Part 21
— Pagato? — egli riprese — ma da chi? — Ebbe una subitanea intelligenza della cosa, e presami per mano con un movimento convulso, nervoso: — Saresti tu forse? — egli gridò con voce tremante per la commozione.... E perchè io non facevo motto, soggiunse: — Tu che ti saresti rovinata per me? Adelaide, dimmi che non è vero, che non può esser vero....
— Ne parleremo più tardi, — risposi. — Ora ripiglia l'usata tranquillità.... —
Ma mio padre non mi lasciò finire, e fattosi innanzi per modo che io sentivo l'ardor della sua fronte.... — Tu non lo neghi, — proruppe, — dunque è così, dunque io ho spezzato il tuo avvenire, dunque tu sei povera?... Ora, ora intendo ogni cosa. — Ma io non lo permetterò giammai,... io ricorrerò al Tribunale contro siffatta mostruosità. Chi abusò della tua buona fede dovrà pagarne il fio....
— No, padre mio, — dissi con accento tranquillo e sicuro, — no; nessuno abusò di me, io non fui ingannata da nessuno. Il Tribunale non potrebbe trovar la menoma irregolarità in ciò ch'io feci, perchè operai sempre d'accordo col notaio Anastasi.
— Col notaio! — gridò mio padre fuori di sè. — Ah sciagurato! —
Questa rivelazione parve produrre sull'animo suo un effetto ancora maggior della prima, ed egli si abbandonò ad una collera, di cui io non sapevo intendere la ragione. Si alzò per rientrare nella sua stanza, ma le gambe non fecero l'ufficio loro, e convenne sostenerlo. Non volle però, cosa incredibile, nemmeno esser sorretto da me, e si appoggiò al braccio di un vecchio servo di famiglia. A un tratto si volse indietro, e: — Che cosa fate qui? — chiese a Gustavo e a suo padre. — Questa non è casa per voi, è la casa di un uomo rovinato. —
Gustavo gli si avvicinò con piglio sommesso, dicendo: — Voi mi giudicate male, signor Giorgio. —
Un amaro sorriso sfiorò le labbra di mio padre, che non si degnò nemmeno rispondere; ma soggiunse: — E dire che mia figlia lo amava tanto! —
Io seguivo macchinalmente mio padre lungo gli anditi che conducevano alla sua stanza, lo seguivo oppressa, sbalordita dalle commozioni accumulate sull'animo mio, simile a chi dopo una grave caduta sente un dolore per tutta la persona, ma non sa ancora discernere che membro abbia contuso o ferito.
Prima ch'io giungessi alla soglia della stanza paterna, sentii una mano toccarmi leggermente la spalla. Era Gustavo.
— Adelaide, — egli mi disse, — puoi tu credere ch'io ti lasci così? Puoi credere che il nostro bel sogno sia svanito per sempre? Io partirò, ma per poco; io partirò per farmi uno stato libero, indipendente, per poter offrirti una casa _mia_, ove _nessuno_ osi insultare alla santità del tuo sacrificio, alla grandezza della tua povertà. Adelaide, mi aspetterai, mi ridonerai la tua stima?... —
Io sentivo scorrermi per le vene una insperata dolcezza; ma fui forte, e risposi:
— Gustavo, voi lo sapete, io vi ho reso la vostra libertà.... —
Egli mi pose vivamente una mano sulle labbra, è interruppe: — No, Adelaide, non parlarmi così. Dammi ancora del _tu_, come quando mi amavi, come un'ora fa. Oh! non volgere gli occhi altrove. Non sono poi tanto colpevole. Dio buono! È egli possibile che un'ora sola abbia distrutto un amore come il nostro? —
Non dissi parola, ma le lagrime che mi scendevano giù per le gote attestavano la mia debolezza. Egli era là presso di me, l'alito del suo respiro si confondeva col mio, la mia mano aveva tentato invano di sottrarsi alla sua, un bacio ardente sfiorò la mia bocca.... Mi scossi svincolandomi dalle sue braccia, e accennando a Gustavo che partisse, sclamai: — A rivederci. —
Egli si portò alle labbra la mia mano che teneva stretta, e col volto raggiante mi disse: — Grazie, Adelaide, a rivederci. —
Si dileguò. Immobile dietro i cristalli della finestra vidi la carrozza che lo conduceva lontano.... Intorno a me era un silenzio di morte; solo la neve a piccoli fiocchi gelati flagellando i vetri dava un suono simile al battito di un orologio.... Uno strato candidissimo copriva il davanzale della finestra e i tetti delle case circostanti.... le guglie acuminate del Duomo tutte vestite di bianco spiccavano fantasticamente sul cielo grigio e uniforme.... Nella via sottoposta la gente affaccendata passava e ripassava senza strepito alcuno.... pareva come un muoversi d'ombre in un mondo di sogni.... Oh! certo io sognavo.... Era quello il mio giorno di nozze, il mio giorno di festa e di trionfo?... Avevo io inteso veramente echeggiare le stanze d'insulti e di minacce brutali?... Il mio sposo era egli veramente partito?... Eppure io sentivo ancora sulle labbra il suo bacio, e mi suonava nell'orecchio la sua voce amorosa....
