Part 19
Mi ricondussi faticosamente alla mia stanza; con quali impressioni, con quali pensieri lascio a voi immaginarlo. Ho io bisogno di notomizzare innanzi a voi il mio cuore? Innanzi a voi, così intelligente, così buona? Vi dirò: figuratevi d'essere ne' miei panni: ecco tutto. Figuratevi, vicina alle nozze come voi siete, d'essere, com'io fui, colpita da una di quelle notizie che mutano a un tratto le condizioni dell'animo, e possono mutare del pari il corso agli eventi. Avete un pensiero in cima a tutti gli altri; l'uomo che sta per essere vostro marito: ebbene, questo pensiero deve andare in seconda linea; a vostro padre dovete pensare: a vostro padre che voi credevate opulento, rispettato da tutti, serbato a una vecchiezza tranquilla, e che invece è povero e dovrà sostenere le contumelie degli avversari e degl'indifferenti, e la inerte commiserazione dei tepidi amici, e perdere il frutto d'una vita intemeratamente operosa. Non è un sogno. Eravate alla soglia della vostra casa per uscirne lasciandovi un tesoro d'affetti, e portandone con voi un desiderio pacato, una reminiscenza soave, ed ecco a un punto un imperioso dovere vi ci trattiene e vi dice: — Il vostro posto è qui, e sarà forse qui anche domani, e fosse pure per tutta la vita, voi non potreste lasciarlo senza commettere una viltà pari a quella del soldato che viola la sua consegna. —
Occorre ch'io vi dica che quella notte non chiusi occhio?... Occorre ch'io vi dica che non mi spogliai? Che non mi gettai nemmeno sul letto, ma che, sebbene il clima fosse rigidissimo, mi parve a più riprese di soffocare e spalancai la finestra? Quante volte chiamai mia madre!... ella era morta da undici anni!... Quante volte invocai la presenza di Gustavo, e poi contraddicendomi da me stessa augurai ch'egli non venisse, sinchè _tutto non fosse finito_. Allorchè l'alba, una gelida e triste alba di marzo, cominciò ad imbiancar l'orizzonte, io avevo già fisso in mente il mio disegno. Concedetemi di raccogliere le mie idee, e proseguirò il racconto. —
Lina accostò la sua sedia a quella della signora Adelaide, pose la sua nella mano di lei, e susurrò con voce commossa:
— Povera amica; quanto avete dovuto soffrire! —
II.
Era già levato il sole — continuò la signora Adelaide — allorchè, per non insospettire la cameriera che sarebbe entrata di lì a poco, mi misi a letto. Quand'ella venne, le ordinai di far approntare la mia carrozza. Io esercitavo in casa una così assoluta padronanza, che quella gita ad ora strana non poteva dar ombra a nessuno. Non era la prima volta ch'io uscivo di buon mattino per qualche spesuccia.
Abbigliatami in fretta, salii nella carrozza, dicendo al cocchiere che mi conducesse sul Corso. Mentre io comperavo non so qual bagattella in un negozio, una mia antica conoscente, ch'erasi da alcuni anni stabilita in provincia, mi si gettò al collo baciandomi con effusione, e dicendo: — Ho inteso che sei prossima a nozze. Accetta di volo le mie congratulazioni. — Poi con un fare tra il serio e il gioviale soggiunse: — Sono diventata _madama_ anch'io, sai? Eccoti mio marito. — E mi presentò un bel giovane, alto della persona, che s'era tenuto modestamente in disparte. Ribaciai la mia amica, rivolsi un complimento dozzinale al suo compagno, e risalita in carrozza gridai: — Dal banchiere Miragli, — nominando la via da me conosciutissima ove questi abitava. La mia amica e il suo sposo parevano ammirar la bellezza del mio equipaggio, e nel saluto ch'essi mi fecero, allorchè i miei cavalli si misero al trotto, credetti scorgere quella deferenza quasi involontaria, con cui la gente di mediocre fortuna guarda coloro che sono, o ch'ella stima opulenti. Temei d'essere stata un po' aristocratica, un po' fredda, e spinsi la testa fuori della portiera per far un nuovo cenno del capo alla giovane coppia, ma essi non mi abbadavano più. — Camminavano a braccio l'uno dell'altro, discorrendo e sorridendosi amorosamente. I loro occhi non s'incontrarono coi miei, il mio movimento passò inosservato. Essi erano felici! Ed io?...
