Racconti e bozzetti

Part 20

Chapter 203,825 wordsPublic domain

E mi squadernò dinanzi una pagina irta di cifre. Io la rispinsi senza nemmeno gittarvi l'occhio. — Ciò che fu fatto da mio padre e da voi — risposi — non ha bisogno della mia approvazione. Solo permettetemi di chiedervi ancora una volta: la mia sostanza basta a salvarlo? —

— Basta. Ora ecco la vostra fede di nascita, — soggiunse il notaio. — Era necessario levarne una copia per dare al cavalier Miragli una guarentigia della validità de' vostri atti. Le pratiche occorrenti per liberare il vostro avere, che è depositato presso il Tribunale, non esigeranno che un mese tutto al più, per cui abbiamo convenuto col signor cavaliere che voi sottoscriverete delle obbligazioni pel 15 aprile; ma che, ove mi riesca d'aver prima il danaro, io gliene anticiperò il pagamento. Questa poi — continuò il notaio, mostrandomi un'altra carta — è una istanza di vostro padre, con cui si dichiara che siete divenuta maggiore, e si domanda che sia messa a vostra piena disposizione l'eredità materna.... —

Un rumore di passi annunziò l'arrivo del banchiere Miragli. Era umile come un agnello e dolce come uno zuccherino; nè rifiniva mai di scusarsi pel breve ritardo, e di attestarmi la sua ammirazione pel mio affetto filiale. Contemporaneamente egli scorreva con lo sguardo le carte che il notaio andava passandogli, leggendone in fretta alcuni tratti. Udii una frase della fede di nascita, che suonava così.... _Nei primi istanti del giorno 3 marzo 1826, e precisamente pochi secondi dopo scoccata la mezzanotte del 2 nell'orologio di Piazza dei Mercanti, la signora Maria Dossi, moglie del signor Giorgio Nerli, banchiere di questa città, diede alla luce una creatura di sesso femminile, a cui venne imposto il nome di Adelaide._ Il cavaliere Miragli trasse di tasca il suo cilindro, dicendo: — Non sono che le undici e tre quarti, — e ripose il documento sul tavolo. Indi soggiunse: — Vediamo il resto. —

Di mano in mano ch'egli aveva esaminato una carta, la riconsegnava al notaio che alla sua volta me la metteva sotto agli occhi, affinchè io ne prendessi cognizione. Vidi così le quattro obbligazioni ch'io dovevo sottoscrivere e che importavano 50 mila lire per ciascheduna, più gl'interessi, e vidi pure una minuta di procura, con la quale io abilitavo l'Anastasi a ritirare per conto mio la sostanza depositata presso il Tribunale.

Scoccò la mezzanotte all'orologio dello studio. A quel suono tanto naturale e tanto aspettato parve che tutti e tre fossimo sotto l'influsso di una scossa elettrica, e invero tutti e tre ad un punto ci alzammo dalla sedia. Il notaio si approssimò alla finestra e l'aperse, quantunque soffiasse un vento umido e freddo. Gli orologi della città ripetevano ad uno ad uno i dodici rintocchi, che segnano il termine di un giorno e il principio del dì vegnente, e il suono dell'orologio di Piazza dei Mercanti, ch'era fra i più vicini, spiccava distinto dagli altri. Nessuno di noi proferiva parola. Quando furono trascorsi oltre dieci minuti dopo l'ultimo squillo, il notaio Anastasi richiuse l'imposta, e rompendo pel primo il silenzio, disse laconicamente: — È tempo. —

Si fece all'uscio della stanza, e chiamò più volte i suoi due commessi che entrarono barcollando e stropicciandosi gli occhi, e s'addossarono alla stufa in aspettazione di nuovi ordini. Quindi mi pregò di sedere al suo tavolino e di apporre la mia firma alle quattro obbligazioni, ciocchè io feci senza esitare. Allora, ad un cenno, si avanzarono i due così detti giovani di studio, due veri automi, e sottoscrissero una dichiarazione con cui si certificava che, alla presenza di loro, _testimoni validi e idonei_, io avevo firmato le obbligazioni il giorno 3 marzo 1850, venti minuti dopo lo scoccare della mezzanotte del 2. In questo intervallo, il banchiere Miragli estraeva dal portafoglio alcune cambiali e le stendeva spiegate dinanzi al notaio. Questi si alzò, e inforcati gli occhiali che aveva deposti alcuni minuti addietro, prese a considerarle accuratamente e a confrontarle con un polizzino ch'egli teneva nella mano sinistra. Parve che l'esame riuscisse soddisfacente, perchè l'Anastasi disse: — Va bene. — Allora il banchiere, tuffata la penna nel calamaio, scrisse con la massima rapidità una o due parole sul dorso di ciascuna di quelle cambiali e le passò al notaio, che gli consegnò alla sua volta le mie quattro obbligazioni. Il più era fatto: non mi rimase che a sottoscrivere la procura all'Anastasi, alla presenza dei due soliti testimonî sonnacchiosi ed _idonei_. Dopo di ciò, il banchiere prese commiato dichiarandosi lietissimo che la faccenda si fosse composta senza scandalo, e attestando la sua alta stima per mio padre e per me. Rimasi sola col notaio. La sua fisonomia era pallidissima e stravolta.