Io andavo vaneggiando così, quando intesi chiamarmi a nome: — Adelaide, povera Adelaide! —
Mi volsi in sussulto, staccandomi dalla finestra. Era il notaio Anastasi. Le lagrime che mi si erano cristallizzate negli occhi irruppero a un punto e m'abbandonai a un pianto sfrenato. Caddi nelle braccia dell'amico fedele, e obbedendo al mio pensiero dominante, esclamai in mezzo ai singhiozzi: — Oh! tornerà, sapete, tornerà.
— Sì certo, Adelaide, — egli mi rispose con dolcezza; — ma vostro padre? —
Mio padre! Io l'avevo dimenticato. Ed egli febbricitava nella stanza vicina.
III.
Il mio racconto è ormai così lungo, che mi conviene stringerne le fila e non discendere a troppo minuti particolari. Non vi dirò adunque dello scompiglio della mia casa in quel giorno, finito tanto diversamente da ogni ragionevole previsione; non vi dirò delle chiose petulanti dei servi, delle indiscrete ambasciate dei maligni, delle visite inesorabilmente rispinte, dei regali rinviati ai donatori, delle tavole levate prima d'imbandirle, dei pretesti con cui tentammo coprire il vero e far credere che si trattasse soltanto di una brevissima proroga, non vi dirò nulla di tutto ciò; chè la vostra imaginazione può formarsene un'idea e indurre quello che dovesse passarmi nell'animo. Nondimeno, come accade assai spesso, i miei pronostici della vigilia non s'erano avverati. O sommamente felice, o misera sommamente, era stato il mio presagio. Ebbene, la fortuna, pur volgendomi avversa, non mi aveva tolto ogni raggio di speranza; tant'è vero che il cuore umano assai di rado ha disseccate le fonti del conforto, e, come il naufrago all'alghe, s'aggrappa ai più deboli appoggi per non sommergere affatto. Io ho osservato che la logica rigida ed inflessibile ci abbandona nella pratica della vita, ed è gran ventura, perchè essa ci condurrebbe agli estremi nei nostri atti e nei nostri sentimenti. La contraddizione qualche volta ci salva da noi medesimi: essa è l'ultimo nostro rifugio, quando il dolore ci uccide, o la fatalità ci trascina alla colpa. Disprezzare, odiare il mio sposo, s'egli esitava a farmi sua per la mutata fortuna, ecco ciò ch'io avevo creduto agevole e naturale. Stolta! Non si disprezza e non si odia così presto, quando si è amato davvero. Il cuore si ribella contro questo proposito della volontà, e lungamente e tenacemente resiste, e co' suoi mille artifizî scompiglia gli argomenti della ragione. Pensando a Gustavo, e potete immaginarvi ch'io vi pensavo sempre, io non ne rammentavo la perplessità, le indecisioni colpevoli, non ne rammentavo la timidezza codarda al cospetto della brutale arroganza paterna; ma ne ricomponevo con la fantasia le ultime parole e le carezze prima di lasciarmi, quando, in fine, nessuno lo costringeva a promettermi ciò che non avesse in animo di mantenere. Io sentivo che non era abbastanza, sentivo che Gustavo non era più l'uomo che avanzava per me tutti gli altri, e nondimeno io volevo riacquistar la mia fede, volevo sperare. Una lettera di Gustavo ricevuta il giorno dopo la catastrofe era discesa come un balsamo sulle mie piaghe: un mese addietro avrei desiderato molto di più, un mese addietro quella lettera mi sarebbe parsa troppo concisa, troppo fredda, ma il dolore è tanto meno esigente quanto è più grande.
