Part 22
Questo avvenimento fu una contrarietà gravissima per mio padre. Non solo egli aveva preso a voler bene al suo commesso, ma ne aveva bisogno, e non sapeva adattarsi alla sua mancanza. E m'era agevole intendere ch'egli, pur tacendo e astenendosi da ogni allusione, mi faceva colpa dell'accaduto. Così, in mezzo a tante amarezze, con tanto bisogno che io aveva di conforti, mi vedevo negata l'ultima gioia delle soavi espansioni domestiche, e nella solitudine della mia stanza io andavo spesso chiedendo a me medesima se il mio sacrificio ad altro non dovesse riuscire che a togliermi la tenerezza paterna.
Intanto la mia costanza era serbata a una novella e durissima prova. Gustavo mi scrisse che essendogli proposto l'ufficio di segretario d'ambascerìa a Londra, ufficio estremamente onorifico, perchè mostrava la fiducia riposta in lui dall'eminente diplomatico che doveva recarsi colà qual ministro degli Stati Sardi, egli aveva deliberato di accettarlo, fermo però nel proposito di non rimanere assente che un anno. Reduce in patria, avrebbe pensato davvero a farmi sua. Ch'io non mi sgomentassi.... egli mi amava sempre, egli sapeva i suoi obblighi, ma poichè sventuratamente la nostra unione era stata differita, tant'era portarla al momento ch'egli sarebbe stato in grado di offrirmi tutti gli agî della vita. Questo viaggio avrebbe giovato molto alla sua carriera e alla sua istruzione; ch'io ne accogliessi dunque la notizia senza troppo rammarico. Era suo desiderio di venire in Milano: ma non osava. La parte da lui presa in alcuni recenti fatti politici avrebbe potuto cagionargli impicci serî. Mi mandava un bacio per lettera.
Mi guardai intorno tutta trasognata. Era possibile? Un altro anno d'attesa! Ma non era meglio licenziarmi addirittura?
Sennonchè mio padre e il notaio strepitarono siffattamente contro Gustavo, che non potei a meno di prenderne le difese, e tanto mi vi scaldai, che finii col persuadermi che non solo essi avevano torto nell'insultare il mio sposo, ma che avevo torto io stessa nel dubitare di lui. E a quella guisa che intorno al letto di un infermo si moltiplicano le parole di conforto e di speranza, quanto più si fa grave e minacciosa la malattia; così io mi mostravo più ostinata nella mia fede, quanto più sentivo malato il mio povero cuore. Era una fede sospettosa, irritabile, che non ammetteva le obbiezioni e che quindi mi rendeva anelante alla solitudine ed al silenzio.
Oh come si appassivano in siffatte angustie la mia gioventù e la mia bellezza! Oh com'erano divenuti sconfortanti i responsi del mio specchio, già così lusinghiero e cortese!
Non sono le lagrime abbondanti quelle che solcano il viso; è la stilla che lentamente s'imperla sul ciglio e cola tarda e furtiva giù per la gota sin che viene a morire sugli orli d'un labbro infocato: non è la sventura che giunge, colpisce e passa, quella che affretta il corso degli anni; è l'ambascia d'ogni giorno, è l'assiduo pensiero del futuro, è la desolata certezza che dallo spuntar del mattino al cader della sera non verrà mai una buona novella a consolare lo spirito....
E tutte le cose volgevano in peggio; gli affari, l'umore e perfino la salute di mio padre. Non credo ch'egli corresse a rovina (chè s'era astenuto da ogni speculazione arrischiata), ma i lavori scarsi e meschini non bastavano a coprire lo spese. Altro che rifar la mia dote! La piccola somma che ci era rimasta dopo la liquidazione, erasi già notevolmente assottigliata, e in pochi anni se ne sarebbe ito anche il resto. Eravamo simili a naufraghi che vanno consumando le loro provvigioni senza che una striscia bruna nell'orizzonte gli affidi nella speranza di toccare la spiaggia.