— Che avete, per amore del cielo? — gli chiesi.

— Adelaide, voi siete contenta, non io. Abbiamo salvato il negoziante, ma abbiamo tradito il padre. E di voi, povera giovane, che cosa avverrà?

— Oh amico mio, — risposi, — la notte scorsa a quest'ora voi avete difeso Gustavo: e oggi, innanzi a me, dubitereste di lui? —

Eppure un dubbio tremendo mi si era insinuato nell'animo, e il domani mi appariva pieno di funesti presagi.

Il notaio mi consegnò le cambiali di mio padre e mi accompagnò sino alla carrozza. Allorchè fui per salirvi, nulla più mi rattenne; compresi di quanto io andava debitrice a quest'uomo, e gli porsi la mano sclamando: — Grazie, di quanto avete fatto per me. —

Egli mi baciò in fronte commosso; indi, simulando un sorriso, mi disse: — Addio, addio; a rivederci domani. —

A casa mia tutti erano coricati da mio padre in fuori. Io seppi infingermi ancora e rispondere adeguatamente alle sue inchieste. Egli mi ricondusse nella mia stanza dicendomi: — È l'ultima sera che tu dormi nella tua cameretta: che tu possa esser felice nella nuova dimora quanto fosti qui. — La sua voce tremava, i suoi occhi erano pieni di lagrime; io mi sentivo scoppiare il cuore, pensando ai diversi affetti che dovevano combattersi in lui, allo sforzo titanico col quale egli mi nascondeva le sue angosce, e fui a un punto per rivelargli ogni cosa. Ma io avevo giurato a me stessa che il primo che avrei posto a parte del mio segreto sarebbe stato Gustavo, e non mi lasciai sfuggir parola dal labbro. Però s'egli si fosse confidato meco, se in quell'istante supremo mi avesse resa manifesta l'intima cagione delle sue pene, avrei potuto dal canto mio nascondergli il vero? Questo io temevo grandemente, poichè ormai il dado era gettato e io volevo condurre ad effetto il mio proposito. Sennonchè le idee di mio padre presero subitamente un altro indirizzo.