Sennonchè io avevo ben altre cagioni d'affanno. Lo stato di mio padre m'angustiava fuor di misura. Egli non sapeva perdonarmi di averlo salvato a spese della mia felicità, ed era poi inesorabile verso il notaio Anastasi. Quello ch'io feci per riconciliarlo con l'uomo, il quale aveva mostrato tanta abnegazione, tanto affetto per noi, è incredibile. Eppure andò molto prima che le mie sollecitudini riuscissero a buon fine, e spesso mi accadde di dover ricevere io sola il notaio, perchè mio padre rifiutava di vederlo. Il povero Anastasi, avvezzo a riguardare la casa nostra come casa sua, avvezzo ad esservi accolto a braccia aperte, non sapeva darsi pace di così ingiusto trattamento, e se ne doleva meco e mi rimproverava quasi di avergli usato violenza. Nondimeno egli occupavasi alacremente della liquidazione de' nostri affari.
E qui era per me una sorgente di umiliazioni giornaliere, continue. V'è qualche cosa assai più doloroso che l'esser poveri: è il divenir tali, è il dover rinunciare ad uno ad uno a tutti quegli agî della vita, che la lunga consuetudine ci fa credere altrettante necessità. La sostanza di mio padre bastava a supplire ad ogni suo debito, ma ad un patto soltanto, quello cioè di dare a tal uopo tutto il nostro avere, di vendere ciò che avevamo più caro. La nostra bella casa di Milano, le nostre carrozze, i nostri cavalli, il nostro villino sul lago, pieno per me di ricordanze soavi a un tempo ed amare, erano tanti amici, da cui faceva mestieri staccarsi. Mi ricordo sempre le lagrime che ho versato, quando il notaio mi annunziò la vendita della villa, dicendomi che se aveva qualche oggetto che mi stesse più a cuore, potevo andarmene a prenderlo. Egli mi accompagnò nella mestissima gita, e invero io avevo bisogno di qualcheduno che mi desse coraggio, tanto ero divenuta negli ultimi tempi impressionabile e sensitiva. Era sullo scorcio d'aprile. I tepidi fiati di primavera avevano già desta la natura sopìta, e le pendici ammantate di verde, e i giardini odorosi di fiori facevano bella mostra di sè sul morbido specchio del lago incantevole. Ella era lì la bianca casetta testimonio de' miei giuochi, confidente del mio amore; ella era lì sul suo piccolo promontorio vestito di muschi, e pareva protendersi per veder meglio la barca che le riconduceva ancora una volta l'ospite antica. Le imposte erano tutte spalancate, e alcuni uomini andavano disponendo sopra il terrazzo i vasi di limoni che avevano passato l'inverno nello stanzone degli agrumi. Quando toccai la riva, visitatrice inattesa, fu un grido di meraviglia: — La signorina, la signorina! — Tonio, il vecchio giardiniere, mi corse incontro, e mi baciò la mano, tentando dirmi chi sa quante cose, ma non riuscendo ad aprir bocca per la commozione. L'ispido cane di guardia si mise a scuotere con tale violenza la sua catena, e a mettere un guaìto così lamentevole, che convenne scioglierlo e lasciarlo venire a farmi festa. Grande e grosso com'era, mi seguiva sommesso come un pulcino, alzando di tratto in tratto i suoi occhioni verso di me, quasi volesse interrogarmi. Percorsi in silenzio tutto il giardino, sospingendo col piede i ciottoli degli ombrosi sentieri, ove avevo tante volte passeggiato con _lui_, riposandomi sui rustici sedili di legno, ove sì spesso ci eravamo soffermati insieme in soavi colloquî, contemplando la superba _magnolia_, i cui fiori giganteschi, agitati dal vento d'autunno, avevano versate sul nostro capo sì deliziose fragranze; mi trattenni un quarto d'ora, indovinate davanti a che? davanti a una lunga fila di formiche che, traversando diagonalmente un piccolo viale, andavano e venivano frettolose da due punti ignoti del pari per me. Dacchè io villeggiavo sul lago, avevo veduta quella singolare processione, che m'era stata sempre oggetto di curiosità e di maraviglia. Un giorno, passando di là con Gustavo, egli mi aveva descritto assai per disteso i costumi di quei mirabili