Quando la carrozza si arrestò dinanzi alla dimora del Miragli, io sentii un gran tremito per tutta la persona. Io non avevo nè ponderato, nè discusso meco medesima la condotta da tenere; una sola cosa mi stava chiara e distinta nel cervello, ed era la mèta, a cui dovevo arrivare.
Mi feci precedere dal mio biglietto di visita, su cui avevo scritto che si trattava di cosa urgentissima. Un servo gallonato venne a farmi discendere assai cerimoniosamente dalla carrozza, mi accompagnò lungo un andito senza finestre che riceveva luce da una parete a cristalli appannati e m'introdusse in un gabinetto elegantissimo, ove mi disse che il signor _Cavaliere_ non mi avrebbe fatto attendere che pochi secondi. Oggi il banchiere Miragli è cavaliere de' Ss. Maurizio e Lazzaro, allora era cavaliere di Francesco Giuseppe, e se ne teneva.
Non era la prima volta ch'io vedevo questo signore. Egli veniva qualche sera a trovar mio padre nel suo palchetto alla Scala, e le nostre carrozze s'incrociavano ogni giorno sul Corso. Sua moglie e le sue figliuole mi erano antipatiche al sommo, e la nostra conoscenza non era arrivata più in là di un compassato cenno del capo. Figuratevi poi che cosa io pensassi in quel momento del signor Miragli. Egli era per me un mostro d'infamia, un rifiuto dell'umanità, un essere così sozzo e perverso che il peggiore non avrebbe potuto immaginarsi. Indi, procedendo cogli anni e con la triste esperienza della vita, si attutirono in me gli entusiasmi e gli sdegni, ed anche del signor Miragli feci più equo giudizio. Egli era soltanto un uomo inteso a tutelare gelosamente il proprio interesse. E, invero, perchè avrebbe dovuto sacrificarsi alla felicità mia, alla felicità di mio padre? Quali obblighi aveva egli verso di noi?
Egli non tardò a comparire. Teneva in mano il mio biglietto di visita, guardandolo sotto gli occhiali con un certo atto sospettoso, come volesse dire: — Che diavolo viene a fare costei? —
Io ero troppo sollecita della dignità mia, della dignità di mio padre per ismarrire un solo istante il mio contegno tranquillo e severo.
Il banchiere che, quantunque toccasse la cinquantina, pretendeva ancora di far l'elegante, mi sciorinò alcuni complimenti; ma io, che non era in vena di cerimonie, entrai diritta nel cuore dell'argomento.
— Io sono venuta qui — dissi — per sottoporle francamente una domanda e farle francamente una mia proposta. Posso sperare nel signor cavaliere Miragli un'uguale franchezza? —
Egli, spintosi innanzi sulla sedia con mezza la persona a guisa di chi si accinge ad ascoltare attentamente, fece col capo e con la mano un cenno affermativo, ed io continuai.
— È vero ch'Ella è creditore di mio padre per la somma di 200 mila lire?
— Scusi, — rispose il banchiere, — non intendo come ciò che si riferisce alle relazioni di due uomini d'affari tra loro, possa formare oggetto del nostro colloquio.
— Non saprei — interruppi — di che cos'altro dovrebbe occuparsi il nostro colloquio, se non di ciò che riguarda gli affari di lei con mio padre. Del resto poco vale lo schermirsi. Io so che la faccenda è così.
— In tal caso, è vero, — riprese il Miragli, giuocherellando coi gingilli dell'orologio.
— È vero che questo credito è rappresentato da alcune cambiali, le quali scadono oggi?
— Ma.... Signorina!...
— È inutile il voler nasconderlo, perchè lo so.
— Allora non mi resta che dire: è vero.
— È vero — continuai senza scompormi — ch'Ella rifiuta ogni proroga ed esige di esser pagato immediatamente e interamente?
— Le confesso, o Signora, ch'io persisto nel credere inutili queste spiegazioni. È penoso ad un uomo di onore, come io credo di essere, il dover mettere in discussione proponimenti che ormai non possono più esser mutati.