— Vedi, Adelaide mia, — egli mi disse, facendomi sedere accanto a sè, dinanzi a un mio tavolino da lavoro, — io penso adesso a trentanni fa, allorchè quella, che fu poi la tua povera mamma, venne confidente e serena nelle mie braccia. Ell'era bella, sai? la tua mamma, e ti somigliava non già in tutte le linee del viso, ma negli occhi e qui specialmente, nell'arco delle sopracciglia. Del resto devi ben rammentartela, ch'eri ormai grandicella quando l'è morta, sebbene da lungo tempo la sua avvenenza fosse andata a male. Oh! bisognava vederla da fidanzata.... — Si passò il fazzoletto sugli occhi, e poi trasse di tasca un astuccio che conteneva un ritratto in miniatura. — Questo ritratto — soggiunse, sorridendo in mezzo alle lagrime — mi ricorda un curioso incidente. Prima ancora che tra la povera Maria e me ci fossimo spiegati, io frequentavo la casa di lei insieme con un mio amico pittore, il quale, essendo la giovane bellissima, la corteggiava anch'egli alcun po', quantunque senza frutto e senza speranza. Una sera, più per celia che per altro, mentre eravamo seduti attorno ad un tavolino, si mise a gettar giù alcuni segni, come volesse ritrarla; ma parendogli di non riuscirvi, slanciò lunge da sè la matita con impeto subitaneo, e ripiegato il pezzo di carta che conteneva quegli abbozzi stava per metterlo in tasca. Io invece avevo calcolato che quelle quattro linee resterebbero a me, e con la rapidità del lampo posi la mano a impedire ch'egli mandasse ad effetto il suo divisamento, onde ne nacque una piccola lotta fra noi. Tira di qua e tira di là, la carta si lacerò, ma la vittoria fu mia, perchè a lui non rimase che una scantonatura del foglio. La ragazza battè le mani e si lasciò scappare un _bravo_ che mi fece diventar rosso come una bragia. Usciti che fummo, il pittore mi disse: — Lo sai ch'io sono un poco superstizioso. Quanto è accaduto stasera è per me un avvertimento di lasciarti il campo libero affatto con la Maria. Però, siccome la mia riputazione d'artista mi preme e due fiaschi son troppi, m'impegno, ove tu operi da senno e la giovane diventi tua fidanzata, a fartene un ritratto coi fiocchi, dovessi pur metterci un mese di lavoro. — Allora ne risi e diedi del visionario al mio interlocutore; ma la faccenda andò proprio così. Dopo gli sponsali, l'amico mio volle ad ogni costo mantenere la sua promessa, e in pochi giorni condusse a termine questa miniatura, veramente ammirabile e somigliante per modo che più non si potrebbe desiderare. — In mezzo a queste parole, egli aveva sollevato la sua cara reliquia sino all'altezza della fiamma della candela, e la contemplava in soavissimo rapimento. Ed io pure ero assorta in quella visione così inaspettatamente evocata, in quella stupenda figura di donna dalle labbra vermiglie su cui scherzava il sorriso, dagli occhi azzurri, profondi, espressivi, dai capelli che parevano oro filato. Era ben la mia mamma, però molto più fresca e più lieta e più bella di quando io l'avea conosciuta. Dunque mio padre l'aveva amata molto, abbenchè ne parlasse di rado, e io non mi rammentassi mai una eguale espansione. Oh! con che leggerezza si accusa alcuno di aver obliato le persone più caramente dilette! Non è vero: esse riposano intatte nel santuario delle memorie, e sdegnano mescersi al tumulto quotidiano dell'esistenza, alle cose che vengono e passano; ma negl'istanti solenni, ma nei raccoglimenti profondi, o noi andiamo a svegliarle, o di per sè stesse si svegliano, e sono là più giovani, più vive degli affetti vivi e recenti, e ci conducono in quel mondo di sogni che (chi lo sa?) è forse la patria dell'anima. Potete credere che nell'emozione di quei ricordi noi piangemmo lungamente insieme, mio padre ed io. Egli sorse pel primo, svincolandosi dall'amplesso. A un tratto si percosse la fronte con la mano, e sclamò: — Smemorato ch'io sono: ho in tasca una lettera del tuo sposo e dimenticavo di consegnartela: la portò un forestiero or ora arrivato da Torino: eccola. —

E, come se non volesse disturbare il colloquio di due amanti, uscì frettoloso.

— _Domattina alle otto sarò in Milano, sarò da te, la mia diletta Adelaide_ — così cominciava la lettera di Gustavo. Indi seguiva un racconto vivace, animato, del suo dibattimento ch'era finito con un vero trionfo per lui. La Corte aveva dichiarata innocente la donna da lui difesa, i giudici si erano congratulati seco della sua eloquenza, il pubblico, nonostante le ingiunzioni del Presidente, si era lasciato andare all'entusiasmo più clamoroso. _Ma non degli applausi ricevuti_, — egli concludeva, — _ma non della popolarità di un giorno: ciò di cui mi compiaccio si è l'idea di aver fatto il mio dovere._

Oh! s'egli aveva un concetto tanto elevato del proprio dovere, poteva egli fallirmi il domani? Se mi amava ricca e felice, poteva abbandonarmi povera e sventurata?

I pensieri che sogliono turbare il sonno alla fanciulla che sta per mutare destino non angustiarono i miei riposi. Io invece pensavo che il giorno dopo a quell'ora sarei sommamente lieta, o sommamente misera e derelitta. Se Gustavo apprezzava il mio sacrifizio, se pur di farmi sua egli consentiva a mantenermi col suo lavoro, a rinunciare agli agî che dà l'opulenza, qual ventura era da paragonarsi alla mia? La coscienza di aver salvato mio padre, la certezza di possedere un uomo di cuore uguale all'ingegno, sarebbero bastati a riempirmi l'animo di dolcezza ineffabile. Ma se il contrario accadeva? Oh povera me, povera la mia fede nel bene, la mia fede nella virtù!