E certo deve venire il momento, in cui que' poveri naufraghi, perduti nell'immensità dell'Oceano, sentano gelarsi il sangue al pensiero della vita che fugge, e delle care cose che non vedranno mai più. Allora l'energia del volere non supplisce più alla lena delle braccia affralite: essi depongono il remo, e ristanno dagli inutili sforzi e s'abbandonano ai capriccî dell'onda. Così mio padre, impotente a vincere, era a poco a poco soverchiato dall'idea che tante sue fatiche non riuscissero a nulla, e rimaneva le lunghe ore taciturno, inoperoso, perplesso. E quando io mi inchinavo su lui per iscuoterlo e per dargli coraggio, egli diceva: — Io t'ho rovinata, figliuola mia, ma v'è qualcheduno più colpevole di me. — Indi ripigliava: — Oh potessi perdonargli prima di morire! —
Morire! Questa parola sinistra veniva ormai spesso sulle labbra del babbo; sembrava ch'egli volesse addomesticarsi con l'idea della morte e prepararvi quelli che l'amavano. E invero egli era invecchiato di parecchî lustri in due anni. Camminava curvo della persona, era sparuto e pallidissimo, e la voce gli si era fatta cupa e cavernosa come di chi soffre per qualche malattia organica. I medici dicevano non esservi nulla da temere pel momento; ma insistevano sulla necessità di molti riguardi, giacchè v'era una seria minaccia alla _spina dorsale_. Quantunque egli mal volesse concederlo, quel suo bisogno di una vita riposata rese necessario di andar man mano liquidando gli affari, e potete credere se ciò si facesse senza sacrificî. — A conti chiusi — mi disse l'Anastasi — io credo che le cinquantamila lire si saranno ridotte appena a ventimila. — Bella prospettiva per l'avvenire. Ormai io non ero più sicura nemmeno che non mi toccasse a lavorare per vivere.
Pur troppo quel tanto che avevamo sarebbe stato più che sufficiente fin che campasse mio padre. Dico pur troppo, giacchè la salute di lui peggiorava con molto maggiore rapidità che i medici non avessero previsto, e se non si riusciva a porre argine al male, la crisi sarebbesi fatta attendere ben poco. S'ebbe un consulto con quel costrutto che potete credere. Si crollò molto il capo, si dissero molte parole lunghe ch'io non intesi, e finalmente ci si prescrisse di partire senza indugio per uno Stabilimento idropatico assai rinomato del Piemonte. Il recarmi in quel paese, il passar presso Torino, ove tre anni addietro (chè in mezzo a queste tristezze eravamo giunti sino alla primavera del 1853) avrei dovuto andare sposa adorata e felice, mi destava, ve lo confesso, un senso invincibile di repulsione. Ma io non potevo nemmeno esitare e feci subito i miei preparativi di viaggio. Scrissi a Gustavo che mi dirigesse le sue lettere (erano divenute così rare!) allo Stabilimento di***, concertai col notaio Anastasi che ad ogni urgenza lo avrei avvisato, affinchè non mi lasciasse sola nei pericoli e nelle angustie, e poi con volto sereno mi accinsi al mio ufficio di guida e d'infermiera al povero malato. Nello scrivere a Gustavo non potei a meno di pingergli la tristezza del mio stato, e la solitudine dolorosa che l'avvenire mi preparava, e gli ricordai i suoi giuramenti e la mia costanza e la necessità di troncare sì lunghi indugî e di farmi sua. Era la prima volta ch'io mi abbassavo a pregare, ma la sventura aveva spezzato il mio orgoglio, ed io più non riconoscevo me stessa.