— Nè io intendo ch'Ella li muti, — risposi, sollevando il capo con alterezza. — Io non vengo qui a implorar grazia, ma a trattare d'affari. —
Il banchiere prese un occhialetto che gli pendeva al collo, e poichè n'ebbe sovrapposte le lenti a quelle degli occhiali si mise a guardarmi più attentamente che mai. V'era nella sua fisonomia qualche cosa che esprimeva o una immensa commiserazione o una immensa maraviglia. Se taluno fosse in quel momento disceso nel cuore del signor cavaliere Miragli, scommetto che vi avrebbe trovata la convinzione ch'io presto o tardi diverrei pazza. Siccome però poteva accadere ch'io parlassi del miglior senno, non gli conveniva render troppo patente la sua incredulità. E soltanto, come esponendo un suo dubbio, egli riprese:
— Io temo, Signorina, che la sua ben naturale inesperienza d'affari non Le permetta di considerare l'importanza della somma che quelle cambiali rappresentano, nè la difficoltà di trovarla così su due piedi.
— Ebbene, signor Cavaliere, — ripresi, — io non sono certo in grado di pagare oggi per intero la somma, di cui Ella è creditore; ma sono venuta a chiederle se Ella accetterebbe la mia firma in sostituzione a quella di mio padre. —
Il cavaliere Miragli tornò a fissarmi nell'atto di chi sta dinanzi ad un visionario. E riprendendo a poco a poco il tuono dell'uomo d'affari:
— Scusi, — mi disse, — Ella oggi è minorenne e non può assumere impegni: domani, s'io non erro, va sposa al signor avvocato, — e proferì il nome del mio fidanzato, — onde non saprei davvero....
— Ah! — interruppi con fredda ironia, quantunque l'allusione al mio matrimonio mi avesse fatta impallidire. — Ella mi tratta come una fanciulla, e suppone ch'io non fossi preparata alle sue obbiezioni. Le dirò ch'io nacqui, e veda un po' se sono precisa, appena scoccata la mezzanotte del 2 marzo 1826. Adunque poche ore mi mancano a compire i ventiquattr'anni e ad esser padrona di me. Le mie nozze sono stabilite pel dopopranzo di domani, per cui v'è un breve periodo di tempo, nel quale io ho la potestà piena delle mie sostanze, e la piena responsabilità dei miei atti. —
Nel mentre che io parlavo, il banchiere aveva avvicinato la sua sedia, e il suo volto non esprimeva più la curiosità ironica di chi ascolta le chiacchiere d'uno sconclusionato, ma l'attenzione vigile e intensa dell'uomo che sente proporsi un affare serio.
Io continuai: — Approfittando di questo intervallo, nel quale non dipendo che da me medesima, io Le offro (perchè non m'è dato svincolare da un momento all'altro ogni mio avere) di sottoscrivere quelle obbligazioni ch'Ella stimerà necessarie a coprire il suo credito. Il nome di mio padre deve restare senza macchia.
— Ma, e questa sua sostanza? — bisbigliò perplesso il banchiere.
— Signore, — diss'io alzandomi in piedi, — io non soglio offrire che quello che possiedo, nè ora scenderò a inutili particolari. Ha Ella piena fiducia nel notaio Anastasi?
— Pienissima, — egli rispose inchinando il capo.
— Ebbene, egli potrà chiarirle i fatti miei più ch'io non voglia o non debba. A mezzanotte io sarò nel suo studio. Vi si rechi e porti con sè le cambiali. Se le parole dell'Anastasi non la convinceranno, s'Ella non avrà la certezza che un impegno assunto da me sia una piena guarentigia per Lei, Ella conserverà i suoi diritti, e sarà come se il nostro colloquio non fosse succeduto. —
Il Miragli promise che non mancherebbe al convegno, e si confuse in proteste di ammirazione.
Nell'accompagnarmi all'uscio soggiunse a mezza voce, quasi vergognandosi di sè stesso: — Spero che i documenti.... compresa la sua fede di nascita.... —
Non lo lasciai finire, ma lo fulminai con uno sguardo così pieno di disprezzo e di orgoglio, che le parole gli morirono sulle labbra.
Egli mi porse la mano: io ritirai la mia e feci atto d'uscire. Però mi rivolsi un momento indietro, e dissi con voce ferma: — Silenzio con tutti, s'intende.
— Si figuri! — rispose; poi mi precesse nell'andito e richiamò il servo in livrea che m'aveva fatto discendere dalla carrozza. Ci accomiatammo con un semplice cenno del capo.
Dopo il banchiere, il notaio. In pochi minuti il cocchio mi mise alla porta dell'Anastasi: in pochi secondi fui nel suo studio.