La temperatura erasi nella notte fatta più rigida, e nella mattina cadeva a fiocchi la neve. Che brutto giorno di nozze! Prima delle otto io ero in piedi, aveva indossato uno de' più eleganti vestiti del mio corredo, m'ero acconciata i capelli con insolita cura, e lo specchio lusinghiero mi diceva: — Sei bella. — Oh! io volevo esser bella davvero, volevo esser seducente, incantevole. Io non avevo ormai altre armi che la grazia della parola, che il fascino dell'avvenenza: mi sarebbero esse bastate? Sopra il divano della mia stanza da letto stava il mio bianco vestito di sposa, stava la mia candida ghirlanda di fiori di cedro: chi avrebbe saputo dirmi s'essi erano là come una promessa, o come un'ironìa?

Avevo appena terminata la mia _toilette_, quando una carrozza s'arrestò nel cortile. Era desso: era Gustavo. Tutte le porte si aprivano dinanzi allo sposo, dinanzi al re della giornata. Mi mossi ad incontrarlo; ma le forze che mi avevano sorretto fino a quel punto, che mi avevano aiutato a superare le commozioni angosciose delle ultime quarantott'ore, mi vennero meno ad un tratto, e allorchè Gustavo entrò nella stanza io caddi, più che non mi gettassi, nelle sue braccia.

Sgomento, sorpreso, egli mi adagiò sopra una scranna e fu per chiamare soccorso. Almeno mi parve, poichè questo pensiero mi restituì il vigore perduto, compresi la necessità di rimaner sola con Gustavo, e ricomponendomi tosto, e provandomi a sorridere, dissi: — Sto bene, sai? fu un capogiro. —

Egli mi guardava con inquietudine, e mi prendeva la mano, e mi carezzava i capelli, e a poco a poco quasi senz'avvedersene era in ginocchio a' miei piedi, coi suoi begli occhi fissi nei miei, con l'anima non distratta da altri pensieri, ma conversa in me tutta quanta.

Oh come io mi sentivo felice! Oh perchè quei momenti dovevano passar così rapidi?

Io stessa ruppi l'incanto. — Gustavo, debbo parlarti.

— Ah! dunque tu hai qualche segreto, — egli rispose impallidendo — Per amor del cielo, Adelaide, levami da questa incertezza. —

Egli era sempre inginocchiato dinanzi a me; io gli posi una mano sull'omero, e con voce più ferma ch'io non avrei creduto, gli rivelai ogni cosa, soffermandomi anche sulla subitaneità dell'accaduto che m'aveva impedito di attenderlo a concertarmi seco. Mentre io parlavo, il suo volto esprimeva un misto d'ammirazione, d'ansietà, di dolore. — Gustavo, — conclusi, — io non sono più la fidanzata di ieri: sono una nuova Adelaide povera, derelitta, infelice, che non può costringerti a farla tua sposa. Ecco, essa ti rende la tua libertà.... —

— La mia libertà? — egli interruppe. — Oggi che mi ti mostri più grande che mai, oggi che la sventura ti ha colpito, presumi ch'io t'abbandoni? —

Oh! queste parole erano dolci, soavi, ineffabili; ma la fisonomia di Gustavo svelava un pensiero affannoso, profondo che ne scemava il valore.... Infatti egli tosto soggiunse: — Mio padre sa nulla, gli hai detto nulla? — E si alzò, girando intorno uno sguardo perplesso come chi vede crescersi in mano le difficoltà....

— A tuo padre? — risposi; — ma se non ho nemmeno parlato al mio? Ma non dovevo io a te la mia prima confidenza? —

Gustavo camminava su e giù per la stanza. Di tratto in tratto la sua fisonomia prendeva un'espressione singolare, come di chi si vergogna di qualche proprio pensiero, e vuol far prevalere in sè stesso più generosi consigli. Dopo alcuni secondi mi si arrestò dinanzi e mi disse:

— Adelaide, tu hai salvato tuo padre, posso io tradire il mio? —

Io tremai. Che significava questo preambolo?