Lo Stabilimento ove ci recammo era in una situazione assai pittoresca e, più che amena, maestosa. Sorgeva sopra un'altura, in mezzo a una corona di monti, quali vestiti di abeti e di castagni, quali aridi e coperti di neve. Da una rupe vicina scendeva a balzi capricciosi una cascata limpidissima e fredda come il ghiaccio, una parte della quale, sviata dal suo letto, veniva ad alimentare le docce dello Stabilimento. E lo strepito dell'acqua, e il fischiare del vento tra i rami dei faggi che ombreggiavano la parte superiore del colle, erano i soli romori di quei luoghi tranquilli e deserti. Il villaggio, che consisteva in un gruppo di casolari intorno a una chiesa, stava a un quarto di miglio più basso, ed era nascosto da una svolta della strada, nè dava altro segno di sè che mediante i rintocchi della campana che batteva le ore o chiamava i fedeli alla preghiera. E qua e là, o nel fondo della vallata, o sulla pendice di un monte, altri gruppi di case ed altri campanili rendevano testimonianza della presenza dell'uomo che, convien confessarlo, in mezzo a quella natura superba pareva la più piccola e meschina cosa del mondo. I gioghi a levante erano poco elevati, e perciò lo sguardo misurava da quella parte un largo spazio di cielo e l'alba veniva a salutarci assai presto. Una montagna dirupata ed altissima chiudeva invece la vallata a ponente, affrettandoci almeno di due ore il tramonto. Ed era uno strano spettacolo il vedere il sole sfolgoreggiar lungamente sul cocuzzolo di quell'alpe e dardeggiare i suoi raggi sulle cime prospettanti, passando sopra i nostri capi e lasciandoci nelle tenebre. Così, mentre una parte della vallata era involta dal mite e vaporoso chiaror del crepuscolo, la parte opposta si trovava immersa già nella notte, e qualche lumicino, che si moveva silenzioso come lucciola errante, empiva l'anima di malinconìa e di mistero.
Allo Stabilimento non ci si andava senza cagioni piuttosto serie, ed esso non era quindi uno di quei ritrovi romorosi, nei quali convengono tutti gli sfaccendati, e le occupazioni della galanterìa pigliano buona parte della giornata. Ivi si pensava davvero a curarsi, e il sussiego e il riserbo degli ospiti rispondevano perfettamente al regime claustrale che ci era imposto. Tanti rintocchi di campanello per la doccia, tanti per la colazione, pel desinare, per la cena, tanti per la passeggiata. Dalle una alle due tutti coloro che si reggevano sulle gambe andavano su e giù lungo il viale d'ipocastani che fiancheggiava l'edifizio, silenziosi come Certosini e avviluppati nel loro mantello a ogni alito di vento che spirasse fra gli alberi. Un po' più d'espansione v'era, come al solito, dopo il desinare. Allora parecchî dei commensali si raccoglievano nel salotto vicino a leggere i giornali e a chiacchierare alquanto. Nello stesso salotto faceva mostra di sè anche un pianoforte vecchio e polveroso, ma guai a toccarlo! c'era sempre qualcheduno dei presenti soggetto al mal di nervi o al dolore di capo, che minacciava d'andare in convulsioni se non lasciavate in pace la tastiera. Alle 9 e mezzo della sera poi si spegnevano tutti i lumi, e di buono o mal grado ciascuno doveva ridursi nella propria stanza.
Sono pochi i malati, ai quali i primi giorni di una nuova cura non paiano recar giovamento. Giova soprattutto il mutar cielo e clima e abitudini. Lo svago dello spirito, la speranza di riafferrare la vita che fugge, esercitano una influenza benefica sul corpo fievole e affranto, e gli ridonano un soffio dell'antico vigore.
Anche mio padre, poichè fu riposato dalle fatiche del viaggio, sentì alquanto scemate le sue sofferenze, e nella settimana che succedette al nostro arrivo potè uscire più volte appoggiato al mio braccio e venire a pranzo alla tavola rotonda e mangiare con discreto appetito. Invero il medico dello Stabilimento avea crollato il capo con piglio serio e pensoso dopo aver visitato l'infermo, e udito da me la descrizione della sua malattia; ma chi non sa che il desiderio riesce ad aggiustare a suo modo i più tristi pronostici?
E poi l'animo mio era improvvisamente disposto a veder tutto color di rosa. In un giornale di Torino io avevo letto che il plenipotenziario piemontese a Londra avrebbe lasciato il suo posto entro due mesi, e ciò significava per me il ritorno di Gustavo e l'adempimento della sua promessa. Era strano invero che Gustavo non s'affrettasse a darmi la lieta novella, era strano che, dopo la descrizione da me fattagli del mio misero stato, egli non mi mandasse una riga; ma forse la lettera era stata diretta a Milano, o si era smarrita per via, o si era intercettata alla posta austriaca. In quel tempo siffatti sconci accadevano spesso. Comunque sia, il bisogno di credere a giorni meno sconsolati mi aveva racceso in cuore la fede, e m'era persino riuscito d'infonderla nel padre mio, già così pertinacemente ostile a Gustavo. — Lo vedrai, babbo, — io dicevo, — egli tornerà, egli mi farà sua, e tu non avrai più a turbarti pel mio avvenire. —
Povera illusa! Quanto presto il disinganno doveva tener dietro a questi augurî baldanzosi e felici!