Quand'io, senza punto farmi annunciare, me gli presentai dinanzi, egli era tutto assorto nell'esame di alcune carte che stavano sul suo tavolino. Al fruscìo della mia veste alzò il capo, e sul suo volto si dipinse una sorpresa che confinava con lo sgomento.
— Voi qui?
— Io stessa, — risposi; — e mettendo il chiavistello all'uscio, soggiunsi: — Ho bisogno d'un abboccamento da sola a solo con voi. —
La fisonomia del notaio si scomponeva sempre più: egli si levò gli occhiali, mi piantò in viso uno sguardo indagatore, e accostando una scranna alla sua poltrona m'invitò a sedere.
Non vi ripeterò il nostro colloquio ne' suoi particolari. Io, donna e inesperta, io, la cui sorte pendeva da un filo, ero tranquilla e serena; egli, uomo d'affari, era invece agitato come se avesse avuto la febbre. Fu più volte sul punto d'interrompermi; ma io lo trattenni d'un gesto, e narrai tutto, tutto ciò ch'io avevo inteso la sera precedente, tutto ciò che avevo detto allora allora al banchiere Miragli, tutti gl'impegni ch'io aveva presi con l'incrollabile determinazione di mantenerli ad ogni costo.
Quand'ebbi finito, il buon uomo si portò ambe le mani al capo in atto di profonda disperazione.
— Adelaide, — egli proruppe, chiamandomi confidenzialmente per nome, come gliene dava diritto la lunga dimestichezza, — ciò che avete fatto è una pazzia, sublime forse, ma sempre pazzia, e io non posso e non debbo esserne complice. Via, calmatevi, — soggiunse, prendendo nelle sue le mie mani agitate da un tremito nervoso; — state a sentire anche me, come io stetti a sentir voi. — Egli allora, riacquistata tutta la lucidezza della sua mente, fredda e ordinata come le carte del suo archivio, mi svolse una serie di considerazioni, in cui era innegabilmente un lato di giusto, ma che m'irritavano appunto per quello di giusto che contenevano. — Io volevo immolarmi per salvare l'onor di mio padre, — egli diceva; — ma quest'onore non era punto in questione. Checchè avvenisse, tutti avrebbero saputo che mio padre soccombeva a un rovescio di fortuna, e il suo passato n'era la miglior guarentigia. Col mio sacrificio io mettevo a repentaglio la sua pace, la sua vita forse. Ma io ignoravo adunque che, più ancora della sventura imminente, lo turbava il pensiero ch'io di questa sventura potessi esser partecipe prima di aver assicurato il mio avvenire? Inoltre, era egli in mia potestà il disporre così delle mie sostanze? Legalmente non v'era dubbio: io non rimanevo padrona assoluta di me che nelle poche ore, le quali scorrevano tra il momento in cui io compivo i ventiquattr'anni, e quello in cui andavo a marito, e di quelle poche ore io potevo dispor da sovrana. Ma, alla fine dei conti, libera al cospetto del Codice, era io tale moralmente? Non appartenevo io già all'uomo che doveva viver meco, meco formare una famiglia? Non dovevo io per lo meno consultarlo prima di prendere una deliberazione di tanto rilievo? Era in facoltà mia di consumare, lui assente ed ignaro, un patrimonio destinato a' nostri figliuoli? E poichè prima delle nozze era per me un debito sacrosanto di dirgli ogni cosa, non avevo io considerato quanto fosse più delicato, più nobile il far precedere la confessione al fatto, che farla seguire? —
I suoi argomenti non mi commossero. Io non sapevo che una cosa: che mio padre era sull'orlo del fallimento, e che io avevo i mezzi di salvarlo. Ogni irresolutezza era per me, più che una colpa, un delitto. Pure io non potevo a meno di chiedere a me stessa, perchè mi ripugnasse in modo così strano e invincibile l'idea di confidare tutto a Gustavo. Io non ne avevo il tempo per lettera, è verissimo; ma Gustavo sarebbe stato in Milano il mattino del dì successivo, e poichè il banchiere Miragli era deciso a non protestar le cambiali sino al lunedì, nella giornata di sabato, prima dell'ora delle nozze, v'era agio di accomodare ogni cosa. In tal modo io mi sarei risparmiata la giusta accusa di mancare di fiducia verso l'uomo ch'io amavo più sulla terra, ed avrei associato quest'uomo all'adempimento del mio dovere. Tutto ciò era evidente: nondimeno io mi sentivo incrollabile nel mio proposito. Era forse il dubbio che Gustavo mi distogliesse dall'adempiere un obbligo sacro? Era la vanità di serbarmi intera la lode di una nobile azione, e di farmene una specie di manto, entro cui presentarmi teatralmente atteggiata innanzi al mio sposo? Non vi maravigli, Lina, il mio dire. Voi siete una natura schietta ed ingenua, io ero invece un carattere pieno di bizzarrie e di contraddizioni, uno di quei caratteri che amano la virtù, ma la vogliono cinta d'un apparato scenico.