Egli continuò. — Posso io tacergli il vero? —

Non l'affetto, non l'angoscia, non lo sgomento dell'avvenire, che già mi si pingeva coi più tetri colori, valsero a frenare in me un senso d'ira e di dispetto. — E chi ti chiede questa viltà? — interruppi con amara alterezza, sorgendo io pur dalla sedia. — O sono io forse tale che accetterei d'esser tua a prezzo d'un inganno? Gustavo, così mi conosci? —

Egli mi si accostò e mi susurrò nell'orecchio: — Adelaide, quanto sei migliore di me! — Poi ricadde nella sua incertezza, e soggiunse in tuono di domanda: — Non è meglio discorrergli subito?...

— Ma sì, ma sì, — risposi mal dissimulando la mia impazienza. — Usciamo per carità da queste angustie. —

Si avviò con passo deciso, ma prima di richiuder l'uscio dietro a sè, mi rivolse ancora la parola: — Non ti sgomenterai se mio padre fa un po' di strepito. Ha un carattere tanto bisbetico!... —

E senz'attendere altra risposta s'incamminò rapidamente verso il quartierino ch'era assegnato alla sua famiglia.

Quando fui sola mi gettai sul canapè nascondendo la faccia tra i guanciali. Sino da quel punto tutto era finito per me. Nel turbamento, nelle incertezze di Gustavo io vedevo scritta la mia sentenza. Io ero giovane, non avevo quell'abitudine dell'abnegazione onde uno s'immola quasi senza avvertirlo: io sentivo la grandezza del sacrificio compiuto, e mi pareva che l'uomo destinato ad esser mio sposo dovesse pagarmi largo tributo di entusiasmo e di ammirazione. Nel caso suo, io sarei caduta ai piedi di chi mi si fosse rivelato capace di tanto; avrei detto: Questa donna non mi reca più una fortuna, ma essa mi scopre il tesoro del suo cuore; nel caso suo avrei provato un senso d'orgoglio nel farla mia a malgrado di mio padre, di tutti. L'affetto vero non teme la lotta: esso forse la cerca e giganteggia in mezzo agli ostacoli. Ma Gustavo aveva paura; bisogna ben dirla questa parola, per quanto aspra ella sia, egli aveva paura della rampogna paterna. E nell'ora che io m'aspettavo di vederlo deliberato a combattere col proponimento di vincere, lo scorgevo invece timido, incerto, oscillante, chiedente a me inspirazioni e consigli. Oh Lina! e ci dicono il sesso debole?

Non so quanto io rimanessi così. So che alla fine l'impazienza mi vinse, e provai il bisogno di scacciare con commozioni forse più tristi e violente i pensieri che mi tormentavano. Uscii della stanza, dopo aver preso meco le funeste cambiali ch'io dovevo restituire a mio padre. Tant'era ch'io mi aprissi pienamente seco. Io avevo appena messo piede in un salottino, sul quale riuscivano le camere dei miei suoceri quando una porta si spalancò e ne uscì Gustavo con gli occhi stravolti, con la chioma disordinata, con un pallore di morte sul viso. Quando avvertì la mia presenza, mi si gettò incontro esclamando: — Che hai tu fatto, Adelaide?

— Il mio dovere, — risposi risoluta.

Io non avevo ancora terminate queste parole, quando comparve il padre di Gustavo, altrettanto infiammato nel volto quanto suo figlio era pallido.

— Ah! siete qui, signorina, — egli gridò in tuono brutale; — voi che avete aspettato d'aver preso il merlo alla rete prima di rivelargli che appartenete ad una famiglia rovinata. —

V'era tanta sfrontatezza in quest'affermazione, ch'io sollevai il capo sdegnosamente senza rispondere.

Però anche Gustavo sentì che suo padre aveva soverchiato la misura, e disse vivamente: — Questa è una menzogna.

— Sì, sì, — riprese l'altro senza scomporsi; — ma intanto si vorrebbe ch'io dessi il mio consenso al matrimonio di Gustavo con la figliuola d'uno spiantato....

— Non ve ne date pensiero, — interruppi; — è Adelaide che ritira il suo.

— Che dici mai? — esclamò Gustavo avvicinandomisi.

— O Gustavo, — gli risposi con amarezza, — la vostra facondia l'avete lasciata ieri al Tribunale di Torino: per difendere una donna colpevole avete trovato accenti che non sapete più trovare per difendere la vostra fidanzata. Siete sempre così, voi avvocati: avete l'eloquenza del sofisma, non quella dell'affetto. Andatevene, andatevene, o Gustavo, Adelaide vi ha reso la vostra parola....

