. La luna nel pieno suo disco erasi levata nitida e argentea sopra le brune masse del boschetto di carpini, una brezza soavissima temperava gli ardori estivi e faceva dondolare voluttuosamente le tuberose sul gracile stelo. Una sola nuvoletta piccola, candida, sottile come un fiocco di cotone che un bambino solleva con l'alito, seguiva a poca distanza l'astro malinconico: sarebbesi detto che la regina delle notti si faceva portar dietro il suo velo da invisibili ancelle. Tra le fronde del boschetto gli usignoli gorgheggiavano a piena gola, coprendo coi loro trilli armoniosi il gracchiar monotono delle cicale sparse per la campagna. Lina intese il tacito invito della signora Adelaide, e sorta in piedi, e copertosi il capo con una pezzuola bianca per ripararsi dalla rugiada, pose il braccio sotto il braccio di lei e si avviò seco lungo i capricciosi sentieri del giardino.
Noi non seguiremo le due donne nella loro passeggiata notturna; chè, se alla leggiadra Lina piace di sentirsi ripetere le confidenze della sua compagna, noi crediamo che ai lettori basterà di aver inteso una volta _il racconto della signora Adelaide_.
_1869._
UN RAGGIO DI SOLE.
NOVELLA.
L'ultimo lembo dello strascico d'un vestito di seta spariva dietro l'uscio del salotto di casa Mellari. Una signora innanzi negli anni, ma con la fisonomia piena di vivacità giovanile, seguiva il dileguarsi di quello strascico con uno sguardo lungo, tenero, appassionato; uno sguardo, quale non hanno se non le madri per le loro figliuole e le nonne per le loro nipoti. Ed era appunto una nipote della padrona di casa colei che aveva lasciato in quel momento la stanza.
La signora Anna, moglie del professore commendatore Everardo Mellari, sola in un angolo della camera, sedeva ad un tavolino, su cui stavano alcuni libri legati, un servizio da tè, un astuccio da lavoro e un moderatore di porcellana acceso; perchè, se non lo abbiamo ancor detto, lo diciamo adesso, erano le dieci di sera. Intorno ad un tavolino molto più grande, collocato proprio nel mezzo dell'ampio salotto, rischiarato da una lucerna appesa al palco, e tutto sparso di opuscoli e di giornali, discutevano di economia e di giurisprudenza sei uomini, con certe inflessioni nasali e una maestosa solennità degna di chi è socio di cinque Accademie almeno. Le sentenze si succedevano a regolari intervalli come le cento e una salve d'artiglieria alla nascita d'un principino. Vuole però giustizia che si facciano in quel gruppo le debite distinzioni. Delle sei persone ivi raccolte quattro avevano aspetto fossile, e il più fossile di tutti era un giovine non ancora trentenne, uno di quei gingillini della scienza che camminano servilmente sulle orme altrui, e si credono dotti, quando hanno letto una memoria papaverica dinanzi a un'assemblea sonnacchiosa. A costoro par grave non avere che venti a trent'anni, e simulano i modi e la posatezza dell'età matura, gonfi, pettoruti, noiosissimi. Sul loro labbro non v'è sorriso, nei loro occhi non v'è luce, nella loro parola non v'è affetto, mummie prima di nascere.
Il professore commendatore Everardo Mellari, che al momento della nostra narrazione passava la sessantina, aveva avuto anch'egli il gran torto di non prendere la vita che da un lato solo, dal lato cioè dello studio e della meditazione, trascurando quella verità detta senza reticenze dal Giusti:
Se fa conoscere — le vie del mondo, Oh buono un briciolo — di vagabondo!
Però in lui una intelligenza elevata, una dottrina profonda e un cuore ottimo e tenace nelle amicizie, facevano perdonare quel po' di compassato e di convenzionale che era nel suo carattere. Quanto alla persona, ella somigliava all'indole ed all'ingegno, ed era quindi piuttosto poderosa che graziosa.