insetti, e adesso io richiamavo al pensiero l'istruzione ricevuta. Mossami alfine, salii nella casa, e rividi la mia nitida stanza di vergine e la contigua cameretta da studio, intorno alla cui finestra s'arrampicava una pianta d'oleandri fioriti, e il salottino co' suoi vetri a colori che davano al giardino sì vaghi e fantastici aspetti, col suo pianoforte, sul quale stavano i quaderni di musica ammonticchiati l'uno sull'altro, con le sue belle litografie appese alle pareti; indi ridiscesi, e visitai la cucina e il pollaio. Il giardiniere mi pregò che entrassi un istante nella sua abitazione, ove sua moglie malaticcia avrebbe voluto vedermi, e avendo io acconsentito all'inchiesta, non vi so dire che dimostrazioni d'affetto mi facesse la povera donna. L'assisteva la più giovane delle sue figliuole, una ragazza che contava due o tre anni meno di me, e a cui io aveva insegnato a leggere e a scrivere. Lasciò per un minuto la madre, e corse a prendere i suoi scartafacci per mostrarmi che, anche me assente, si manteneva in qualche esercizio. — O signorina, — soggiunse congiungendo le mani, — quanto, quanto le debbo! E adesso chi ripasserà le mie lezioni? — Abbi pazienza, — risposi, — anche i nuovi padroni piglieranno a volerti bene. — Fece una smorfia col labbro e crollò le spalle in segno d'incredulità; poi, passandosi la mano sugli occhi, riprese: — Oh! chi l'avrebbe potuto prevedere? — La malata le fece segno che tacesse, ed io uscii di là dopo aver voluto a ogni costo lasciare un piccolo ricordo a lei e alla figliuola.
La nostra villa era stata venduta con tutte le sue suppellettili; ma il notaio Anastasi, nello stipulare il contratto, mi aveva riservato il diritto di ritirarne qualche oggetto, che, senza avere un valore reale pei nuovi proprietarî, avesse per me un valore morale grandissimo. Presi cose di poco pregio, come reliquie di un passato irrevocabile.... Oh! io avrei voluto portar meco le piante, i sassi, le aiuole di quel mio paradiso! Tonio un po' imbarazzato, un po' confuso e tenendo il cappello per la falda e facendolo andare attorno fra le due mani come una girandola, mentre io mi disponevo alla partenza, mi disse: — Signorina, forse sono troppo ardito, ma ho pensato.... ho creduto che non le spiacerebbe portar seco un altro ricordo del giardino. Un bel vaso di geranî, di quelli, sa? che abbiamo piantato l'anno scorso.... l'ho messo da parte per lei.... sicchè.... se crede.... lo collochiamo in barca. — E vedendo ne' miei occhi il più ampio consenso alla sua gentile richiesta, si allontanò un paio di minuti, e fu tosto da me col magnifico vaso di fiori.... — Che bel colore, non è vero? — soggiunse, esaminando la pianta con compiacenza d'artista. — Io credo che a cinquanta miglia d'intorno non vi siano geranî simili a questi. — Indi col passo d'un giovane di venticinqu'anni scese alla riva, e gettatosi in barca vi accomodò il suo tesoro, raccomandando ai remiganti che lo tenessero d'occhio e non lo urtassero col piede. Ci allontanammo rapidamente. Udii ancora per qualche minuto il vecchio cane abbaiare sulla scalinata, ravvisai il giardiniere e la sua figliuola che sporgevano con la persona dal parapetto del terrazzo per accompagnarmi più lontano con lo sguardo; poi la sponda si ripiegò su sè stessa, e la barca, che andava via via costeggiando, perdette di vista la villa. — Addio, mio bel lago, — potevo esclamare anch'io come Renzo e Lucia, quando solcavano le acque di Lecco, — addio, pendici ridenti, addio, montagne incoronate di nubi, addio, isolette confortate dal profumo degli aranci e dei cedri; forse vi vedrò ancora, ma l'anima infantilmente serena che s'inebbriò al vostro aspetto, ma l'anima innamorata che vi confidò i suoi battiti più segreti, ma l'antica Adelaide è morta e nessuno potrà farla risorgere... —
Il mio viaggio era compiuto; io avevo, mesta pellegrina, risalutato il mio tempio, ed ora mi attendevano nuovi fastidî e nuove amarezze.