Il dì seguente a quello in cui mi cadde sott'occhio l'annunzio, cagione per me di tanta allegrezza, mio padre respirava le dolci aure del tramonto, seduto su una poltrona a ruote ch'io avevo sospinta nel giardinetto su cui riusciva il salotto da pranzo. Egli era un po' taciturno, ma sereno; io, ritta dietro a lui e appoggiata coi gomiti alla spalliera della poltrona, contemplavo in silenzio la cresta acuminata della montagna che ci sorgeva dinanzi, e volavo col pensiero oltre a quei gioghi, oltre ai confini d'Italia, affrettando col desiderio il ritorno del mio sposo. Tre o quattro signori sedevano a pochi passi di là intorno a un tavolino, sorseggiando il caffè e discorrendo di politica. Era tra loro il marchese di Villa Gioconda, un vecchio aristocratico piemontese, fornito di alquanta boria patrizia, ma, in fondo, vero gentiluomo nell'aspetto e nei modi. Egli aveva presa più volte cortese parte allo stato di mio padre, ed era fra' pochi ospiti dello Stabilimento, con cui si fosse ricambiata qualche parola. Ma quel giorno (era il 15 di maggio, nè dimenticherò mai quella data) doveva venirmi da lui lo strale che mi ferì senza speranza di salvezza.
— Sapete ciò che mi si scrive da Torino? — diss'egli rivolto al gruppo che lo circondava. — Che il conte*** nostro ambasciatore a Londra, dopo essergli andati falliti i matrimonî principeschi che sognava per la figliuola, stia per concludere una _mésalliance_, dandola in isposa al suo segretario. — E lo nominò.
Quest'annunzio così improvviso ed inaspettato mi piombò addosso come un fulmine. Un grido era sul punto d'irrompermi dal petto, ma con uno sforzo potente seppi frenarlo, e si convertì in un gemito cupo, sordo, profondo. Non caddi, perchè fui in tempo di afferrare con ambe le mani la spalliera della poltrona, alla quale io ero appoggiata, e tenermivi stretta, mentre tutti gli oggetti circostanti mi traballavano intorno vertiginosamente. Mio padre, pallido come uno spettro, s'era girato con mezza la persona sulla scranna, e mi guardava con occhi stravolti, e tentava balbettar qualche parola che il labbro non riusciva ad articolare.
La commozione destata in noi dal suo discorso non era certo sfuggita al marchese, ed io lo intesi soggiungere in fretta: — Del resto è un pettegolezzo che probabilmente non avrà nulla di vero. — Indi, scostatosi da' suoi interlocutori, ci si fece dappresso, e con nobile delicatezza fingendo ignorar la cagione del nostro turbamento, e volendo per quanto fosse in lui riparare al male che ci aveva fatto, mi disse: — Parmi, signorina, che suo padre soffra più del consueto. S'egli non isdegna il mio appoggio per risalire alle sue stanze, eccomi agli ordini suoi. — Nello stesso tempo si chinò verso il malato offrendogli il braccio, e poichè quegli non oppose resistenza, lo portò, più che non lo accompagnasse, sino all'uscio del nostro quartiere. — Ora le manderò il medico, — riprese prima di accomiatarsi. — E dacchè ella è sola e angustiata, povera signorina, io la prego che voglia disporre in questi giorni del marchese di Villa Gioconda. —
Per quanto io ammirassi siffatto riserbo, non potei a meno di prorompere: — Marchese, ciò ch'ella diceva a' suoi amici, è proprio vero? —
— Le giuro sull'onor mio, — egli rispose, — ch'io non ne so nulla di certo. È forse una chiacchiera di caffè riferita per lettera, e da me stolidamente ripetuta. Si faccia animo, ottima signora, e non mi serbi rancore. —
Io non chiesi, egli non disse di più. Scese le scale, e di lì a pochi minuti fu da noi il dottore dello Stabilimento. Cominciò col domandarmi se questo peggioramento repentino fosse da ascriversi a cause morali, e concluse che se non c'era modo di tranquillare l'animo evidentemente agitato dell'infermo, era pur troppo assai difficile di stornare una prossima crisi. Questi suoi presagî erano, ben s'intende, annacquati in molte parole che miravano a temperarne l'effetto: io però non m'illusi un istante. Poscia il medico mi confessò ch'io pure ero molto stremata di forze, e avevo il polso febbrile.