Dissimile affatto dagli altri, e tale che si sarebbe detto una stuonatura in quel concerto di dottoroni, stava in piedi appoggiando una mano alla spalliera della seggiola del professore Everardo, e tenendo con l'altra dinanzi agli occhi un giornale, senza apparire troppo concentrato nella lettura, il signor Maurizio Dardi, il più vecchio e fidato amico di casa Mellari. Anch'egli fra i sessanta e i settanta, ma ritto, sottile, aitante delle membra, con una fisonomia briosa ed ironica spesso, con uno sguardo vivo, intelligente, pieno di fuoco, con capelli che ormai quasi bianchi del tutto conservavano la curva elegante della giovinezza e si arricciavano di tratto in tratto con una tal quale aria di provocazione come se volessero dire: — Oh se sapeste quante manine gentili ci hanno fatti scorrere fra le loro dita. — Dal complesso poi della persona tuttora attraente e dal vestire lindo ed accurato si vedeva l'uomo che aveva molto vissuto nella più eletta parte della società.
Il signor Maurizio aveva egli pure seguìto con lo sguardo il dileguarsi del vestito di seta, e quando l'uscio si fu richiuso, con un movimento rapidissimo si fece accosto alla signora Anna, trasse un profondo sospiro dal petto come chi si sente sollevato da un peso, e, avvicinando una sedia al tavolino, disse: — Si può fare un po' di conversazione con voi, signora Anna? —
Ella che se ne stava fantasticando si scosse, e con un sorriso pieno di benevolenza: — Figuratevi! — rispose. — Vi confesso anzi che mi pareva impossibile di vedervi in mezzo a tanti uomini serî.
— Grazie del complimento. Però, ve lo dico col cuore in mano, vostro marito solo lo digerisco, ma in compagnia con quegli altri no e poi no. Everardo mi va ripetendo sempre che io sono uno scapato come a vent'anni, e che egli stesso non sa spiegarsi come, tanto dissimili d'indole, noi abbiamo potuto rimanere amici tutta la vita. E in verità la cosa fa meraviglia anche a me.... Ma, vedete, ad Everardo io perdono tutto.
— Oh bella! siete voi che perdonate? — interruppe la signora Anna.
— Certo, perchè, in fin dei conti, queste esistenze seppellite in mezzo alla polvere delle biblioteche sono esistenze sbagliate. Bandire il sorriso dalla vita val quanto bandire il sole dall'universo.
— Oh diamine! Siete sentenzioso.... Su via, cattiva lingua, di chi avete a dir male stasera?
— Di molte persone; ma, se non vi dispiace, mi contenterò di una sola.
— Molti i chiamati e pochi gli eletti. — osservò sorridendo la signora Anna. — E chi è oggi l'eletto?
— È una _eletta_.
— Una donna?
— Per l'appunto.
— E chi dunque?
— Voi stessa.
— Io!
— Sì signora.... Credete davvero ch'io sia stato ad ascoltare in tutto questo frattempo le dissertazioni sulle imposte indirette di quell'amenissimo dottor Belgini, che, se si sta alla fede di nascita, ha ventinove anni e se si vede e si sente, ne ha almeno sessanta?
— Ma via, screanzato, parlate piano.
— Oh! siate certa che non ci odono; — rispose il signor Maurizio, accostando però la sedia a quella della sua interlocutrice e abbassando alquanto la voce. Indi continuò:
— O vi par forse probabile ch'io abbia prestato una grande attenzione agli apoftegmi giuridici partoriti con tanta disinvoltura dal consigliere Marino, il quale, allorchè ha parlato, si volta a destra e a sinistra come per dire: _avete mai inteso nulla di simile?_ —
La signora Anna fece uno sforzo per non ridere, e con un tuono malizioso soggiunse a mezza voce:
— Non c'è forse il commendatore Brullo?