— Siete più forte di quello che crediate voi stessa, — mi disse il notaio Anastasi, allorchè, il giorno seguente, mi ricondusse alla mia casa in Milano. — Abbiate coraggio; chi la dura la vince. —
Intanto, anche in Milano convenne ridursi in un'abitazione più conforme al nuovo stato. Non più i soffitti dipinti, non più le pareti a stucco, non più le porte con fregî dorati, non più i morbidi tappeti. Or tutto era decente, ma modesto e dimesso, e le poche mobiglie di lusso, che rammentavano lo sfarzo di un tempo, nuocevano alla simmetria dell'insieme.
Nella nuova casa come nell'antica, nel nuovo come nell'antico stato, la mia volontà faceva legge, e mio padre, che anche quando aveva piena la sua energia e il suo vigore non attentava al mio scettro domestico, ora poi si lasciava dirigere in ogni cosa da me. Io ripagavo l'autorità che m'era concessa con un assiduo tributo di cure, di sollecitudini, di previdenze. A ventiquattr'anni si può cangiare abitudini e sfidare le strettezze e i disagî; ma una esistenza non si ricomincia a sessanta, non si avvezza l'animo alle privazioni nell'età che si fanno più sentire i bisogni.
Quando, mercè l'opera infaticabile del notaio Anastasi, fu condotta a termine la liquidazione dei nostri affari, e i creditori di mio padre ebbero incassato fino all'ultimo centesimo, ci rimase del gran naufragio una sostanza di cinquantamila lire. Era più assai ch'io non avessi sperato; era un'esistenza, se non comoda, almeno tranquilla, assicurata a mio padre. Ma qui io aveva contato soverchiamente sul mio potere.
Mio padre aveva un'idea fissa; rifarmi la dote. Approfittando del poco capitale che gli era rimasto, delle sue estese relazioni e del credito che non poteva mancargli dopo sì evidenti prove d'integrità, egli voleva slanciarsi novellamente negli affari e ritentar la fortuna. Questa sua deliberazione mi faceva terrore. Allorchè si può contrapporre alle cresciute difficoltà la baldanza della giovinezza, è lecito ripromettersi il buon successo; ma come sperarlo quando si va alla battaglia con lo spirito e con le membra affralite? L'esperienza non basta. Ella insegna talvolta ad evitare gli scogli, ben di rado ci guida nel porto, ella ci toglie le illusioni, ma non ci assicura il trionfo. Che non feci e non dissi per rimuovere mio padre dal suo proposito? In altri tempi l'alleanza del notaio mi sarebbe stata preziosa, ma l'Anastasi non godeva più in casa mia dell'antico credito: si diffidava di lui, perchè egli aveva cooperato a salvarci dal disonore e dalla rovina. Certo questa del babbo era una grande ingiustizia, nè io potevo non riconoscerlo, sebbene mi fosse facile intendere ch'ella dipendeva da uno sviscerato amore per me e dalla pietà del mio destino compromesso così da quanto era accaduto.
Comunque sia, le mie esortazioni non valsero, e mio padre vinse il suo punto, e tornò ad aprire il suo banco. Ma, Dio buono, quanto le cose erano diverse da prima, come tutto procedeva lento e stentato, come gli affari erano tardi a ravviarsi! Io ne discorrevo sovente con l'Anastasi, che crollava il capo sfiduciato. — È una nobile idea quella di vostro padre, — egli diceva, — ma ci vorrebbero vent'anni di meno per condurla ad effetto. Forse non ci sarebbe che un modo; ma io sono uno scimunito, ed è inutile parlarne. —
E per quanto io insistessi, non potevo cavargli una sillaba di più. Solo una volta egli soggiunse: — Può darsi che venga un giorno, in cui ve lo dica. —
Ma bisogna pure ch'io torni a favellarvi del mio amore. Esso si era trasformato, ma, quale pur fosse, non occupava il mio cuore meno di prima. Ora c'era dentro un po' d'orgoglio offeso, e quindi un po' di puntiglio e di amarezza, e la mia pertinacia nello sperar la vittoria s'accresceva della sfiducia e della disapprovazione degli altri. Anzi io non so dirvi nemmeno se la mia fede fosse tutta vera e spontanea; poichè il mio animo era sempre in guardia contro tutti e contro sè stesso. _Tornerà_: ecco la parola ch'io avevo pronta sulle labbra ad ogni inchiesta che mi fosse rivolta, ad ogni sguardo che m'interrogasse.