Ad ogni modo, gli è certo che tutte queste ragioni cospiravano per mantenermi irremovibile nel mio proponimento. — O siatemi complice, — dissi all'Anastasi, — o mi avrete nemica. Che cosa io farò, l'ignoro io medesima; ma voi mi avrete ferita, provocata per modo da spingermi ad ogni pazzia. E, invero, se per poche ore io son libera da ogni potestà, se sono padrona assoluta di me, dovrò forse cadere sotto la sovranità vostra? Quali sono i vostri titoli? Voi vi rifiutate di assistermi? Ebbene, io cercherò chi tenga le vostre veci. Mancano forse altri uomini di legge in Milano? E mi credete così spoglia d'ogni energia da non saper far valere i miei diritti? io mi ero rivolta a voi come ad un amico, a cui si confida ciò che si è fatto, non come a un consigliere, a cui si chiede ciò che deve farsi. Voi mi conoscete, sapete la tenacità de' miei propositi. Ve lo chiedo per l'ultima volta, volete assistermi? —
L'Anastasi giunse fino alle lagrime. Egli mi disse, piangendo, che il secondarmi gli costerebbe l'amicizia di mio padre, mi scongiurò di attendere almeno sino alla venuta di Gustavo; ma tutto invano. Quando mi vide così risoluta si alzò, e con una spontaneità di movimento, e una delicatezza di parola, di cui non l'avrei creduto capace, mi stese ambe le mani e mi disse:
— Ebbene, poichè lo esigete, sia pure così. Io vi ho veduta nascere, vi tenni fra le braccia bambina, e non posso lasciarvi in questo istante della vostra vita. Voi siete una ragazza ammirabile di virtù e di sacrificio, ma avete giocato sopra una carta il vostro avvenire. Voglia il cielo che abbiate a vincere la partita. —
Suggellammo la pace, convenendo sul modo d'incontrarci la sera. Era cosa facilissima. L'Anastasi doveva farmi conoscere il mio stato economico; bastava quindi fissare il nostro abboccamento per la mezzanotte.
Giunsi in casa a tempo della colazione e trovai mio padre un po' maravigliato, ma non inquieto della mia assenza. Io ero in quel primo momento ancora più ansiosa di veder riuscito il mio disegno che trepidante per l'avvenire. Intanto i preparativi per le nozze procedevano con affannosa alacrità. Servi ed operai erano tutti intesi a dar l'ultima mano al salotto da pranzo e a quello di ricevimento: per le scale e pegli anditi si disponevano acconciamente vasi di sempreverdi; nella cucina s'udiva il brulichìo d'un laboratorio chimico, e il cuoco di casa in berretto e giubba bianca andava su e giù trafelato, impartendo ordini concisi e assoluti a' suoi quattro aiutanti. Ad ogni istante un servo in livrea capitava da parte dell'una o dell'altra delle nostre conoscenze a portare o un biglietto di visita, o un mazzo di fiori, o un astuccio con qualche regalo per me. Ed io ero la regina della festa, e dovunque io passavo era un inchinarsi rispettoso, un sospendere momentaneamente il lavoro per farmi ossequio. Io ero la gran tormentata, ed ora la crestaia mi provava l'acconciatura, ora la sarta mi accomodava in dosso il vestito da nozze, un vestito di seta bianco, accollato, con uno strascico lungo due braccia. Tutti avevano una parola di congratulazione, una parola d'augurio per me: io dovevo avere un sorriso per tutti. E quando la cameriera mi fece passare in rassegna il mio corredo, un corredo de' più ricchi e assortiti che mai una sposa avesse recato seco, e quand'ella mi chiese quali oggetti dovesse riporre nella valigia pel mio viaggio di nozze, mi toccò risponderle con fronte serena, e dissimulare la tremenda agitazione dell'animo. Oh Lina, vi sono battaglie che non si vedono, eppur sono più difficili a vincersi di quelle che decidono le sorti degl'Imperi! Soffocare un gemito che