— Oh! — proruppe il signor Maurizio — quello è un bell'originale. Non v'è cosa che non gli sia accaduta, non v'è paese, in cui egli non sia stato, non v'è idea che prima di venire agli altri non fosse venuta a lui. In casi eccezionali egli fa delle transazioni. Stasera, per esempio, si discorreva della Groenlandia. Egli osservò: _io dovevo andarvi_. Maravigliato d'un tuono tanto rimesso: _eppure io tenevo per fermo_, diss'io, _che ci foste già stato_. Credete forse ch'egli abbia capito ch'io mi burlassi di lui? Tutt'altro. Prese le mie parole per un complimento.
— In fin dei conti poi c'è Everardo, — concluse la signora Mellari con accento serio e senza ironia di sorta.
— Ah sì, c'è Everardo, — rispose con l'accento medesimo il signor Maurizio, — e ad Everardo faccio di cappello; ma, ve lo ripeto, a quattr'occhi, e quando posso levargli la crosta dell'accademico. Via, non v'impazientite. Ricevendo in casa sua de' pedanti gli tocca divenir qualche volta pedante anche lui per ospitalità.... Ma, insomma, voi mi fate parer maldicente....
— Oh poveretto, non siete mica tale! — esclamò la signora Anna. — E, a proposito, non dovevate dir male di me?
— Ah! questo sì, e comincio subito. —
La signora Anna avanzò alquanto la sedia, e appoggiando il gomito al tavolino fece puntello al mento con l'avambraccio, e si pose in atto di benevola aspettazione.
— Dovete dunque sapere — principiò il signor Maurizio con un tuono scherzoso che temperava l'asprezza apparente delle parole — dovete dunque sapere, mia cara amica, che io ho inteso gran parte del vostro colloquio con vostra nipote, e che fra voi e lei avete detto delle solenni corbellerìe.
— O sentiamole un po' queste solenni corbellerìe.
— Non mi negherete che la Evelina vi dicesse male di suo marito.
— Male poi no.... Faceva alcune rimostranze.
— Or bene: quanto a me che del matrimonio....
— Risparmiatemi le vostre teorie. Già si sa che voi l'avete a morte col matrimonio.
— Falsissimo. Io la credo un'ottima istituzione a benefizio dei celibi. Che cosa farebbero i celibi se non vi fossero gli ammogliati?
— Eh! vergognatevi di questo cinismo.
— Sono meno cinico di quel che credete, amica mia, e mi sarebbe facile il provarlo. Ma ora ripiglio il filo del discorso. Quanto a me, dunque, che sono un celibe ostinato ed impenitente, non ho nulla a ridire, se una moglie si lagna di suo marito. Ciò sta nell'ordine naturale delle cose. Ma io mi pongo dal lato vostro, di una donna cioè che ha un culto per l'istituzione del matrimonio, e non posso a meno di strabiliare vedendo come voi lasciate tener quei discorsi a vostra nipote, e abbiate anzi tutta l'aria di secondarli.
— Oh! se non avevate che a farmi questo sermone, mio venerabile signor censore, potevate davvero risparmiarvi la briga. In primo luogo, io non ho secondato niente affattissimo; e poi, appunto perchè tengo che il matrimonio e la famiglia sieno cose sacrosante, m'irrito quando ne vedo fraintesi gli obblighi dall'una parte o dall'altra.
— Queste sono frasi. Io credo invece che il matrimonio, per non finire in una catastrofe, debba essere un lungo esercizio di reciproca tolleranza. Tolleranza, intendiamoci, non già del vizio e della dissolutezza, ma di tutti quei difettucci, di tutte quelle imperfezioni che ciascuno dei due coniugi vede certamente nell'altro. Or via, veniamo al fatto: di che cosa si lagna vostra nipote?