Le lettere di Gustavo giungevano non sempre puntuali, ma pure abbastanza frequenti. Talora erano brevi, ma egli si scusava con le occupazioni che gli crescevano in mano e ch'egli non poteva trascurare, perchè ne andava di mezzo il nostro avvenire. Io pensavo che, s'egli era così occupato, non ci sarebbe poi voluto tanto a conquistarsi questo benedetto stato ed a farmi sua; ma se io gliene scrivevo, egli trovava sempre una buona ragione per tirare in lungo la faccenda. Non bisogna farsi una famiglia se non si è in grado di farla vivere comodamente, egli mi andava ripetendo, ed è meglio aspettare qualche anno che rovinarsi per troppa fretta. Chi m'avrebbe indotta a credere alcun tempo addietro che siffatte dichiarazioni così fredde, così positive, non mi avrebbero impazientita e tolta ogni illusione? Eppure, sebbene io mi fossi già persuasa che l'amore di Gustavo era di quelli che vogliono assicurarsi i quattro piatti a tavola, e i dolci, e le frutta, io mi rassegnavo, io dicevo: — Aspettiamo. — Quanto io ero mutata da quella d'un giorno!
In questa maniera passò il 1850, e, pare impossibile, anche il 1851. Io non avevo più riveduto il mio fidanzato. — Non ti capiterò innanzi agli occhi, — egli mi aveva scritto, — che quando potrò farlo in modo da scancellare nell'animo di tuo padre la sinistra impressione del giorno funesto, in cui ci siamo lasciati.... — A me sembrava che tanti scrupoli non fossero molto a proposito; eppure soffrivo e tacevo.
Nei primi mesi del 1852 fui a un punto di guastarmi col notaio Anastasi, il quale mi rivelò il suo famoso progetto per rimettere in piedi le fortune commerciali della mia casa. Era nel banco un giovane Savoiardo assai probo, assai intelligente d'affari, assai ben veduto dal padre mio. Egli veniva talvolta a desinare con noi, e mi usava quelle cortesie dozzinali che ogni uomo usa ad una ragazza che non sia brutta. Il vedermi sovente gli avea fatto acquistare una tal quale dimestichezza, e perciò qualche parola che da altri mi sarebbe sembrata un po' troppo arrischiata, da lui mi sembrava uno scherzo e nulla più. Non so che castelli in aria si facesse il notaio: so che un bel giorno, presami da parte con quel fare tra il misterioso e il solenne ch'egli assumeva in certe occasioni, mi disse: — Se quel vostro benedetto cuore non volesse essere impegnato per forza, io farei una gran bella cosa. Voi avreste un marito, vostro padre un socio e.... — Non lo lasciai finire, o almeno egli vide sulla mia fronte qualche cosa che lo dissuase dal terminare il periodo. — Non se ne parli più, — ripigliò egli dopo una pausa, e mi stese la mano per far pace.... — A condizione, — io risposi, — _che non se ne parli proprio più_. —
Quantunque noi siamo il sesso gentile, io credo che non ci troviamo mai imbarazzate nel commettere un'asinaggine, allorchè ci piaccia commetterla. Trattai il mio Savoiardo con insolita e immeritata sgarbatezza, sebbene mi accorgessi che i miei modi spiacevano assai a mio padre e al notaio. Ma, Dio buono! Io avevo rinunciato a tutto: dovevo rinunciare anche al mio cuore?
Una mattina il giovane non si fa vedere in banco, e invece mio padre ne riceve una lettera, ov'egli con molte scuse e molte proteste gli confessa che ha ceduto alla tentazione di una vita più avventurosa e che sta per imbarcarsi per Montevideo. Nulla più di così. Ma la posta del giorno dopo recò un messaggio per me, che conteneva all'incirca le seguenti parole: — _Signora Adelaide! Non vi avrei domandato cosa alcuna, ma voi non potevate proibirmi di amarvi. Pure, poichè la mia presenza turbava la vostra pace, ho deciso di partire per l'America, ove ho uno zio che da più anni mi desidera seco. Siate felice._
Lacerai la lettera, indispettita, confusa, irritata contro quest'uomo, contro Gustavo, contro me stessa. Ciò che specialmente io non sapevo perdonare al Savoiardo era la nobiltà della sua condotta. Dacchè Gustavo era caduto (e quanto!) dall'ideale ch'io me n'ero fatto, non volevo che altri al mondo mi paresse migliore di lui. Oh Gustavo, Gustavo, di che amore t'ho amato!