Sorrisi amaramente, e risposi: — Non ho tempo io d'esser malata. — E invero che cosa erano le sofferenze del mio corpo in paragone di quelle dello spirito? Io ero dunque ingannata, tradita, abbandonata per sempre! La mia gioventù era ormai sul tramonto, la mia bellezza era sfiorita, io ero alla vigilia di rimaner orfana e derelitta nel mondo, e l'uomo ch'io avevo tanto amato ricambiava così la mia fede!
La sera stessa spedii una lettera all'Anastasi, supplicandolo di accorrere senza indugî. E lì dinanzi alla mia scrivanìa m'accinsi più volte a vergare un altro foglio, senza che mai mi riuscisse venirne a capo. Era in me tanto dolore, tanto sdegno e tanto disprezzo, che il mio stile mi pareva a vicenda troppo appassionato, troppo offensivo e troppo sarcastico. Anche in questo caso la notte portò consiglio. Che notte!
Il marchese di Villa Gioconda volle a tutti i costi che un suo fidato domestico vegliasse al letto di mio padre. Era uno di quei vecchi servi delle case patrizie che tengono cara la loro livrea come un soldato tien cara la bandiera del reggimento, e che si getterebbero a dirittura nel fuoco pei loro padroni. Egli aveva assistito nelle loro malattie non so quanti dei Villa Gioconda, e aveva imparato quelle previdenze che non sogliono avere gl'infermieri di professione.
Mio padre fu straordinariamente agitato. Le parole: _infame, traditore.... povera Adelaide_, gli uscivano continuamente dal labbro, e quando io m'accostavo al suo capezzale, non voleva saperne di conforti, e finiva sempre col dirmi: — Sono io la causa di tutto; — oppure: — Quell'uomo mi fa morir disperato. — Era una pena indicibile il vederlo così, e il medico anch'esso ne fu dolorosamente colpito. Oh che non avrei fatto pur di renderlo più quieto e tranquillo, a quali sacrifizî non mi sarei mostrata disposta! Certo gli avevo anch'io i miei rimorsi. Perchè ostinarmi in un amore impossibile, perchè non indovinare i desiderî del mio genitore, perchè non seguire i consigli dell'Anastasi, porgendo benevolo ascolto al giovane commesso di studio che mi aveva dimostrato un affetto tanto pieno di riverenza e di dignità? Ma ormai come espiare le mie colpe? A che mezzi, a che pietosi inganni appigliarsi, perchè mio padre chiudesse gli occhi con l'anima meno angosciata? Solo Gustavo avrebbe potuto rasserenarlo, smentendo la notizia del suo matrimonio; ma come ricorrere a lui, ma come invitarlo a smentire ciò che pur troppo il cuore mi diceva esser vero?