— Sapete che siete curioso? Io potrei mandarvi pei fatti vostri, e non dirvi nulla: ma voglio esser tre volte buona, e vi risponderò schiettamente che Evelina ha ragione. Un uomo che ha una sposa come Evelina, un fiore di gioventù, di bellezza, un angelo di bontà e d'innocenza; un uomo che possiede una donnina siffatta e la trascura, e non le consacra tutto ciò che v'è di migliore nella sua anima e nel suo ingegno, meriterebbe.... eh! lo so io che cosa meriterebbe. Il meno che possa toccargli è che sua moglie si dolga di lui.
— Voi siete una Vestale che conserva il fuoco sacro. Ancora bollente come a vent'anni! Io vi ammiro.
— Eh! ammiratemi meno, e ascoltatemi più. O che vi pare che Evelina avrebbe ad esser contenta? A sedici anni appena la maritano (e un po' di colpa ne ho anch'io) a un giovane sui cinque lustri, operoso, distinto, onesto; ma tutto pieno della sua ambizione, tutto occupato dei suoi buoni successi. Egli è ora di qua, ora di là, oggi a Firenze, domani a Milano, doman l'altro a Napoli, sempre a raccogliere applausi e a mietere allori, a proferir discorsi, a tener conferenze, e che so io; e dopo quindici mesi di matrimonio è molto se sta tre giorni la settimana presso sua moglie per annoiarla con racconti delle sue glorie e de' suoi trionfi. Oh! caro mio, non v'è nulla di più egoista dei così detti uomini grandi, non v'è nulla di più gretto e meschino. Nel santuario della casa che dovrebb'essere aperto agli affetti, alle confidenze, alla celia, essi portano la loro vanità personale; al pettegolezzo senza malizia e senza conseguenze della vita domestica essi sostituiscono il pettegolezzo pieno d'acrimonia e di fiele della vita pubblica e letteraria, e fanno cento volte desiderare il modesto impiegato, l'umile uomo d'affari che, dopo adempito il suo ufficio quotidiano, reca alla sua famiglia la parte migliore di sè; il sorriso del suo labbro, la poesia schietta della sua anima. Perchè questa è la gran differenza tra gli uomini comuni e quelli di maggior levatura: che i primi cercano di piacere alla moglie, perchè sanno che non possono avere applausi da nessuno fuori di lei; gli altri, abbagliati dallo splendore che li circonda, non vedono che tenebre e squallore nelle pareti domestiche.
— Per bacco! — proruppe il signor Maurizio — stasera voi siete più eloquente del Mirabeau. Ma mi permettete di rispondervi?... In quello che voi dite c'è molto di vero, non v'ha dubbio, ma l'arma che avete brandita è un'arma a due tagli, e badate di non ferirvi da voi. Quando una giovane possiede, come Evelina, uno sposo di un merito superiore, ella non ha che un mezzo per non divenire infelice. Ella non può impedirgli di raccogliere i frutti del suo ingegno e della sua dottrina e di essere acceso dalla febbre del buon successo: ella deve lasciarsi irradiare dalla sua luce, ella deve associarsi alle sue ambizioni. La neutralità l'è proibita, perchè nella moglie l'esser neutrale vuol dire essere ostile. S'ella non si riscalda pei trionfi del marito, il marito la trascura, ed ella finisce coll'odiar quella gloria che avrebbe dovuto riflettersi su di lei. I due coniugi vivono allora in due mondi diversi, le loro anime non hanno punto di contatto, e, credetemelo pure, mia ingenua amica, quando i corpi sono costretti a stare insieme senza che le anime si confondano, non può nascerne altro che il tedio scambievole.... Ma via, siamo giusti; come volete che un uomo, esposto a tutte le seduzioni del mondo, blandito, accarezzato in mille guise, riesca a trasformarsi di punto in bianco, e diventi semplice, modesto, spensierato, appena egli abbia varcato la soglia domestica? Ma una moglie saggia previene i pericoli, e poichè non può mutare il marito, muta sè stessa.
— Oh! volete farne un'erudita?