sta per irrompervi dal petto, frenare una lagrima che sta per discendervi dal ciglio, supplire con l'energia della volontà alla forza delle membra che vi abbandona, ecco una serie d'imprese che non danno gloria, ma costano sudori di sangue. Io quel giorno di martirio senza confine potete credere, se la petulanza di mio suocero mi producesse un effetto gradevole. Egli mi era sempre attorno canticchiando e saltellando, nonostante i suoi settant'anni, e dicendo sempre: — Gran bella cosa il matrimonio per una ragazza, non è vero? Più bella per loro che per noi, poveri uomini, che ci lasciamo prendere al laccio. — E rideva sgangheratamente. Sua moglie poi non sapeva staccarsi dall'esame del mio corredo e mi faceva di tratto in tratto le sue critiche. I fazzoletti di _battista_ non erano abbastanza fini, i collarini non erano tutti di buon gusto. Se avessi veduto il corredo di lei, trent'anni addietro! Bisogna dir proprio che allora si lavorasse meglio!...
Ma non ci perdiamo in minuzie. Dopo pranzo, secondo il nostro accordo, venne il notaio Anastasi. Bisbigliò alcune parole all'orecchio di mio padre, che parve annoiato, e sclamò a voce alta: — Che ora siete andato a scegliere! — L'altro insistette con qualche calore, onde mio padre si rimosse dalle sue obbiezioni. Venne verso di me, mi trasse in disparte e mi disse: — Lo sai? stasera compi ventiquattr'anni. Ho piacere che tu riveda da te stessa i tuoi conti. Quell'originale dell'Anastasi afferma di non esser libero che alle undici e mezzo, onde convien fare il comodo suo. Per quell'ora ho già ordinato la carrozza. Vuoi essere accompagnata?... —
Ci sarebbe mancato altro! Risposi subito che sarei andata sola, e il pericolo fu sventato.
Di lì a qualche minuto l'Anastasi si mosse facendomi un cenno. Io l'accompagnai all'uscio della scala e seppi che il banchiere Miragli era stato nello studio di lui, e che ogni difficoltà era rimossa. Non restava che firmare. Nel lasciarmi, il notaio mi disse con amarezza: — È la prima volta in vita mia ch'io inganno un uomo; e quest'uomo è un amico, è vostro padre, e siete voi che mi avete indotto a ingannarlo.... —
Io esultavo all'idea che tutto era appianato: ogni altra cosa scompariva pel momento a' miei sguardi. Rientrai nel salotto col passo più elastico, con la fisonomia più serena, onde mio suocero mi piantò in viso gli occhi e mi chiese: — Ehi, sposina, che vuol dire quell'aria di trionfo? —
Mi schermii alla meglio, e andai a sedere proprio dirimpetto all'orologio a pendolo ch'era collocato sulla mensola. La sfera dei minuti procedeva abbastanza sollecita, ma come mi pareva tarda quella delle ore! Alla fine scoccarono le undici. Mi dileguai in silenzio dal salotto, mi acconciai in fretta uno scialle e un cappello, e scesi nel cortile, ove la carrozza era pronta ad aspettarmi. Non erano ancora le undici e mezzo quando io fui nello studio del notaio. I suoi due commessi sonnecchiavano nell'anticamera; egli era solo dinanzi allo scrittoio col capo appoggiato ai gomiti e nascosto fra le mani. Una lampada, la cui campana era rivestita di un paralume di color verde, concentrava tutta la sua luce sulle carte del tavolino lasciando in ombra la stanza, che così buia, così silenziosa, aveva qualche cosa di lugubre che vi stringeva l'animo. Il _tic-tac_ uniforme di un orologio infisso alla parete contribuiva a quell'insieme di tristezza, inesplicabile, eppur gagliarda e profonda.
Quand'io entrai, l'Anastasi si scosse, guardò l'orologio e disse: — Avete anticipato. Però il banchiere non tarderà a giungere. Intanto vostro padre m'incaricò di farvi vedere il conto della sua amministrazione. —