— No, Adelaide, tu deliri, — egli proruppe; — io solo sono padrone della mia volontà, e saprò farla trionfare. —

Vi confesso la mia debolezza. Ho fin da bambina tanto usato e abusato del verbo _volere_, che mi accostumai a crederlo la parola più nobile del dizionario. Un uomo che dice _voglio_ si è sempre rialzato al mio cospetto, e perciò questo lampo inaspettato d'energia nel linguaggio di Gustavo mi aveva racceso un fioco lume di speranza nell'anima.

— Ah! si pretende fare la volontà propria, — gridò il vecchio con piglio ironico, — si pretende ribellarsi. Va benone; ma allora il signorino penserà anche a trovarsi una casa propria, a mantenersi da sè.... La dev'esser bella davvero con le sue abitudini da sibarita, con la sua delicatezza; oh! la dev'esser bella a vederlo misurare le spese con la sua signora consorte e abituarsi alle privazioni... Alle privazioni, lui! Povero grullo. Via, datti pace, le non son virtù per te, cresciuto fra due guanciali. Oh! recitare un discorsone da far piangere i sassi, scrivere un paio di colonne su quei fogli di carta sporca che si chiaman giornali, questo sì lo saprai fare; ma lavorare per vivere come ho fatto io nella mia gioventù, ma patire.... via, levatela dal capo.... Se non ti mancassero che le frutta a tavola, sarebbe anche troppo per te.... —

Guardai in viso Gustavo. Io temevo che insulti sì bassi e triviali gli facessero smarrire la ragione e dimenticare che l'insultatore era suo padre. Io temevo di vederlo slanciarsi contro l'uomo che lo feriva nella sua dignità, e che aggiungeva il sarcasmo all'offesa. Ma Gustavo era impassibile. Le sue membra tremavano, le sue labbra si erano contratte; però egli non si lasciò sfuggire nè un accento, nè un gesto.... In verità io non capisco gli uomini, talora audaci fino alla temerità, talora timidi fino alla vigliaccherìa.

Nondimeno ignoro se Gustavo si sarebbe scosso, quando apparve mio padre attratto dal suono di quell'alterco. Io sentii, più che non vedessi, i suoi occhi fissi in me per interrogarmi, e corsi a lui dicendogli: — Babbo, usciamo di qui, la dignità di entrambi lo vuole.

— No, — egli rispose con fermezza, quantunque una tremenda ansietà gli fosse dipinta nel volto, — no; a me occorre sapere prima di tutto la cagione di questo diverbio nel mattino d'un giorno di nozze. E se s'insulta mia figlia, _nè altri sorge a difenderla_, — e calcò su queste parole ch'erano rivolte a Gustavo, — non voglio mancare io al mio dovere. —

Ciò ch'io paventavo sopra tutto, accadde. Il vecchio sordido ed egoista, che avrebbe dovuto diventare mio suocero, si svincolò da Gustavo che voleva trattenerlo e avanzandosi di qualche passo, e gestendo furiosamente, urlò a piena gola:

— Ve lo dirò io di che si tratta, o signore. Gli è ch'io non voglio esser vittima d'una truffa; gli è ch'io non voglio consentire al matrimonio di Gustavo con la figlia d'un fallito.

Rinuncio a descrivervi la scena che successe. Mio padre cadde fulminato sopra una seggiola. Gustavo accorse in suo aiuto, ed egli lo respinse, non volendo vicino altri che me. I servi, quali col pretesto di portar soccorso, quali senz'altra scusa che la curiosità, si affollarono nella stanza. Era comparsa allo spiraglio dell'uscio anche la madre di Gustavo in gran cuffia coi nastri color di rosa e abito di seta verde, senza decidersi nè a venire innanzi nè a ritirarsi, combattuta com'era tra l'istinto femminile e la paura del marito che le faceva segno di rientrare. Nel mentre che io spruzzavo d'acqua la fronte di mio padre, andavo susurrandogli con rotti accenti: — No, babbo, sai? non sei fallito.... È una vile menzogna.... Fui informata di tutto e ho salvato tutto.... —

Egli si scosse, e sollevandosi con mezza la persona sulla sedia, e afferrandomi per le braccia: — Hai salvato tutto!... tu?... Ma come?... Spiegati.... —

Io mi liberai a fatica da quella stretta e trassi di tasca le cambiali, aggiungendo: — Il Miragli è pagato.