Eppure, o Lina, appunto a lui io ricorsi. Albeggiava appena quand'io, profittando di un breve sonno dell'infermo, mi posi al tavolino, e con mano rapida e convulsa vergai questa lettera: — _Gustavo! Si è diffusa qui la novella che stiate per prender moglie. Non ti chiedo per me nè spiegazioni nè scuse. Ma se volete ch'io vi perdoni, se vi resta qualche dolce memoria dei giorni trascorsi, non mi negate un'ultima grazia. Mio padre, affetto da malattia insanabile, è agli estremi di vita, e il pensiero del mio avvenire, che, ve lo prometto, saprò affrontare da donna coraggiosa ed onesta, raddoppia gli spasimi della sua agonia. Gustavo, secondatemi. Appena vi giunga questo foglio scrivetemi una lettera, negando quanto si è affermato di voi, e promettendo che non mi abbandonerete giammai, e mi farete vostra fra poco. In quella lettera che, se mi giunga in tempo, io mostrerò a mio padre, acchiudetene un'altra che contenga la verità pura, senza reticenze e senza comenti, e vivete certo che, quale ella sia, saprò sopportarla con animo gagliardo e virile.... Non temete di frodi.... Adelaide vi par nata a siffatte bassezze? E, soprattutto, affrettatevi. Ogni indugio può tornare funesto e rendere inutile la pietosa bugìa. Io vi giuro che non vi domanderò nulla più sulla terra e che ricambierò con augurî di lunga felicità quello che mi avete fatto soffrire. Che se non consentiste alla mia preghiera, io direi, o Gustavo, che ogni senso di compassione è spento nell'animo vostro._
Non vi descriverò uno per uno i giorni che seguirono all'invio di questo messaggio, ond'io non aveva confidato il tenore che al notaio Anastasi, il quale, fedele alla sua promessa, era accorso al mio invito. Il prezioso amico vegliò meco al letto paterno, tentando invano di sollevare lo spirito del povero malato, a cui il pensiero del mio abbandono non lasciava più tregua.
— O come mai, Anastasi, — diceva mio padre, — voi che non avevate fede in Gustavo, quando ancora si poteva averne, come mai volete ora lottare contro l'evidenza?... Mia sventurata Adelaide, — egli soggiungeva poi indirizzandosi a me, — _quell'uomo_ ha saputo annebbiare la tua intelligenza serena, e tu speri ancora in lui, tu l'ami ancora. Ma non t'avvedi ch'è inutile?... Senti, Adelaide, non è la morte che mi fa paura; ma vorrei che il _codardo_ fosse punito.... vorrei, morendo, poter dire: _mia figlia è vendicata_. —
— No, padre mio, — io rispondevo, — tu non morrai, ma se pur ti piace fermarti su questa lugubre idea, non alimentare pensieri di vendetta: non son degni di te che nella tua esistenza non hai fatto che il bene: credilo ad Adelaide tua, il conforto giunge sovente quand'è meno atteso, e ho qualche cosa in cuore che mi dice: _il conforto è vicino_. Una parola sfuggita al marchese di Villa Gioconda, una parola, alla quale egli stesso non attribuisce importanza veruna, avrà dunque potere di conturbare siffattamente il tuo spirito? Ho scritto io stessa a Gustavo, sai? e la sua risposta non tarderà molto a venire.... —
Questi e simili discorsi io andavo facendo dì e notte, con che sforzo, con che angoscia dell'animo lascio a voi il pensarlo. Quando la stanchezza mi vinceva, il notaio Anastasi prendeva il mio posto presso mio padre e si studiava egli pure di ripetergli con altre parole le assicurazioni ch'io gli aveva date. Pietosa cospirazione intorno al letto di un moribondo!
Eravamo già al decimo giorno dacchè io avevo spedita la mia lettera per Londra, nè la malattia aveva fatto progressi rapidissimi. L'abbattimento morale pareva forse più grande del fisico. Non per questo il medico rasserenava la fronte, nè mi confortava a sperare. — È un'esistenza che pende da un filo, — egli mi diceva talora, — può durare dei mesi, e può spezzarsi quando men si crede. —
Quella mattina noi stavamo, l'Anastasi ed io, ciascuno da una parte del letto intenti a distrarre l'infermo assorto ne' consueti pensieri.
— Voi mi perdonerete, Anastasi, — diceva mio padre, stendendo al notaio la mano tremula e scarna; — voi mi perdonerete se non fui sempre giusto con voi. Ho errato, lo so, e riconosco l'errore. Quand'io non sia più (non vale ribellarsi a ciò ch'è inevitabile), fate le mio veci presso la mia figliuola. Ch'ella non sia derelitta nel mondo, abbandonata da _tutti_. E tu, poveretta, non voler persistere in una fede ch'è cecità. Prima che tu senta il peso degli anni, apri il cuore agli affetti.... O chi non amerebbe la mia Adelaide, sol che sperasse di esserne riamato? _Uno solo_ poteva tradirla, ed ella ha scelto quell'uno!... Codardo.... egli non osa nemmeno confessare il suo fallo.... non osa nemmeno risponderti! —
Io chinai il capo tacendo. Era vero!